Il difficile parto del decreto Aiuti bis ha visto un compromesso al ribasso sul fronte del Superbonus, nessun elemento di sforamento contro il caro bollette, ma una importantissima novità sul fronte dell’intelligence, guidata da Franco Gabrielli, e della sicurezza di Stato. Tre emendamenti sono stati inseriti nelle ultime settimane di lavoro. Il primo riguarda direttamente il Copasir e mira ad estendere le prerogative del comitato anche tra una legislatura e l’altra. La richiesta era arrivati in primis dal presidente del Copasir, Adolfo Urso, che aveva sottolineato il rischio di una vacatio in tempi di guerra. Basti pensare ai decreti sull’invio delle armi e all’importanza della vigilanza dei documenti in nome del Parlamento. La relazione congiunta del Comitato, nella sua versione aggiornata a febbraio, mirava a sottolineare l’importanza di un intervento per sanare le lacune. Una decisione portata avanti all’unanimità e che ha consentito di intervenire sulla legge 14 del 2007 per tarare un vero e proprio upgrade delle attività dell’intelligence. Nello specifico dell’agenzia cyber e dell’Aise, il servizio estero. Nel testo della relazione del Copasir che ha ispirato gli emendamenti approvati ieri si chiede espressamente al Parlamento di permettere a Palazzo Chigi una maggiore efficacia di reazione e di risposta agli attacchi cyber. Le minacce del Web impongono nuove contromisure e al tempo stesso nuovi contrappesi democratici. In sostanza l’obiettivo è consentire all’Italia di portare avanti attacchi hacker ma rimanendo nel perimetro parlamentare e quindi rendicontando l’attività. Diversa invece è l’approvazione del terzo emendamento in materia. Da oggi sarà possibile per l’Aise potenziare le attività estere e dislocare dipendenti diretti con attività di spionaggio o sotto copertura. L’approvazione dell’emendamento arriva dopo un periodo di lavoro che consente al comparto di portare il Paese un passo più vicino alle prassi e alle capacità delle altre nazioni occidentali e nello specifico del gruppo cosiddetto dei Five eyes. L’emendamento prevede anche una maggiore attenzione alle tematiche economiche. Sembra un dettaglio, ma in realtà le poche righe rappresentano una fondamentale rivoluzione per la nostra sicurezza nazionale. L’Italia si confronta con Paesi come la Francia che da decenni hanno sviluppato filoni di guerra economica. Parigi ha compreso in anticipo l’importanza delle dinamiche economiche sia in un percorso offensivo, sia su un piano difensivo. Per Roma è adesso fondamentale cominciare a intercettare le dinamiche di aggressione della nostra ricchezza prima che valichino i confine. Vale, con il dovuto tatto per i Paesi Ue (ricordiamo che il golden power si estende anche a nazioni alleate) ma soprattutto per realtà quali Pechino o Mosca. Appariva ormai chiaro a tutti che non bastasse normare e applicare leggi di tutela dei nostri asset senza attivare le antenne necessarie a sterilizzare certe offese. Il limite del golden power è che spesso agisce a posteriori con il rischio di sanzionare l’azienda «nemica» quando ormai i buoi sono scappati dalla stalla. Ora che il mondo si sta riallineando e si stanno creando blocchi contrapposti, le antenne dovranno essere più numerose e sempre alzate.
Una scalata silenziosa e costante iniziata nel 2014 e conclusasi con la nomina a direttore dell'Aise, i servizi segreti militari. Giovanni Caravelli, abruzzese, 59 anni, arriva al vertice dell'intelligence esterna dopo aver maneggiato i dossier più incandescenti degli ultimi anni sotto i predecessori Alberto Manenti e Luciano Carta (quest'ultimo neo presidente di Leonardo-Finmeccanica). A cominciare dall'inferno libico dove il generale di Corpo d'armata originario di Chieti è riuscito a intessere relazioni con dignitari e capi tribù che lo hanno reso protagonista nello scenario fragilissimo in cui si muovono il capo del governo riconosciuto Fayez Al Serraj e l'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Belqasim Haftar.
Protagonista anche un po' invidiato nella comunità delle barbefinte, dove regna pur sempre un umanissimo sentimento di competizione, se è vero che, a Tripoli, mani ignote - ma non troppo - lasciarono queste scritte sui muri: «Gianni Garavelli (con la G, ndr) e servizi segreti italiani uscite dalla Libia». Era l'epoca della crisi diplomatica tra il nostro Paese e la Francia, acuita non solo dalle mire dei cugini d'Oltralpe sull'ex regno di Muhammar Gheddafi, dove gli interessi nostrani riguardano la sicurezza e la politica energetica con le commesse dell'Eni per decine di miliardi di euro, ma anche dell'improvvida visita dell'allora vicepremier Luigi Di Maio ai gilet gialli.
Caravelli, sposato e padre di due figlie, ha frequentato l'Accademia militare e la Scuola d'applicazione militare dal 1979 al 1983 e ha conseguito due lauree (Scienze strategiche e Scienze diplomatiche internazionali) e diversi master. In passato è stato direttore di divisione presso il Sismi (l'agenzia antesignana dell'Aise) per lo sviluppo di numerose attività in supporto alle forze armate italiane operanti in Afghanistan, Iraq, Bosnia Erzegovina, Kosovo e Libano, appunto, oltre che consigliere militare del rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite. È stato inoltre comandante di battaglione Sam «Hawk» del reggimento «Peschiera» (Cremona) e capo sezione di Stato maggiore presso l'Ufficio generale del Capo di stato maggiore dell'esercito.
Profondo conoscitore delle dinamiche geopolitiche mediorientali e nordafricane, Caravelli è stato tra i primi a correre in Egitto, nel febbraio 2016, per seguire le attività info-investigative legate alla scomparsa e all'uccisione del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni.
Un perfetto uomo-macchina, dice chi lo conosce. Refrattario ai salotti e agli inner circle dove si conosce tanta bella gente, soprattutto nella capitale, ma dove prima o poi capita di mettere il piede in fallo per un'amicizia sbagliata. Rare apparizioni pubbliche e ancor meno apparizioni mondane. Uno dei pochissimi che, all'epoca del primo governo Conte, riusciva a mettere d'accordo sul suo nome il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, notoriamente ai ferri corti per la gestione degli sbarchi e per l'applicazione dei decreti Sicurezza.
Oggi Caravelli arriva al timone della struttura di intelligence esterna in una fase di subdola criticità dovuta al dilagare del coronavirus e alle tensioni legate al ricercato ruolo di preminenza della Cina nello scacchiere europeo e mediterraneo.
Sullo sfondo restano i rischi del terrorismo islamico, incubato non più in Siria e in Iraq ma in Africa, come il rapimento di Silvia Romano ha ampiamente dimostrato, e il rinnovato protagonismo della Russia putiniana che, al posto di allampanati ufficiali del Kgb, adesso schiera legioni di giovani hacker.




