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2022-06-08
Sgominata cellula di terroristi pronti a colpire in Italia
La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.
Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.
Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza... ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[...] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero.
Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.
E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.
L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia.
Al telefono: «Trovo 10 persone e poi compro le armi»
«Ora bisogna andare in ogni città e trovare quelle dieci persone che mi servono... più saremo meglio è». È in questa conversazione tra Tair Y., il rifugiato che faceva la spola con la Francia e anche col confine spagnolo (dove c’era un’altra cellula dello stesso gruppo terroristico internazionale), e N.R., pakistano residente in Francia che nelle telefonate veniva chiamato «Peer», ovvero maestro, che la Procura antiterrorismo di Genova individua la ferma volontà di costituire il gruppo Gabar italiano. Una cellula ispirata dalle teorie del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, le cui prime derive radicali si sono manifestate nel corso del 2011, in occasione dell’omicidio del Governatore del Punjab accusato di blasfemia per aver speso parole in difesa di Asia Bibi.
Nel corso delle intercettazioni sarebbe emersa quindi anche la volontà di amarsi: «Tra due mesi comincio a comprare armi». E, infine, di individuare un covo, una sorta di hub del gruppo Gabar in Italia: «Fammi lavorare due mesi, e poi troviamo una nostra tana e facciamo il gruppo Gabar qui in Italia».
Dalle intercettazioni è emersa subito una certa deferenza di Tair nei confronti del «Maestro»: «Tu sei grande e per questo ti rispetto», gli dice a telefono.
Creata la base logistica, il «Maestro» sarebbe stato pronto a raggiungere Tair in Italia: «Non ti preoccupare, le volte che poi verrò in Italia farò di tutto». E anche se gli obiettivi della banda, stando a quanto è emerso dall’inchiesta, non erano ancora ben definiti, queste parole avrebbero fornito la misura della determinazione e della pericolosità degli indagati, rappresentando uno dei pilastri delle esigenze cautelari, nelle quali si ritiene che gli indagati sarebbero «appartenenti a una associazione, definitasi Gruppo Gabar, che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo». Di certo i due dovevano aver lasciato qualcosa in sospeso in Francia, visto che Tair a un certo punto dice al suo interlocutore: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». La risposta: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar». I due si aggiornano anche su un altro detenuto (probabilmente anche lui appartenente alla rete): «Tra quanto deve uscire Zaheer?». E l’interlocutore spiega che è vicina anche la sua scarcerazione: «Più o meno due o tre mesi». E in un altro passaggio della chiacchierata gli investigatori hanno trovato il perno per ipotizzare l’esistenza di una rete internazionale: «Se Dio vuole avremo un gruppo Gabar qui in Italia e uno in Spagna a Barcellona». Proprio dove sono saltati fuori collegamenti sia con la cellula francese, sia con quella italiana. Ma le ambizioni del Gruppo Gabar, stando agli elementi raccolti, sembravano crescere a dismisura, andando ben oltre la costituzione dei gruppi in Italia e in Spagna. La conversazione, infatti, si conclude con queste parole: «Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno... il suo tempo è tornato (probabilmente dopo la pausa post attentato a Parigi, ndr) e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi... se non lo faccio non mi chiamare più Gabar». I messaggi di propaganda ufficiale del gruppo, infine, sembrano non lasciare dubbi sui loro reali obiettivi: «Perché dovremmo essere terrorizzati dalle vostre armate, quando noi stessi temiamo le nostre intenzioni?». Parole difficili da equivocare.
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Avevano legami con uno degli attentatori di «Charlie Hebdo». Il leader ha lo status di rifugiato, però pianificava delle stragi.Intercettazioni inequivocabili sul nostro Paese: «Una volta lì, farò di tutto». Si organizzavano: «Lavoro due mesi e trovo una tana».Lo speciale contiene due articoli. La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza... ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[...] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero. Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgominata-cellula-terroristi-colpire-italia-2657473513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-telefono-trovo-10-persone-e-poi-compro-le-armi" data-post-id="2657473513" data-published-at="1654668043" data-use-pagination="False"> Al telefono: «Trovo 10 persone e poi compro le armi» «Ora bisogna andare in ogni città e trovare quelle dieci persone che mi servono... più saremo meglio è». 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Dalle intercettazioni è emersa subito una certa deferenza di Tair nei confronti del «Maestro»: «Tu sei grande e per questo ti rispetto», gli dice a telefono. Creata la base logistica, il «Maestro» sarebbe stato pronto a raggiungere Tair in Italia: «Non ti preoccupare, le volte che poi verrò in Italia farò di tutto». E anche se gli obiettivi della banda, stando a quanto è emerso dall’inchiesta, non erano ancora ben definiti, queste parole avrebbero fornito la misura della determinazione e della pericolosità degli indagati, rappresentando uno dei pilastri delle esigenze cautelari, nelle quali si ritiene che gli indagati sarebbero «appartenenti a una associazione, definitasi Gruppo Gabar, che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo». Di certo i due dovevano aver lasciato qualcosa in sospeso in Francia, visto che Tair a un certo punto dice al suo interlocutore: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». La risposta: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar». I due si aggiornano anche su un altro detenuto (probabilmente anche lui appartenente alla rete): «Tra quanto deve uscire Zaheer?». E l’interlocutore spiega che è vicina anche la sua scarcerazione: «Più o meno due o tre mesi». E in un altro passaggio della chiacchierata gli investigatori hanno trovato il perno per ipotizzare l’esistenza di una rete internazionale: «Se Dio vuole avremo un gruppo Gabar qui in Italia e uno in Spagna a Barcellona». Proprio dove sono saltati fuori collegamenti sia con la cellula francese, sia con quella italiana. Ma le ambizioni del Gruppo Gabar, stando agli elementi raccolti, sembravano crescere a dismisura, andando ben oltre la costituzione dei gruppi in Italia e in Spagna. La conversazione, infatti, si conclude con queste parole: «Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno... il suo tempo è tornato (probabilmente dopo la pausa post attentato a Parigi, ndr) e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi... se non lo faccio non mi chiamare più Gabar». I messaggi di propaganda ufficiale del gruppo, infine, sembrano non lasciare dubbi sui loro reali obiettivi: «Perché dovremmo essere terrorizzati dalle vostre armate, quando noi stessi temiamo le nostre intenzioni?». Parole difficili da equivocare.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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