deportati

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C’è una piaga nella nostra società: i burocrati che deportano i piccoli
(IStock)
I «professionisti» stipendiati con il denaro dei contribuenti sono indottrinati sin dagli studi universitari a riformare le famiglie secondo la loro ideologia postmarxista. Ma quando sbagliano non ce n’è uno che paghi.

Do per scontato che siano stati immediatamente tolti i bambini nel campo rom, i cui vivaci abitanti, in seguito alla morte nell’esercizio del dovere di una persona dedita al furto, è stato distrutto un reparto ospedaliero. In realtà la frase è una burla. I servizi sociali non sono minimamente interessati ai bambini realmente in difficoltà. La capacità di trasformare il mondo. Pratiche femministe di servizio sociale a cura di tale Letizia Lambertini è un testo vademecum delle assistenti sociali che racconta la loro missione nel mondo e può essere molto interessante per spiegare il delirio di onnipotenza, la psicosi su cui è fondato in Italia, ma in realtà non solo in Italia, il servizio sociale.

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I nuovi deportati viaggiano sui pullman di lusso
Ansa

Una deportazione fatta con autobus muniti di aria condizionata non s'era mai vista. Eppure, ciò è incredibilmente avvenuto l'altra mattina alle porte di Roma, quando alcune decine di immigrati ospitati nel Cara di Castelnuovo di Porto, il più grande centro d'accoglienza d'Italia dopo quello di Mineo, sono stati trasferiti ad altre strutture su corriere Mercedes fornite dalla Bus Travel Service, società specializzata in grandi eventi e servizi vip. (...)

Si dà però il caso che il racconto di un centro di accoglienza a cinque stelle, da portare in palmo di mano a chi critica l'accoglienza, strida con alcuni dettagli che abbiamo raccolto in giornata. In particolare, la descrizione di un esempio di buona integrazione fa a pugni con un video che è facile reperire via Internet, dove i richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto paiono pensarla diversamente da tutti coloro che descrivono il Cara come il Paradiso in Terra. Oltre alle immagini della protesta per le condizioni di vita all'interno della struttura, si possono ascoltare le dichiarazioni. I migranti si lamentano dicendo che lì si vive malissimo, senza pocket money e senza possibilità di comprare niente. Il video è del 2014 e l'elenco di problemi è lungo: sporcizia, bagni rotti, animali. Su tutte, commenta Fanpage, il sito che ha pubblicato il filmato, c'è la voce di un bambino: «Voglio andarmene da qui, è tanto difficile».

Ma come? Ieri Avvenire in prima pagina scriveva che quello di Castelnuovo è un centro modello. «È noto per essere un'eccellenza», s'indignava il quotidiano dei vescovi, «negli ultimi cinque anni vi sono passate 8.000 persone». Che ne siano passati tanti è sicuro. Un po' meno certo è che fosse un posto da prendere a esempio. Forse i giudizi del quotidiano cattolico sono dettati più che dalla conoscenza della struttura dalla vicinanza a chi la gestisce. Già, perché a occuparsi del Cara di Castelnuovo è la Auxilium, un colosso di cui si è già fatto il nome a proposito degli immigrati della Diciotti. La cooperativa fondata da Angelo Chiorazzo è un'industria della carità che ormai fattura 60 milioni, quasi tutti fatti con i migranti. Ad Avvenire la conoscono bene: a giugno del 2018, per il secondo anno consecutivo, Auxillium era tra i principali sponsor della festa della testata diretta da Marco Tarquinio. Sarà per questo che Castelnuovo di Porto è un modello, come titola Avvenire? Ma no, che andate a pensare… Nonostante le proteste, nonostante le inchieste che hanno sfiorato la coop, al giornale cattolico credono davvero che Auxillium faccia i miracoli. Prova ne sia che sul quotidiano, per la coop di Chiorazzo, c'è sempre un titolo buono. Una volta è un gelato offerto dal Papa, un'altra è un pacco dono, ma la terra promessa di Auxillium è sempre nei titoli. Insomma, l'avete capito. Con la deportazione in autobus a cinque stelle hanno interrotto un sogno. Di Avvenire e dei compagni.

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Chi la deportazione la conosce davvero: «Parola utilizzata a sproposito dal Pd»
Wikipedia
Il giornalista Franco Levi: «Mio padre finì ad Auschwitz, legare quel termine ai profughi di oggi è facile ma è una storpiatura».
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