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2020-08-05
Sogin dà il via allo smantellamento della centrale nucleare di Latina
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Ansa
Lo skyline della costa pontina cambia. Da ieri, 4 agosto 2020, è partita infatti la fase 1 del programma generale di decommissioning, l’ultima fase del ciclo di vita della centrale nucleare di Latina, a Borgo Sabotino, la prima a essere realizzata in Italia dall’Eni nel 1958. Appartiene infatti alla prima generazione di impianti nucleari, con un reattore a gas grafite, GCR-Magnox.
Nel 1963, appena 5 anni dopo la costruzione, ha iniziato a produrre energia, con una potenza elettrica di 210 MWe che l’ha resa, all’epoca dell’entrata in esercizio, la centrale nucleare più grande d’Europa. Fermata dal referendum post Chernobyl, del 1987, nella sua breve vita ha prodotto complessivamente 26 miliardi di kWh di energia elettrica. Dal 1988, anno successivo all'interruzione della sua attività e per i successivi 10 anni, si è proceduto all’allontanamento del combustibile, inviato a Sellafield, in Inghilterra per il riprocessamento, mentre dal 1999, anno in cui divenne di proprietà della Sogin, fino al 2007 si è realizzata la «supercompattazione» dei rifiuti pregressi e allo smontaggio delle condotte, mentre dal 2008 al 2010 sono iniziate le prime operazioni di demolizione partendo dalle strutture interne degli edifici turbine, diesel, sala soffianti est. Prima nella costruzione ma ultima delle 4 centrali nucleari italiane (Caorso, Trino e Garigliano le altre 3) a ottenere il decreto di disattivazione dal Mef. Ad occuparsi dello smantellamento Sogin, la società pubblica incaricata del decommissioning degli impianti e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi che ieri a Latina ha avviato la «demolizione degli schermi di protezione, in calcestruzzo armato, delle condotte superiori della Co2», in sostanza gli schermi che isolavano i generatori di vapore, ovvero i 6 boiler rossi (peso complessivo oltre 3.600 tonnellate) ben visibili sui due lati della centrale, dall’edificio reattore. Ogni schermo è costituito da due parti: un elemento superiore orizzontale, collegato all’edificio reattore, di circa 145 tonnellate e uno inferiore verticale, in uscita dai boiler, di circa 50 tonnellate. La tecnica adottata da Sogin per la loro rimozione è la demolizione controllata con taglio in quota, a circa 50 metri di altezza, mediante disco diamantato, e la successiva movimentazione a terra dei blocchi sezionati, di circa 2 tonnellate ciascuno, con gru a torre appositamente installata. In seguito è previsto il trasferimento dei singoli blocchi in un’area attrezzata per separare il ferro dal calcestruzzo.
«Oggi inizia una tappa fondamentale dello smantellamento della Centrale di Latina. La tappa successiva (che entrerà nel vivo a settembre) sarà il taglio dei sei boiler rossi» ha spiegato Agostino Rivieccio, responsabile della disattivazione Centrale di Latina. «Adegueremo l’edificio reattore a deposito materiali prodotti durante il decomissioning per poi arrivare all’abbassamento dell’edificio reattore entro il 2027». Questi lavori, per un costo complessivo di 310 milioni di euro, sono frutto di una soluzione ingegneristica che garantisce la massima sicurezza e il minimo impatto per le strutture. «Recupereremo il 93% del materiale convenzionale, intorno alle 319.000 tonnellate. Il resto, quello considerato radioattivo, è pari a 19.160 tonnellate». All’insegna della «Economia circolare» di cui Sogin fa un vanto. Con questo smantellamento l’edificio si abbasserà da 53 a 38 metri ma per passare alla seconda fase, ovvero l’ultima, con lo smantellamento del reattore a gas grafite, occorrerà la disponibilità del deposito nazionale. A Latina nel 2015 è stato realizzato un deposito temporaneo denominato D1 al cui interno sono stati stoccati i rifiuti radioattivi derivanti dalla conclusione dello svuotamento della «fossa Kcfc», dalla quale sono stati estratti i manufatti cementizi che contenevano i filtri usati durante il pregresso esercizio per trattare l’acqua della piscina del combustibile.
Quando tutti i rifiuti radioattivi saranno conferiti al deposito nazionale e i depositi temporanei saranno demoliti, il sito, senza vincoli di natura radiologica, avrà lo stato di «green field» (prato verde) e sarà restituito alla collettività per il suo riutilizzo. Ottimisticamente avverrà nel 2040. E mentre la «scelta del sito per il deposito nazionale è tutta politica» come ha sottolineato l’ing. Severino Alfieri, responsabile disattivazione delle centrali, (ma la stessa Sogin sarà incaricata della realizzazione), nell’attesa l’azienda sta mettendo a punto con i francesi la tecnologia per intervenire sul reattore a grafite. «Siamo i primi al mondo ad affrontare questa attività» ha chiarito Rivieccio, «Al momento sono costantemente in corso attività di studio di come aprire il reattore e di come estrarre i blocchi di grafite. Stiamo capendo cosa succederà al momento dell’estrazione, se gli stress termici dovuti all’esercizio del reattore, cosa hanno provocato sulle caratteristiche meccaniche». La centrale nucleare un giorno non ci sarà più. Resta però la cupola del Cirene, il reattore nucleare di brevetto mai avviato, ovvero nessuna delle sue parti è stata contaminata da radioattività. Un impianto unico al mondo.
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Iniziati i lavori ma il governo non ha ancora individuato il deposito per i rifiuti radioattivi.Lo skyline della costa pontina cambia. Da ieri, 4 agosto 2020, è partita infatti la fase 1 del programma generale di decommissioning, l’ultima fase del ciclo di vita della centrale nucleare di Latina, a Borgo Sabotino, la prima a essere realizzata in Italia dall’Eni nel 1958. Appartiene infatti alla prima generazione di impianti nucleari, con un reattore a gas grafite, GCR-Magnox. Nel 1963, appena 5 anni dopo la costruzione, ha iniziato a produrre energia, con una potenza elettrica di 210 MWe che l’ha resa, all’epoca dell’entrata in esercizio, la centrale nucleare più grande d’Europa. Fermata dal referendum post Chernobyl, del 1987, nella sua breve vita ha prodotto complessivamente 26 miliardi di kWh di energia elettrica. Dal 1988, anno successivo all'interruzione della sua attività e per i successivi 10 anni, si è proceduto all’allontanamento del combustibile, inviato a Sellafield, in Inghilterra per il riprocessamento, mentre dal 1999, anno in cui divenne di proprietà della Sogin, fino al 2007 si è realizzata la «supercompattazione» dei rifiuti pregressi e allo smontaggio delle condotte, mentre dal 2008 al 2010 sono iniziate le prime operazioni di demolizione partendo dalle strutture interne degli edifici turbine, diesel, sala soffianti est. Prima nella costruzione ma ultima delle 4 centrali nucleari italiane (Caorso, Trino e Garigliano le altre 3) a ottenere il decreto di disattivazione dal Mef. Ad occuparsi dello smantellamento Sogin, la società pubblica incaricata del decommissioning degli impianti e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi che ieri a Latina ha avviato la «demolizione degli schermi di protezione, in calcestruzzo armato, delle condotte superiori della Co2», in sostanza gli schermi che isolavano i generatori di vapore, ovvero i 6 boiler rossi (peso complessivo oltre 3.600 tonnellate) ben visibili sui due lati della centrale, dall’edificio reattore. Ogni schermo è costituito da due parti: un elemento superiore orizzontale, collegato all’edificio reattore, di circa 145 tonnellate e uno inferiore verticale, in uscita dai boiler, di circa 50 tonnellate. La tecnica adottata da Sogin per la loro rimozione è la demolizione controllata con taglio in quota, a circa 50 metri di altezza, mediante disco diamantato, e la successiva movimentazione a terra dei blocchi sezionati, di circa 2 tonnellate ciascuno, con gru a torre appositamente installata. In seguito è previsto il trasferimento dei singoli blocchi in un’area attrezzata per separare il ferro dal calcestruzzo.«Oggi inizia una tappa fondamentale dello smantellamento della Centrale di Latina. La tappa successiva (che entrerà nel vivo a settembre) sarà il taglio dei sei boiler rossi» ha spiegato Agostino Rivieccio, responsabile della disattivazione Centrale di Latina. «Adegueremo l’edificio reattore a deposito materiali prodotti durante il decomissioning per poi arrivare all’abbassamento dell’edificio reattore entro il 2027». Questi lavori, per un costo complessivo di 310 milioni di euro, sono frutto di una soluzione ingegneristica che garantisce la massima sicurezza e il minimo impatto per le strutture. «Recupereremo il 93% del materiale convenzionale, intorno alle 319.000 tonnellate. Il resto, quello considerato radioattivo, è pari a 19.160 tonnellate». All’insegna della «Economia circolare» di cui Sogin fa un vanto. Con questo smantellamento l’edificio si abbasserà da 53 a 38 metri ma per passare alla seconda fase, ovvero l’ultima, con lo smantellamento del reattore a gas grafite, occorrerà la disponibilità del deposito nazionale. A Latina nel 2015 è stato realizzato un deposito temporaneo denominato D1 al cui interno sono stati stoccati i rifiuti radioattivi derivanti dalla conclusione dello svuotamento della «fossa Kcfc», dalla quale sono stati estratti i manufatti cementizi che contenevano i filtri usati durante il pregresso esercizio per trattare l’acqua della piscina del combustibile.Quando tutti i rifiuti radioattivi saranno conferiti al deposito nazionale e i depositi temporanei saranno demoliti, il sito, senza vincoli di natura radiologica, avrà lo stato di «green field» (prato verde) e sarà restituito alla collettività per il suo riutilizzo. Ottimisticamente avverrà nel 2040. E mentre la «scelta del sito per il deposito nazionale è tutta politica» come ha sottolineato l’ing. Severino Alfieri, responsabile disattivazione delle centrali, (ma la stessa Sogin sarà incaricata della realizzazione), nell’attesa l’azienda sta mettendo a punto con i francesi la tecnologia per intervenire sul reattore a grafite. «Siamo i primi al mondo ad affrontare questa attività» ha chiarito Rivieccio, «Al momento sono costantemente in corso attività di studio di come aprire il reattore e di come estrarre i blocchi di grafite. Stiamo capendo cosa succederà al momento dell’estrazione, se gli stress termici dovuti all’esercizio del reattore, cosa hanno provocato sulle caratteristiche meccaniche». La centrale nucleare un giorno non ci sarà più. Resta però la cupola del Cirene, il reattore nucleare di brevetto mai avviato, ovvero nessuna delle sue parti è stata contaminata da radioattività. Un impianto unico al mondo.
Il settore italiano degli imballaggi vale 51,3 miliardi e impiega 12.000 addetti. Alla luce del nuovo regolamento europeo PPWR che punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, la filiera chiede strumenti stabili e un tavolo con governo e Parlamento per innovare senza penalizzare competitività e lavoro.
L’Italia dell’imballaggio è un settore solido e innovativo, un pezzo importante del Made in Italy che vale complessivamente 51,3 miliardi di euro, tra produttori di materiali e costruttori di macchine per confezionamento, stampa e converting. Con oltre 17 milioni di tonnellate di produzione nel 2024, pari all’1,7% del Pil, la filiera registra una crescita costante e prevede incrementi stabili anche nei prossimi anni.
Ma mentre i numeri confermano la salute del comparto, la sfida principale resta la transizione verso la sostenibilità. Il nuovo regolamento europeo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, spingendo il settore a trovare un equilibrio tra crescita della domanda e riduzione dell’impatto ambientale.
Proprio su questo tema si è concentrato l’incontro Filiera a confronto: l’Italia dell’imballaggio verso la nuova normativa europea, organizzato al Senato dal senatore Gianluca Cantalamessa con il supporto di Giflex, l’associazione dei produttori di imballaggi flessibili. L’iniziativa ha messo sul tavolo dati, prospettive e richieste del settore, alla luce della nuova regolamentazione europea. «Oggi servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare», ha dichiarato Alberto Palaveri, presidente di Giflex. «Siamo qui per rafforzare e difendere nel nuovo contesto europeo la leadership della nostra filiera». Il messaggio chiave è chiaro: servono regole praticabili, supportate da investimenti mirati che permettano alle imprese di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti. La filiera chiede anche di potenziare i sistemi di raccolta e riciclo, compreso il riciclo chimico, e di accompagnare la transizione verso imballaggi innovativi con strumenti capaci di compensare i costi e proteggere la competitività del settore.
Un ruolo centrale è giocato dall’imballaggio flessibile, leggero ed efficiente: pesa in media solo il 2-3% del prodotto contenuto, richiede meno materie prime e genera basse emissioni di CO2, contribuendo così agli obiettivi europei. Il comparto europeo ha registrato nel 2024 un fatturato di 18,8 miliardi di euro e le previsioni per il 2029 stimano una crescita significativa, sia a livello mondiale sia in Europa. In Italia, il flessibile impiega circa 12.000 addetti, produce circa 400.000 tonnellate e fattura oltre 4,3 miliardi di euro. «Il Made in Italy dell’imballaggio è un modello industriale di eccellenza, competitivo e sostenibile», ha sottolineato il senatore Cantalamessa. «L’Europa deve riconoscere chi è avanti, non penalizzarlo con burocrazia e norme rigide uguali per tutti. La riduzione dei rifiuti si ottiene con filiera, dialogo e flessibilità normativa, non con regolazioni ideologiche».
Per affrontare queste sfide, Giflex ha annunciato la volontà di promuovere un tavolo di lavoro di filiera con governo e Parlamento, finalizzato a costruire soluzioni condivise per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi senza compromettere innovazione, crescita e competitività.
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