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2022-06-08
Sgominata cellula di terroristi pronti a colpire in Italia
La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.
Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.
Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza... ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[...] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero.
Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.
E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.
L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia.
Al telefono: «Trovo 10 persone e poi compro le armi»
«Ora bisogna andare in ogni città e trovare quelle dieci persone che mi servono... più saremo meglio è». È in questa conversazione tra Tair Y., il rifugiato che faceva la spola con la Francia e anche col confine spagnolo (dove c’era un’altra cellula dello stesso gruppo terroristico internazionale), e N.R., pakistano residente in Francia che nelle telefonate veniva chiamato «Peer», ovvero maestro, che la Procura antiterrorismo di Genova individua la ferma volontà di costituire il gruppo Gabar italiano. Una cellula ispirata dalle teorie del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, le cui prime derive radicali si sono manifestate nel corso del 2011, in occasione dell’omicidio del Governatore del Punjab accusato di blasfemia per aver speso parole in difesa di Asia Bibi.
Nel corso delle intercettazioni sarebbe emersa quindi anche la volontà di amarsi: «Tra due mesi comincio a comprare armi». E, infine, di individuare un covo, una sorta di hub del gruppo Gabar in Italia: «Fammi lavorare due mesi, e poi troviamo una nostra tana e facciamo il gruppo Gabar qui in Italia».
Dalle intercettazioni è emersa subito una certa deferenza di Tair nei confronti del «Maestro»: «Tu sei grande e per questo ti rispetto», gli dice a telefono.
Creata la base logistica, il «Maestro» sarebbe stato pronto a raggiungere Tair in Italia: «Non ti preoccupare, le volte che poi verrò in Italia farò di tutto». E anche se gli obiettivi della banda, stando a quanto è emerso dall’inchiesta, non erano ancora ben definiti, queste parole avrebbero fornito la misura della determinazione e della pericolosità degli indagati, rappresentando uno dei pilastri delle esigenze cautelari, nelle quali si ritiene che gli indagati sarebbero «appartenenti a una associazione, definitasi Gruppo Gabar, che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo». Di certo i due dovevano aver lasciato qualcosa in sospeso in Francia, visto che Tair a un certo punto dice al suo interlocutore: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». La risposta: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar». I due si aggiornano anche su un altro detenuto (probabilmente anche lui appartenente alla rete): «Tra quanto deve uscire Zaheer?». E l’interlocutore spiega che è vicina anche la sua scarcerazione: «Più o meno due o tre mesi». E in un altro passaggio della chiacchierata gli investigatori hanno trovato il perno per ipotizzare l’esistenza di una rete internazionale: «Se Dio vuole avremo un gruppo Gabar qui in Italia e uno in Spagna a Barcellona». Proprio dove sono saltati fuori collegamenti sia con la cellula francese, sia con quella italiana. Ma le ambizioni del Gruppo Gabar, stando agli elementi raccolti, sembravano crescere a dismisura, andando ben oltre la costituzione dei gruppi in Italia e in Spagna. La conversazione, infatti, si conclude con queste parole: «Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno... il suo tempo è tornato (probabilmente dopo la pausa post attentato a Parigi, ndr) e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi... se non lo faccio non mi chiamare più Gabar». I messaggi di propaganda ufficiale del gruppo, infine, sembrano non lasciare dubbi sui loro reali obiettivi: «Perché dovremmo essere terrorizzati dalle vostre armate, quando noi stessi temiamo le nostre intenzioni?». Parole difficili da equivocare.
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Avevano legami con uno degli attentatori di «Charlie Hebdo». Il leader ha lo status di rifugiato, però pianificava delle stragi.Intercettazioni inequivocabili sul nostro Paese: «Una volta lì, farò di tutto». Si organizzavano: «Lavoro due mesi e trovo una tana».Lo speciale contiene due articoli. La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza... ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[...] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero. Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgominata-cellula-terroristi-colpire-italia-2657473513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-telefono-trovo-10-persone-e-poi-compro-le-armi" data-post-id="2657473513" data-published-at="1654668043" data-use-pagination="False"> Al telefono: «Trovo 10 persone e poi compro le armi» «Ora bisogna andare in ogni città e trovare quelle dieci persone che mi servono... più saremo meglio è». 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Dalle intercettazioni è emersa subito una certa deferenza di Tair nei confronti del «Maestro»: «Tu sei grande e per questo ti rispetto», gli dice a telefono. Creata la base logistica, il «Maestro» sarebbe stato pronto a raggiungere Tair in Italia: «Non ti preoccupare, le volte che poi verrò in Italia farò di tutto». E anche se gli obiettivi della banda, stando a quanto è emerso dall’inchiesta, non erano ancora ben definiti, queste parole avrebbero fornito la misura della determinazione e della pericolosità degli indagati, rappresentando uno dei pilastri delle esigenze cautelari, nelle quali si ritiene che gli indagati sarebbero «appartenenti a una associazione, definitasi Gruppo Gabar, che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo». Di certo i due dovevano aver lasciato qualcosa in sospeso in Francia, visto che Tair a un certo punto dice al suo interlocutore: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». La risposta: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar». I due si aggiornano anche su un altro detenuto (probabilmente anche lui appartenente alla rete): «Tra quanto deve uscire Zaheer?». E l’interlocutore spiega che è vicina anche la sua scarcerazione: «Più o meno due o tre mesi». E in un altro passaggio della chiacchierata gli investigatori hanno trovato il perno per ipotizzare l’esistenza di una rete internazionale: «Se Dio vuole avremo un gruppo Gabar qui in Italia e uno in Spagna a Barcellona». Proprio dove sono saltati fuori collegamenti sia con la cellula francese, sia con quella italiana. Ma le ambizioni del Gruppo Gabar, stando agli elementi raccolti, sembravano crescere a dismisura, andando ben oltre la costituzione dei gruppi in Italia e in Spagna. La conversazione, infatti, si conclude con queste parole: «Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno... il suo tempo è tornato (probabilmente dopo la pausa post attentato a Parigi, ndr) e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi... se non lo faccio non mi chiamare più Gabar». I messaggi di propaganda ufficiale del gruppo, infine, sembrano non lasciare dubbi sui loro reali obiettivi: «Perché dovremmo essere terrorizzati dalle vostre armate, quando noi stessi temiamo le nostre intenzioni?». Parole difficili da equivocare.
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.