La vittoria che inseguiva da tempo, qualche giorno per assaporarla e ricaricare le energie, poi subito la testa ai prossimi impegni della stagione. I campioni fanno così. Jannik Sinner, fresco vincitore a Wimbledon e saldamente numero uno del mondo, ha già puntato lo sguardo sulla parte conclusiva dell’anno.
Nel suo post su Instagram, il ventitreenne di Sesto Pusteria ha condiviso le immagini della vittoria londinese, il trofeo tra le mani e l’abbraccio ai genitori e agli allenatori, a testimonianza di un traguardo storico per lui e per il tennis italiano. Dopo aver battuto in quattro set il rivale e amico Carlos Alcaraz sull’erba londinese, Sinner si è ritagliato qualche giorno di riposo. Meritato, dopo aver messo le mani sul quarto Slam della carriera - due Australian Open, uno Us Open e ora anche Wimbledon - ma breve, perché la stagione non concede lunghe pause. Già a fine luglio tornerà in campo per i tre appuntamenti sul cemento nordamericano: il Masters 1000 di Toronto dal 27 luglio al 7 agosto, il Masters 1000 di Cincinnati dal 7 al 18 agosto, e poi, dal 24 agosto al 7 settembre, l’ultimo Slam dell’anno, gli Us Open a New York. Il cemento nordamericano è tradizionalmente una superficie a lui congeniale e molto probabilmente sarà uno snodo cruciale, non solo per confermare il primato mondiale, ma anche per difendere i tanti punti conquistati nella scorsa stagione. Nel 2024, infatti, Sinner si era fermato ai quarti di finale in Canada, per poi trionfare sia a Cincinnati che agli Us Open. Complessivamente, tra questi tre tornei, Sinner ha in palio 3.200 punti da difendere, un bottino importante. Alcaraz, invece, arriva a questa parte di stagione con pochi punti da difendere a causa dei risultati deludenti ottenuti nella scorsa estate, il che gli dà la possibilità di avvicinarsi in classifica se riuscirà a fare meglio rispetto all’azzurro. Il dato certo, al momento, è che Sinner comincerà gli Us Open ancora da numero uno al mondo. Con la vittoria a Wimbledon, che è valsa un balzo in avanti di 1.600 punti e la 58ª settimana consecutiva in vetta, ha consolidato ulteriormente la sua leadership, scavando un solco significativo su Alcaraz e doppiando Alexander Zverev, terzo nel ranking. La sfida con lo spagnolo per il trono Atp resta viva, ma fino a Flushing Meadows il primato dell’azzurro non è in discussione. Solo a New York si potrà capire se ci saranno scossoni o se la sua corsa proseguirà incontrastata anche verso l’autunno.
Il cammino da qui alla fine dell’anno, però, non si esaurisce con la tournée nordamericana. A settembre lo attende l’Atp 500 di Pechino, dove nel 2024 fu finalista sconfitto proprio da Alcaraz, quindi l’esibizione dei Six Kings Slam in Arabia Saudita a metà ottobre, di nuovo in Cina per il Master 1000 di Shanghai e il gran finale a Torino, dove dal 9 al 16 novembre difenderà il titolo delle Atp Finals. Subito dopo, il numero uno azzurro si sposterà con il gruppo della Nazionale a Bologna per difendere davanti al pubblico di casa un altro titolo: la Coppa Davis, le cui finali sono in programma dal 18 al 23 novembre.
«L’aria di montagna mi ha sempre esaltato, mi sento a casa». Ma questa è la più rarefatta del pianeta, è il tetto del mondo, è lo spiazzo metafisico dove sta seduto il numero uno a guardare gli altri sudare. Jannik Sinner osserva il tennis dall’alto, oggi è il più forte di tutti. A neanche 23 anni. Lo dice il ranking, ha superato Novak Djokovic e si è piazzato sul trono che è stato anche di Roger Federer, di Rafael Nadal; che fu di Rod Laver, di Bjorn Borg, di John McEnroe, di Pete Sampras. Pronunciando i nomi aumenta il brivido. Perché nessun italiano nella storia dei «gesti bianchi» è mai stato numero uno del mondo. Né durante l’era delle racchette di legno e della Squadra, né tantomeno nella lunga traversata del deserto che ci ha portato fin qui. Al massimo il moschettiere più dotato, Adriano Panatta, si issò fino al numero 4 nell’anno di grazia 1976, quello del trionfo al Roland Garros.
Ecco l’aggancio con il presente, quello che agevola ogni narrazione. Sui campi intitolati all’aviatore che, una volta a terra, si rilassava con la racchetta, Sinner scivola leggero con le gambe da airone nel suo perfetto gioco a tergicristallo, sviluppato tutto in orizzontale. E fa partire sventole democratiche a 112 all’ora all’indirizzo di chiunque, pur sulla terra rossa a lui meno congeniale del cemento e del sintetico. La leadership gli è cascata in mano come un frutto maturo all’annuncio del ritiro dal torneo transalpino di Djoker, che lunedì era riuscito a battere Cerundolo pur giocando su una gamba sola ma ieri pomeriggio ha dovuto rassegnarsi alla gravità dell’infortunio al ginocchio. Di fatto l’italiano era già primo nel ranking live, ora lo è anche in quello ufficiale. Mentre la notizia del forfait del serbo faceva il giro del pianeta, Jannik era sul centrale a vincere il suo quarto di finale: liquidato il pur sontuoso Dimitrov in tre set, Sinner punta dritto al bersaglio grosso.
Fox (la volpe è il logo del suo marchio) è tornato una locomotiva, il fastidio all’anca sembra superato. Lo stop impostogli da coach Darren Cahill un mese fa a Madrid, che lo aveva costretto a saltare Roma e aveva sollevato qualche mugugno fuori luogo da parte dei fisioterapisti da tastiera, è stato provvidenziale. Decisione saggia per non aggravare, anzi guarire e tornare a esibire il killer instinct nel magico Slam parigino. È il destino del tennis bionico, nel quale sollecitazioni fisiche, torsioni e stop improvvisi causano il triplo degli incidenti rispetto a tre, quattro anni fa. Come insegna Carlos Alcaraz, si possono perdere più posizioni stando fermi che giocando.
Meglio per Sinner, ormai fenomeno planetario, partito da San Candido per portare il Made in Italy (con inflessioni bolzanine) nel mondo. Noi comuni mortali ci svegliamo con lui ascoltando la radio e passiamo la sera con lui guardando la tv; la pubblicità lo ha accalappiato e lo spreme. Ci preoccupiamo un po’ quando lo vediamo correre in auto, bere caffè, assaggiare formaggi, connettersi con la velocità di un passante di rovescio. Ma la fiction paga pegno, ed essere il numero uno fa alzare le percentuali. Senza i montepremi, il commercialista globale insegna che a fine stagione Jannik il Rosso potrebbe aver incamerato 70-80 milioni. Il suo è il sorriso trattenuto dell’estate italiana, in quel ruolo di icona collettiva sostituisce Valentino Rossi al tramonto.
Arrivano i mesi decisivi, arriva l’estate di Wimbledon. E allora sapremo se il re di primavera potrà essere un monarca duraturo, di quelli che caratterizzano un’epoca. Sembra impossibile, ma il giorno in cui il nonno lo portò a giocare a tennis invece che sui campi da sci rimane benedetto dal destino. Sinner forever? Secondo Massimo Sartori, il tecnico che lo scoprì e fu il suo primo allenatore, nessun dubbio. «Lui vive per essere il numero uno. Per arrivare a toccare quel traguardo e poi per rimanere lassù. È anche il momento propizio perché non sembrano esserci avversari in grado di contrastarlo. Se prima c’erano cinque, sei giocatori come Djokovic, Federer, Nadal, Murray, Del Potro, Wawrinka, Ferrer che potevano contrastarsi fra loro, in questo momento Jannik mostra una superiorità netta su tutti».
Dello stesso parere è Paolo Bertolucci, oggi commentatore tv, uno dei primi campioni a credere nell’eccezionalità del ragazzo che spaccava legna fuori dalla baita di papà. Quando apparve nel circuito, lui disse: «Questa volta la cicogna ha attraversato le Alpi, non si è fermata prima». Ribadisce il concetto, corroborato dal primato mondiale. «Cominciano a scarseggiare le parole per definirlo. Ci sta abituando male, troppo male, ci sta viziando di brutto. Non vorrei che poi quando perderà - perché prima o poi perderà una partita con un giocatore magari inferiore - in Italia ci siano dei suicidi».
Pasta Kid ha capito tutto. Scherza perché lo vede immenso. «È grandissimo, enorme. Ogni volta che lo vedi giocare ti rendi conto della solidità che possiede, della lucidità con cui affronta gli avversari, della bravura con cui spunta le loro armi migliori. Tutte queste cose insieme fanno del nostro giocatore un fenomeno, considerata anche l’età. Quando lo vedi battere gente come Daniil Medvedev o Grigor Dimitrov, cioè tutta la top ten, ti rendi conto che ha una cilindrata insostenibile per gli altri». Ora da numero uno può perfino guadagnare in consapevolezza. Chi lo affronta sa che dovrà scalare una montagna contro il Taddeo Pogacar del tennis, roba da mal di testa già dal palleggio sciogli muscoli. Ora da numero uno può essere l’esempio vincente per millennials e generazione Z, i giovani italiani alla ricerca di un totem che dimostri loro come - attraverso il lavoro, la serietà, la fatica e lasciando perdere le moine da influencer - si possa arrivare in vetta nella vita. Negli ultimi mesi qualcosa è cambiato nel numero uno del mondo, e non è solo la profondità della seconda di servizio. Ora the Red Star non viaggia più da solo, ha anche la fidanzata. È Anna Kalinskaya, una collega russa di 25 anni, ex di quel matto di Nick Kyrgios. Chi teme l’arrivo di un down fisiologico, come accadde a Matteo Berrettini dopo la storia con Melissa Satta, può stare tranquillo perché Sinner ha una dote decisiva per un italiano che vuole essere vincente: è molto tedesco.
Crepuscolare, pervaso da un’ironia tagliente e malinconica, il Pierrot del poeta Jules Laforgue è la maschera che sceglie di realizzare i propri desideri solo quando sa di averli perduti. Somiglia al Milan. Cinque vittorie consecutive in campionato, un punteggio in classifica che puntella la seconda posizione, e però senza qualche ingenuità di troppo nel girone d’andata, forse il confronto coi cugini nerazzurri primissimi in Serie A non sarebbe stato tanto impari. I rossoneri vincono 3-0 sul Lecce, mentre la Roma di Daniele De Rossi si aggiudica la stracittadina numero 183 della capitale, mostrandosi solida, ancorché compassata, su una Lazio poco incisiva. A San Siro, nonostante non abbia sfoderato una prestazione maiuscola, Yacine Adli, nel perspicuo dialogare con i compagni in un crescendo fantasioso, è l’alfiere di ciò che è misterico e imponderabile e dunque sorprendente, dal passaggio calibrato al guizzo creativo: ormai si è staccato da quella panchina su cui per tutta la stagione scorsa Pioli lo aveva incollato con la colla da manifesti, rivelandosi centrocampista offensivo talentuoso, dedito alla causa. Nota rasserenante anche per Chukwueze, il nigeriano confusionario acclamato come il Leao della fascia destra, ma che fino a qualche mese fa somigliava di più a un Tino Asprilla privo della zampata letale da pantera dell’area di rigore. Ha disputato una partita da sciatore slalomista, dribblando gli avversari e confezionando assist. Sua la pennellata per Pulisic nelle prime battute, in occasione del gol rossonero, siglato con una conclusione potente. L’americano raggiunge la doppia cifra nella stagione per gol segnati, confermandosi il miglior giocatore con passaporto a stelle e strisce mai apparso nella storia della Serie A. Il Diavolo ha raddoppiato con Giroud al ventesimo, rapido nell’anticipare Blin e a fissare a quota 13 le sue reti stagionali. Se dovesse accasarsi in Mls, il bomber francese mancherà all’avanguardia rossonera per tecnica e personalità. Il Lecce ha provato a risollevarsi con una traversa di Gonzalez al 29’, poi ci ha pensato Krstovic a praticare un suicidio rituale alla giapponese entrando pericolosamente su Chukwueze e portandosi a casa un cartellino rosso prima dell’intervallo. Sugli spalti, il presidente salentino Sticchi Damiani saltellava con fare tarantolato, ce l’aveva con l’arbitro Massimi e con il Var che confermava l’espulsione senza riserve. Con il match assicurato, il secondo tempo è interpretato dai padroni di casa con brio rilassato, risparmiando benzina in vista dell’Europa League, senza rinunciare a rifilare la stilettata finale. Adli, in pieno contropiede, serve un pallone infiocchettato alla bisogna per la voracità di Rafa Leao, che castiga il portiere leccese. Pure in questa occasione, la dirigenza della squadra allenata da Gotti è su tutte le furie: Almqvist si trovava per terra in area di rigore milanista dopo un contrasto fortuito con Theo Hernandez, secondo il direttore di gara non da sanzionare. Cogliendo una traversa e lasciando spazio anche ai tentativi di Luka Jovic e di Musah, il Milan archivia la pratica puntellando la sua candidatura per il secondo posto in classifica. Significa Champions League e consapevolezza di poter lottare fino alla fine per agguantare l’unico trofeo a disposizione rimasto, quell’Europa League che suona come qualcosa di più di una ghiotta occasione.
Nel derby del Cupolone, Roma e Lazio, anziché uno spettacolo per gladiatori testosteronici dell’Urbe, hanno regalato convenevoli da damigelle di compagnia un po’ intimidite. Era la prima stracittadina per Daniele De Rossi, che aveva dichiarato: «Giocare il derby da allenatore è qualcosa di diverso, con gli anni da calciatore avevo iniziato a gestirlo perché all’inizio lo soffrivo. Oggi mi sento tranquillo. I ragazzi la stanno approcciando bene, lavorano forte. Cerchiamo di dare equilibrio, è una partita che carichiamo il giusto senza andare troppo oltre». Così è stato. I giallorossi si sono affidati al tridente titolare composto da Dybala, Lukaku, El Sharaawy, con Angelino in luogo di Spinazzola nell’undici titolare. In difesa, spazio a Celik e Llorente. I laziali guidati da Igor Tudor scelgono Isaksen al posto del prestigiatore Luis Alberto dietro alla punta Ciro Immobile, dando spazio pure al giapponese Kamada, propiziatore di occasioni sulla carta, lezioso oltremisura nella sostanza, e confermando la difesa a tre. La Roma prova subito dettare il ritmo. Staffilata di Paredes di poco a lato. Replica la Lazio: Isaksen verticalizza per Immobile, tiro fuori da invitante posizione. Mentre Casale si danna l’anima su un doppio tentativo di Llorente, Lorenzo Pellegrini impegna il portiere biancoceleste Mandas. La Lazio cerca di proporre un gioco fatto di lanci rapidi, attaccando la profondità avvalendosi delle geometrie di Vecino. Dall’azione di un calcio d’angolo pennellato da Dybala arriva il gol romanista. Minuto 42: il colpo di testa di Mancini da centro area centra la porta con i difensori non esenti da colpe. Nella ripresa, Tudor inserisce Patric, Pedro e Castellanos per Romagnoli, Isaksen e Immobile. Pellegrini sfiora l’incrocio dei pali su punizione. I giallorossi sfoggiano trame ben studiate e fluide, i biancocelesti peccano di scarsa concretezza. Palo di El Shaarawy ben imbeccato da Lukaku, tiro di Castellanos agguantato da Svilar, poi Lukaku non aggancia un bel traversone di Cristante. La Roma prevale per maggior capacità di gestire gli equilibri. Giovedì se la vedrà proprio col Milan, in una sfida tra due compagini ancora tanto affamate di rivalsa.







