Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte dal giugno 2019, ha accettato un'intervista a tutto campo con La Verità nel pieno dell'emergenza coronavirus. Il governatore elenca in dettaglio i provvedimenti precauzionali decisi con tempestività e gli sforzi importanti in termini di assunzione di personale medico e sanitario. Spiega come, in particolare per le mascherine, si sia mobilitato il tessuto produttivo regionale. Rivendica una linea di rigore totale, in armonia con la Regione Lombardia. Lancia l'allarme sull'eventuale salita della curva dei contagi, che metterebbe a dura prova la rete delle rianimazioni. E lancia un appello ai più giovani verso gli anziani: «Non compromettiamo la vita delle persone che ce l'hanno data».
Come sta, presidente? Come procede il suo lavoro a distanza e in autoisolamento dopo la notizia della sua positività?
«Da ormai 8 giorni sono in isolamento. Sto bene, non mi sono ammalato, non ho sintomi. Soprattutto sono felice che i miei collaboratori, la mia scorta, i miei assessori tranne uno (quello alle attività produttive, Andrea Tronzano, ndr) stiano bene. Certo, vado avanti con impegno e fatica: non è facile gestire la situazione, sovraintendere, tenere il rapporto con Roma in queste condizioni».
Ha il rimpianto di non essere stato ascoltato per tempo con i suoi colleghi governatori del Nord, quando in diversi avevate sollecitato misure precauzionali più dure? Ha la sensazione che servisse più ascolto da parte di altri?
«Non è una sensazione, ma una realtà. Ho sempre tenuto un rapporto strettissimo con la Lombardia per evidenti ragioni geografiche e per il massiccio interscambio quotidiano di persone e lavoratori tra i due territori. Per questo, ho sempre seguito la linea del rigore assoluto, anche quando in Regione c'erano solo 7 contagiati. Le faccio un esempio: 15 giorni fa, avrei potuto riaprire le scuole in base alle disposizioni nazionali allora vigenti, e invece feci un'ordinanza mia per tenerle chiuse. Qui abbiamo sempre avuto consapevolezza piena».
Com'è stato possibile perdere un mese a parlare di emergenza razzismo, dimenticando l'emergenza sanitaria? Lo spettacolo dei conduttori tv con gli involtini primavera, le campagne «abbraccia un cinese», le visite agli asili… Quanto tempo perso, non le pare?
«Ora lo capiscono anche altrove. In Francia ci prendevano in giro con la “pizza corona", ma ora tutti vedono che il virus si sposta senza confini geografici. Lo ribadisco: la nostra è sempre stata, dall'inizio, una linea di rigore. Abbiamo anche sospeso con ordinanza prefettizia la partita Juve-Milan di coppa Italia che avrebbe avuto 40.000 spettatori. Certo, disponevo di un osservatorio privilegiato, seguendo l'evoluzione della situazione in Lombardia. Ma ora dovrebbero guardarla tutti: su di noi, aveva 7-10 giorni di anticipo sullo sviluppo della situazione, e rispetto al resto d'Italia c'è ancora un margine temporale in più. Ma non tutti hanno la forza d'urto della sanità lombarda».
Presidente, i numeri italiani sono bruttissimi: non solo la cifra assoluta, ma alcuni elementi che fanno riflettere. Quasi 1 contagiato su 2 finisce in ospedale, poco meno di 1 su 10 in rianimazione. E percentuali ondeggianti tra il 6 e il 7% non ce la fanno e muoiono. Come si spiegano questi dati? In Corea del Sud, pur con un numero superiore di contagiati, la mortalità è inferiore. Che idea si è fatto? È solo una questione di età della popolazione?
«Dal mio osservatorio, l'età incide tantissimo. Esempio: i ricoveri in terapia intensiva sono tra l'8 e il 10% dei contagiati. Ma in Piemonte sono il 15%, proprio perché il campione qui è più anziano».
Ci descriva la situazione sanitaria della sua regione.
«Intanto, un'analisi. Ho qui davanti un doppio diagramma realizzato dalla nostra unità di crisi: come la situazione si sarebbe sviluppata con zero prescrizioni (cioè senza limitazioni di contatto), e come si è invece sviluppata con le limitazioni imposte dal solo Piemonte. Grazie a questa scelta di rigore, a oggi, abbiamo già evitato 300 ricoveri in ospedale».
Ci vuole dare un quadro numerico in Piemonte?
«Mentre parliamo (ieri, ndr), abbiamo 159 persone in terapia intensiva e 66 deceduti, con età media di 82 anni. Tra questi, il 67% erano uomini, il 33% donne».
Situazione dei posti in rianimazione? Si sente minimamente sereno - nei limiti del possibile - rispetto all'evoluzione del quadro?
«Sarei sereno solo se si fermasse la curva dei contagi. Se invece continua a crescere in questo modo, non reggiamo. Nella pianta organica abbiamo 320 posti di rianimazione, in più ne abbiamo recuperati altri 100 attraverso le convenzioni con le strutture private, e altri 60 modificando le sale operatorie e rinviando gli interventi non urgentissimi».
Uno sforzo imponente.
«Eh, ma se il contagio va avanti...».
Com'è la situazione di macchinari e attrezzature, a partire dalle mascherine?
«L'acquisto sul mercato internazionale è sempre più complicato. Per questo, stiamo producendo sul territorio. Il gruppo Miroglio di Alba realizzerà 600.000 mascherine in tessuto lavabile, quindi utilizzabili 10 volte. Le prime 10.000 sono state consegnate ieri. E abbiamo anche attivato il distretto tessile di Biella».
E da Roma?
«Non arrivano, e le ultime arrivate non avevano nemmeno standard adeguati».
Servono medici, infermieri, personale sanitario?
«Abbiamo fatto uno sforzo immenso, attivando tutte le procedure possibili per reperire medici e personale, con assunzioni e un piano di reclutamento straordinario. I bandi vanno avanti. Ma abbiamo già preso 65 medici, 6 farmacisti, 173 infermieri, 126 specialisti, specializzandi e laureati in medicina e biologia».
Altre scelte organizzative importanti?
«In ogni distretto abbiamo individuato l'ospedale di riferimento per metterci i pazienti Covid. Stessa cosa per alcune cliniche private. Tenga presente che noi abbiamo quattro livelli di pazienti a cui badare. Il primo: i positivi asintomatici, che stanno a casa. Il secondo: i positivi con sintomi lievi, che stanno anche loro a casa. Il terzo: i positivi con sintomi più rilevanti, che vengono ricoverati. Il quarto: quelli che hanno bisogno della terapia intensiva».
Qual è il rapporto con i sindaci e i territori? Immagino che le tensioni non manchino. È fatale che ci siano esigenze o approcci diversi.
«Noi li abbiamo sempre coinvolti, e non solo per evidenti ragioni di presidio. Se c'è un paziente in isolamento, il sindaco di quel Comune deve ovviamente essere informato. Ma in generale non ho mai assunto decisioni senza coinvolgere i sindaci, l'Anci, i presidenti di Provincia, e naturalmente il mondo economico e produttivo».
Il comportamento dell'opposizione in Regione?
«Devo dire che da tutti, dalla mia maggioranza e dall'opposizione, si riscontra grande unità e disponibilità. Tra l'altro, ho deciso di tenere aperta una sorta di riunione permanente della conferenza dei capigruppo, in videoconferenza, o con me, o con uno dei miei assessori, per un costante aggiornamento».
È fiducioso sul fatto che la macchina produttiva possa in qualche modo rimanere con il motore acceso, evitando che poi non sia più in grado di riaccendersi?
«Questo potrò dirlo solo dopo un esame approfondito dei provvedimenti economici del governo, attesi per oggi (ieri, ndr). Certo, andavano assunti nel momento stesso in cui si chiudeva tutto. Occorre capire che qui non è danneggiata solo l'una o l'altra categoria, come potrebbe accadere in occasione di un'alluvione. Qui tutti vanno aiutati. E se la Merkel parla di risorse per 550 miliardi, quella è un'idea dell'ordine di grandezza che sarebbe necessario...».
Vuole lanciare un messaggio conclusivo?
«Inutile girarci intorno. Il messaggio è: state a casa. Capisco che molti si ingegnino per capire se possono uscire, io stesso ricevo molti messaggi di persone che mi chiedono se possono fare una cosa o l'altra. Ma occorre capire che non si deve uscire. Voglio dire una cosa ai più giovani, che ovviamente vivono questa situazione come un sacrificio. Ma è meglio sopportarlo in primo luogo a tutela delle persone più grandi: per non compromettere la vita delle persone che ce l'hanno data».
Ora il governo Swiffer fa paura. Nel pieno del contagio quelle mascherine mandate da Roma, «di carta igienica» come le ha definite l'assessore lombardo Giulio Gallera, diventano il simbolo di un'inefficienza che durante un'emergenza sanitaria è intollerabile. E alzano il livello di preoccupazione dei cittadini, gli stessi che a Bergamo, a Brescia, a Lodi vivono con la colonna sonora delle ambulanze nel silenzio, dove non c'è spazio per i flash-mob pastasciuttari che emozionano il premier Giuseppe Conte. Gli stessi che si vedono riconsegnare i loro cari, ricoverati qualche giorno prima per insufficienza respiratoria, dentro parallelepipedi bianchi con il coperchio sigillato. Già cremati.
Davanti a queste scene da brivido e alle legittime rimostranze della Regione Lombardia («Mandateci almeno materiale accettabile») il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia, si dilunga nella fredda propaganda. «Non c'è tempo né voglia per rincorrere polemiche o sciacalli. Se ci sono avvoltoi che intendono spargere altri virus in un momento così delicato sappiano che stanno gettando fango su migliaia di italiani che combattono una delle prove più dure dopo la seconda guerra mondiale». Ecco un triste culturista della politica di retroguardia. Medici e infermieri in prima linea potrebbero aggiungere che, invece di insulti gratuiti e divisivi sparsi a virus, hanno bisogno di mascherine degne di questo nome per continuare a salvare vite.
Non è ancora una guerra di secessione, ma lo scontro era nell'aria. E cristallizza una realtà percepita soltanto da chi è in trincea: la Lombardia e il Veneto devono lottare non solo contro il nemico invisibile ma anche contro la burocrazia centralizzata, l'indecisionismo del governo e il subdolo tentativo di Conte di intestarsi una vittoria politica a fronte del disastro organizzativo. Il Pirellone ha chiamato Guido Bertolaso proprio per provare a smarcarsi dall'inadeguato Angelo Borrelli e per andare oltre i decreti a singhiozzo. In fondo il motto dei friulani dopo il terremoto del 1976 fu: fasin di bessoi, facciamo da soli.
Roma è troppo lontana, come la Mosca delle commedie di Anton Cechov. Lo è dal primo giorno del governo Conte bis, quando notammo che la rappresentatività del Nord era minima e lo scollamento avrebbe creato pasticci dagli effetti insondabili. Siamo alla resa dei conti. Tre indizi fanno una prova ma in questa drammatica vicenda ce ne sono almeno cinque.
1 A febbraio il virus ha già aggredito Codogno ed è già stata definita la prima zona rossa. È il 21 e i governatori Attilio Fontana e Luca Zaia tentano di richiamare all'ordine, di serrare le fila dopo la folle stagione dell'involtino primavera in diretta tv e del surreale #abbracciauncinese. La risposta di Conte è una reprimenda riassumibile nella frase: «Niente restrizioni, niente panico». La reazione compatta della sinistra al governo è l'apericena o la pizzata solidale di #Milanononsiferma sponsorizzate dal sindaco Giuseppe Sala. Durante uno di questi deliranti show prende il virus anche Nicola Zingaretti. Quando Fontana, per sensibilizzare le persone a non sottovalutare il contagio, indossa maldestramente una mascherina in ufficio, viene preso in giro dall'allegra intellighenzia governativa.
2 A fine febbraio i virologi mandano un allarme su Bergamo: i contagiati sono in aumento nella media Val Seriana. Roberto Calderoli comincia a chiedere una zona rossa nella Bergamasca per contenere la diffusione dell'agente patogeno. L'Eco di Bergamo sottolinea con opportuni editoriali l'importanza di un intervento, preme sulla Regione che propone restrizioni rigide. Ancora una volta Conte si mette di traverso, nega la zona rossa in Val Seriana, flauta frasi di circostanza: «Mi appello al grande cuore del Paese». Il 7 marzo - quando a Bergamo si ammalano anche prefetto e questore - deve fermarlo da Vipiteno a Lampedusa, con la farsa della bozza sfuggita e dei treni di mezzanotte da Milano diretti a Sud.
3 Il 10 marzo Fontana, Zaia e i sindaci lombardi (alcuni pure del Pd come Giorgio Gori e il presidente dell'Anci Lombardia Mauro Guerra) invocano la chiusura totale. Lo chiedono gli scienziati, gli ospedali sono sotto stress. Ancora una volta il governo si contrappone alle istituzioni locali. Fontana ripete: «Roma non capisce, non risponde». Borrelli, numero uno della Protezione civile, gela tutti con una frase da impiegato del catasto: «Vedremo nei prossimi giorni». E solo 48 ore dopo Conte è costretto a blindare l'Italia. Si intesta l'idea varando un decreto pasticciato che suscita polemiche e avrà bisogno di tre modifiche applicative.
4 Da due settimane la Regione Lombardia denuncia la carenza di respiratori polmonari, di strumenti ospedalieri, di mascherine soprattutto per le cliniche più piccole. Ne arrivano 500.000, ma essendo monouso non bastano. Finite le scorte interne, è il dramma. La Germania e la Francia bloccano le esportazioni (l'emergenza comincia anche da loro), ma Roma non pianifica approvvigionamenti. Insomma non si muove, accentua la paralisi, non è questo il ritmo da emergenza. E a un passo dal collasso manda quelle «di carta igienica».
5 Mancano posti letto, al Pirellone s'inventano l'idea di realizzare un ospedale alla vecchia fiera di Milano) con 500 posti di terapia intensiva. Ci sono i fondi, il progetto e le imprese che lo realizzerebbero in una settimana. La Protezione civile ferma tutto: mancano i letti. Sarebbe stata una sfida folle ma grandiosa, una risposta formidabile di quelle che creano emozione e collante sociale. Da Roma neppure il niet, solo un silenzio preoccupato per l'eventuale consenso popolare di Fontana e Gallera, centrodestra, mentre le famiglie contano i morti. Ieri Conte è tornato a parlare dalla Luna. «La nostra priorità è far lavorare medici e infermieri che con coraggio e spirito di abnegazione...», le parole stingono ed evaporano nel nulla cosmico mentre a Bergamo, a Brescia e a Lodi medici e infermieri sfiniti dalla fatica si ammalano a decine in corsia. «Serve senso dello Stato!», tuona ancora Boccia dal suo divano in pelle umana sorseggiando un drink. Quello che il governo Swiffer, dal primo giorno, non ha mai avuto.





