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2019-12-22
Siriano sequestra la figlia a scuola. Era già a processo per rapimento
Ansa
La bambina era appena tornata in Italia, il 29 novembre scorso, grazie a una complicata operazione internazionale di polizia ed era stata affidata alla mamma, dopo che nel 2016 il padre l'aveva rapita e tenuta nascosta per quasi tre anni in Siria. Ma venerdì mattina il siriano Maher Balle l'ha portata via nuovamente, prelevandola da scuola a Milano all'insaputa di Mariana Veintimilla, 53 anni, ecuadoriana, da tempo separata dal marito. Nessuno l'ha fermato. Ha approfittato del fatto che era l'ultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di Natale e gli alunni avevano l'uscita anticipata di un'ora, particolare di cui la madre non era a conoscenza. Come sia potuto succedere che gli insegnanti abbiano consegnato senza obiezioni la piccola, di 11 anni, a Balle resta un inquietante punto di domanda. Infatti il siriano è sotto processo per sottrazione di minore, per cui doveva essergli perlomeno vietato avvicinarsi alla figlia. Inoltre il padre risulta agli investigatori di indole violenta. Era stato disposto il divieto? E inoltre era stato comunicato al personale dell'istituto scolastico? Domande in attesa di risposta.
Comunque questi sono i fatti, che sembrano ricalcare quanto accaduto tre anni fa: Maher Balle, 42 anni, di religione islamica ma non risulta fondamentalista, alle 13 di venerdì si è presentato nella scuola media in zona Porta Romana, dove la figlia frequenta la prima classe. L'ha presa in consegna come un qualsiasi papà, è uscito senza che nessuno facesse domande e per la seconda volta si è dileguato con lei. Spariti nel nulla, nonostante si stiano passando al setaccio i filmati registrati dalle telecamere del quartiere. Una testimone riferisce di averlo visto con due valigie pronte, come se stessero per partire per un viaggio. Infatti sono scattati i controlli in tutti gli aeroporti e le stazioni, probabile però che l'uomo avesse già pianificato il ritorno a Damasco, magari attraverso diverse tappe all'estero così da far perdere le tracce (forse con documenti falsi). Il suo telefono cellulare, così come quello della bambina, risultano spenti e quindi non rintracciabili. La caccia al rapitore è in corso ma a complicare le operazioni c'è il fatto che le ricerche sono scattate con un'ora di ritardo: secondo quanto raccontato da Veintimilla al Corriere della Sera, lei è arrivata in istituto alle 14, dopo aver chiuso il suo negozio da sarta, e ha scoperto solo ai cancelli che l'ex marito aveva già sottratto la piccola. La donna infatti ignorava che l'orario di uscita «natalizio» fosse stato anticipato di un'ora rispetto a quello «regolare». Quindi alla madre non è restato che avvisare le forze dell'ordine e precipitarsi a Palazzo di Giustizia dal pm Cristian Barilli, titolare del fascicolo, per presentare denuncia.
Questo è il secondo rapimento subito dalla bambina da parte del padre, il primo avvenne tre anni fa il 31 dicembre e sempre alle ore 13. Balle allora sparì con la piccola in Siria dopo averla avvicinata con la scusa di portarla in un parco giochi. Nei tre anni trascorsi a Damasco l'uomo aveva promesso per almeno due volte di rientrare in Italia con la figlia, per poi cambiare idea all'ultimo e rimangiarsi la parola data. In quel periodo Mariana aveva impegnato i suoi risparmi per procurarsi un visto, entrare in Siria e fare ricerche a Damasco e dintorni: «Avanzavo tra palazzi devastati dalla guerra, i cadaveri per le strade», ha raccontato al Corriere, «avevo trovato dove stava, in un villaggio sul mare, ma quando lo raggiunsi, lui era scomparso. E con lui, mia figlia». Questo fino allo scorso 29 novembre, quando l'uomo partito da Damasco, seguito dagli uomini dello Scip (Servizio per la cooperazione internazionale di polizia della Criminalpol) e dalla Squadra mobile milanese, è atterrato a Malpensa riportando la bambina in Italia.
Fondamentali per il rientro erano stati anche i contatti tra la Procura e il difensore dell'imputato, Francesco Salaroli, per il quale, come stabilito dal giudice, era stato attivato un programma per la messa alla prova. Messa alla prova che è durata solo pochi giorni, perché ha commesso nuovamente lo stesso reato. Ieri la madre ha lanciato un appello all'ex marito dai microfoni del Tgr Lombardia: «Ti prego, riportami mia figlia, le fai un danno». E poi si è rivolta direttamente anche alla bambina: «Torna a casa figlia mia. Ti aspetto. La mamma ha bisogno di te per andare avanti». Chi invece solleva, giustamente, polemiche e dubbi è l'avvocato Angelo Musicco, che assiste la donna in questo difficile momento: «Non sappiamo se l'uomo sia ancora in Italia, lo speriamo. La cosa più assurda è che poteva liberamente vedere sua figlia». Saranno gli accertamenti a stabilire le responsabilità: va verificato se il divieto d'avvicinamento fosse stato già stabilito dai giudici e anche se fossero arrivate comunicazioni alla scuola dal tribunale dei minori. Ma intanto il tempo corre e le speranze di rintracciare Balle si attenuano di ora in ora. «Ho avuto la conferma», spiega ancora l'avvocato Musicco, «che sono state adottate tutte le misure urgenti che si prendono in questi casi, come il blocco delle frontiere e il controllo delle telecamere per vedere se, quando l'ha presa con sé, era da solo o con altri».
Svolta anti Bibbiano del Piemonte
Allontanamento dei minori, business degli affidi, commercio di bambini. Un tema sociale, e non solo giudiziario, che parte da Bibbiano e coinvolge, in una impressionante rete tentacolare di interessi e affari, tutto lo Stivale. E mentre il governo centrale si distingue per silenzio e immobilismo, in Piemonte qualcosa si muove. Tutela dei bambini e sostegno alle famiglie: è su questi presupposti che si fonda il disegno di legge regionale steso dalla giunta piemontese: «Le sole condizioni di indigenza dei genitori non potranno essere motivo di allontanamento», si legge negli atti.
A farsi promotore di un cambiamento, prima iniziativa politica nel suo genere, è stato l'assessore regionale alle Politiche sociali e ai bambini, Chiara Caucino. Un'azione decisa e coraggiosa, studiata nell'interesse delle famiglie e soprattutto dei bambini che ha già incontrato il muro di polemiche della sinistra intellettuale. Un gruppo di studenti dell'università di Torino ha avviato una petizione online su Change.org per bloccare la legge.
Chiara Saraceno, filosofa e docente di Sociologia della famiglia, ha criticato il provvedimento. E dalle colonne del blog femminista Se non ora quando ha analizzato i punti secondo cui questa legge non porterebbe alcun beneficio. Uno su tutti, lo scarso numero di affidi in Piemonte. Un aspetto, quello affrontato dalle «combattenti rosa» che stride fortemente con i dati ufficiali che collocano la Regione sopra la media nazionale per gli allontanamenti dalla famiglia d'origine. Regione tra l'altro in cui ha sempre operato Claudio Foti. Laureato in Lettere all'università di Torino, Foti ha ricoperto tantissimi incarichi in giro per l'Italia. Inoltre, ha diretto il master alla Facoltà pontificia Auxilium, è stato direttore di progetti di trattamento di sex offender con il Gruppo Abele, giudice onorario al tribunale dei minori di Torino, dal 1980 al 1993. Ed è stato anche lo stesso consulente tecnico dello stesso tribunale. Il suo nome, però, viene ricordato in relazione all'inchiesta «Angeli e demoni».
Eppure, in questo contesto, sembra che la stesura di una legge regionale che prevede aiuti alle famiglie, per evitare che i figli vengono allontanati e deportati presso strutture esterne, sia il vero problema politico. Un motivo c'è. Il ddl «Allontanamento zero» mira a impedire che lo strumento dell'allontanamento dei minori dai propri genitori continui a essere adoperato in modo scriteriato o addirittura a scopo di lucro. Con la legge regionale, il sistema degli affidi verrà arginato in una cornice normativa stringente e sottoposto a un monitoraggio continuo da parte della Regione, che assicureranno un uso soltanto residuale dell'allontanamento, cioè solo dopo che siano falliti tutti gli aiuti e i sostegni che il Servizio sociale dovrà dimostrare di aver fornito prima di minacciare un allontanamento. Un sistema che comporterà anche un notevole risparmio di denaro. Così si dovrà passare a regime, dagli attuali 44 milioni di euro, spesi per confinare bambini in cosiddette case famiglia o strutture simili, ad almeno il 40% di tale esborso pubblico diretto invece ad aiuti concreti ai genitori naturali, nella tutela della permanenza di ogni bambino nella propria famiglia anche nei momenti di crisi del nucleo.
Il fenomeno degli affidi muove una montagna di denaro. Le rette molto spesso vengono classificate, dal punto di vista fiscale, come donazioni a supporto del nucleo familiare o casa famiglia ospitante, che può spendere o non spendere a piacimento quei soldi. Non è quindi possibile sapere alcunché di preciso su quale sia il giro d'affari complessivo a totale disposizione degli affidatari, perché non sono tenuti a dichiarare gli importi. Un giro d'affari milionario inserito in un sistema chiuso, protetto, che a oggi conta in tutta Italia 1.800 case famiglia. Un affare che attira gli interessi del terzo settore, business a sei zeri a cui è difficile rinunciare.
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Per la seconda volta Maher Balle ha fatto sparire la bambina, di 11 anni. La piccola era appena rientrata con un'operazione di polizia internazionale. Disperata la madre: l'uomo non avrebbe potuto avvicinarsi.Grazie a un disegno di legge regionale la sola indigenza dei genitori non sarà più sufficiente per l'allontanamento dei figli. Ma la sinistra lancia una petizione contro.Lo speciale contiene due articoliLa bambina era appena tornata in Italia, il 29 novembre scorso, grazie a una complicata operazione internazionale di polizia ed era stata affidata alla mamma, dopo che nel 2016 il padre l'aveva rapita e tenuta nascosta per quasi tre anni in Siria. Ma venerdì mattina il siriano Maher Balle l'ha portata via nuovamente, prelevandola da scuola a Milano all'insaputa di Mariana Veintimilla, 53 anni, ecuadoriana, da tempo separata dal marito. Nessuno l'ha fermato. Ha approfittato del fatto che era l'ultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di Natale e gli alunni avevano l'uscita anticipata di un'ora, particolare di cui la madre non era a conoscenza. Come sia potuto succedere che gli insegnanti abbiano consegnato senza obiezioni la piccola, di 11 anni, a Balle resta un inquietante punto di domanda. Infatti il siriano è sotto processo per sottrazione di minore, per cui doveva essergli perlomeno vietato avvicinarsi alla figlia. Inoltre il padre risulta agli investigatori di indole violenta. Era stato disposto il divieto? E inoltre era stato comunicato al personale dell'istituto scolastico? Domande in attesa di risposta. Comunque questi sono i fatti, che sembrano ricalcare quanto accaduto tre anni fa: Maher Balle, 42 anni, di religione islamica ma non risulta fondamentalista, alle 13 di venerdì si è presentato nella scuola media in zona Porta Romana, dove la figlia frequenta la prima classe. L'ha presa in consegna come un qualsiasi papà, è uscito senza che nessuno facesse domande e per la seconda volta si è dileguato con lei. Spariti nel nulla, nonostante si stiano passando al setaccio i filmati registrati dalle telecamere del quartiere. Una testimone riferisce di averlo visto con due valigie pronte, come se stessero per partire per un viaggio. Infatti sono scattati i controlli in tutti gli aeroporti e le stazioni, probabile però che l'uomo avesse già pianificato il ritorno a Damasco, magari attraverso diverse tappe all'estero così da far perdere le tracce (forse con documenti falsi). Il suo telefono cellulare, così come quello della bambina, risultano spenti e quindi non rintracciabili. La caccia al rapitore è in corso ma a complicare le operazioni c'è il fatto che le ricerche sono scattate con un'ora di ritardo: secondo quanto raccontato da Veintimilla al Corriere della Sera, lei è arrivata in istituto alle 14, dopo aver chiuso il suo negozio da sarta, e ha scoperto solo ai cancelli che l'ex marito aveva già sottratto la piccola. La donna infatti ignorava che l'orario di uscita «natalizio» fosse stato anticipato di un'ora rispetto a quello «regolare». Quindi alla madre non è restato che avvisare le forze dell'ordine e precipitarsi a Palazzo di Giustizia dal pm Cristian Barilli, titolare del fascicolo, per presentare denuncia. Questo è il secondo rapimento subito dalla bambina da parte del padre, il primo avvenne tre anni fa il 31 dicembre e sempre alle ore 13. Balle allora sparì con la piccola in Siria dopo averla avvicinata con la scusa di portarla in un parco giochi. Nei tre anni trascorsi a Damasco l'uomo aveva promesso per almeno due volte di rientrare in Italia con la figlia, per poi cambiare idea all'ultimo e rimangiarsi la parola data. In quel periodo Mariana aveva impegnato i suoi risparmi per procurarsi un visto, entrare in Siria e fare ricerche a Damasco e dintorni: «Avanzavo tra palazzi devastati dalla guerra, i cadaveri per le strade», ha raccontato al Corriere, «avevo trovato dove stava, in un villaggio sul mare, ma quando lo raggiunsi, lui era scomparso. E con lui, mia figlia». Questo fino allo scorso 29 novembre, quando l'uomo partito da Damasco, seguito dagli uomini dello Scip (Servizio per la cooperazione internazionale di polizia della Criminalpol) e dalla Squadra mobile milanese, è atterrato a Malpensa riportando la bambina in Italia. Fondamentali per il rientro erano stati anche i contatti tra la Procura e il difensore dell'imputato, Francesco Salaroli, per il quale, come stabilito dal giudice, era stato attivato un programma per la messa alla prova. Messa alla prova che è durata solo pochi giorni, perché ha commesso nuovamente lo stesso reato. Ieri la madre ha lanciato un appello all'ex marito dai microfoni del Tgr Lombardia: «Ti prego, riportami mia figlia, le fai un danno». E poi si è rivolta direttamente anche alla bambina: «Torna a casa figlia mia. Ti aspetto. La mamma ha bisogno di te per andare avanti». Chi invece solleva, giustamente, polemiche e dubbi è l'avvocato Angelo Musicco, che assiste la donna in questo difficile momento: «Non sappiamo se l'uomo sia ancora in Italia, lo speriamo. La cosa più assurda è che poteva liberamente vedere sua figlia». Saranno gli accertamenti a stabilire le responsabilità: va verificato se il divieto d'avvicinamento fosse stato già stabilito dai giudici e anche se fossero arrivate comunicazioni alla scuola dal tribunale dei minori. Ma intanto il tempo corre e le speranze di rintracciare Balle si attenuano di ora in ora. «Ho avuto la conferma», spiega ancora l'avvocato Musicco, «che sono state adottate tutte le misure urgenti che si prendono in questi casi, come il blocco delle frontiere e il controllo delle telecamere per vedere se, quando l'ha presa con sé, era da solo o con altri».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siriano-sequestra-la-figlia-a-scuola-era-gia-a-processo-per-rapimento-2641665600.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svolta-anti-bibbiano-del-piemonte" data-post-id="2641665600" data-published-at="1778607010" data-use-pagination="False"> Svolta anti Bibbiano del Piemonte Allontanamento dei minori, business degli affidi, commercio di bambini. Un tema sociale, e non solo giudiziario, che parte da Bibbiano e coinvolge, in una impressionante rete tentacolare di interessi e affari, tutto lo Stivale. E mentre il governo centrale si distingue per silenzio e immobilismo, in Piemonte qualcosa si muove. Tutela dei bambini e sostegno alle famiglie: è su questi presupposti che si fonda il disegno di legge regionale steso dalla giunta piemontese: «Le sole condizioni di indigenza dei genitori non potranno essere motivo di allontanamento», si legge negli atti. A farsi promotore di un cambiamento, prima iniziativa politica nel suo genere, è stato l'assessore regionale alle Politiche sociali e ai bambini, Chiara Caucino. Un'azione decisa e coraggiosa, studiata nell'interesse delle famiglie e soprattutto dei bambini che ha già incontrato il muro di polemiche della sinistra intellettuale. Un gruppo di studenti dell'università di Torino ha avviato una petizione online su Change.org per bloccare la legge. Chiara Saraceno, filosofa e docente di Sociologia della famiglia, ha criticato il provvedimento. E dalle colonne del blog femminista Se non ora quando ha analizzato i punti secondo cui questa legge non porterebbe alcun beneficio. Uno su tutti, lo scarso numero di affidi in Piemonte. Un aspetto, quello affrontato dalle «combattenti rosa» che stride fortemente con i dati ufficiali che collocano la Regione sopra la media nazionale per gli allontanamenti dalla famiglia d'origine. Regione tra l'altro in cui ha sempre operato Claudio Foti. Laureato in Lettere all'università di Torino, Foti ha ricoperto tantissimi incarichi in giro per l'Italia. Inoltre, ha diretto il master alla Facoltà pontificia Auxilium, è stato direttore di progetti di trattamento di sex offender con il Gruppo Abele, giudice onorario al tribunale dei minori di Torino, dal 1980 al 1993. Ed è stato anche lo stesso consulente tecnico dello stesso tribunale. Il suo nome, però, viene ricordato in relazione all'inchiesta «Angeli e demoni». Eppure, in questo contesto, sembra che la stesura di una legge regionale che prevede aiuti alle famiglie, per evitare che i figli vengono allontanati e deportati presso strutture esterne, sia il vero problema politico. Un motivo c'è. Il ddl «Allontanamento zero» mira a impedire che lo strumento dell'allontanamento dei minori dai propri genitori continui a essere adoperato in modo scriteriato o addirittura a scopo di lucro. Con la legge regionale, il sistema degli affidi verrà arginato in una cornice normativa stringente e sottoposto a un monitoraggio continuo da parte della Regione, che assicureranno un uso soltanto residuale dell'allontanamento, cioè solo dopo che siano falliti tutti gli aiuti e i sostegni che il Servizio sociale dovrà dimostrare di aver fornito prima di minacciare un allontanamento. Un sistema che comporterà anche un notevole risparmio di denaro. Così si dovrà passare a regime, dagli attuali 44 milioni di euro, spesi per confinare bambini in cosiddette case famiglia o strutture simili, ad almeno il 40% di tale esborso pubblico diretto invece ad aiuti concreti ai genitori naturali, nella tutela della permanenza di ogni bambino nella propria famiglia anche nei momenti di crisi del nucleo. Il fenomeno degli affidi muove una montagna di denaro. Le rette molto spesso vengono classificate, dal punto di vista fiscale, come donazioni a supporto del nucleo familiare o casa famiglia ospitante, che può spendere o non spendere a piacimento quei soldi. Non è quindi possibile sapere alcunché di preciso su quale sia il giro d'affari complessivo a totale disposizione degli affidatari, perché non sono tenuti a dichiarare gli importi. Un giro d'affari milionario inserito in un sistema chiuso, protetto, che a oggi conta in tutta Italia 1.800 case famiglia. Un affare che attira gli interessi del terzo settore, business a sei zeri a cui è difficile rinunciare.
Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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