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2019-12-22
Siriano sequestra la figlia a scuola. Era già a processo per rapimento
Ansa
La bambina era appena tornata in Italia, il 29 novembre scorso, grazie a una complicata operazione internazionale di polizia ed era stata affidata alla mamma, dopo che nel 2016 il padre l'aveva rapita e tenuta nascosta per quasi tre anni in Siria. Ma venerdì mattina il siriano Maher Balle l'ha portata via nuovamente, prelevandola da scuola a Milano all'insaputa di Mariana Veintimilla, 53 anni, ecuadoriana, da tempo separata dal marito. Nessuno l'ha fermato. Ha approfittato del fatto che era l'ultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di Natale e gli alunni avevano l'uscita anticipata di un'ora, particolare di cui la madre non era a conoscenza. Come sia potuto succedere che gli insegnanti abbiano consegnato senza obiezioni la piccola, di 11 anni, a Balle resta un inquietante punto di domanda. Infatti il siriano è sotto processo per sottrazione di minore, per cui doveva essergli perlomeno vietato avvicinarsi alla figlia. Inoltre il padre risulta agli investigatori di indole violenta. Era stato disposto il divieto? E inoltre era stato comunicato al personale dell'istituto scolastico? Domande in attesa di risposta.
Comunque questi sono i fatti, che sembrano ricalcare quanto accaduto tre anni fa: Maher Balle, 42 anni, di religione islamica ma non risulta fondamentalista, alle 13 di venerdì si è presentato nella scuola media in zona Porta Romana, dove la figlia frequenta la prima classe. L'ha presa in consegna come un qualsiasi papà, è uscito senza che nessuno facesse domande e per la seconda volta si è dileguato con lei. Spariti nel nulla, nonostante si stiano passando al setaccio i filmati registrati dalle telecamere del quartiere. Una testimone riferisce di averlo visto con due valigie pronte, come se stessero per partire per un viaggio. Infatti sono scattati i controlli in tutti gli aeroporti e le stazioni, probabile però che l'uomo avesse già pianificato il ritorno a Damasco, magari attraverso diverse tappe all'estero così da far perdere le tracce (forse con documenti falsi). Il suo telefono cellulare, così come quello della bambina, risultano spenti e quindi non rintracciabili. La caccia al rapitore è in corso ma a complicare le operazioni c'è il fatto che le ricerche sono scattate con un'ora di ritardo: secondo quanto raccontato da Veintimilla al Corriere della Sera, lei è arrivata in istituto alle 14, dopo aver chiuso il suo negozio da sarta, e ha scoperto solo ai cancelli che l'ex marito aveva già sottratto la piccola. La donna infatti ignorava che l'orario di uscita «natalizio» fosse stato anticipato di un'ora rispetto a quello «regolare». Quindi alla madre non è restato che avvisare le forze dell'ordine e precipitarsi a Palazzo di Giustizia dal pm Cristian Barilli, titolare del fascicolo, per presentare denuncia.
Questo è il secondo rapimento subito dalla bambina da parte del padre, il primo avvenne tre anni fa il 31 dicembre e sempre alle ore 13. Balle allora sparì con la piccola in Siria dopo averla avvicinata con la scusa di portarla in un parco giochi. Nei tre anni trascorsi a Damasco l'uomo aveva promesso per almeno due volte di rientrare in Italia con la figlia, per poi cambiare idea all'ultimo e rimangiarsi la parola data. In quel periodo Mariana aveva impegnato i suoi risparmi per procurarsi un visto, entrare in Siria e fare ricerche a Damasco e dintorni: «Avanzavo tra palazzi devastati dalla guerra, i cadaveri per le strade», ha raccontato al Corriere, «avevo trovato dove stava, in un villaggio sul mare, ma quando lo raggiunsi, lui era scomparso. E con lui, mia figlia». Questo fino allo scorso 29 novembre, quando l'uomo partito da Damasco, seguito dagli uomini dello Scip (Servizio per la cooperazione internazionale di polizia della Criminalpol) e dalla Squadra mobile milanese, è atterrato a Malpensa riportando la bambina in Italia.
Fondamentali per il rientro erano stati anche i contatti tra la Procura e il difensore dell'imputato, Francesco Salaroli, per il quale, come stabilito dal giudice, era stato attivato un programma per la messa alla prova. Messa alla prova che è durata solo pochi giorni, perché ha commesso nuovamente lo stesso reato. Ieri la madre ha lanciato un appello all'ex marito dai microfoni del Tgr Lombardia: «Ti prego, riportami mia figlia, le fai un danno». E poi si è rivolta direttamente anche alla bambina: «Torna a casa figlia mia. Ti aspetto. La mamma ha bisogno di te per andare avanti». Chi invece solleva, giustamente, polemiche e dubbi è l'avvocato Angelo Musicco, che assiste la donna in questo difficile momento: «Non sappiamo se l'uomo sia ancora in Italia, lo speriamo. La cosa più assurda è che poteva liberamente vedere sua figlia». Saranno gli accertamenti a stabilire le responsabilità: va verificato se il divieto d'avvicinamento fosse stato già stabilito dai giudici e anche se fossero arrivate comunicazioni alla scuola dal tribunale dei minori. Ma intanto il tempo corre e le speranze di rintracciare Balle si attenuano di ora in ora. «Ho avuto la conferma», spiega ancora l'avvocato Musicco, «che sono state adottate tutte le misure urgenti che si prendono in questi casi, come il blocco delle frontiere e il controllo delle telecamere per vedere se, quando l'ha presa con sé, era da solo o con altri».
Svolta anti Bibbiano del Piemonte
Allontanamento dei minori, business degli affidi, commercio di bambini. Un tema sociale, e non solo giudiziario, che parte da Bibbiano e coinvolge, in una impressionante rete tentacolare di interessi e affari, tutto lo Stivale. E mentre il governo centrale si distingue per silenzio e immobilismo, in Piemonte qualcosa si muove. Tutela dei bambini e sostegno alle famiglie: è su questi presupposti che si fonda il disegno di legge regionale steso dalla giunta piemontese: «Le sole condizioni di indigenza dei genitori non potranno essere motivo di allontanamento», si legge negli atti.
A farsi promotore di un cambiamento, prima iniziativa politica nel suo genere, è stato l'assessore regionale alle Politiche sociali e ai bambini, Chiara Caucino. Un'azione decisa e coraggiosa, studiata nell'interesse delle famiglie e soprattutto dei bambini che ha già incontrato il muro di polemiche della sinistra intellettuale. Un gruppo di studenti dell'università di Torino ha avviato una petizione online su Change.org per bloccare la legge.
Chiara Saraceno, filosofa e docente di Sociologia della famiglia, ha criticato il provvedimento. E dalle colonne del blog femminista Se non ora quando ha analizzato i punti secondo cui questa legge non porterebbe alcun beneficio. Uno su tutti, lo scarso numero di affidi in Piemonte. Un aspetto, quello affrontato dalle «combattenti rosa» che stride fortemente con i dati ufficiali che collocano la Regione sopra la media nazionale per gli allontanamenti dalla famiglia d'origine. Regione tra l'altro in cui ha sempre operato Claudio Foti. Laureato in Lettere all'università di Torino, Foti ha ricoperto tantissimi incarichi in giro per l'Italia. Inoltre, ha diretto il master alla Facoltà pontificia Auxilium, è stato direttore di progetti di trattamento di sex offender con il Gruppo Abele, giudice onorario al tribunale dei minori di Torino, dal 1980 al 1993. Ed è stato anche lo stesso consulente tecnico dello stesso tribunale. Il suo nome, però, viene ricordato in relazione all'inchiesta «Angeli e demoni».
Eppure, in questo contesto, sembra che la stesura di una legge regionale che prevede aiuti alle famiglie, per evitare che i figli vengono allontanati e deportati presso strutture esterne, sia il vero problema politico. Un motivo c'è. Il ddl «Allontanamento zero» mira a impedire che lo strumento dell'allontanamento dei minori dai propri genitori continui a essere adoperato in modo scriteriato o addirittura a scopo di lucro. Con la legge regionale, il sistema degli affidi verrà arginato in una cornice normativa stringente e sottoposto a un monitoraggio continuo da parte della Regione, che assicureranno un uso soltanto residuale dell'allontanamento, cioè solo dopo che siano falliti tutti gli aiuti e i sostegni che il Servizio sociale dovrà dimostrare di aver fornito prima di minacciare un allontanamento. Un sistema che comporterà anche un notevole risparmio di denaro. Così si dovrà passare a regime, dagli attuali 44 milioni di euro, spesi per confinare bambini in cosiddette case famiglia o strutture simili, ad almeno il 40% di tale esborso pubblico diretto invece ad aiuti concreti ai genitori naturali, nella tutela della permanenza di ogni bambino nella propria famiglia anche nei momenti di crisi del nucleo.
Il fenomeno degli affidi muove una montagna di denaro. Le rette molto spesso vengono classificate, dal punto di vista fiscale, come donazioni a supporto del nucleo familiare o casa famiglia ospitante, che può spendere o non spendere a piacimento quei soldi. Non è quindi possibile sapere alcunché di preciso su quale sia il giro d'affari complessivo a totale disposizione degli affidatari, perché non sono tenuti a dichiarare gli importi. Un giro d'affari milionario inserito in un sistema chiuso, protetto, che a oggi conta in tutta Italia 1.800 case famiglia. Un affare che attira gli interessi del terzo settore, business a sei zeri a cui è difficile rinunciare.
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Per la seconda volta Maher Balle ha fatto sparire la bambina, di 11 anni. La piccola era appena rientrata con un'operazione di polizia internazionale. Disperata la madre: l'uomo non avrebbe potuto avvicinarsi.Grazie a un disegno di legge regionale la sola indigenza dei genitori non sarà più sufficiente per l'allontanamento dei figli. Ma la sinistra lancia una petizione contro.Lo speciale contiene due articoliLa bambina era appena tornata in Italia, il 29 novembre scorso, grazie a una complicata operazione internazionale di polizia ed era stata affidata alla mamma, dopo che nel 2016 il padre l'aveva rapita e tenuta nascosta per quasi tre anni in Siria. Ma venerdì mattina il siriano Maher Balle l'ha portata via nuovamente, prelevandola da scuola a Milano all'insaputa di Mariana Veintimilla, 53 anni, ecuadoriana, da tempo separata dal marito. Nessuno l'ha fermato. Ha approfittato del fatto che era l'ultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di Natale e gli alunni avevano l'uscita anticipata di un'ora, particolare di cui la madre non era a conoscenza. Come sia potuto succedere che gli insegnanti abbiano consegnato senza obiezioni la piccola, di 11 anni, a Balle resta un inquietante punto di domanda. Infatti il siriano è sotto processo per sottrazione di minore, per cui doveva essergli perlomeno vietato avvicinarsi alla figlia. Inoltre il padre risulta agli investigatori di indole violenta. Era stato disposto il divieto? E inoltre era stato comunicato al personale dell'istituto scolastico? Domande in attesa di risposta. Comunque questi sono i fatti, che sembrano ricalcare quanto accaduto tre anni fa: Maher Balle, 42 anni, di religione islamica ma non risulta fondamentalista, alle 13 di venerdì si è presentato nella scuola media in zona Porta Romana, dove la figlia frequenta la prima classe. L'ha presa in consegna come un qualsiasi papà, è uscito senza che nessuno facesse domande e per la seconda volta si è dileguato con lei. Spariti nel nulla, nonostante si stiano passando al setaccio i filmati registrati dalle telecamere del quartiere. Una testimone riferisce di averlo visto con due valigie pronte, come se stessero per partire per un viaggio. Infatti sono scattati i controlli in tutti gli aeroporti e le stazioni, probabile però che l'uomo avesse già pianificato il ritorno a Damasco, magari attraverso diverse tappe all'estero così da far perdere le tracce (forse con documenti falsi). Il suo telefono cellulare, così come quello della bambina, risultano spenti e quindi non rintracciabili. La caccia al rapitore è in corso ma a complicare le operazioni c'è il fatto che le ricerche sono scattate con un'ora di ritardo: secondo quanto raccontato da Veintimilla al Corriere della Sera, lei è arrivata in istituto alle 14, dopo aver chiuso il suo negozio da sarta, e ha scoperto solo ai cancelli che l'ex marito aveva già sottratto la piccola. La donna infatti ignorava che l'orario di uscita «natalizio» fosse stato anticipato di un'ora rispetto a quello «regolare». Quindi alla madre non è restato che avvisare le forze dell'ordine e precipitarsi a Palazzo di Giustizia dal pm Cristian Barilli, titolare del fascicolo, per presentare denuncia. Questo è il secondo rapimento subito dalla bambina da parte del padre, il primo avvenne tre anni fa il 31 dicembre e sempre alle ore 13. Balle allora sparì con la piccola in Siria dopo averla avvicinata con la scusa di portarla in un parco giochi. Nei tre anni trascorsi a Damasco l'uomo aveva promesso per almeno due volte di rientrare in Italia con la figlia, per poi cambiare idea all'ultimo e rimangiarsi la parola data. In quel periodo Mariana aveva impegnato i suoi risparmi per procurarsi un visto, entrare in Siria e fare ricerche a Damasco e dintorni: «Avanzavo tra palazzi devastati dalla guerra, i cadaveri per le strade», ha raccontato al Corriere, «avevo trovato dove stava, in un villaggio sul mare, ma quando lo raggiunsi, lui era scomparso. E con lui, mia figlia». Questo fino allo scorso 29 novembre, quando l'uomo partito da Damasco, seguito dagli uomini dello Scip (Servizio per la cooperazione internazionale di polizia della Criminalpol) e dalla Squadra mobile milanese, è atterrato a Malpensa riportando la bambina in Italia. Fondamentali per il rientro erano stati anche i contatti tra la Procura e il difensore dell'imputato, Francesco Salaroli, per il quale, come stabilito dal giudice, era stato attivato un programma per la messa alla prova. Messa alla prova che è durata solo pochi giorni, perché ha commesso nuovamente lo stesso reato. Ieri la madre ha lanciato un appello all'ex marito dai microfoni del Tgr Lombardia: «Ti prego, riportami mia figlia, le fai un danno». E poi si è rivolta direttamente anche alla bambina: «Torna a casa figlia mia. Ti aspetto. La mamma ha bisogno di te per andare avanti». Chi invece solleva, giustamente, polemiche e dubbi è l'avvocato Angelo Musicco, che assiste la donna in questo difficile momento: «Non sappiamo se l'uomo sia ancora in Italia, lo speriamo. La cosa più assurda è che poteva liberamente vedere sua figlia». Saranno gli accertamenti a stabilire le responsabilità: va verificato se il divieto d'avvicinamento fosse stato già stabilito dai giudici e anche se fossero arrivate comunicazioni alla scuola dal tribunale dei minori. Ma intanto il tempo corre e le speranze di rintracciare Balle si attenuano di ora in ora. «Ho avuto la conferma», spiega ancora l'avvocato Musicco, «che sono state adottate tutte le misure urgenti che si prendono in questi casi, come il blocco delle frontiere e il controllo delle telecamere per vedere se, quando l'ha presa con sé, era da solo o con altri».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siriano-sequestra-la-figlia-a-scuola-era-gia-a-processo-per-rapimento-2641665600.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svolta-anti-bibbiano-del-piemonte" data-post-id="2641665600" data-published-at="1771995200" data-use-pagination="False"> Svolta anti Bibbiano del Piemonte Allontanamento dei minori, business degli affidi, commercio di bambini. Un tema sociale, e non solo giudiziario, che parte da Bibbiano e coinvolge, in una impressionante rete tentacolare di interessi e affari, tutto lo Stivale. E mentre il governo centrale si distingue per silenzio e immobilismo, in Piemonte qualcosa si muove. Tutela dei bambini e sostegno alle famiglie: è su questi presupposti che si fonda il disegno di legge regionale steso dalla giunta piemontese: «Le sole condizioni di indigenza dei genitori non potranno essere motivo di allontanamento», si legge negli atti. A farsi promotore di un cambiamento, prima iniziativa politica nel suo genere, è stato l'assessore regionale alle Politiche sociali e ai bambini, Chiara Caucino. Un'azione decisa e coraggiosa, studiata nell'interesse delle famiglie e soprattutto dei bambini che ha già incontrato il muro di polemiche della sinistra intellettuale. Un gruppo di studenti dell'università di Torino ha avviato una petizione online su Change.org per bloccare la legge. Chiara Saraceno, filosofa e docente di Sociologia della famiglia, ha criticato il provvedimento. E dalle colonne del blog femminista Se non ora quando ha analizzato i punti secondo cui questa legge non porterebbe alcun beneficio. Uno su tutti, lo scarso numero di affidi in Piemonte. Un aspetto, quello affrontato dalle «combattenti rosa» che stride fortemente con i dati ufficiali che collocano la Regione sopra la media nazionale per gli allontanamenti dalla famiglia d'origine. Regione tra l'altro in cui ha sempre operato Claudio Foti. Laureato in Lettere all'università di Torino, Foti ha ricoperto tantissimi incarichi in giro per l'Italia. Inoltre, ha diretto il master alla Facoltà pontificia Auxilium, è stato direttore di progetti di trattamento di sex offender con il Gruppo Abele, giudice onorario al tribunale dei minori di Torino, dal 1980 al 1993. Ed è stato anche lo stesso consulente tecnico dello stesso tribunale. Il suo nome, però, viene ricordato in relazione all'inchiesta «Angeli e demoni». Eppure, in questo contesto, sembra che la stesura di una legge regionale che prevede aiuti alle famiglie, per evitare che i figli vengono allontanati e deportati presso strutture esterne, sia il vero problema politico. Un motivo c'è. Il ddl «Allontanamento zero» mira a impedire che lo strumento dell'allontanamento dei minori dai propri genitori continui a essere adoperato in modo scriteriato o addirittura a scopo di lucro. Con la legge regionale, il sistema degli affidi verrà arginato in una cornice normativa stringente e sottoposto a un monitoraggio continuo da parte della Regione, che assicureranno un uso soltanto residuale dell'allontanamento, cioè solo dopo che siano falliti tutti gli aiuti e i sostegni che il Servizio sociale dovrà dimostrare di aver fornito prima di minacciare un allontanamento. Un sistema che comporterà anche un notevole risparmio di denaro. Così si dovrà passare a regime, dagli attuali 44 milioni di euro, spesi per confinare bambini in cosiddette case famiglia o strutture simili, ad almeno il 40% di tale esborso pubblico diretto invece ad aiuti concreti ai genitori naturali, nella tutela della permanenza di ogni bambino nella propria famiglia anche nei momenti di crisi del nucleo. Il fenomeno degli affidi muove una montagna di denaro. Le rette molto spesso vengono classificate, dal punto di vista fiscale, come donazioni a supporto del nucleo familiare o casa famiglia ospitante, che può spendere o non spendere a piacimento quei soldi. Non è quindi possibile sapere alcunché di preciso su quale sia il giro d'affari complessivo a totale disposizione degli affidatari, perché non sono tenuti a dichiarare gli importi. Un giro d'affari milionario inserito in un sistema chiuso, protetto, che a oggi conta in tutta Italia 1.800 case famiglia. Un affare che attira gli interessi del terzo settore, business a sei zeri a cui è difficile rinunciare.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.