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2019-12-22
Siriano sequestra la figlia a scuola. Era già a processo per rapimento
Ansa
La bambina era appena tornata in Italia, il 29 novembre scorso, grazie a una complicata operazione internazionale di polizia ed era stata affidata alla mamma, dopo che nel 2016 il padre l'aveva rapita e tenuta nascosta per quasi tre anni in Siria. Ma venerdì mattina il siriano Maher Balle l'ha portata via nuovamente, prelevandola da scuola a Milano all'insaputa di Mariana Veintimilla, 53 anni, ecuadoriana, da tempo separata dal marito. Nessuno l'ha fermato. Ha approfittato del fatto che era l'ultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di Natale e gli alunni avevano l'uscita anticipata di un'ora, particolare di cui la madre non era a conoscenza. Come sia potuto succedere che gli insegnanti abbiano consegnato senza obiezioni la piccola, di 11 anni, a Balle resta un inquietante punto di domanda. Infatti il siriano è sotto processo per sottrazione di minore, per cui doveva essergli perlomeno vietato avvicinarsi alla figlia. Inoltre il padre risulta agli investigatori di indole violenta. Era stato disposto il divieto? E inoltre era stato comunicato al personale dell'istituto scolastico? Domande in attesa di risposta.
Comunque questi sono i fatti, che sembrano ricalcare quanto accaduto tre anni fa: Maher Balle, 42 anni, di religione islamica ma non risulta fondamentalista, alle 13 di venerdì si è presentato nella scuola media in zona Porta Romana, dove la figlia frequenta la prima classe. L'ha presa in consegna come un qualsiasi papà, è uscito senza che nessuno facesse domande e per la seconda volta si è dileguato con lei. Spariti nel nulla, nonostante si stiano passando al setaccio i filmati registrati dalle telecamere del quartiere. Una testimone riferisce di averlo visto con due valigie pronte, come se stessero per partire per un viaggio. Infatti sono scattati i controlli in tutti gli aeroporti e le stazioni, probabile però che l'uomo avesse già pianificato il ritorno a Damasco, magari attraverso diverse tappe all'estero così da far perdere le tracce (forse con documenti falsi). Il suo telefono cellulare, così come quello della bambina, risultano spenti e quindi non rintracciabili. La caccia al rapitore è in corso ma a complicare le operazioni c'è il fatto che le ricerche sono scattate con un'ora di ritardo: secondo quanto raccontato da Veintimilla al Corriere della Sera, lei è arrivata in istituto alle 14, dopo aver chiuso il suo negozio da sarta, e ha scoperto solo ai cancelli che l'ex marito aveva già sottratto la piccola. La donna infatti ignorava che l'orario di uscita «natalizio» fosse stato anticipato di un'ora rispetto a quello «regolare». Quindi alla madre non è restato che avvisare le forze dell'ordine e precipitarsi a Palazzo di Giustizia dal pm Cristian Barilli, titolare del fascicolo, per presentare denuncia.
Questo è il secondo rapimento subito dalla bambina da parte del padre, il primo avvenne tre anni fa il 31 dicembre e sempre alle ore 13. Balle allora sparì con la piccola in Siria dopo averla avvicinata con la scusa di portarla in un parco giochi. Nei tre anni trascorsi a Damasco l'uomo aveva promesso per almeno due volte di rientrare in Italia con la figlia, per poi cambiare idea all'ultimo e rimangiarsi la parola data. In quel periodo Mariana aveva impegnato i suoi risparmi per procurarsi un visto, entrare in Siria e fare ricerche a Damasco e dintorni: «Avanzavo tra palazzi devastati dalla guerra, i cadaveri per le strade», ha raccontato al Corriere, «avevo trovato dove stava, in un villaggio sul mare, ma quando lo raggiunsi, lui era scomparso. E con lui, mia figlia». Questo fino allo scorso 29 novembre, quando l'uomo partito da Damasco, seguito dagli uomini dello Scip (Servizio per la cooperazione internazionale di polizia della Criminalpol) e dalla Squadra mobile milanese, è atterrato a Malpensa riportando la bambina in Italia.
Fondamentali per il rientro erano stati anche i contatti tra la Procura e il difensore dell'imputato, Francesco Salaroli, per il quale, come stabilito dal giudice, era stato attivato un programma per la messa alla prova. Messa alla prova che è durata solo pochi giorni, perché ha commesso nuovamente lo stesso reato. Ieri la madre ha lanciato un appello all'ex marito dai microfoni del Tgr Lombardia: «Ti prego, riportami mia figlia, le fai un danno». E poi si è rivolta direttamente anche alla bambina: «Torna a casa figlia mia. Ti aspetto. La mamma ha bisogno di te per andare avanti». Chi invece solleva, giustamente, polemiche e dubbi è l'avvocato Angelo Musicco, che assiste la donna in questo difficile momento: «Non sappiamo se l'uomo sia ancora in Italia, lo speriamo. La cosa più assurda è che poteva liberamente vedere sua figlia». Saranno gli accertamenti a stabilire le responsabilità: va verificato se il divieto d'avvicinamento fosse stato già stabilito dai giudici e anche se fossero arrivate comunicazioni alla scuola dal tribunale dei minori. Ma intanto il tempo corre e le speranze di rintracciare Balle si attenuano di ora in ora. «Ho avuto la conferma», spiega ancora l'avvocato Musicco, «che sono state adottate tutte le misure urgenti che si prendono in questi casi, come il blocco delle frontiere e il controllo delle telecamere per vedere se, quando l'ha presa con sé, era da solo o con altri».
Svolta anti Bibbiano del Piemonte
Allontanamento dei minori, business degli affidi, commercio di bambini. Un tema sociale, e non solo giudiziario, che parte da Bibbiano e coinvolge, in una impressionante rete tentacolare di interessi e affari, tutto lo Stivale. E mentre il governo centrale si distingue per silenzio e immobilismo, in Piemonte qualcosa si muove. Tutela dei bambini e sostegno alle famiglie: è su questi presupposti che si fonda il disegno di legge regionale steso dalla giunta piemontese: «Le sole condizioni di indigenza dei genitori non potranno essere motivo di allontanamento», si legge negli atti.
A farsi promotore di un cambiamento, prima iniziativa politica nel suo genere, è stato l'assessore regionale alle Politiche sociali e ai bambini, Chiara Caucino. Un'azione decisa e coraggiosa, studiata nell'interesse delle famiglie e soprattutto dei bambini che ha già incontrato il muro di polemiche della sinistra intellettuale. Un gruppo di studenti dell'università di Torino ha avviato una petizione online su Change.org per bloccare la legge.
Chiara Saraceno, filosofa e docente di Sociologia della famiglia, ha criticato il provvedimento. E dalle colonne del blog femminista Se non ora quando ha analizzato i punti secondo cui questa legge non porterebbe alcun beneficio. Uno su tutti, lo scarso numero di affidi in Piemonte. Un aspetto, quello affrontato dalle «combattenti rosa» che stride fortemente con i dati ufficiali che collocano la Regione sopra la media nazionale per gli allontanamenti dalla famiglia d'origine. Regione tra l'altro in cui ha sempre operato Claudio Foti. Laureato in Lettere all'università di Torino, Foti ha ricoperto tantissimi incarichi in giro per l'Italia. Inoltre, ha diretto il master alla Facoltà pontificia Auxilium, è stato direttore di progetti di trattamento di sex offender con il Gruppo Abele, giudice onorario al tribunale dei minori di Torino, dal 1980 al 1993. Ed è stato anche lo stesso consulente tecnico dello stesso tribunale. Il suo nome, però, viene ricordato in relazione all'inchiesta «Angeli e demoni».
Eppure, in questo contesto, sembra che la stesura di una legge regionale che prevede aiuti alle famiglie, per evitare che i figli vengono allontanati e deportati presso strutture esterne, sia il vero problema politico. Un motivo c'è. Il ddl «Allontanamento zero» mira a impedire che lo strumento dell'allontanamento dei minori dai propri genitori continui a essere adoperato in modo scriteriato o addirittura a scopo di lucro. Con la legge regionale, il sistema degli affidi verrà arginato in una cornice normativa stringente e sottoposto a un monitoraggio continuo da parte della Regione, che assicureranno un uso soltanto residuale dell'allontanamento, cioè solo dopo che siano falliti tutti gli aiuti e i sostegni che il Servizio sociale dovrà dimostrare di aver fornito prima di minacciare un allontanamento. Un sistema che comporterà anche un notevole risparmio di denaro. Così si dovrà passare a regime, dagli attuali 44 milioni di euro, spesi per confinare bambini in cosiddette case famiglia o strutture simili, ad almeno il 40% di tale esborso pubblico diretto invece ad aiuti concreti ai genitori naturali, nella tutela della permanenza di ogni bambino nella propria famiglia anche nei momenti di crisi del nucleo.
Il fenomeno degli affidi muove una montagna di denaro. Le rette molto spesso vengono classificate, dal punto di vista fiscale, come donazioni a supporto del nucleo familiare o casa famiglia ospitante, che può spendere o non spendere a piacimento quei soldi. Non è quindi possibile sapere alcunché di preciso su quale sia il giro d'affari complessivo a totale disposizione degli affidatari, perché non sono tenuti a dichiarare gli importi. Un giro d'affari milionario inserito in un sistema chiuso, protetto, che a oggi conta in tutta Italia 1.800 case famiglia. Un affare che attira gli interessi del terzo settore, business a sei zeri a cui è difficile rinunciare.
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Per la seconda volta Maher Balle ha fatto sparire la bambina, di 11 anni. La piccola era appena rientrata con un'operazione di polizia internazionale. Disperata la madre: l'uomo non avrebbe potuto avvicinarsi.Grazie a un disegno di legge regionale la sola indigenza dei genitori non sarà più sufficiente per l'allontanamento dei figli. Ma la sinistra lancia una petizione contro.Lo speciale contiene due articoliLa bambina era appena tornata in Italia, il 29 novembre scorso, grazie a una complicata operazione internazionale di polizia ed era stata affidata alla mamma, dopo che nel 2016 il padre l'aveva rapita e tenuta nascosta per quasi tre anni in Siria. Ma venerdì mattina il siriano Maher Balle l'ha portata via nuovamente, prelevandola da scuola a Milano all'insaputa di Mariana Veintimilla, 53 anni, ecuadoriana, da tempo separata dal marito. Nessuno l'ha fermato. Ha approfittato del fatto che era l'ultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di Natale e gli alunni avevano l'uscita anticipata di un'ora, particolare di cui la madre non era a conoscenza. Come sia potuto succedere che gli insegnanti abbiano consegnato senza obiezioni la piccola, di 11 anni, a Balle resta un inquietante punto di domanda. Infatti il siriano è sotto processo per sottrazione di minore, per cui doveva essergli perlomeno vietato avvicinarsi alla figlia. Inoltre il padre risulta agli investigatori di indole violenta. Era stato disposto il divieto? E inoltre era stato comunicato al personale dell'istituto scolastico? Domande in attesa di risposta. Comunque questi sono i fatti, che sembrano ricalcare quanto accaduto tre anni fa: Maher Balle, 42 anni, di religione islamica ma non risulta fondamentalista, alle 13 di venerdì si è presentato nella scuola media in zona Porta Romana, dove la figlia frequenta la prima classe. L'ha presa in consegna come un qualsiasi papà, è uscito senza che nessuno facesse domande e per la seconda volta si è dileguato con lei. Spariti nel nulla, nonostante si stiano passando al setaccio i filmati registrati dalle telecamere del quartiere. Una testimone riferisce di averlo visto con due valigie pronte, come se stessero per partire per un viaggio. Infatti sono scattati i controlli in tutti gli aeroporti e le stazioni, probabile però che l'uomo avesse già pianificato il ritorno a Damasco, magari attraverso diverse tappe all'estero così da far perdere le tracce (forse con documenti falsi). Il suo telefono cellulare, così come quello della bambina, risultano spenti e quindi non rintracciabili. La caccia al rapitore è in corso ma a complicare le operazioni c'è il fatto che le ricerche sono scattate con un'ora di ritardo: secondo quanto raccontato da Veintimilla al Corriere della Sera, lei è arrivata in istituto alle 14, dopo aver chiuso il suo negozio da sarta, e ha scoperto solo ai cancelli che l'ex marito aveva già sottratto la piccola. La donna infatti ignorava che l'orario di uscita «natalizio» fosse stato anticipato di un'ora rispetto a quello «regolare». Quindi alla madre non è restato che avvisare le forze dell'ordine e precipitarsi a Palazzo di Giustizia dal pm Cristian Barilli, titolare del fascicolo, per presentare denuncia. Questo è il secondo rapimento subito dalla bambina da parte del padre, il primo avvenne tre anni fa il 31 dicembre e sempre alle ore 13. Balle allora sparì con la piccola in Siria dopo averla avvicinata con la scusa di portarla in un parco giochi. Nei tre anni trascorsi a Damasco l'uomo aveva promesso per almeno due volte di rientrare in Italia con la figlia, per poi cambiare idea all'ultimo e rimangiarsi la parola data. In quel periodo Mariana aveva impegnato i suoi risparmi per procurarsi un visto, entrare in Siria e fare ricerche a Damasco e dintorni: «Avanzavo tra palazzi devastati dalla guerra, i cadaveri per le strade», ha raccontato al Corriere, «avevo trovato dove stava, in un villaggio sul mare, ma quando lo raggiunsi, lui era scomparso. E con lui, mia figlia». Questo fino allo scorso 29 novembre, quando l'uomo partito da Damasco, seguito dagli uomini dello Scip (Servizio per la cooperazione internazionale di polizia della Criminalpol) e dalla Squadra mobile milanese, è atterrato a Malpensa riportando la bambina in Italia. Fondamentali per il rientro erano stati anche i contatti tra la Procura e il difensore dell'imputato, Francesco Salaroli, per il quale, come stabilito dal giudice, era stato attivato un programma per la messa alla prova. Messa alla prova che è durata solo pochi giorni, perché ha commesso nuovamente lo stesso reato. Ieri la madre ha lanciato un appello all'ex marito dai microfoni del Tgr Lombardia: «Ti prego, riportami mia figlia, le fai un danno». E poi si è rivolta direttamente anche alla bambina: «Torna a casa figlia mia. Ti aspetto. La mamma ha bisogno di te per andare avanti». Chi invece solleva, giustamente, polemiche e dubbi è l'avvocato Angelo Musicco, che assiste la donna in questo difficile momento: «Non sappiamo se l'uomo sia ancora in Italia, lo speriamo. La cosa più assurda è che poteva liberamente vedere sua figlia». Saranno gli accertamenti a stabilire le responsabilità: va verificato se il divieto d'avvicinamento fosse stato già stabilito dai giudici e anche se fossero arrivate comunicazioni alla scuola dal tribunale dei minori. Ma intanto il tempo corre e le speranze di rintracciare Balle si attenuano di ora in ora. «Ho avuto la conferma», spiega ancora l'avvocato Musicco, «che sono state adottate tutte le misure urgenti che si prendono in questi casi, come il blocco delle frontiere e il controllo delle telecamere per vedere se, quando l'ha presa con sé, era da solo o con altri».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siriano-sequestra-la-figlia-a-scuola-era-gia-a-processo-per-rapimento-2641665600.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svolta-anti-bibbiano-del-piemonte" data-post-id="2641665600" data-published-at="1779727663" data-use-pagination="False"> Svolta anti Bibbiano del Piemonte Allontanamento dei minori, business degli affidi, commercio di bambini. Un tema sociale, e non solo giudiziario, che parte da Bibbiano e coinvolge, in una impressionante rete tentacolare di interessi e affari, tutto lo Stivale. E mentre il governo centrale si distingue per silenzio e immobilismo, in Piemonte qualcosa si muove. Tutela dei bambini e sostegno alle famiglie: è su questi presupposti che si fonda il disegno di legge regionale steso dalla giunta piemontese: «Le sole condizioni di indigenza dei genitori non potranno essere motivo di allontanamento», si legge negli atti. A farsi promotore di un cambiamento, prima iniziativa politica nel suo genere, è stato l'assessore regionale alle Politiche sociali e ai bambini, Chiara Caucino. Un'azione decisa e coraggiosa, studiata nell'interesse delle famiglie e soprattutto dei bambini che ha già incontrato il muro di polemiche della sinistra intellettuale. Un gruppo di studenti dell'università di Torino ha avviato una petizione online su Change.org per bloccare la legge. Chiara Saraceno, filosofa e docente di Sociologia della famiglia, ha criticato il provvedimento. E dalle colonne del blog femminista Se non ora quando ha analizzato i punti secondo cui questa legge non porterebbe alcun beneficio. Uno su tutti, lo scarso numero di affidi in Piemonte. Un aspetto, quello affrontato dalle «combattenti rosa» che stride fortemente con i dati ufficiali che collocano la Regione sopra la media nazionale per gli allontanamenti dalla famiglia d'origine. Regione tra l'altro in cui ha sempre operato Claudio Foti. Laureato in Lettere all'università di Torino, Foti ha ricoperto tantissimi incarichi in giro per l'Italia. Inoltre, ha diretto il master alla Facoltà pontificia Auxilium, è stato direttore di progetti di trattamento di sex offender con il Gruppo Abele, giudice onorario al tribunale dei minori di Torino, dal 1980 al 1993. Ed è stato anche lo stesso consulente tecnico dello stesso tribunale. Il suo nome, però, viene ricordato in relazione all'inchiesta «Angeli e demoni». Eppure, in questo contesto, sembra che la stesura di una legge regionale che prevede aiuti alle famiglie, per evitare che i figli vengono allontanati e deportati presso strutture esterne, sia il vero problema politico. Un motivo c'è. Il ddl «Allontanamento zero» mira a impedire che lo strumento dell'allontanamento dei minori dai propri genitori continui a essere adoperato in modo scriteriato o addirittura a scopo di lucro. Con la legge regionale, il sistema degli affidi verrà arginato in una cornice normativa stringente e sottoposto a un monitoraggio continuo da parte della Regione, che assicureranno un uso soltanto residuale dell'allontanamento, cioè solo dopo che siano falliti tutti gli aiuti e i sostegni che il Servizio sociale dovrà dimostrare di aver fornito prima di minacciare un allontanamento. Un sistema che comporterà anche un notevole risparmio di denaro. Così si dovrà passare a regime, dagli attuali 44 milioni di euro, spesi per confinare bambini in cosiddette case famiglia o strutture simili, ad almeno il 40% di tale esborso pubblico diretto invece ad aiuti concreti ai genitori naturali, nella tutela della permanenza di ogni bambino nella propria famiglia anche nei momenti di crisi del nucleo. Il fenomeno degli affidi muove una montagna di denaro. Le rette molto spesso vengono classificate, dal punto di vista fiscale, come donazioni a supporto del nucleo familiare o casa famiglia ospitante, che può spendere o non spendere a piacimento quei soldi. Non è quindi possibile sapere alcunché di preciso su quale sia il giro d'affari complessivo a totale disposizione degli affidatari, perché non sono tenuti a dichiarare gli importi. Un giro d'affari milionario inserito in un sistema chiuso, protetto, che a oggi conta in tutta Italia 1.800 case famiglia. Un affare che attira gli interessi del terzo settore, business a sei zeri a cui è difficile rinunciare.
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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