Dopo 12 ore di accese discussioni, intercalate da tramezzini e thermos di caffè, nel cuore della notte tra giovedì e venerdì riemergevano dalla grande sala del Consiglio di Palazzo Europa a Bruxelles il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con in mano il tanto atteso accordo sull’energia. Si tratta di nove punti sui quali, con un bizantinismo, «il Consiglio europeo invita la Commissione a presentare con urgenza decisioni». Una formula che lascia adito all’incertezza sul significato dell’approvazione di ieri, tanto che qualche leader al termine del Consiglio ha parlato di «orientamenti» e «nuove discussioni».
A rigor di logica, il Consiglio ha approvato i punti e la Commissione deve ora attuare queste decisioni scrivendo i provvedimenti dettagliati. Questo vuol dire però che sui vari temi ci sarà ancora molto da discutere e da decidere. Se quindi sui tempi siamo ancora in alto mare, non va molto meglio sulla sostanza.
La prima misura su cui la Commissione dovrà presentare un dettagliato regolamento è anche quella più concreta. Si tratta dell’acquisto congiunto volontario di grandi quantità di gas unito alla rinegoziazione con gli attuali fornitori di lungo periodo per cercare di rivedere le clausole di prezzo. Questo è un provvedimento che va molto bene alla Germania, sia perché così può utilizzare l’expertise francese e italiano sia perché può rinegoziare in primis con la Norvegia. Il secondo punto è la creazione di un nuovo riferimento di prezzo per il gas europeo per il solo gas liquido (Lng), nella speranza (o nell’illusione) che questo riconduca il prezzo del Ttf a minori oscillazioni o a livelli più bassi.
La terza disposizione riguarda il tanto discusso corridoio dinamico per il prezzo del gas, sempre al Ttf, che dovrà essere temporaneo e sottoposto alle sette condizioni capestro di cui abbiamo già parlato nei giorni scorsi. Di fatto, se mai vedrà la luce, questo rappresenta un fattore di rischio in più e non in meno per il sistema gas europeo, perché potenzialmente può frenare i fornitori che invece possono essere attratti da altri mercati più vantaggiosi.
Anche il quarto punto riguarda un tetto ai prezzi del gas, questa volta però si tratta del gas utilizzato per la generazione elettrica, come in Spagna, a condizione che prevenga un aumento dei consumi di gas e non porti turbativa ai flussi transfrontalieri. Anche in questo caso, se mai sarà attuato, questo meccanismo è potenzialmente distorsivo, perché favorisce chi ha tanta produzione elettrica da fonte rinnovabile facendo aumentare i differenziali di prezzo (e di inflazione) tra Paesi. Dovrà comunque essere preceduto da una analisi di impatto, fortemente voluta dalla Germania. Seguono i provvedimenti su trasparenza e liquidità, cioè norme per diminuire la volatilità che dovrebbero comprendere l’allargamento dei collaterali possibili posti a garanzia e il freno temporaneo alle contrattazioni in caso di volatilità estrema intraday.
Il sesto punto è un generico appello a semplificare le procedure per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, mentre il settimo riguarda la solidarietà obbligatoria tra Paesi nel caso di emergenza gas. Anche in questo caso, la Germania sarà uno dei maggiori beneficiari.
Il capitolo ottavo dei nove riguarda invece una ulteriore stretta sui consumi energetici, ulteriore rispetto a quelle già in essere sia sul gas sia sull’elettricità. Infine, tema finanziamenti: si raschia il fondo del barile dei fondi esistenti inutilizzati a livello statale e comunitario, per destinarli al sostegno di imprese e famiglie.
Di fatto, le misure sostanziali sono quelle sugli acquisti comuni, l’obbligo di solidarietà, i nuovi razionamenti e (forse) i provvedimenti su liquidità e volatilità. Nessuna di queste riguarda il prezzo del gas. I due tetti sul prezzo del gas sono completamente da scrivere, dovranno sottostare alle pesanti condizioni esposte e la loro concreta attuabilità e utilità è tutta da dimostrare.
Che tutto ciò rappresenti «un successo» è davvero difficile da sostenere. Eppure, qualcuno ci riesce, buon primo Carlo Calenda, che twitta di primo mattino: «Le ricadute concrete le vedremo nel dettaglio. Ma Draghi ha fatto un ultimo capolavoro forzando il Consiglio europeo». «Le ricadute» sarebbero la sostanza delle cose, che non c’è, ma passiamo oltre. Ecco Enrico Letta, che pur essendosi preso un’oretta in più, non va molto meglio: «Bene l’accordo nella notte sui prezzi dell’energia al Consiglio. E bene il governo Draghi che fine all’ultimo si è battuto per ottenere un risultato fondamentale per l’Italia». Quale, non si sa.
Nel pomeriggio, in conferenza stampa, Mario Draghi ha cantato vittoria sulla ottenuta solidarietà sul prezzo del gas, dicendo che «è la prima volta che il Consiglio esplicitamente chiede il tetto al prezzo. L’Europa dopo questo Consiglio è più unita». Draghi si è poi detto certo che quanto approvato è già deciso e che si tratta solo di attuare tali decisioni. A smentirlo, pochi minuti dopo, ha pensato Olaf Scholz: «Noi vogliamo limitare i picchi, non è un “cap”. Non pensiamo che in un mercato globale possiamo dire dove dovrebbero essere i prezzi». Lo stato dell’arte è dunque questo. La situazione resta grave e la patente incapacità dell’Unione europea di trovare soluzioni concrete rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio per l’economia mondiale nel prossimo anno. Il cinico mantra unionista «L’Europa si farà nelle crisi» è ormai diventato: «L’Europa è la crisi».