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2019-10-26
Snobbano l’Umbria, poi ci va mezzo governo
Ansa
Che il governo giallorosso fosse da arte della commedia si era capito dai vertici notturni per una finanziaria che pare il vestito di Arlecchino: una tassa qua, un balzello là e un bel cappello da antievasore. Per non dire della letterina di risposta alle osservazioni, inauditamente blandissime, dell'Ue che sembra quella per Babbo Natale. Ma che aspirasse al fantasy pareva davvero troppo.
Invece per cercare disperatamente di vincere quelle elezioni in Umbria che «non contano nulla essendo questa Regione assimilabile ad una provincia grande come quella di Lecce» Giuseppe Conte s'è dato a recitare le nuove Cronache di Narnia. Ha portato nel paesone umbro, che ha ispirato la saga di Clive Staples Lewis mezzo governo: con lui c'erano oltre al segretario del Pd Nicola Zingaretti, il ministro della Sanità Roberto Speranza in rappresentanza di Leu, Luigi Di Maio capo pentastellato e ministro degli Esteri. Alla compagnia di giro che si è concessa ai fotografi per il ritratto di coalizione in un interno (meglio evitare le piazze per la sinistra di questi tempi) mancava il convitato di pietra: Matteo Renzi, che ben si è guardato dallo schierarsi in queste elezioni. Sa che il Pd umbro è a pezzi e lui può profittarne a piene mani, e sa anche che il cartello con i 5 stelle rischia di essere un flop. Conte non ha la penna felice di Lewis e più che un racconto fantasy a Narni ha messo insieme una narrazione pro domo sua. Il fatto è che il presidente del Consiglio - ricevuto con tutti gli onori dal sindaco Francesco De Rebotti, uno degli ultimi rimasti al Pd - aveva detto di arrivare lì non per fare campagna elettorale. Un presidente del Consiglio queste cose non le fa soprattutto se il voto non «avrà conseguenze sul governo» e soprattutto se Luigi Di Maio capo dei 5 stelle aveva detto un anno e mezzo fa, quando si votò per le politiche, all'allora premier Paolo Gentiloni: «Se vuole fare campagna elettorale dovrebbe avere almeno la decenza di dimettersi da presidente del Consiglio».
Giuseppe Conte domenica a Perugia c'è andato per mangiare i cioccolatini e due giorni fa è andato a incontrare pochi selezionati alfieri del made in Italy. Dove? A Solomeo - provincia di Perugia - alla corte di Brunello Cucinelli, il profeta del cachemire che aveva declinato l'invito a candidarsi per la Regione. Aveva detto Conte: «Non faccio campagna elettorale, ma avevo promesso di tornare qui con il decreto per le popolazioni colpite dal terremoto e questo ho fatto». E si era ripromesso di spiegare proprio a Narni le misure anti sismiche. Devono avergli spiegato che a Narni il terremoto non c'è proprio stato. Così le Cronache di Narnia si sono dipanate sul documento di economia e finanza appena varato. E lì Conte ha toccato il vertice del fantasy. Ha cercato - estraiamo i personaggi dai libri di Lewis - di interpretare Aslan, il Re Leone, che è il creatore di Narnia, ma ha finito per assomigliare a Jadis la strega che occupa abusivamente le terre di Narnia. Perché? Ascoltiamo il «cartello» sinistro mentre si coccola con gli occhi Vincenzo Bianconi, l'autocandidato Pd-stellato. Di Maio dice: « Lavorare insieme per un progetto comune è già una vittoria». Si sa che il ministro estero è napoletano e un po' di scaramanzia non guasta. Poi tocca a Nicola Zingaretti che non è ministro, ma dice «Sostengo convintamente il governo». Se dovesse andare male c'è sempre il partito dell'amore. Perché: «Guardiamo con sospetto chi, anche qui in Umbria, non dà risposte alle paure, anzi le cavalca. Siamo diversi, ma tutti uniti dall'amore dall'Italia. Abbiamo bisogno di ricostruire fiducia». Roberto Speranza pensa alla salute della coalizione: «Questa alleanza può rappresentare il futuro del Paese».
Infine Giuseppe Conte fa i conti: « Sono qui per testimoniare che se anche non si vota per il governo è in atto un esperimento interessante». Loda Vincenzo Bianconi che è «un civico e uomo che non ha pavidità», ma ricorda che ci sono «i partiti che lo sostengono». Come dire: votateli perché se c'è il tonfo dei 5 stelle questo voto umbro potrebbe terremotare il governo. A proposito di decreto-sisma, solo un accenno per rivendicare il buono che si è fatto, così buono che oggi la Coldiretti porta in piazza migliaia di allevatori e agricoltori colpiti, per i quali il governo ha stanziato la bellezza di due milioni. Voci di sottofondo perché invece a Narnia Aslan-Conte distribuisce felicità. Sulla manovra economica si spandono solo falsità. «Se ascoltate la gente sentirete dire che ci sono tasse sulle merendine, sul diesel, sul contante: è falso, noi abbiamo fatto una manovra redistributiva. È una manovra che introduce tasse sulla plastica, sui tabacchi, per i colossi del web, ma dà più soldi alle famiglie, a partire da quelle più numerose. Diamo più soldi in busta paga ai lavoratori, potenziamo la ricerca».
Poi via con Di Maio a prendere un caffè con Zingaretti che scodinzola due passi indietro e Vincenzo Bianconi, il candidato comune, pare che ora voglia dire qualsiasi piuttosto che unitario, che segue. Fa cenno a Conte-Aslan che ci sarebbero un po' di operai. Oddio chi sono? Sono quelli della Teofan che produce plastica. È degli indiani della Jindal che se Conte insiste con le tasse se ne vanno. Ma lui come Aslan ha la soluzione: «Qui vicino c'è la Novamont (produce bioplastica benedetta da Renzi, ndr) mettiamo insieme le due aziende e il gioco è fatto». Che volete farci: è fantasy.
Bianconi scelto a casaccio: «C’era un appello, si è proposto lui»
In Umbria va aggiornato il dizionario dei sinonimi e contrari. Quando Pd e 5 stelle parlano di Vincenzo Bianconi come del «candidato comune» forse non intendono che è sostenuto da entrambe i partiti, ma che è un candidato generico. O se preferite sui generis.
Luigi Di Maio, ministro degli Esteri e capo politico dei 5 stelle, in una intervista in streaming con il Corriere dell'Umbria ha candidamente ammesso: «Vincenzo Bianconi si è proposto lui come candidato. Noi puntavamo sulla sindaco di Assisi Stefania Proietti che io conosco bene. Ma il Pd l'ha bocciata e a quel punto eravamo convinti di andare da soli. Però abbiamo fatto una sorta di appello. Abbiamo detto chi si vuole candidare per la Regione si faccia avanti. E così si è proposto Vincenzo Bianconi».
È vero che Luigi Di Maio nel precedente governo faceva il ministro del Lavoro, ma che anche il posto da presidente di Regione rientrasse nella categoria della ricerca di personale appare singolare. Il curriculum però conta: «Vincenzo Bianconi», spiega Di Maio, «è un imprenditore che ha guidato gli albergatori, è una persona decisa e di specchiata onesta. È stato colpito dal terremoto e ha contribuito anche alla stesura del decreto appena varato. Noi abbiamo ritenuto che la sua autocandidatura fosse meritevole. E abbiamo trovato su di lui l'accordo con il Pd». Che poi il candidato «comune» abbia avuto fino a poche settimane fa simpatie per Forza Italia, poco importa.
Come poco importa che Vincenzo Bianconi potrebbe trovarsi nella strana condizione di essere da presidente della Regione e vicecommissario al terremoto colui il quale elargisce a sé stesso e alla sua famiglia i contributi, assolutamente legittimi, per la ricostruzione degli alberghi colpiti dal sisma. La famiglia Bianconi ha già avuto 6 milioni. Come ha specificato il sindaco di Norcia Nicola Alemanno di Forza Italia, eletto anche grazie all'impegno di Bianconi, rispondendo ad una interrogazione del Pd locale, quei 6 milioni sono l'80% dei contributi stanziati nel paese per la ristrutturazione delle strutture ricettive. Ma i Bianconi ne hanno chiesti altri 15 e se Vincenzo fosse eletto sarebbe lui a dover giudicare sulla pratica non potendo delegare da vicecommissario al terremoto quella funzione.
Per Di Maio è una questione che non si pone. Ma forse al capo dei 5 stelle - che nel corso dell'intervista con Davide Vecchi direttore del Corriere dell'Umbria ha ripetuto per ben tre volte che Bianconi si è autocandidato - sfugge che due giorni prima di annunciare la sua discesa in campo Bianconi aveva fissato un appuntamento con Donatella Tesei, sua attuale competitor, per chiederle interventi sul terremoto e sul turismo.
Quell'appuntamento non ci fu perché il giorno prima di incontrare la Tesei, Bianconi si è candidato alla testa del «patto». Quel patto che Luigi Di Maio vede problematico : «Se il Pd non lascerà che sia Bianconi in piena autonomia a scegliere gli assessori siamo pronti a far saltare tutto». Ma c'è un altro caso strano in queste elezioni. Giuseppe Cirillo, di professione psicosessuologo, candidato presidente per la lista delle Buone maniere rivela a Giuseppe Cruciani intervenendo a La Zanzara su Radio 24: «È vero ho fatto sesso con una suora nove anni fa in Asia e lei ha pubblicato il video su You-Porn. Mi disse: “Le consorelle devono sapere". È stata lei a diffondere il filmato dove si vedono sesso orale, penetrazione e un balletto».
Come dire: in Umbria alle elezioni le sorprese non finiscono mai.
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Ieri, a Narni, gran parata di Conte, Zingaretti, Di Maio e Speranza in sostegno dell'aspirante governatore dei giallorossi Eppure, nei giorni scorsi, i membri della maggioranza avevano negato che le elezioni di domani avessero valenza politica.Giggino ammette: «Puntavamo su altri ma il Pd disse no. Poi si offrì Vincenzo».Lo speciale contiene due articoliChe il governo giallorosso fosse da arte della commedia si era capito dai vertici notturni per una finanziaria che pare il vestito di Arlecchino: una tassa qua, un balzello là e un bel cappello da antievasore. Per non dire della letterina di risposta alle osservazioni, inauditamente blandissime, dell'Ue che sembra quella per Babbo Natale. Ma che aspirasse al fantasy pareva davvero troppo. Invece per cercare disperatamente di vincere quelle elezioni in Umbria che «non contano nulla essendo questa Regione assimilabile ad una provincia grande come quella di Lecce» Giuseppe Conte s'è dato a recitare le nuove Cronache di Narnia. Ha portato nel paesone umbro, che ha ispirato la saga di Clive Staples Lewis mezzo governo: con lui c'erano oltre al segretario del Pd Nicola Zingaretti, il ministro della Sanità Roberto Speranza in rappresentanza di Leu, Luigi Di Maio capo pentastellato e ministro degli Esteri. Alla compagnia di giro che si è concessa ai fotografi per il ritratto di coalizione in un interno (meglio evitare le piazze per la sinistra di questi tempi) mancava il convitato di pietra: Matteo Renzi, che ben si è guardato dallo schierarsi in queste elezioni. Sa che il Pd umbro è a pezzi e lui può profittarne a piene mani, e sa anche che il cartello con i 5 stelle rischia di essere un flop. Conte non ha la penna felice di Lewis e più che un racconto fantasy a Narni ha messo insieme una narrazione pro domo sua. Il fatto è che il presidente del Consiglio - ricevuto con tutti gli onori dal sindaco Francesco De Rebotti, uno degli ultimi rimasti al Pd - aveva detto di arrivare lì non per fare campagna elettorale. Un presidente del Consiglio queste cose non le fa soprattutto se il voto non «avrà conseguenze sul governo» e soprattutto se Luigi Di Maio capo dei 5 stelle aveva detto un anno e mezzo fa, quando si votò per le politiche, all'allora premier Paolo Gentiloni: «Se vuole fare campagna elettorale dovrebbe avere almeno la decenza di dimettersi da presidente del Consiglio». Giuseppe Conte domenica a Perugia c'è andato per mangiare i cioccolatini e due giorni fa è andato a incontrare pochi selezionati alfieri del made in Italy. Dove? A Solomeo - provincia di Perugia - alla corte di Brunello Cucinelli, il profeta del cachemire che aveva declinato l'invito a candidarsi per la Regione. Aveva detto Conte: «Non faccio campagna elettorale, ma avevo promesso di tornare qui con il decreto per le popolazioni colpite dal terremoto e questo ho fatto». E si era ripromesso di spiegare proprio a Narni le misure anti sismiche. Devono avergli spiegato che a Narni il terremoto non c'è proprio stato. Così le Cronache di Narnia si sono dipanate sul documento di economia e finanza appena varato. E lì Conte ha toccato il vertice del fantasy. Ha cercato - estraiamo i personaggi dai libri di Lewis - di interpretare Aslan, il Re Leone, che è il creatore di Narnia, ma ha finito per assomigliare a Jadis la strega che occupa abusivamente le terre di Narnia. Perché? Ascoltiamo il «cartello» sinistro mentre si coccola con gli occhi Vincenzo Bianconi, l'autocandidato Pd-stellato. Di Maio dice: « Lavorare insieme per un progetto comune è già una vittoria». Si sa che il ministro estero è napoletano e un po' di scaramanzia non guasta. Poi tocca a Nicola Zingaretti che non è ministro, ma dice «Sostengo convintamente il governo». Se dovesse andare male c'è sempre il partito dell'amore. Perché: «Guardiamo con sospetto chi, anche qui in Umbria, non dà risposte alle paure, anzi le cavalca. Siamo diversi, ma tutti uniti dall'amore dall'Italia. Abbiamo bisogno di ricostruire fiducia». Roberto Speranza pensa alla salute della coalizione: «Questa alleanza può rappresentare il futuro del Paese». Infine Giuseppe Conte fa i conti: « Sono qui per testimoniare che se anche non si vota per il governo è in atto un esperimento interessante». Loda Vincenzo Bianconi che è «un civico e uomo che non ha pavidità», ma ricorda che ci sono «i partiti che lo sostengono». Come dire: votateli perché se c'è il tonfo dei 5 stelle questo voto umbro potrebbe terremotare il governo. A proposito di decreto-sisma, solo un accenno per rivendicare il buono che si è fatto, così buono che oggi la Coldiretti porta in piazza migliaia di allevatori e agricoltori colpiti, per i quali il governo ha stanziato la bellezza di due milioni. Voci di sottofondo perché invece a Narnia Aslan-Conte distribuisce felicità. Sulla manovra economica si spandono solo falsità. «Se ascoltate la gente sentirete dire che ci sono tasse sulle merendine, sul diesel, sul contante: è falso, noi abbiamo fatto una manovra redistributiva. È una manovra che introduce tasse sulla plastica, sui tabacchi, per i colossi del web, ma dà più soldi alle famiglie, a partire da quelle più numerose. Diamo più soldi in busta paga ai lavoratori, potenziamo la ricerca». Poi via con Di Maio a prendere un caffè con Zingaretti che scodinzola due passi indietro e Vincenzo Bianconi, il candidato comune, pare che ora voglia dire qualsiasi piuttosto che unitario, che segue. Fa cenno a Conte-Aslan che ci sarebbero un po' di operai. Oddio chi sono? Sono quelli della Teofan che produce plastica. È degli indiani della Jindal che se Conte insiste con le tasse se ne vanno. Ma lui come Aslan ha la soluzione: «Qui vicino c'è la Novamont (produce bioplastica benedetta da Renzi, ndr) mettiamo insieme le due aziende e il gioco è fatto». 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Noi puntavamo sulla sindaco di Assisi Stefania Proietti che io conosco bene. Ma il Pd l'ha bocciata e a quel punto eravamo convinti di andare da soli. Però abbiamo fatto una sorta di appello. Abbiamo detto chi si vuole candidare per la Regione si faccia avanti. E così si è proposto Vincenzo Bianconi». È vero che Luigi Di Maio nel precedente governo faceva il ministro del Lavoro, ma che anche il posto da presidente di Regione rientrasse nella categoria della ricerca di personale appare singolare. Il curriculum però conta: «Vincenzo Bianconi», spiega Di Maio, «è un imprenditore che ha guidato gli albergatori, è una persona decisa e di specchiata onesta. È stato colpito dal terremoto e ha contribuito anche alla stesura del decreto appena varato. Noi abbiamo ritenuto che la sua autocandidatura fosse meritevole. E abbiamo trovato su di lui l'accordo con il Pd». Che poi il candidato «comune» abbia avuto fino a poche settimane fa simpatie per Forza Italia, poco importa. Come poco importa che Vincenzo Bianconi potrebbe trovarsi nella strana condizione di essere da presidente della Regione e vicecommissario al terremoto colui il quale elargisce a sé stesso e alla sua famiglia i contributi, assolutamente legittimi, per la ricostruzione degli alberghi colpiti dal sisma. La famiglia Bianconi ha già avuto 6 milioni. Come ha specificato il sindaco di Norcia Nicola Alemanno di Forza Italia, eletto anche grazie all'impegno di Bianconi, rispondendo ad una interrogazione del Pd locale, quei 6 milioni sono l'80% dei contributi stanziati nel paese per la ristrutturazione delle strutture ricettive. Ma i Bianconi ne hanno chiesti altri 15 e se Vincenzo fosse eletto sarebbe lui a dover giudicare sulla pratica non potendo delegare da vicecommissario al terremoto quella funzione. Per Di Maio è una questione che non si pone. Ma forse al capo dei 5 stelle - che nel corso dell'intervista con Davide Vecchi direttore del Corriere dell'Umbria ha ripetuto per ben tre volte che Bianconi si è autocandidato - sfugge che due giorni prima di annunciare la sua discesa in campo Bianconi aveva fissato un appuntamento con Donatella Tesei, sua attuale competitor, per chiederle interventi sul terremoto e sul turismo. Quell'appuntamento non ci fu perché il giorno prima di incontrare la Tesei, Bianconi si è candidato alla testa del «patto». Quel patto che Luigi Di Maio vede problematico : «Se il Pd non lascerà che sia Bianconi in piena autonomia a scegliere gli assessori siamo pronti a far saltare tutto». Ma c'è un altro caso strano in queste elezioni. Giuseppe Cirillo, di professione psicosessuologo, candidato presidente per la lista delle Buone maniere rivela a Giuseppe Cruciani intervenendo a La Zanzara su Radio 24: «È vero ho fatto sesso con una suora nove anni fa in Asia e lei ha pubblicato il video su You-Porn. Mi disse: “Le consorelle devono sapere". È stata lei a diffondere il filmato dove si vedono sesso orale, penetrazione e un balletto». Come dire: in Umbria alle elezioni le sorprese non finiscono mai.
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
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