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2025-01-25
Spunta la fiche del disarmo nucleare per la pace a Est e in Medio Oriente
Vladimir Putin (Ansa)
C’è un filo rosso che potrebbe collegare le varie crisi internazionali in corso: quello degli armamenti nucleari. Giovedì, Donald Trump ha auspicato l’avvio di colloqui con Russia e Cina per la riduzione degli arsenali atomici. «Vogliamo vedere se possiamo denuclearizzare, e penso che sia possibilissimo», ha dichiarato il presidente americano. Parole che sono state ben accolte da Mosca. Ieri il Cremlino ha infatti detto di essere pronto ad avviare delle trattative per la riduzione degli arsenali nucleari «il prima possibile».
L’idea sembrerebbe essere quella di rilanciare ed estendere il New Start: il trattato che, in scadenza l’anno prossimo, fu originariamente firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitry Medvedev. Durante il primo mandato, Trump provò ad allargarlo senza successo alla Cina. Poi, nel 2023, Mosca ha congelato la propria partecipazione all’intesa, pur senza ritirarsi formalmente da essa. Ora, è chiaro che queste nuove aperture sul nucleare da parte di Trump e Vladimir Putin possono avere varie implicazioni. Innanzitutto, porrebbero le basi per un dialogo diplomatico a tre con Pechino: quella stessa Pechino che, secondo il Pentagono, potrebbe arrivare a possedere 1.000 testate entro il 2030. In secondo luogo, emergono delle intersezioni sia con la crisi ucraina sia con quella mediorientale.
Cominciamo dalla prima. Da quando ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Putin ha più volte evocato la minaccia atomica. L’anno scorso ha anche modificato la dottrina nucleare russa, abbassando la soglia per l’utilizzo di armi atomiche. È quindi evidente che il dossier nucleare potrebbe entrare nelle trattative diplomatiche sull’Ucraina. Trump, negli scorsi giorni, ha continuato a mettere sotto pressione sia lo zar che Volodymyr Zelensky per spingerli a sedersi al tavolo negoziale. Da una parte, ha minacciato di colpire Mosca con dazi e sanzioni; dall’altra, ha affermato che il presidente ucraino «non è un angelo» e si è detto pronto a incontrare Putin «immediatamente», pur di raggiungere un accordo sulla crisi in corso: un accordo che lo zar ha comunque subordinato alla rinuncia dell’ingresso di Kiev nella Nato.
Partendo da qui, è verosimile ritenere che il presidente americano voglia inserire il dossier della distensione nucleare nel processo diplomatico ucraino. Si tratta senza dubbio di un tema che potrebbe avvicinare Usa e Russia, anche se non mancano le incognite. Sia Mosca che Washington vogliono infatti ricorrere alla deterrenza, mentre ieri il Cremlino ha sostenuto che il conflitto in corso sarebbe sorto «a causa della minaccia alla sicurezza nazionale della Federazione russa». Sempre ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergey Shoigu, ha detto che «il rischio di uno scontro armato tra potenze nucleari è in crescita». Era inoltre fine dicembre, quando Mosca espresse irritazione per la possibilità che la nuova amministrazione Trump effettuasse dei test atomici. Ciò vuol dire che il Cremlino teme il nuovo presidente americano. E questo determina una situazione ambigua in vista del futuro: se è vero che Mosca potrebbe irrigidirsi, è altrettanto vero che Trump potrebbe disporre di un’ulteriore leva negoziale nei confronti dello zar sia per spingerlo a trattare sull’Ucraina sia, in modo apparentemente paradossale, per ottenere condizioni migliori, nel caso il New Start venga rilanciato o rinegoziato.
E attenzione: la questione del nucleare si estende anche al Medio Oriente. L’Iran, che ha recentemente siglato una partnership strategica con la Russia, sta infatti cercando di dotarsi della bomba atomica. Ebbene, giovedì Trump ha detto che si consulterà con alcuni funzionari in vista di possibili attacchi israeliani ai siti nucleari iraniani. Ha però al contempo precisato che vorrebbe risolvere le questioni atomiche con Teheran senza dover arrivare a un simile scenario. Parole che, mentre tendono un ramoscello d’ulivo all’Iran, non escludono in toto l’eventualità dei bombardamenti ai suoi siti. Del resto, l’obiettivo primario di Trump (ma anche di israeliani e sauditi) è evitare che gli ayatollah si dotino dell’atomica.
«L’unica cosa che ho detto sull’Iran è che non possono avere un’arma nucleare e sono dei fanatici religiosi», ha affermato Trump giovedì. «Se ne prendono una, tutti gli altri ne prenderanno una, e poi l’intera faccenda sarà un disastro», ha proseguito, aprendo alla possibilità di un accordo che però - ha sottolineato - dovrà essere «verificato dieci volte». È in questo quadro che il presidente sarebbe pronto a delegare il dossier iraniano al proprio inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Non si può quindi escludere che Trump cercherà di coinvolgere la Russia nel suo tentativo di premere affinché Teheran non si doti dell’arma nucleare. In cambio, il presidente americano potrebbe far entrare l’Iran, una volta reso atomicamente inoffensivo, in una strategia di contenimento dello strapotere turco in Siria: obiettivo, questo, che sarebbe apprezzato dai sauditi e dagli israeliani (che non si fidano di Ankara), oltre che dalla stessa Russia (che recupererebbe un po’ d’influenza in Medio Oriente dopo la batosta subita a causa della crisi siriana). Il problema per Trump sorgerebbe nel momento in cui Mosca decidesse di appoggiare l’idea di un’atomica in mano all’Iran: uno scenario che provocherebbe delle significative tensioni tra la Casa Bianca e il Cremlino.
Intanto Zelensky, intervistato sul Foglio da Cecilia Sala, apprezza la sponda tra Trump e Meloni. «Una buona notizia per l’Italia. Forse con questo canale di dialogo privilegiato lei potrà essere utile all’Europa, spero possa esserlo anche all’Ucraina».
«Con il tycoon conflitto evitabile»
Dopo che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha espresso la volontà di iniziare dei colloqui con il leader russo, Vladimir Putin, per porre fine alla guerra in Ucraina, è arrivata in modo quasi immediato la replica. Il leader del Cremlino, in un’intervista al giornalista Pavel Zarubin, ha infatti ribadito di essere pronto a trattare con il presidente Usa, Donald Trump, mettendo un veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Poco prima, si era già espresso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Putin è pronto, stiamo aspettando segnali, tutti sono pronti, quindi è difficile indovinare le foglie di tè qui». Ma Peskov ha voluto anche ribattere alle affermazioni del presidente Usa rilasciate durante il World economic forum di Davos, secondo cui basterebbe chiedere all’Opec e all’Arabia Saudita di tagliare il prezzo del petrolio per poter arrivare alla pace. Il portavoce russo ha smentito, sostenendo che la guerra «non dipende dai prezzi del petrolio». E facendo delle riflessioni sullo scoppio della guerra nel 2022, Trump, ai microfoni di Fox News, ha specificato: «Non è un angelo» riferito al presidente ucraino. Il tycoon ha infatti spiegato che «Zelensky stava combattendo contro un’entità molto più grande e molto più potente», aggiungendo che «non avrebbe dovuto farlo perché avremmo potuto fare un accordo». Il presidente Usa ha poi concluso: «Avrei potuto fare quell’accordo così facilmente ma Zelensky ha deciso: “Voglio combattere”». Che con il tycoon alla Casa Bianca la guerra non sarebbe mai iniziata ne è convinto anche Putin, che sempre ieri è intervenuto sull’argomento, dichiarando che se Trump fosse stato rieletto nel 2020, la guerra si sarebbe potuta evitare: «Se non gli avessero rubato la vittoria nel 2020, allora forse non ci sarebbe stata la crisi che è avvenuta in Ucraina nel 2022».
Anche se l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha smosso le acque verso un accordo, l’inizio delle trattative resta un rompicapo. Il leader russo ha infatti messo in luce le difficoltà create dall’Ucraina, ricordando: «L’attuale capo del regime di Kiev, quando era ancora capo di Stato abbastanza legittimo, ha emanato un decreto che vietava i negoziati», facendo probabilmente riferimento al decreto firmato da Zelensky nell’ottobre del 2022 che vietava di condurre accordi sulla guerra in corso con Putin. Dall’altra parte, è arrivata subito la risposta piccata dell’Ucraina: nessuna trattativa tra Stati Uniti e Russia senza la presenza di Kiev e dell’Europa. Il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Andriy Yermak , ha sottolineato che Putin «vuole negoziare il destino dell’Europa, senza l’Europa. E vuole parlare dell’Ucraina senza l’Ucraina», ma ha concluso «questo non accadrà». Dal punto di vista di Mosca, è emerso inoltre che l’Italia non sarebbe la benvenuta nel tavolo delle trattative di pace, colpevole di aver armato Kiev. A renderlo noto è stato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Tenendo conto della posizione anti russa assunta dall’Italia, non la consideriamo nemmeno come un possibile partecipante al processo di pace, tanto meno come una sorta di “difensore degli interessi della Russia nell’Ue”, che nelle condizioni attuali suona francamente come ridicolo». E mentre Bruxelles sta lavorando per imporre nuove sanzioni contro la Russia, il premier ungherese, Viktor Orbán, vuole che l’Ue convinca Kiev a riprendere il transito del gas russo verso l’Europa. In caso contrario, Orbàn minaccia di bloccare le sanzioni su cui i ministri degli Esteri si dovranno esprimere lunedì.
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Il presidente Usa Donald Trump offre a Mosca la riduzione degli arsenali e mira a estendere il New Start. Spegnendo i sogni dell’Iran sull’atomica. Se Teheran verrà resa inoffensiva, l’influenza russa nell’area potrà essere rinegoziata.Putin mette il veto all’Ucraina nella Nato e loda The Donald, che a sua volta critica Zelensky: «Non è stato un angelo». Lavrov: «Roma resti fuori dalle trattative.Lo speciale contiene due articoli.C’è un filo rosso che potrebbe collegare le varie crisi internazionali in corso: quello degli armamenti nucleari. Giovedì, Donald Trump ha auspicato l’avvio di colloqui con Russia e Cina per la riduzione degli arsenali atomici. «Vogliamo vedere se possiamo denuclearizzare, e penso che sia possibilissimo», ha dichiarato il presidente americano. Parole che sono state ben accolte da Mosca. Ieri il Cremlino ha infatti detto di essere pronto ad avviare delle trattative per la riduzione degli arsenali nucleari «il prima possibile». L’idea sembrerebbe essere quella di rilanciare ed estendere il New Start: il trattato che, in scadenza l’anno prossimo, fu originariamente firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitry Medvedev. Durante il primo mandato, Trump provò ad allargarlo senza successo alla Cina. Poi, nel 2023, Mosca ha congelato la propria partecipazione all’intesa, pur senza ritirarsi formalmente da essa. Ora, è chiaro che queste nuove aperture sul nucleare da parte di Trump e Vladimir Putin possono avere varie implicazioni. Innanzitutto, porrebbero le basi per un dialogo diplomatico a tre con Pechino: quella stessa Pechino che, secondo il Pentagono, potrebbe arrivare a possedere 1.000 testate entro il 2030. In secondo luogo, emergono delle intersezioni sia con la crisi ucraina sia con quella mediorientale.Cominciamo dalla prima. Da quando ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Putin ha più volte evocato la minaccia atomica. L’anno scorso ha anche modificato la dottrina nucleare russa, abbassando la soglia per l’utilizzo di armi atomiche. È quindi evidente che il dossier nucleare potrebbe entrare nelle trattative diplomatiche sull’Ucraina. Trump, negli scorsi giorni, ha continuato a mettere sotto pressione sia lo zar che Volodymyr Zelensky per spingerli a sedersi al tavolo negoziale. Da una parte, ha minacciato di colpire Mosca con dazi e sanzioni; dall’altra, ha affermato che il presidente ucraino «non è un angelo» e si è detto pronto a incontrare Putin «immediatamente», pur di raggiungere un accordo sulla crisi in corso: un accordo che lo zar ha comunque subordinato alla rinuncia dell’ingresso di Kiev nella Nato. Partendo da qui, è verosimile ritenere che il presidente americano voglia inserire il dossier della distensione nucleare nel processo diplomatico ucraino. Si tratta senza dubbio di un tema che potrebbe avvicinare Usa e Russia, anche se non mancano le incognite. Sia Mosca che Washington vogliono infatti ricorrere alla deterrenza, mentre ieri il Cremlino ha sostenuto che il conflitto in corso sarebbe sorto «a causa della minaccia alla sicurezza nazionale della Federazione russa». Sempre ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergey Shoigu, ha detto che «il rischio di uno scontro armato tra potenze nucleari è in crescita». Era inoltre fine dicembre, quando Mosca espresse irritazione per la possibilità che la nuova amministrazione Trump effettuasse dei test atomici. Ciò vuol dire che il Cremlino teme il nuovo presidente americano. E questo determina una situazione ambigua in vista del futuro: se è vero che Mosca potrebbe irrigidirsi, è altrettanto vero che Trump potrebbe disporre di un’ulteriore leva negoziale nei confronti dello zar sia per spingerlo a trattare sull’Ucraina sia, in modo apparentemente paradossale, per ottenere condizioni migliori, nel caso il New Start venga rilanciato o rinegoziato. E attenzione: la questione del nucleare si estende anche al Medio Oriente. L’Iran, che ha recentemente siglato una partnership strategica con la Russia, sta infatti cercando di dotarsi della bomba atomica. Ebbene, giovedì Trump ha detto che si consulterà con alcuni funzionari in vista di possibili attacchi israeliani ai siti nucleari iraniani. Ha però al contempo precisato che vorrebbe risolvere le questioni atomiche con Teheran senza dover arrivare a un simile scenario. Parole che, mentre tendono un ramoscello d’ulivo all’Iran, non escludono in toto l’eventualità dei bombardamenti ai suoi siti. Del resto, l’obiettivo primario di Trump (ma anche di israeliani e sauditi) è evitare che gli ayatollah si dotino dell’atomica. «L’unica cosa che ho detto sull’Iran è che non possono avere un’arma nucleare e sono dei fanatici religiosi», ha affermato Trump giovedì. «Se ne prendono una, tutti gli altri ne prenderanno una, e poi l’intera faccenda sarà un disastro», ha proseguito, aprendo alla possibilità di un accordo che però - ha sottolineato - dovrà essere «verificato dieci volte». È in questo quadro che il presidente sarebbe pronto a delegare il dossier iraniano al proprio inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Non si può quindi escludere che Trump cercherà di coinvolgere la Russia nel suo tentativo di premere affinché Teheran non si doti dell’arma nucleare. In cambio, il presidente americano potrebbe far entrare l’Iran, una volta reso atomicamente inoffensivo, in una strategia di contenimento dello strapotere turco in Siria: obiettivo, questo, che sarebbe apprezzato dai sauditi e dagli israeliani (che non si fidano di Ankara), oltre che dalla stessa Russia (che recupererebbe un po’ d’influenza in Medio Oriente dopo la batosta subita a causa della crisi siriana). Il problema per Trump sorgerebbe nel momento in cui Mosca decidesse di appoggiare l’idea di un’atomica in mano all’Iran: uno scenario che provocherebbe delle significative tensioni tra la Casa Bianca e il Cremlino. Intanto Zelensky, intervistato sul Foglio da Cecilia Sala, apprezza la sponda tra Trump e Meloni. «Una buona notizia per l’Italia. Forse con questo canale di dialogo privilegiato lei potrà essere utile all’Europa, spero possa esserlo anche all’Ucraina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spunta-la-fiche-disarmo-nucleare-2670990227.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-il-tycoon-conflitto-evitabile" data-post-id="2670990227" data-published-at="1737750273" data-use-pagination="False"> «Con il tycoon conflitto evitabile» Dopo che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha espresso la volontà di iniziare dei colloqui con il leader russo, Vladimir Putin, per porre fine alla guerra in Ucraina, è arrivata in modo quasi immediato la replica. Il leader del Cremlino, in un’intervista al giornalista Pavel Zarubin, ha infatti ribadito di essere pronto a trattare con il presidente Usa, Donald Trump, mettendo un veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Poco prima, si era già espresso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Putin è pronto, stiamo aspettando segnali, tutti sono pronti, quindi è difficile indovinare le foglie di tè qui». Ma Peskov ha voluto anche ribattere alle affermazioni del presidente Usa rilasciate durante il World economic forum di Davos, secondo cui basterebbe chiedere all’Opec e all’Arabia Saudita di tagliare il prezzo del petrolio per poter arrivare alla pace. Il portavoce russo ha smentito, sostenendo che la guerra «non dipende dai prezzi del petrolio». E facendo delle riflessioni sullo scoppio della guerra nel 2022, Trump, ai microfoni di Fox News, ha specificato: «Non è un angelo» riferito al presidente ucraino. Il tycoon ha infatti spiegato che «Zelensky stava combattendo contro un’entità molto più grande e molto più potente», aggiungendo che «non avrebbe dovuto farlo perché avremmo potuto fare un accordo». Il presidente Usa ha poi concluso: «Avrei potuto fare quell’accordo così facilmente ma Zelensky ha deciso: “Voglio combattere”». Che con il tycoon alla Casa Bianca la guerra non sarebbe mai iniziata ne è convinto anche Putin, che sempre ieri è intervenuto sull’argomento, dichiarando che se Trump fosse stato rieletto nel 2020, la guerra si sarebbe potuta evitare: «Se non gli avessero rubato la vittoria nel 2020, allora forse non ci sarebbe stata la crisi che è avvenuta in Ucraina nel 2022».Anche se l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha smosso le acque verso un accordo, l’inizio delle trattative resta un rompicapo. Il leader russo ha infatti messo in luce le difficoltà create dall’Ucraina, ricordando: «L’attuale capo del regime di Kiev, quando era ancora capo di Stato abbastanza legittimo, ha emanato un decreto che vietava i negoziati», facendo probabilmente riferimento al decreto firmato da Zelensky nell’ottobre del 2022 che vietava di condurre accordi sulla guerra in corso con Putin. Dall’altra parte, è arrivata subito la risposta piccata dell’Ucraina: nessuna trattativa tra Stati Uniti e Russia senza la presenza di Kiev e dell’Europa. Il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Andriy Yermak , ha sottolineato che Putin «vuole negoziare il destino dell’Europa, senza l’Europa. E vuole parlare dell’Ucraina senza l’Ucraina», ma ha concluso «questo non accadrà». Dal punto di vista di Mosca, è emerso inoltre che l’Italia non sarebbe la benvenuta nel tavolo delle trattative di pace, colpevole di aver armato Kiev. A renderlo noto è stato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Tenendo conto della posizione anti russa assunta dall’Italia, non la consideriamo nemmeno come un possibile partecipante al processo di pace, tanto meno come una sorta di “difensore degli interessi della Russia nell’Ue”, che nelle condizioni attuali suona francamente come ridicolo». E mentre Bruxelles sta lavorando per imporre nuove sanzioni contro la Russia, il premier ungherese, Viktor Orbán, vuole che l’Ue convinca Kiev a riprendere il transito del gas russo verso l’Europa. In caso contrario, Orbàn minaccia di bloccare le sanzioni su cui i ministri degli Esteri si dovranno esprimere lunedì.
Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia (Ansa)
Nella stessa intervista, Trump ha anche attaccato esplicitamente gli alleati europei, accusati di non essere in grado di garantire la propria sicurezza senza il sostegno americano: «Russia e Cina non sono affatto preoccupate della Nato senza di noi».
Le esternazioni del presidente statunitense hanno provocato una netta reazione da parte del governo della Groenlandia, arrivata ieri con un comunicato ufficiale. L’esecutivo di Nuuk ha respinto recisamente l’ipotesi che gli Stati Uniti possano prendere il controllo del territorio artico, sottolineando che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e che, in quanto tale, è membro della Nato. «Gli Stati Uniti hanno ribadito ancora una volta il loro desiderio di prendere possesso della Groenlandia», si legge nella nota, «e questo non può essere accettato in alcun modo». La replica groenlandese insiste sul fatto che la difesa dell’isola debba avvenire esclusivamente nel quadro dell’Alleanza atlantica e, pertanto, ha annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi affinché la sicurezza del territorio sia garantita sotto l’egida Nato. Insomma: una cooperazione multilaterale è bene accetta, ma senza alcuna pretesa unilaterale sulla sovranità dell’isola.
Sul caso è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha ridimensionato l’idea di una crisi dell’Alleanza legata alle parole di Trump. Rutte ha sostenuto che il presidente americano «sta facendo la cosa giusta per la Nato», sollecitando gli alleati a spendere di più per la difesa, e ha ricordato che al recente vertice dell’Aia è stato fissato l’obiettivo di portare le spese militari al 5% del Pil. «Sono convinto che senza Trump non saremmo mai arrivati a questo risultato», ha detto, rivendicando un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Il segretario ha poi richiamato l’attenzione sull’Artico, sottolineando che i Paesi dell’area stanno aumentando la cooperazione e che la Danimarca ha già aumentato gli investimenti militari, dagli F-35 ai droni a lungo raggio, anche per garantire la sicurezza della Groenlandia.
L’Italia, dal canto suo, si sta distinguendo per la una posizione improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito ieri che a Roma non è mai arrivata una richiesta per l’invio di truppe italiane in Groenlandia nell’ambito Nato. «È un’ipotesi di Keir Starmer, (Regno Unito e Germania stanno discutendo di piani per rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, ndr) ma non se n’è mai parlato», ha precisato il titolare della Farnesina, ribadendo che sulla questione «si deve lasciare alla Groenlandia e alla Danimarca la libertà di decidere del loro destino». Tajani ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni verrà presentato il piano dell’Italia per l’Artico, che comprenderà anche la Groenlandia, confermando la linea di Roma a favore di una gestione multilaterale e coordinata delle nuove tensioni geopolitiche che attraversano la regione.
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Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
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