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2022-06-08
Sgominata cellula di terroristi pronti a colpire in Italia
La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.
Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.
Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza... ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[...] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero.
Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.
E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.
L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia.
Al telefono: «Trovo 10 persone e poi compro le armi»
«Ora bisogna andare in ogni città e trovare quelle dieci persone che mi servono... più saremo meglio è». È in questa conversazione tra Tair Y., il rifugiato che faceva la spola con la Francia e anche col confine spagnolo (dove c’era un’altra cellula dello stesso gruppo terroristico internazionale), e N.R., pakistano residente in Francia che nelle telefonate veniva chiamato «Peer», ovvero maestro, che la Procura antiterrorismo di Genova individua la ferma volontà di costituire il gruppo Gabar italiano. Una cellula ispirata dalle teorie del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, le cui prime derive radicali si sono manifestate nel corso del 2011, in occasione dell’omicidio del Governatore del Punjab accusato di blasfemia per aver speso parole in difesa di Asia Bibi.
Nel corso delle intercettazioni sarebbe emersa quindi anche la volontà di amarsi: «Tra due mesi comincio a comprare armi». E, infine, di individuare un covo, una sorta di hub del gruppo Gabar in Italia: «Fammi lavorare due mesi, e poi troviamo una nostra tana e facciamo il gruppo Gabar qui in Italia».
Dalle intercettazioni è emersa subito una certa deferenza di Tair nei confronti del «Maestro»: «Tu sei grande e per questo ti rispetto», gli dice a telefono.
Creata la base logistica, il «Maestro» sarebbe stato pronto a raggiungere Tair in Italia: «Non ti preoccupare, le volte che poi verrò in Italia farò di tutto». E anche se gli obiettivi della banda, stando a quanto è emerso dall’inchiesta, non erano ancora ben definiti, queste parole avrebbero fornito la misura della determinazione e della pericolosità degli indagati, rappresentando uno dei pilastri delle esigenze cautelari, nelle quali si ritiene che gli indagati sarebbero «appartenenti a una associazione, definitasi Gruppo Gabar, che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo». Di certo i due dovevano aver lasciato qualcosa in sospeso in Francia, visto che Tair a un certo punto dice al suo interlocutore: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». La risposta: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar». I due si aggiornano anche su un altro detenuto (probabilmente anche lui appartenente alla rete): «Tra quanto deve uscire Zaheer?». E l’interlocutore spiega che è vicina anche la sua scarcerazione: «Più o meno due o tre mesi». E in un altro passaggio della chiacchierata gli investigatori hanno trovato il perno per ipotizzare l’esistenza di una rete internazionale: «Se Dio vuole avremo un gruppo Gabar qui in Italia e uno in Spagna a Barcellona». Proprio dove sono saltati fuori collegamenti sia con la cellula francese, sia con quella italiana. Ma le ambizioni del Gruppo Gabar, stando agli elementi raccolti, sembravano crescere a dismisura, andando ben oltre la costituzione dei gruppi in Italia e in Spagna. La conversazione, infatti, si conclude con queste parole: «Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno... il suo tempo è tornato (probabilmente dopo la pausa post attentato a Parigi, ndr) e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi... se non lo faccio non mi chiamare più Gabar». I messaggi di propaganda ufficiale del gruppo, infine, sembrano non lasciare dubbi sui loro reali obiettivi: «Perché dovremmo essere terrorizzati dalle vostre armate, quando noi stessi temiamo le nostre intenzioni?». Parole difficili da equivocare.
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Avevano legami con uno degli attentatori di «Charlie Hebdo». Il leader ha lo status di rifugiato, però pianificava delle stragi.Intercettazioni inequivocabili sul nostro Paese: «Una volta lì, farò di tutto». Si organizzavano: «Lavoro due mesi e trovo una tana».Lo speciale contiene due articoli. La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza... ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[...] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero. Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgominata-cellula-terroristi-colpire-italia-2657473513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-telefono-trovo-10-persone-e-poi-compro-le-armi" data-post-id="2657473513" data-published-at="1654668043" data-use-pagination="False"> Al telefono: «Trovo 10 persone e poi compro le armi» «Ora bisogna andare in ogni città e trovare quelle dieci persone che mi servono... più saremo meglio è». È in questa conversazione tra Tair Y., il rifugiato che faceva la spola con la Francia e anche col confine spagnolo (dove c’era un’altra cellula dello stesso gruppo terroristico internazionale), e N.R., pakistano residente in Francia che nelle telefonate veniva chiamato «Peer», ovvero maestro, che la Procura antiterrorismo di Genova individua la ferma volontà di costituire il gruppo Gabar italiano. Una cellula ispirata dalle teorie del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, le cui prime derive radicali si sono manifestate nel corso del 2011, in occasione dell’omicidio del Governatore del Punjab accusato di blasfemia per aver speso parole in difesa di Asia Bibi. Nel corso delle intercettazioni sarebbe emersa quindi anche la volontà di amarsi: «Tra due mesi comincio a comprare armi». E, infine, di individuare un covo, una sorta di hub del gruppo Gabar in Italia: «Fammi lavorare due mesi, e poi troviamo una nostra tana e facciamo il gruppo Gabar qui in Italia». Dalle intercettazioni è emersa subito una certa deferenza di Tair nei confronti del «Maestro»: «Tu sei grande e per questo ti rispetto», gli dice a telefono. Creata la base logistica, il «Maestro» sarebbe stato pronto a raggiungere Tair in Italia: «Non ti preoccupare, le volte che poi verrò in Italia farò di tutto». E anche se gli obiettivi della banda, stando a quanto è emerso dall’inchiesta, non erano ancora ben definiti, queste parole avrebbero fornito la misura della determinazione e della pericolosità degli indagati, rappresentando uno dei pilastri delle esigenze cautelari, nelle quali si ritiene che gli indagati sarebbero «appartenenti a una associazione, definitasi Gruppo Gabar, che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo». Di certo i due dovevano aver lasciato qualcosa in sospeso in Francia, visto che Tair a un certo punto dice al suo interlocutore: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». La risposta: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar». I due si aggiornano anche su un altro detenuto (probabilmente anche lui appartenente alla rete): «Tra quanto deve uscire Zaheer?». E l’interlocutore spiega che è vicina anche la sua scarcerazione: «Più o meno due o tre mesi». E in un altro passaggio della chiacchierata gli investigatori hanno trovato il perno per ipotizzare l’esistenza di una rete internazionale: «Se Dio vuole avremo un gruppo Gabar qui in Italia e uno in Spagna a Barcellona». Proprio dove sono saltati fuori collegamenti sia con la cellula francese, sia con quella italiana. Ma le ambizioni del Gruppo Gabar, stando agli elementi raccolti, sembravano crescere a dismisura, andando ben oltre la costituzione dei gruppi in Italia e in Spagna. La conversazione, infatti, si conclude con queste parole: «Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno... il suo tempo è tornato (probabilmente dopo la pausa post attentato a Parigi, ndr) e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi... se non lo faccio non mi chiamare più Gabar». I messaggi di propaganda ufficiale del gruppo, infine, sembrano non lasciare dubbi sui loro reali obiettivi: «Perché dovremmo essere terrorizzati dalle vostre armate, quando noi stessi temiamo le nostre intenzioni?». Parole difficili da equivocare.
Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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