La cerimonia inaugurale dei Mondiali 2022 inizia con un gran dispiego di mezzi, e durante le coreografie allo stadio Al Bayat di Al Khor, prima del match tra i padroni di casa e l’Ecuador, le luci coloratissime che anticipano il fischio d’inizio delineano la foglia di fico con cui la Rai cerca di salvare la reputazione di una manifestazione destinata a restare nella storia per le polemiche generate. Da un lato è comprensibile. La tv di Stato italiana ha versato circa 150 milioni di euro per accaparrarsi i diritti sull’evento, confidando nella presenza degli azzurri di Mancini, oggi convitati di pietra. Ma, assenza dell’Italia a parte, a calare l’asso ci pensa l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani con il suo discorso introduttivo: «Abbiamo profuso i nostri sforzi per il bene dell’umanità. Finalmente comincia la grande festa del calcio in un ambiente caratterizzato da umana e civile comunicazione. Persone di paesi e culture diverse arriveranno in Qatar e tanti condivideranno questi momenti davanti agli schermi di tutti i continenti. I popoli metteranno da parte ciò che li divide e celebreranno la loro diversità e ciò che li unisce». Ce n’è abbastanza da suscitare imbarazzo in studio, dopo le polemiche sull’ipotesi di cospicue tangenti versate dall’emirato per assicurarsi l’assegnazione della manifestazione, le notizie di circa 6.000 lavoratori morti durante la costruzione degli stadi e degli impianti, le minacce, niente affatto velate, degli ambasciatori qatarini verso la comunità omosessuali e verso chiunque non osservasse le prescrizioni islamiche, consumazione di alcool inclusa. Su Rai 1 Claudio Marchisio solleva i primi dubbi: «Si fatica un po’ a sentire queste parole, pur molto importanti, sapendo che siamo arrivati a questa inaugurazione in maniera non trasparente. Mi sembra di aver sentito qualche fischio allo stadio». Andrea Stramaccioni però è conciliante: «Questo Mondiale può portare il Qatar in linea sui diritti civili come nelle altri parti del mondo, spero che porti il paese al cambiamento che hanno promesso», ribatte, mentre il conduttore Alessandro Antinelli si barcamena cercando di salvare capra e cavoli. Avvalendosi del contributo di un’esperta sociologa che spiega come, a proposito di condizione femminile e coercizioni, «in Qatar le donne indossino il velo per attaccamento alla tradizione», diversamente dall’Iran, dove sono costrette a farlo, come conferma ancora Stramaccioni (ha vissuto in entrambe le nazioni) nel tentativo di strappare il sei politico per Doha in diritti civili. Insomma, il Qatar sarebbe un benevolo stato tradizionalista incline tutto sommato a favorire la libertà di pensiero. Poi inizia Mondiale: Qatar-Ecuador. Dopo pochi minuti, il portiere del Qatar Al Sheeb va a farfalle, Valencia colpisce di testa e insacca. L’arbitro Orsato, su suggerimento del Var, annulla per fuorigioco, scelta a dirla tutta molto generosa. «Fuorigioco millimetrico», commentano dalla Rai, indaffarati a restare in equilibrio. Poi però la differenza tra le due compagini è debordante: l’Ecuador è una nazionale dignitosa (ma nulla più), il Qatar vale un campionato dilettanti. Così, al minuto 16, Valencia si riscatta: calcio di rigore netto per fallo dell’impresentabile Al Sheeb sull’attaccante sudamericano, che insacca. Potrebbe finire tanti a pochi. E infatti, al minuto 31, ancora Valencia raddoppia su ripartenza di Caicedo e assist di Preciado che crossa al centro dell’area. Nella ripresa, i sudamericani gestiscono il risultato, il Qatar tenta qualche sortita senza successo, Preciado e Valencia si fanno male e sono costretti a uscire. Ma il gol destinato a far discutere più degli altri lo siglano i tifosi dell’Ecuador dagli spalti, quando intonano il coro «queremos cerveza» (vogliamo la birra, ndr), in risposta al divieto di consumare alcolici imposto a tutti durante l’evento. Ne sarà felice l’emiro Al Thani: ecco un esempio di comunicazione tra popoli e culture diverse, come da suo discorso inaugurale.
La storia di Andrea Stramaccioni in Iran passa per la Turchia dove l'ex allenatore dell'Inter quest'estate aveva incontrato i dirigenti dell'Esteghlal, che sarebbe diventata la sua squadra prima della risoluzione del contratto, avvenuta negli scorsi giorni, «per giusta causa».
Colpa delle irregolarità nei pagamenti legate alle sanzioni internazionali contro Teheran. Da Istanbul, poi, il tecnico è passato per tornare in Italia dalla capitale iraniana, tra domenica e lunedì, con un volo privato verso la città turca e uno di linea verso Roma. Infine, è transitato da Istanbul anche il denaro a lui destinato dalla società, contro la quale lunedì i tifosi sono scesi in piazza per difendere l'allenatore italiano, capace di riportare dopo sei anni la squadra in vetta alla classifica della massima serie nazionale. Particolare non secondario: l'Esteghlal è di proprietà del ministero dello Sport.
A raccontare questi movimenti di denaro è stato Esmail Khalilzadeh, il presidente della squadra, che in passato aveva difeso Stramaccioni dalla censura della Federcalcio iraniana: «È un grande uomo e crediamo che possa conseguire grandi risultati con la nostra squadra», aveva spiegato dopo i casi dell'interprete assente in conferenza stampa e del visto scaduto che aveva segnato un inizio difficile per il tecnico in Iran. Questa volta Khalilzadeh ha rilasciato una dichiarazione sul sito della società spiegando che a causa della sanzioni imposte dagli Stati Uniti, impegnati con il presidente Donald Trump in una strategia di «massima pressione» sul regime, il denaro che spettava a Stramaccioni (non c'è notizia della somma) è stato portato in contanti al consolato iraniano di Istanbul, da qui trasferito all'ambasciata iraniana in Italia e messo quindi a disposizione del tecnico. La nota è piuttosto dettagliata, basti pensare che Khalilzadeh ringrazia Javad Ma'aboudifar, console iraniano a Istanbul, e Hamid Bayat, ambasciatore iraniano a Roma.
Il caso, come raccontato dalla Verità nei giorni scorsi, è diventato diplomatico. Il ministro dello Sport di Teheran Masoud Soltanifar, uno dei bersagli delle proteste accusato di tifare per il Persepolis, l'altra società di cui il suo dicastero è proprietario, ha chiesto al viceministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, di parlare con l'ambasciatore italiano a Teheran, Giuseppe Perrone. Obiettivo: il ritorno di Stramaccioni sulla panchina dell'Esteghlal.
Negli ultimi giorni il tecnico è stato ricevuto all'ambasciata iraniana a Roma dal numero due della missione diplomatica, Mohammad Sahebi. Che, come spiega l'Adnkronos, ha prospettato a Stramaccioni «l'impegno da parte iraniana a stabilire un canale di pagamento legale e nel rispetto delle sanzioni, punto sul quale l'allenatore resta irremovibile».
L'allenatore non ha mai escluso la possibilità di tornare in Iran ed è in contatto con i suoi ex calciatori, tutti dalla sua parte tanto da aver rifiutato un tecnico ad interim proposto dalla società. Le pressioni di Teheran stanno montando. Così le prossime ore potrebbe essere decisive.
Ma ci sono due interrogativi aperti. Il primo riguarda Stramaccioni, i calciatori e il futuro dell'Esteghlal: il massimo organismo asiatico, l'Afc, accusa il club di aver aggirato irregolarmente alcune sanzioni internazionali e richiede che i pagamenti degli stipendi di tutti i dipendenti siano regolari per permettere la partecipazioni alle competizioni internazionali. Basterà risolvere la questione dell'ex tecnico dell'Inter? Probabilmente no. Il secondo interrogativo riguarda l'Italia: è normale quel trasferimento di denaro, passato da Teheran a Istanbul prima di arrivare a Roma?




