
Ho incontrato una sola volta Jean Pierre Mustier e mi è bastata per convincermi che l'ormai prossimo ex amministratore delegato di Unicredit emanasse lo stesso calore di un ghiacciolo al Polo Nord.
Sarà il fatto di essersi arruolato nella Legione straniera, sarà che essendo francese egli sia costituzionalmente affetto da un complesso di superiorità, sta di fatto che il numero uno di quella che, nonostante l'internazionalizzazione è da considerarsi la seconda banca italiana, non ha mai brillato per empatia. A renderlo simpatico non è riuscita neppure Elkette, l'alce di peluche che Mustier impose come mascotte dell'istituto di credito, arrivando a distribuire centinaia di pupazzetti con le corna durante un summit a Cernobbio. Del resto, è difficile entrare in sintonia con un Paese se di quello stesso Paese in cui si vive e si lavora non si ha intenzione di imparare la lingua. Ciò detto, e senza per nulla voler attenuare il giudizio non sempre positivo sulla sua gestione della banca, le dimissioni dell'amministratore delegato non sono una buona notizia per Unicredit e neppure per il mercato. Infatti in Borsa le azioni dell'istituto hanno subito una perdita immediata del 5 per cento, a cui ne è seguita una seconda anche più pesante ieri. Perché Piazza Affari ha reagito negativamente all'uscita di un dirigente che non amava, probabilmente ricambiata? La risposta è semplice: gli investitori ritengono che l'addio di Mustier non rappresenti un passo avanti per Unicredit, ma semmai uno o due indietro. E per quanto mi riguarda, ho paura che abbiano ragione.
Già, perché il manager francese è caduto su due questioni, entrambe politiche, cioè che nulla hanno a che fare con la crescita della banca, ma molto hanno a che vedere con gli interessi del governo. La prima questione è il piano di ristrutturazione. Sono anni che gli istituti di credito tagliano il numero dei dipendenti: siccome gran parte delle operazioni non si fanno più allo sportello ma online, servono meno filiali e dunque meno impiegati. In passato, Unicredit ha ridotto di molto la sua struttura, ma tra pandemia e crisi è assai probabile che nei prossimi anni sia costretta, come altre banche, a fare uso ancora una volta delle forbici, pensionando o licenziando migliaia di dipendenti. C'è chi parla di 6-7.000 esuberi, molti dei quali in Italia, e a un governo che non sa che cosa fare se non vietare per legge i licenziamenti, tutto ciò non può far certo piacere. Non sappiamo se qualcuno abbia trasmesso ai vertici di Unicredit le preoccupazioni di Palazzo Chigi, ma è certo che per quanto Mustier fosse una specie di marziano in Italia, non avrebbe potuto continuare a ignorare il contesto in cui la banca opera.
Ma la questione degli esuberi, pur grave, è forse il tema che ha pesato di meno nella scelta del passo indietro dell'amministratore delegato. Infatti, credo che a costringere Mustier alla resa siano state soprattutto le pressioni per un'aggregazione che non soltanto non condivideva, ma che addirittura considerava nociva per la crescita stessa di Unicredit. La faccenda è nota e si riduce al matrimonio con Mps, che per la politica, in particolare per quella vicina al Pd, s'ha da fare. Che la banca senese sia un buco senza fondo, già costata alle casse pubbliche, e cioè agli italiani, fior di miliardi poco importa. La sinistra che voleva una banca e quando l'ha avuta l'ha portata sull'orlo del fallimento, vuole a ogni costo accasare il Monte dei Paschi di Siena. Per questo Pier Carlo Padoan, dalemiano doc, ex ministro dell'Economia che nazionalizzò il Mps ed ex senatore del Pd nel collegio di Siena, è diventato presidente di Unicredit. Che un politico, che ha avuto un ruolo determinante in ciò che è accaduto negli ultimi anni dentro il Monte, diventi presidente di un istituto allo scopo di fonderlo con la banca che ha nazionalizzato, è cosa a cui si può assistere solo in Italia. Come solo da noi è possibile che un politico come Massimo D'Alema, che in passato è stato ritenuto il referente degli ex vertici di Mps, abbia ancora una qualche influenza sul futuro di un istituto costato miliardi ai contribuenti.
Forse per un complesso di superiorità o forse perché nei suoi piani di carriera c'era altro, come per esempio un ritorno al vertice di Société Générale, Mustier non si è mai integrato con l'establishment italiano ed è probabile che si sia precostituito una via d'uscita, con una poltrona forse anche più importante di quella di Unicredit. Ma a me questo poco importa. Ciò che mi preme sono i soldi degli italiani. Sia quelli amministrati dalla banca milanese, sia quelli che i contribuenti hanno perso per finanziare le scorribande senesi. Lo Stato, ma sarebbe meglio dire la sinistra, ha già dato pessima prova quando ha messo le mani negli istituti di credito. Sapere dunque che il destino della seconda banca italiana è nelle mani di Pier Carlo Padoan e dei suoi compagni non può che essere motivo di preoccupazione.




