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2025-01-25
Spunta la fiche del disarmo nucleare per la pace a Est e in Medio Oriente
Vladimir Putin (Ansa)
C’è un filo rosso che potrebbe collegare le varie crisi internazionali in corso: quello degli armamenti nucleari. Giovedì, Donald Trump ha auspicato l’avvio di colloqui con Russia e Cina per la riduzione degli arsenali atomici. «Vogliamo vedere se possiamo denuclearizzare, e penso che sia possibilissimo», ha dichiarato il presidente americano. Parole che sono state ben accolte da Mosca. Ieri il Cremlino ha infatti detto di essere pronto ad avviare delle trattative per la riduzione degli arsenali nucleari «il prima possibile».
L’idea sembrerebbe essere quella di rilanciare ed estendere il New Start: il trattato che, in scadenza l’anno prossimo, fu originariamente firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitry Medvedev. Durante il primo mandato, Trump provò ad allargarlo senza successo alla Cina. Poi, nel 2023, Mosca ha congelato la propria partecipazione all’intesa, pur senza ritirarsi formalmente da essa. Ora, è chiaro che queste nuove aperture sul nucleare da parte di Trump e Vladimir Putin possono avere varie implicazioni. Innanzitutto, porrebbero le basi per un dialogo diplomatico a tre con Pechino: quella stessa Pechino che, secondo il Pentagono, potrebbe arrivare a possedere 1.000 testate entro il 2030. In secondo luogo, emergono delle intersezioni sia con la crisi ucraina sia con quella mediorientale.
Cominciamo dalla prima. Da quando ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Putin ha più volte evocato la minaccia atomica. L’anno scorso ha anche modificato la dottrina nucleare russa, abbassando la soglia per l’utilizzo di armi atomiche. È quindi evidente che il dossier nucleare potrebbe entrare nelle trattative diplomatiche sull’Ucraina. Trump, negli scorsi giorni, ha continuato a mettere sotto pressione sia lo zar che Volodymyr Zelensky per spingerli a sedersi al tavolo negoziale. Da una parte, ha minacciato di colpire Mosca con dazi e sanzioni; dall’altra, ha affermato che il presidente ucraino «non è un angelo» e si è detto pronto a incontrare Putin «immediatamente», pur di raggiungere un accordo sulla crisi in corso: un accordo che lo zar ha comunque subordinato alla rinuncia dell’ingresso di Kiev nella Nato.
Partendo da qui, è verosimile ritenere che il presidente americano voglia inserire il dossier della distensione nucleare nel processo diplomatico ucraino. Si tratta senza dubbio di un tema che potrebbe avvicinare Usa e Russia, anche se non mancano le incognite. Sia Mosca che Washington vogliono infatti ricorrere alla deterrenza, mentre ieri il Cremlino ha sostenuto che il conflitto in corso sarebbe sorto «a causa della minaccia alla sicurezza nazionale della Federazione russa». Sempre ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergey Shoigu, ha detto che «il rischio di uno scontro armato tra potenze nucleari è in crescita». Era inoltre fine dicembre, quando Mosca espresse irritazione per la possibilità che la nuova amministrazione Trump effettuasse dei test atomici. Ciò vuol dire che il Cremlino teme il nuovo presidente americano. E questo determina una situazione ambigua in vista del futuro: se è vero che Mosca potrebbe irrigidirsi, è altrettanto vero che Trump potrebbe disporre di un’ulteriore leva negoziale nei confronti dello zar sia per spingerlo a trattare sull’Ucraina sia, in modo apparentemente paradossale, per ottenere condizioni migliori, nel caso il New Start venga rilanciato o rinegoziato.
E attenzione: la questione del nucleare si estende anche al Medio Oriente. L’Iran, che ha recentemente siglato una partnership strategica con la Russia, sta infatti cercando di dotarsi della bomba atomica. Ebbene, giovedì Trump ha detto che si consulterà con alcuni funzionari in vista di possibili attacchi israeliani ai siti nucleari iraniani. Ha però al contempo precisato che vorrebbe risolvere le questioni atomiche con Teheran senza dover arrivare a un simile scenario. Parole che, mentre tendono un ramoscello d’ulivo all’Iran, non escludono in toto l’eventualità dei bombardamenti ai suoi siti. Del resto, l’obiettivo primario di Trump (ma anche di israeliani e sauditi) è evitare che gli ayatollah si dotino dell’atomica.
«L’unica cosa che ho detto sull’Iran è che non possono avere un’arma nucleare e sono dei fanatici religiosi», ha affermato Trump giovedì. «Se ne prendono una, tutti gli altri ne prenderanno una, e poi l’intera faccenda sarà un disastro», ha proseguito, aprendo alla possibilità di un accordo che però - ha sottolineato - dovrà essere «verificato dieci volte». È in questo quadro che il presidente sarebbe pronto a delegare il dossier iraniano al proprio inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Non si può quindi escludere che Trump cercherà di coinvolgere la Russia nel suo tentativo di premere affinché Teheran non si doti dell’arma nucleare. In cambio, il presidente americano potrebbe far entrare l’Iran, una volta reso atomicamente inoffensivo, in una strategia di contenimento dello strapotere turco in Siria: obiettivo, questo, che sarebbe apprezzato dai sauditi e dagli israeliani (che non si fidano di Ankara), oltre che dalla stessa Russia (che recupererebbe un po’ d’influenza in Medio Oriente dopo la batosta subita a causa della crisi siriana). Il problema per Trump sorgerebbe nel momento in cui Mosca decidesse di appoggiare l’idea di un’atomica in mano all’Iran: uno scenario che provocherebbe delle significative tensioni tra la Casa Bianca e il Cremlino.
Intanto Zelensky, intervistato sul Foglio da Cecilia Sala, apprezza la sponda tra Trump e Meloni. «Una buona notizia per l’Italia. Forse con questo canale di dialogo privilegiato lei potrà essere utile all’Europa, spero possa esserlo anche all’Ucraina».
«Con il tycoon conflitto evitabile»
Dopo che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha espresso la volontà di iniziare dei colloqui con il leader russo, Vladimir Putin, per porre fine alla guerra in Ucraina, è arrivata in modo quasi immediato la replica. Il leader del Cremlino, in un’intervista al giornalista Pavel Zarubin, ha infatti ribadito di essere pronto a trattare con il presidente Usa, Donald Trump, mettendo un veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Poco prima, si era già espresso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Putin è pronto, stiamo aspettando segnali, tutti sono pronti, quindi è difficile indovinare le foglie di tè qui». Ma Peskov ha voluto anche ribattere alle affermazioni del presidente Usa rilasciate durante il World economic forum di Davos, secondo cui basterebbe chiedere all’Opec e all’Arabia Saudita di tagliare il prezzo del petrolio per poter arrivare alla pace. Il portavoce russo ha smentito, sostenendo che la guerra «non dipende dai prezzi del petrolio». E facendo delle riflessioni sullo scoppio della guerra nel 2022, Trump, ai microfoni di Fox News, ha specificato: «Non è un angelo» riferito al presidente ucraino. Il tycoon ha infatti spiegato che «Zelensky stava combattendo contro un’entità molto più grande e molto più potente», aggiungendo che «non avrebbe dovuto farlo perché avremmo potuto fare un accordo». Il presidente Usa ha poi concluso: «Avrei potuto fare quell’accordo così facilmente ma Zelensky ha deciso: “Voglio combattere”». Che con il tycoon alla Casa Bianca la guerra non sarebbe mai iniziata ne è convinto anche Putin, che sempre ieri è intervenuto sull’argomento, dichiarando che se Trump fosse stato rieletto nel 2020, la guerra si sarebbe potuta evitare: «Se non gli avessero rubato la vittoria nel 2020, allora forse non ci sarebbe stata la crisi che è avvenuta in Ucraina nel 2022».
Anche se l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha smosso le acque verso un accordo, l’inizio delle trattative resta un rompicapo. Il leader russo ha infatti messo in luce le difficoltà create dall’Ucraina, ricordando: «L’attuale capo del regime di Kiev, quando era ancora capo di Stato abbastanza legittimo, ha emanato un decreto che vietava i negoziati», facendo probabilmente riferimento al decreto firmato da Zelensky nell’ottobre del 2022 che vietava di condurre accordi sulla guerra in corso con Putin. Dall’altra parte, è arrivata subito la risposta piccata dell’Ucraina: nessuna trattativa tra Stati Uniti e Russia senza la presenza di Kiev e dell’Europa. Il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Andriy Yermak , ha sottolineato che Putin «vuole negoziare il destino dell’Europa, senza l’Europa. E vuole parlare dell’Ucraina senza l’Ucraina», ma ha concluso «questo non accadrà». Dal punto di vista di Mosca, è emerso inoltre che l’Italia non sarebbe la benvenuta nel tavolo delle trattative di pace, colpevole di aver armato Kiev. A renderlo noto è stato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Tenendo conto della posizione anti russa assunta dall’Italia, non la consideriamo nemmeno come un possibile partecipante al processo di pace, tanto meno come una sorta di “difensore degli interessi della Russia nell’Ue”, che nelle condizioni attuali suona francamente come ridicolo». E mentre Bruxelles sta lavorando per imporre nuove sanzioni contro la Russia, il premier ungherese, Viktor Orbán, vuole che l’Ue convinca Kiev a riprendere il transito del gas russo verso l’Europa. In caso contrario, Orbàn minaccia di bloccare le sanzioni su cui i ministri degli Esteri si dovranno esprimere lunedì.
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Il presidente Usa Donald Trump offre a Mosca la riduzione degli arsenali e mira a estendere il New Start. Spegnendo i sogni dell’Iran sull’atomica. Se Teheran verrà resa inoffensiva, l’influenza russa nell’area potrà essere rinegoziata.Putin mette il veto all’Ucraina nella Nato e loda The Donald, che a sua volta critica Zelensky: «Non è stato un angelo». Lavrov: «Roma resti fuori dalle trattative.Lo speciale contiene due articoli.C’è un filo rosso che potrebbe collegare le varie crisi internazionali in corso: quello degli armamenti nucleari. Giovedì, Donald Trump ha auspicato l’avvio di colloqui con Russia e Cina per la riduzione degli arsenali atomici. «Vogliamo vedere se possiamo denuclearizzare, e penso che sia possibilissimo», ha dichiarato il presidente americano. Parole che sono state ben accolte da Mosca. Ieri il Cremlino ha infatti detto di essere pronto ad avviare delle trattative per la riduzione degli arsenali nucleari «il prima possibile». L’idea sembrerebbe essere quella di rilanciare ed estendere il New Start: il trattato che, in scadenza l’anno prossimo, fu originariamente firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitry Medvedev. Durante il primo mandato, Trump provò ad allargarlo senza successo alla Cina. Poi, nel 2023, Mosca ha congelato la propria partecipazione all’intesa, pur senza ritirarsi formalmente da essa. Ora, è chiaro che queste nuove aperture sul nucleare da parte di Trump e Vladimir Putin possono avere varie implicazioni. Innanzitutto, porrebbero le basi per un dialogo diplomatico a tre con Pechino: quella stessa Pechino che, secondo il Pentagono, potrebbe arrivare a possedere 1.000 testate entro il 2030. In secondo luogo, emergono delle intersezioni sia con la crisi ucraina sia con quella mediorientale.Cominciamo dalla prima. Da quando ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Putin ha più volte evocato la minaccia atomica. L’anno scorso ha anche modificato la dottrina nucleare russa, abbassando la soglia per l’utilizzo di armi atomiche. È quindi evidente che il dossier nucleare potrebbe entrare nelle trattative diplomatiche sull’Ucraina. Trump, negli scorsi giorni, ha continuato a mettere sotto pressione sia lo zar che Volodymyr Zelensky per spingerli a sedersi al tavolo negoziale. Da una parte, ha minacciato di colpire Mosca con dazi e sanzioni; dall’altra, ha affermato che il presidente ucraino «non è un angelo» e si è detto pronto a incontrare Putin «immediatamente», pur di raggiungere un accordo sulla crisi in corso: un accordo che lo zar ha comunque subordinato alla rinuncia dell’ingresso di Kiev nella Nato. Partendo da qui, è verosimile ritenere che il presidente americano voglia inserire il dossier della distensione nucleare nel processo diplomatico ucraino. Si tratta senza dubbio di un tema che potrebbe avvicinare Usa e Russia, anche se non mancano le incognite. Sia Mosca che Washington vogliono infatti ricorrere alla deterrenza, mentre ieri il Cremlino ha sostenuto che il conflitto in corso sarebbe sorto «a causa della minaccia alla sicurezza nazionale della Federazione russa». Sempre ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergey Shoigu, ha detto che «il rischio di uno scontro armato tra potenze nucleari è in crescita». Era inoltre fine dicembre, quando Mosca espresse irritazione per la possibilità che la nuova amministrazione Trump effettuasse dei test atomici. Ciò vuol dire che il Cremlino teme il nuovo presidente americano. E questo determina una situazione ambigua in vista del futuro: se è vero che Mosca potrebbe irrigidirsi, è altrettanto vero che Trump potrebbe disporre di un’ulteriore leva negoziale nei confronti dello zar sia per spingerlo a trattare sull’Ucraina sia, in modo apparentemente paradossale, per ottenere condizioni migliori, nel caso il New Start venga rilanciato o rinegoziato. E attenzione: la questione del nucleare si estende anche al Medio Oriente. L’Iran, che ha recentemente siglato una partnership strategica con la Russia, sta infatti cercando di dotarsi della bomba atomica. Ebbene, giovedì Trump ha detto che si consulterà con alcuni funzionari in vista di possibili attacchi israeliani ai siti nucleari iraniani. Ha però al contempo precisato che vorrebbe risolvere le questioni atomiche con Teheran senza dover arrivare a un simile scenario. Parole che, mentre tendono un ramoscello d’ulivo all’Iran, non escludono in toto l’eventualità dei bombardamenti ai suoi siti. Del resto, l’obiettivo primario di Trump (ma anche di israeliani e sauditi) è evitare che gli ayatollah si dotino dell’atomica. «L’unica cosa che ho detto sull’Iran è che non possono avere un’arma nucleare e sono dei fanatici religiosi», ha affermato Trump giovedì. «Se ne prendono una, tutti gli altri ne prenderanno una, e poi l’intera faccenda sarà un disastro», ha proseguito, aprendo alla possibilità di un accordo che però - ha sottolineato - dovrà essere «verificato dieci volte». È in questo quadro che il presidente sarebbe pronto a delegare il dossier iraniano al proprio inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Non si può quindi escludere che Trump cercherà di coinvolgere la Russia nel suo tentativo di premere affinché Teheran non si doti dell’arma nucleare. In cambio, il presidente americano potrebbe far entrare l’Iran, una volta reso atomicamente inoffensivo, in una strategia di contenimento dello strapotere turco in Siria: obiettivo, questo, che sarebbe apprezzato dai sauditi e dagli israeliani (che non si fidano di Ankara), oltre che dalla stessa Russia (che recupererebbe un po’ d’influenza in Medio Oriente dopo la batosta subita a causa della crisi siriana). Il problema per Trump sorgerebbe nel momento in cui Mosca decidesse di appoggiare l’idea di un’atomica in mano all’Iran: uno scenario che provocherebbe delle significative tensioni tra la Casa Bianca e il Cremlino. Intanto Zelensky, intervistato sul Foglio da Cecilia Sala, apprezza la sponda tra Trump e Meloni. «Una buona notizia per l’Italia. Forse con questo canale di dialogo privilegiato lei potrà essere utile all’Europa, spero possa esserlo anche all’Ucraina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spunta-la-fiche-disarmo-nucleare-2670990227.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-il-tycoon-conflitto-evitabile" data-post-id="2670990227" data-published-at="1737750273" data-use-pagination="False"> «Con il tycoon conflitto evitabile» Dopo che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha espresso la volontà di iniziare dei colloqui con il leader russo, Vladimir Putin, per porre fine alla guerra in Ucraina, è arrivata in modo quasi immediato la replica. Il leader del Cremlino, in un’intervista al giornalista Pavel Zarubin, ha infatti ribadito di essere pronto a trattare con il presidente Usa, Donald Trump, mettendo un veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Poco prima, si era già espresso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Putin è pronto, stiamo aspettando segnali, tutti sono pronti, quindi è difficile indovinare le foglie di tè qui». Ma Peskov ha voluto anche ribattere alle affermazioni del presidente Usa rilasciate durante il World economic forum di Davos, secondo cui basterebbe chiedere all’Opec e all’Arabia Saudita di tagliare il prezzo del petrolio per poter arrivare alla pace. Il portavoce russo ha smentito, sostenendo che la guerra «non dipende dai prezzi del petrolio». E facendo delle riflessioni sullo scoppio della guerra nel 2022, Trump, ai microfoni di Fox News, ha specificato: «Non è un angelo» riferito al presidente ucraino. Il tycoon ha infatti spiegato che «Zelensky stava combattendo contro un’entità molto più grande e molto più potente», aggiungendo che «non avrebbe dovuto farlo perché avremmo potuto fare un accordo». Il presidente Usa ha poi concluso: «Avrei potuto fare quell’accordo così facilmente ma Zelensky ha deciso: “Voglio combattere”». Che con il tycoon alla Casa Bianca la guerra non sarebbe mai iniziata ne è convinto anche Putin, che sempre ieri è intervenuto sull’argomento, dichiarando che se Trump fosse stato rieletto nel 2020, la guerra si sarebbe potuta evitare: «Se non gli avessero rubato la vittoria nel 2020, allora forse non ci sarebbe stata la crisi che è avvenuta in Ucraina nel 2022».Anche se l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha smosso le acque verso un accordo, l’inizio delle trattative resta un rompicapo. Il leader russo ha infatti messo in luce le difficoltà create dall’Ucraina, ricordando: «L’attuale capo del regime di Kiev, quando era ancora capo di Stato abbastanza legittimo, ha emanato un decreto che vietava i negoziati», facendo probabilmente riferimento al decreto firmato da Zelensky nell’ottobre del 2022 che vietava di condurre accordi sulla guerra in corso con Putin. Dall’altra parte, è arrivata subito la risposta piccata dell’Ucraina: nessuna trattativa tra Stati Uniti e Russia senza la presenza di Kiev e dell’Europa. Il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Andriy Yermak , ha sottolineato che Putin «vuole negoziare il destino dell’Europa, senza l’Europa. E vuole parlare dell’Ucraina senza l’Ucraina», ma ha concluso «questo non accadrà». Dal punto di vista di Mosca, è emerso inoltre che l’Italia non sarebbe la benvenuta nel tavolo delle trattative di pace, colpevole di aver armato Kiev. A renderlo noto è stato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Tenendo conto della posizione anti russa assunta dall’Italia, non la consideriamo nemmeno come un possibile partecipante al processo di pace, tanto meno come una sorta di “difensore degli interessi della Russia nell’Ue”, che nelle condizioni attuali suona francamente come ridicolo». E mentre Bruxelles sta lavorando per imporre nuove sanzioni contro la Russia, il premier ungherese, Viktor Orbán, vuole che l’Ue convinca Kiev a riprendere il transito del gas russo verso l’Europa. In caso contrario, Orbàn minaccia di bloccare le sanzioni su cui i ministri degli Esteri si dovranno esprimere lunedì.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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