Il 2021 verrà ricordato per molte tendenze del mondo automotive, l'elettrificazione in primis e nondimeno la crisi dei chip che sta determinando ritardi biblici nelle consegne delle auto nuove con un inedito rialzo dei prezzi dell'usato. Ma la presenza pervasiva di processori, sensori e telecamere a bordo auto implica anche applicazioni, opportunità e rischi per la privacy legati alle auto connesse che iniziano ad essere concreti. Tre casi emblematici: negli Usa, grazie alla registrazione della voce recuperata tramite un software di analisi dal sistema multimediale di una Chevrolet Silverado, è stato trovato il colpevole di un omicidio irrisolto per anni. Sempre negli Stati Uniti sono state realizzate - come ha riportato in una brillante inchiesta Forbes - sia operazioni di polizia per fermare traffici di stupefacenti sia analisi e controlli dei confini basandosi sull'accesso, anche in tempo reale, ai sistemi multimediali delle auto connesse. La scorsa primavera ha fatto scalpore la notizia degli ufficiali governativi cinesi «invitati» a non utilizzare le Tesla. Non si tratta di banale sciovinismo «comprate cinese» ma di preoccupazione per le auto connesse e ricche di sensori e telecamere interne ed esterne. Come riporta l'agenzia Reuters qualche mese dopo qualcuno si è posto il problema se parcheggiarle o meno negli uffici governativi e, guarda caso, proprio in questi giorni è arrivata la notizia che Tesla ha realizzato e utilizzerà un data centre specifico per tutte le auto e relativi dati delle auto utilizzate e vendute in Cina. Una risposta indiretta per rassicurare uno dei mercati più importanti di Elon Musk. Che la gestione, trasmissione e archiviazione dei dati raccolti delle auto tiri in ballo principi giuridici, riservatezza ma anche ovviamente tanti soldi è un fatto acclarato. Sia in termini di produzione, oggi il costo della parte elettronica secondo Deloitte pesa per 40% sul prezzo finale di un'auto e nel 2030 si arriverà al 50%, compresa la gestione dei dati.
La storia
Per capire meglio cosa sta accadendo alle auto occorre riavvolgere il nastro a cavallo tra gli anni Novanta quando, abbandonati i carburatori in favore dell'elettronica - che al tempo pesava solo il 5% sul prezzo finale del veicolo - sono progressivamente diventati importanti la gestione delle centraline e i dati che al tempo erano pochi e rudimentali e potevano essere scaricati solo tramite pc e collegamento fisico alla porta Obdii dalla rete ufficiale per fini diagnostici. Anche nei primi anni 2000, la mancanza di connessione richiedeva la presenza fisica in auto per estrapolarli in modo non continuativo, oggi l'integrazione dei servizi multimediali, navigatori e connessione, prima dei telefoni e poi nativa con il 4G e 5G, ha chiuso il cerchio. Ogni piccolo dettaglio del funzionamento è teoricamente «sotto controllo» sulla rete dati fisica del veicolo, e già oggi un'auto su due che esce dai concessionari è connessa alla rete e unendo sensori, radar, telecamere, gps e connessione può essere «informata» o se usata male «invasiva» come e più di un telefonino o un pc. Non ha dubbi Andrea Amico fondatore di una società e app Privacy4cars dedicata alla tutela dei dati a bordo auto che ha dichiarato alla Nbc «dire che l'auto è un telefonino su ruote è riduttivo, ha sensori, telecamere, gps e accelerometri, le auto sapranno anche quanto pesa chi guida, le persone non si stanno rendendo conto di quanto sta accadendo». Inoltre sui sistemi multimediali via bluetooth o connessione diretta transitano email, messaggi, telefonate dei passeggeri aggiungiamo noi. Nel 2021 sono circa 100 milioni le auto connesse nel mondo e, nel 2025, saranno oltre 250 milioni, di cui 10% con il 5G secondo una ricerca di Juniper. Chi oggi rinuncerebbe ai comandi vocali per fare una chiamata in sicurezza o chi non apprezzerebbe che l'auto sia in grado di capire e regolare il clima se abbiamo freddo o si ricordi che amiamo mangiare sushi al venerdì proponendoci contenuti e destinazioni coerenti?
Tutto questo richiede la connessione e trasmissione continua dei dati, tanto che oggi ogni auto nuova ne genera circa 25 giga per ogni ora di funzionamento, utilizzando per funzionare in media oltre 100 processori gestiti da 300 milioni di righe di programmazione software. Secondo McKinsey le case automobilistiche hanno un potenziale enorme di business legato alla gestione del valore dei dati, con i consumatori pronti non solo a cambiare brand ma anche a pagare, per fare un esempio, 10 euro al mese per servizi di navigazione evoluti finalizzati ad esempio al risparmio carburante. Un cambio di paradigma per chi prima pensava di vendere solo mezzi meccanici o, al massimo, qualche tagliando e ora deve pensare «all'esperienza».
Il business
Il capo del marketing di Volkswagen ha parlato al Die Welt di prevedere un costo pari a circa 7 euro per ora di utilizzo per i servizi di «guida autonoma» in abbonamento. Un modo per far digerire meglio il costo del servizio che, su una Tesla, si può anche acquistare come optional ma costa diverse migliaia di euro. L'accoppiata elettrica e auto connessa accelererà la tendenza: De Meo, uno che di marketing se ne intende, ha dichiarato in occasione della presentazione del piano strategico «Renaulution» che nel 2030 il 20% del business deriverà da incassi relativi a servizi relativi legati a dati e rifornimenti di energia.
Tutto bellissimo ma che si tratti di un ufficiale governativo, un deputato, un dipendente di azienda o del signor Rossi rimane il fatto che telecamere microfoni e sensori possono «registrare» molte cose più o meno importanti, sensibili, riservate, lecite o illecite. Come, ad esempio capire interagendo con il navigatore e sensori anche dove, come e quando si utilizza abitualmente l'auto. Serve per fare la manutenzione predittiva alla rete di assistenza, ma si potrebbe anche capire se sono stati rispettati i limiti di velocità e interessare ad aziende e investigatori, nel caso di dipendenti infedeli, piuttosto che all'autorità giudiziaria per indagini. Forse finalmente le denunce dei furbetti specializzati in falsi incidenti, furti o danneggiamenti e relativi risarcimenti potranno essere verificate andando a «rovistare» dentro un'auto connessa e utilizzando i dati come prova. Banalmente tramite le chiavi elettroniche che registrano ultimi accessi e utilizzi del veicolo.
Poi esiste la vita reale, come accade già di leggere con i conti online o il furto di dati da pc, oltre ai «buoni» ci sono anche i «cattivi» che potrebbero ricavare informazioni private o sensibili dall'indirizzo di casa, magari quella al mare, alla rubrica telefonica passando per l'ultimo messaggio email aziendale. Car and Driver, autorevole rivista americana, riporta che nel 2019 ci sono stati 150 incidenti di cybersecurity a bordo delle auto e, dato più preoccupante, il rateo di crescita è del 90% anno su anno dal 2016. Mentre Michael Dick, amministratore delegato dell'azienda israeliana C2A security ha già dichiarato di aspettarsi a breve attacchi «ransom» con richiesta di riscatto per i proprietari di auto connesse esattamente come accade per pc e telefoni o a numerose aziende.
Infine occorre considerare che a bordo dell'auto, che è un mezzo registrato e quindi riconducibile a un proprietario, non c'è solo e non la utilizza solo chi la ha acquistata e che - presumibilmente - ha accettato o firmato le regole di privacy e utilizzo. Sulle auto connesse entrano anche amici, colleghi, figli, mogli, passeggeri più o meno occasionali e di varie nazioni con legislazioni diverse che non hanno firmato alcunché per la cessione dei propri dati a terzi. Se prima l'auto era un luogo quasi «privato», paragonabile al salotto, ora la realtà è ben diversa. Basta una semplice ricerca online alla portata di tutti per scoprire che - avvalendosi di software specializzati come Berla che già funziona con oltre 14.000 modelli di auto o servendosi di agenzie come Digitpol.com - diventa possibile ricavare una miriade di dati per capire cosa è successo a bordo di un veicolo: a che ora sono state aperte le porte, i luoghi e le ore in cui si trovava nei giorni precedenti, identificare le aree visitate di frequente e per quanto, il numero di persone che erano a bordo in un preciso momento, la voce e il viso, la velocità i malfunzionamenti e persino gli indirizzi bluetooth dei telefoni se non connessi e così via.
Le Distrazioni
Attenzione anche ai comportamenti superficiali quando l'auto viene venduta usata o resa a noleggio: non è un caso isolato quello di chi ha trovato indirizzo, rubrica e messaggi di lavoro del vecchio proprietario. Indagini mirate hanno rilevato che il problema riguarda l'88% dei veicoli usati, per fortuna esistono applicazioni pensate per «rasare» i dati quando si vende o si rende l'auto ma non tutti i concessionari magari le usano. Infine, forse vale la pena notare che se le cause automobilistiche potranno, evolvendosi in smart company, monetizzare questi dati, le auto costano sempre di più. Un esempio tra i tanti possibili: le telecamere della israeliana Mobileye (ora parte di Intel) che equipaggiano moltissimi modelli di auto e tra questi le Bmw, «mappano» ogni giorno 300 milioni di km di strada. Questi dati, o sarebbe meglio dire dati con immagini georeferenziate, in futuro potrebbero essere molto utili, ed acquistati, da molti attori: dagli operatori immobiliari perché dalle auto si capisce chi frequenta un certo quartiere alle municipalità per organizzare meglio la viabilità ad esempio, o analizzare chi ha invaso la corsia ciclabile o quanti pedoni attraversano la strada. Sempre negli Stati Uniti General motors ha ammesso di vendere i dati anche personali del sistema di connessione Onstar a «terze parti». Forse una fettina di torta dei guadagni legati alla gestione e monetizzazione delle informazioni sarebbe da condividere con i proprietari come fanno le assicurazioni: «Se installi la black box allora ti faccio lo sconto». Invece ad oggi, si pagano a caro prezzo non solo gli accessori ma anche le connessioni e relativi servizi, che spesso sono «comprese» solo per i primi anni di vita del veicolo.
Tutti attenti a seguire le mosse dei politici impegnati a non mollare la poltrona in Parlamento, ci stiamo dimenticando dei più giovani, che attraversano guai molto più drammatici. Ad esempio la folla di giovani che per i loro disturbi mentali dovrebbero essere ricoverati in una Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza), deve invece restare in carcere senza cure adeguate, perché queste case, affollatissime, hanno interminabili liste di attesa.
Ma è l'affettività delle nuove generazioni, in generale, a essere in pericolo. Non sanno amare né sé stessi né gli altri e si fanno del male. Il fenomeno è ormai evidente nel mondo occidentale a sviluppo industriale avanzato, ed è documentato anche dall'osservazione scientifica. Gli studi comparativi condotti periodicamente da Jean Twenge, docente alla San Diego State university su 200.000 bambini e adolescenti tra i 12 e i 17 anni, e circa 400.000 giovani adulti di 18 anni e più, mostrano un incremento continuo nei disturbi psicologici e psichiatrici. Le manifestazioni depressive sono aumentate del 52% nei giovanissimi, arrivando a coinvolgere fino al 13% del campione osservato. Ancora maggiore è l'aumento nei giovani adulti. Del 43% è l'incremento di quelli che pensano al suicidio, già oltre il 10% dei giovani. Percentuali più o meno confermate dalle statistiche nazionali, dove il suicidio è in aumento in tutto l'Occidente.
L'immagine più precisa del loro malessere ci viene fornita dalle cronache quotidiane. Basta seguirle con attenzione per accorgersi che è proprio la relazione con sé stessi e con gli altri a non funzionare più (come viene raccontato anche nello studio dell'analista). L'Io, che la psicologia considera la guida della personalità, è lontano dalla realtà quotidiana. L'unico riferimento stabile è virtuale: la comunità di Internet, gli amici di Facebook, i vari social.
Come racconta la storia del ragazzo di Borgo Ticino che ha ucciso a coltellate il suo migliore amico, sospettato di fare la corte alla ragazza che l'aveva lasciato. Appena risalito in macchina, ha dato la notizia in diretta nelle video «stories» su Instagram. Iniziando con: «Ehi ragazzi, ho fatto una cazzata». E spiegando: «Il mio obiettivo era far vedere alla gente che non bisogna mai intromettersi nelle vicende altrui. Adesso sto pensando come suicidarmi, in ogni caso ho sbagliato». Come osservava già anni fa il filosofo Jean Baudrillard, la società occidentale non ha più alcuna idea del significato simbolico della morte, «perché l'ha cancellata dalla propria cultura». Non sappiamo più cosa sia, e ciò produce omicidi e suicidi privi di senso. La morte è ormai poco più che un videogioco, e comunque non sfugge al potere dissolvente del vero terreno in cui si svolge la vita di questi ragazzi: Internet.
Un mostro che invece distrugge tutto. Non perché sia cattivo, ma perché non è un organismo vivente: è una tecnica. E quindi può uccidere, se gli si dà corda e non c'è un Io umano che gli stacca la spina. In Internet si mette tutto, magari giustificandosi con la difesa di una privacy che viene contemporaneamente negata condividendola appunto in Rete, assieme a tutto il resto, dalle torte ai bambini alle idee, alla sessualità, in un vomitevole frullato di ovvietà, luoghi comuni, vanità deliranti e paranoie diffuse. Nelle quali non è difficile sentire l'odore dolciastro dell'hashish, il nutrimento più frequente della mente di questi sfortunati ragazzi e grande produttore di idee persecutorie di ogni tipo, che poi vanno avanti da sole.
Eppure qui intorno a Borgo Ticino ci sono boschi odorosi di legni forti, vigneti con vini dalla personalità austera e potente, castelli, culture secolari, non le periferie bruciate e desolate della grandi città. Ciò non basta però a bilanciare i disastri provocati da quei quattro soldi in più, e soprattutto da Internet, la terra di tutti e di nessuno, nella quale (come racconta appunto Jean Twenge nel suo studio Iperconnessi, Einaudi edizioni) i ragazzi vengono ora spediti fin da piccoli, senza nessuna corazza né difesa, come se anzi andare lì fosse chissà quale privilegio (e non, appunto, una sfida mortale). La vicenda di Borgo Ticino illustra bene i problemi che la generazione digitale (chiamata iGen, dove i sta per internet) ha con l'Io, la funzione psicologica che organizza e dirige la coscienza personale. Finché infatti penso che la mia identità sia quella che acquisisco partecipando ai social, non ho nessuna vera identità, sono un bluff, più o meno riuscito.
In questa generazione l'Io autentico viene oggi sostituito dal pupazzo di cui parla Eliot nella sua poesia L'uomo vuoto, che in questi ragazzi si identifica con l'utente dei social. In loro al posto di un soggetto vivente, della persona «unica e irripetibile» della civiltà cristiana, c'è un individuo che si percepisce come terminale del Web, di un dispositivo tecnico. Ma in questo mutamento antropologico viene smarrita l'umanità. Non basta liquidare la questione, come si fa di solito, dicendo che «hanno perso il senso della realtà». È molto peggio di così: hanno perso aspetti decisivi dell'identità umana, diventando essi stessi, per certi versi, virtuali.
Non agiscono più come persone nel mondo della vita, ma come individui che rispondono a Internet e ai suoi stili. I loro «sentimenti» sono in realtà i manierismi più diffusi in Rete, la «realtà» che descrivono è piuttosto una realtà romanzesca deformata (oltre che dalle paranoie della droga) dallo stile di Internet, che per vivere richiede «eventi» continui. L'«evento» è il cibo che questo mostro fornisce per evitare ai suoi utenti più giovani e deboli la noia, che sarebbe invece il terreno indispensabile per capire e crescere. E loro, i ragazzi, glielo forniscono in continuazione: l'incidente stradale in diretta, la torta più bella del mondo, l'accoltellamento dell'amico... È una sorta di mitomania sistematica dove qualsiasi cosa diventa evento, un «romanzo» da comunicare per fare colpo, e che spesso viene costruito apposta. La vita viene stravolta a demenziale soap opera, per farne un evento digitale.
Così nella generazione iGen tutto diventa esternalizzato e virtuale: l'interiorità è vietata. In ciò però la responsabilità di noi adulti è enorme: abbiamo ripetuto senza sosta che la socializzazione era il primo obiettivo e dovere educativo dell'uomo, dimenticando che essa deve andare di pari passo con lo sviluppo dell'Io, della coscienza umana personale, che richiede anche momenti di riflessione, di intimità, di silenzio e solitudine. Senza un Io cosciente non c'è «società», ma solo dipendenza dal collettivo, e delirio. Questo l'abbiamo fatto noi «grandi», scaricando i bambini a Internet invece di tenerli con noi, parlarci, giocarci, camminarci insieme, insegnando la vita. I giovani li abbiamo distrutti noi con un'educazione sbagliata applicata anche nelle scuole, nei media, proposta ovunque come «stile di vita» positivo e sociale. Ecco il risultato.





