Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi. L’ha detto Rocky Balboa e Marta Cartabia doveva esserselo appuntato. E infatti, nonostante la sua riforma della giustizia sia vituperata dagli addetti ai lavori, tanto che al congresso del Consiglio nazionale forense era partita l’ovazione alla richiesta di abolirla; nonostante sia stata sconfessata persino dalla Consulta, di cui lei era stata presidente; e nonostante sembrino naufragate le prospettive di carriera politica della giurista, tra Palazzo Chigi e il Colle, così che le tocca accontentarsi della cattedra alla Bocconi; nonostante tutto, l’ex Guardasigilli è ancora qua. Pronta a rialzarsi, nonché a contrattaccare.
Lo ha fatto ieri, in una lunga intervista sulla Stampa, con l’occasione di un bilancio retrospettivo, sollecitato da Sergio Mattarella, degli 80 anni della Repubblica. Dalle colonne del quotidiano torinese, la Cartabia ha rilanciato la sua teoria delle Corti costituzionali quali elementi «dinamizzanti» dell’ordinamento giuridico. In parole povere: il giudice che decide le leggi. E ci ha tenuto a trasmettere una rimostranza: «Quando la Corte manda sollecitazioni al legislatori, raramente vengono accolte». È la spia di un «deterioramento», secondo l’ex ministro della Giustizia, che ha in mente la «stagione» delle grandi battaglie etiche, dalla parità di genere all’aborto, in cui la Consulta sentenziava e il Parlamento adeguava il diritto. Epoca un po’ diversa, nondimeno, dalla sua epopea dei «moniti», ovvero degli ultimatum a deputati e senatori. Tipo quello del caso Cappato: un anno dato alle Camere per sfornare una norma sul suicidio assistito, scaduto il quale è stata la Corte a definire la disciplina del fine vita.
Viene comunque da domandarsi se, stavolta, la Cartabia abbia voluto parlare a nuora perché suocera intendesse. Laddove la nuora sono gli onorevoli e la suocera gli ex colleghi. I quali, da quando è scaduto il suo novennio, paiono aver progressivamente ridotto e, infine, archiviato la prassi delle ingiunzioni alle Camere. Che ai suoi tempi venivano giustificate, ça va sans dire, con il nobile principio della «leale collaborazione» tra istituzioni. Ma che erano l’autentica «bizzarria» di togliattiana memoria.
È comprensibile il motivo per cui il bersaglio potrebbero essere loro: la professoressa deve aver faticato a digerire il verdetto dello scorso novembre, con cui la Consulta ha cassato la sua modifica all’articolo 131 bis del Codice penale. Per la verità, non era l’aspetto peggiore di una riforma che, tra le altre cose, ha consentito di farla franca alle borseggiatrici seriali di Venezia e a Paolo Genovese, l’imprenditore condannato per violenza sessuale su due modelle, stordite con un cocktail di droghe, ha permesso di ottenere una pena ridotta. Il provvedimento silurato escludeva a priori la non punibilità del reato per particolare tenuità, qualora l’offesa fosse stata rivolta a uomini in divisa. La Corte lo ha giudicato incostituzionale. Al di là del merito, resta lo smacco di aver patito una stroncatura proprio dall’organismo di cui la Cartabia era stata la prima presidente donna, con ovvie fumisterie retoriche sul soffitto di cristallo infranto dalla giurista. Nata in Comunione e liberazione, dopodiché transitata dalla crociata contro i «nuovi diritti» alla loro promozione, mentre aveva addosso la toga, conferitale da Giorgio Napolitano.
Tra parentesi, a proposito delle perplessità di Palmiro Togliatti sulla creazione della Corte: la Cartabia ha detto alla Stampa che quella del Pci non fu «vera opposizione». Ha straparlato di regresso globale della democrazia, liquidando le ragioni profonde - discutibili, ma non fasulle - della freddezza dei comunisti: in una fase storica in cui ritenevano di godere del consenso delle masse, essi guardavano con sospetto al proposito di inserire, nell’architettura dello Stato, un elemento tecnocratico, di «ispirazione “antimaggioritaria”», come lo ha definito un altro presidente emerito, Augusto Barbera. Per i compagni, il giudice delle leggi era l’equivalente di un baro, chiamato a truccare il gioco della politica per condannare il proletariato all’irrilevanza. In realtà, il principio ispiratore della Corte era sacrosanto: non basta avere i voti per sopprimere i diritti fondamentali, sanciti dalla Costituzione. La sciagura è stata, semmai, la deriva successiva, di cui la Cartabia si è resa interprete: il passaggio dalla difesa della Carta alla giurisprudenza creativa; la metamorfosi da presidio che stemperasse la tentazione di abusi delle maggioranze a «contropotere», per citare Giuliano Amato, pure lui già alla guida della Consulta. D’altronde, le toghe non sono mica infallibili. E sono almeno 44 anni che grandi maestri - Mauro Cappelletti, per ricordarne uno - si interrogano sul modo di renderle responsabili per il proprio operato. Tanto più che, l’unica volta che in 80 anni quei diritti inalienabili sono stati davvero conculcati, cioè durante la pandemia, la Corte non solo non li ha protetti, ma anzi ha legittimato ogni loro compressione, ancorché giuridicamente spericolata e scientificamente traballante: lockdown, obblighi vaccinali, green pass. Tutte misure imposte dal governissimo Draghi, di cui era ministro la Cartabia. Che adesso si batte il petto, poiché un sondaggio rivelerebbe l’«inclinazione verso l’autoritarismo» del 20% degli italiani. Vergogna: un popolo avvinto a quella deprecabile fissa di eleggere rappresentanti che ne rispettino la volontà. Magari, senza nemmeno gli ultimatum dei giudici…




