Si avverte un fastidio subbuglio gastrico quando si osserva l’ennesima mobilitazione degli intellettuali andata in scena alla Biennale di Venezia. Non tanto per la causa difesa, che se sostenuta in altre forme sarebbe condivisibile senza tentennamenti. Piuttosto per la consapevolezza del fatto che i nostri maestri del pensiero, i nostri fulgidi artisti e rigogliosi creativi si muovono soltanto per battaglie che garantiscano non solo luminosi riflettori ma pure diffusi apprezzamenti. Manifestano, firmano e si indignano, insomma, soltanto per campagne riconosciute e approvate nel tinello della cultura che conta, mai per qualcosa che sfugga agli schemi, che esponga a rischi e attacchi. Pochissimi scelgono questa seconda via, e ne pagano amaramente le conseguenze. Viene in mente ciò che scriveva Massimo Fini una quarantina di anni fa, e cioè che «la vera e determinante questione morale italiana più che nella notoria corruzione della classe politica sta proprio qui: nella corruzione degli intellettuali, nella loro abdicazione, per opportunismo, viltà e tornaconto, alla coerenza nell’aver eretto la malafede a principio o, quantomeno, a modo di vita. Perché una società i cui politici sono corrotti può recuperare, ma una società in cui gli intellettuali e i moralisti sono più corrotti di coloro cui pretendono di far la morale non può che precipitare nel caos». Queste righe sono ancora più che valide. Mai che i nostri attori sfilino e si espongano per una causa che esca dai rigidissimi confini del politicamente corretto. Eppure distinguersi dalla massa è possibile, eccome se lo è, e lo dimostrano gli esempi nemmeno eccessivamente eroici di artisti e intellettuali stranieri. Per altro gente di grande successo e provata fama, che nessun interesse avrebbe a cantare fuori dal coretto dei buoni. Prendiamo il romanziere Sebastian Faulks, uno che sforna bestseller e a cui hanno pure affidato a un certo punto la prosecuzione della saga di James Bond. In una lunga intervista al Telegraph, Faulks, che non è certo un pericoloso destrorso, ha il fegato di parlare di immigrazione, proprio mentre in Inghilterra sono in corso furenti proteste contro l’attualentestione del sistema di accoglienza. «Ciò che manca è un dibattito veramente maturo», dice lo scrittore. «Di quanti migranti economici abbiamo bisogno? Perché abbiamo bisogno di così tante persone? Quando i precedenti occupanti (quelli che già vivono nel Regno Unito, ndr) hanno smesso di fare certi lavori e perché? E come gestire il flusso di immigrati?». Secondo Faulks il problema della migrazione di massa è prima di tutto economico, e a suo dire il tema andrebbe approfondito pubblicamente ma «questo non accade», crede, «perché non appena si inizia ad avere una discussione del genere, non appena si suggerisce una restrizione sui numeri o sui flussi controllati, allora la gente di sinistra dice che sei razzista». Sinceramente: ce lo vedete voi uno scrittore italiano a dire una cosa del genere in una intervista al Corriere della Sera? Se anche ci provasse, dal giorno dopo smetterebbero di invitarlo ai festival. È per questo, per non perdere prestigio che i nostri creativi preferiscono attenersi a copioni già scritti, aggregarsi a battaglie codificate e tutto sommato «presentabili», con l’unico risultato che in questa maniera contribuiscono a renderle conformiste e retoriche, meno efficaci e oneste. A scegliere cause urticanti finisce che si perdono ingaggi e compensi. Ne sa qualcosa J.K. Rowling, un’altra - dall’alto del suo impero mediatico - potrebbe fregarsene di parteggiare per questo e per quello, e invece da anni si scaglia contro i deliri trans ricavandone insulti e boicottaggi. Chris Columbus, regista dei primi due film di Harry Potter, ha dichiarato che non sarà possibile una reunion del cast originale. Motivo? Gli attori di Harry Potter si sono rivoltati contro la Rowling per i suoi commenti sui trans. «È diventato tutto così complicato con tutta questa politica», dice Columbus. «Ogni membro del cast ha la propria opinione, che è diversa dalla sua, il che rende tutto impossibile. Non so che cosa le sia successo». Beh, è successo che la Rowling ha scelto una lotta sbagliata, cioè non approvata dal pensiero prevalente nel mondo culturale occidentale, e ne paga le conseguenze. Certo non la si può oscurare o emarginare visto il peso che ha, ma la si può trattare come una pazza, come una che con l’età ha perso la brocca, e nel frattempo si organizzano boicottaggi contro di lei e le si bloccano i progetti. Eppure, J.K. non recede. Ce lo vedete uno scrittore italiano di successo a fare lo stesso? Certo che no. E allora, quando gli intellettuali di casa nostra si schierano compatti e firmano appelli, la prima reazione è quella di diffidare. La loro presenza rende le lotte meno serie, non più autorevoli. Cose che accadono quando si sceglie la via del conformismo.
Ogni volta che le si presenta l’occasione per bastonare il pensiero gender, da ormai qualche anno, lo fa: anche se questo fa polemica. Anzi forse proprio per questo, chissà. Sta di fatto che su Twitter la celebre scrittrice J. K. Rowling è tornata a cinguettare contro l’identità di genere. Lo spunto le è venuto vedendo ciò che accade in Scozia, dove sta proseguendo il suo iter legislativo il Gender recognition reform. Ispirata all’idea che il genere sia un riflesso della percezione che si ha di sé, la norma mira, da un lato, a rimuovere, per quanto riguarda il «cambio di sesso» e la disforia di genere che ne è alla base, il requisito della diagnosi medica, e dall’altro, a ridurre drasticamente - da due anni a tre mesi, con un ulteriore trimestre di riflessione - il periodo di transizione, per chi ne fa richiesta, verso la nuova identità. Inoltre abbassa il limite di età per la «transizione» da 18 a 16 anni.
Rispetto a tale scenario, l’autrice di Harry Potter ha scelto di attaccare frontalmente i laburisti, accusandoli - nell’appoggiare i piani della premier, Nicola Sturgeon - d’ignorare le preoccupazioni di opinione pubblica ed esperti rispetto alle conseguenze cui può condurre il via libera al genere come identità autopercepita. «Il partito laburista», twittato J. K. Rowling, «continua a ignorare l’opinione pubblica, la diffusa opposizione delle donne e le preoccupazioni delle Nazioni unite». Quest’ultimo richiamo, naturalmente, non è causale. Il 18 novembre scorso, infatti, Reem Alsalem, che è relatore speciale delle Nazioni unite sulla violenza contro le donne e le ragazze, ha scritto di suo pugno una lettera di nove pagine criticando proprio il Gender recognition reform, che in Scozia potrebbe essere varato entro Natale. «Il governo scozzese», afferma la missiva firmata da Alsalem, «non tiene sufficientemente in considerazione i bisogni specifici delle donne e delle ragazze in tutta la loro diversità, in particolare quelle a rischio di violenza maschile e quelle che hanno subito violenze maschili». Questo perché il nuovo disegno di legge, continua la lettera, «non prevede alcuna tutela o misure volte a garantire che la procedura non sia, per quanto ragionevolmente possibile, abusata da predatori sessuali e altri autori di violenza».
Il riferimento, neppure troppo velato, è a situazioni come quelle registrate in particolare negli Stati Uniti ma non solo, che hanno visto numerosi stupratori chiedere di essere trasferiti in carceri femminili sulla base di un nuova identità femminile «percepita» - per poi continuare indisturbati le loro azioni di abusi e molestie. Dal canto loro, i sostenitori scozzesi del Gender recognition reform hanno però già ribattuto che «non ci sono prove» che donne e giovani saranno messe in pericolo da questa legge. La stessa Sturgeon ha inoltre fatto presente che gli uomini violenti «non hanno bisogno» di cambiare legalmente genere per accedere a spazi riservati a sole donne, dal momento che già lo fanno.
Di fronte a cotante repliche alle preoccupazioni delle Nazioni unite, è quindi scesa in campo la Rowling la quale, dalla sua, non ha solo una popolarità mondiale, ma anche un aspetto che i laburisti in Scozia senza dubbio ricordano: è una finanziatrice del partito. Assai generosa, peraltro: solo nel 2008 ha infatti staccato un assegno da un milione di sterline. Non esattamente pochi spiccioli, e probabilmente la stessa scrittrice fa leva su questo suolo ruolo per indurre i parlamentari scozzesi a più miti consigli rispetto alla norma sotto il loro esame. Staremo a vedere.
Quel che è certo, come si diceva in apertura, è che quest’episodio risulta essere solo l’ultimo di una fitta serie, che ha visto la scrittrice probabilmente più famosa al mondo entrare in rotta col mondo Lgbt; e sempre con toni molto espliciti. Basti pensare che risale solamente allo scorso ottobre la polemica che ha visto sempre la Rowling accusare Mermaids - ente di beneficenza transgender che assiste i giovani interessati al «cambio di sesso» - di aver arruolato tra i suoi più importanti dirigenti tale Jacob Breslow, vale a dire uno che anni fa aveva partecipato ad un evento B4u-Act, un’organizzazione considerata pro pedofilia, intervenendo in una conferenza in cui criticava la concezione che la società ha dei pedofili, che costui, in quel contesto, invitava a chiamare «persone attratte dai minori».
Risale invece al dicembre dello scorso anno un’altra uscita della scrittrice - che quella volta twittò una frase di assonanza orwelliana («la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza, l’individuo munito di pene che ti ha violentata è una donna») - sempre contro le novità arcobaleno in Scozia. Più precisamente, in quella occasione Rowling postò un pezzo del Times contro la scelta della polizia scozzese di registrare gli stupri da parte di soggetti con genitali maschili come commessi da una donna, se l’aggressore «si identifica come una donna». Da allora è passato quasi un anno ma la celebre autrice, come si vede, sui temi etici segue sempre con molta attenzione ciò che accade in terra scozzese.




