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2022-06-08
Sgominata cellula di terroristi pronti a colpire in Italia
La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.
Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.
Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza... ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[...] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero.
Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.
E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.
L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia.
Al telefono: «Trovo 10 persone e poi compro le armi»
«Ora bisogna andare in ogni città e trovare quelle dieci persone che mi servono... più saremo meglio è». È in questa conversazione tra Tair Y., il rifugiato che faceva la spola con la Francia e anche col confine spagnolo (dove c’era un’altra cellula dello stesso gruppo terroristico internazionale), e N.R., pakistano residente in Francia che nelle telefonate veniva chiamato «Peer», ovvero maestro, che la Procura antiterrorismo di Genova individua la ferma volontà di costituire il gruppo Gabar italiano. Una cellula ispirata dalle teorie del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, le cui prime derive radicali si sono manifestate nel corso del 2011, in occasione dell’omicidio del Governatore del Punjab accusato di blasfemia per aver speso parole in difesa di Asia Bibi.
Nel corso delle intercettazioni sarebbe emersa quindi anche la volontà di amarsi: «Tra due mesi comincio a comprare armi». E, infine, di individuare un covo, una sorta di hub del gruppo Gabar in Italia: «Fammi lavorare due mesi, e poi troviamo una nostra tana e facciamo il gruppo Gabar qui in Italia».
Dalle intercettazioni è emersa subito una certa deferenza di Tair nei confronti del «Maestro»: «Tu sei grande e per questo ti rispetto», gli dice a telefono.
Creata la base logistica, il «Maestro» sarebbe stato pronto a raggiungere Tair in Italia: «Non ti preoccupare, le volte che poi verrò in Italia farò di tutto». E anche se gli obiettivi della banda, stando a quanto è emerso dall’inchiesta, non erano ancora ben definiti, queste parole avrebbero fornito la misura della determinazione e della pericolosità degli indagati, rappresentando uno dei pilastri delle esigenze cautelari, nelle quali si ritiene che gli indagati sarebbero «appartenenti a una associazione, definitasi Gruppo Gabar, che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo». Di certo i due dovevano aver lasciato qualcosa in sospeso in Francia, visto che Tair a un certo punto dice al suo interlocutore: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». La risposta: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar». I due si aggiornano anche su un altro detenuto (probabilmente anche lui appartenente alla rete): «Tra quanto deve uscire Zaheer?». E l’interlocutore spiega che è vicina anche la sua scarcerazione: «Più o meno due o tre mesi». E in un altro passaggio della chiacchierata gli investigatori hanno trovato il perno per ipotizzare l’esistenza di una rete internazionale: «Se Dio vuole avremo un gruppo Gabar qui in Italia e uno in Spagna a Barcellona». Proprio dove sono saltati fuori collegamenti sia con la cellula francese, sia con quella italiana. Ma le ambizioni del Gruppo Gabar, stando agli elementi raccolti, sembravano crescere a dismisura, andando ben oltre la costituzione dei gruppi in Italia e in Spagna. La conversazione, infatti, si conclude con queste parole: «Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno... il suo tempo è tornato (probabilmente dopo la pausa post attentato a Parigi, ndr) e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi... se non lo faccio non mi chiamare più Gabar». I messaggi di propaganda ufficiale del gruppo, infine, sembrano non lasciare dubbi sui loro reali obiettivi: «Perché dovremmo essere terrorizzati dalle vostre armate, quando noi stessi temiamo le nostre intenzioni?». Parole difficili da equivocare.
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Avevano legami con uno degli attentatori di «Charlie Hebdo». Il leader ha lo status di rifugiato, però pianificava delle stragi.Intercettazioni inequivocabili sul nostro Paese: «Una volta lì, farò di tutto». Si organizzavano: «Lavoro due mesi e trovo una tana».Lo speciale contiene due articoli. La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza... ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[...] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero. Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgominata-cellula-terroristi-colpire-italia-2657473513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-telefono-trovo-10-persone-e-poi-compro-le-armi" data-post-id="2657473513" data-published-at="1654668043" data-use-pagination="False"> Al telefono: «Trovo 10 persone e poi compro le armi» «Ora bisogna andare in ogni città e trovare quelle dieci persone che mi servono... più saremo meglio è». È in questa conversazione tra Tair Y., il rifugiato che faceva la spola con la Francia e anche col confine spagnolo (dove c’era un’altra cellula dello stesso gruppo terroristico internazionale), e N.R., pakistano residente in Francia che nelle telefonate veniva chiamato «Peer», ovvero maestro, che la Procura antiterrorismo di Genova individua la ferma volontà di costituire il gruppo Gabar italiano. Una cellula ispirata dalle teorie del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, le cui prime derive radicali si sono manifestate nel corso del 2011, in occasione dell’omicidio del Governatore del Punjab accusato di blasfemia per aver speso parole in difesa di Asia Bibi. Nel corso delle intercettazioni sarebbe emersa quindi anche la volontà di amarsi: «Tra due mesi comincio a comprare armi». E, infine, di individuare un covo, una sorta di hub del gruppo Gabar in Italia: «Fammi lavorare due mesi, e poi troviamo una nostra tana e facciamo il gruppo Gabar qui in Italia». Dalle intercettazioni è emersa subito una certa deferenza di Tair nei confronti del «Maestro»: «Tu sei grande e per questo ti rispetto», gli dice a telefono. Creata la base logistica, il «Maestro» sarebbe stato pronto a raggiungere Tair in Italia: «Non ti preoccupare, le volte che poi verrò in Italia farò di tutto». E anche se gli obiettivi della banda, stando a quanto è emerso dall’inchiesta, non erano ancora ben definiti, queste parole avrebbero fornito la misura della determinazione e della pericolosità degli indagati, rappresentando uno dei pilastri delle esigenze cautelari, nelle quali si ritiene che gli indagati sarebbero «appartenenti a una associazione, definitasi Gruppo Gabar, che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo». Di certo i due dovevano aver lasciato qualcosa in sospeso in Francia, visto che Tair a un certo punto dice al suo interlocutore: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». La risposta: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar». I due si aggiornano anche su un altro detenuto (probabilmente anche lui appartenente alla rete): «Tra quanto deve uscire Zaheer?». E l’interlocutore spiega che è vicina anche la sua scarcerazione: «Più o meno due o tre mesi». E in un altro passaggio della chiacchierata gli investigatori hanno trovato il perno per ipotizzare l’esistenza di una rete internazionale: «Se Dio vuole avremo un gruppo Gabar qui in Italia e uno in Spagna a Barcellona». Proprio dove sono saltati fuori collegamenti sia con la cellula francese, sia con quella italiana. Ma le ambizioni del Gruppo Gabar, stando agli elementi raccolti, sembravano crescere a dismisura, andando ben oltre la costituzione dei gruppi in Italia e in Spagna. La conversazione, infatti, si conclude con queste parole: «Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno... il suo tempo è tornato (probabilmente dopo la pausa post attentato a Parigi, ndr) e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi... se non lo faccio non mi chiamare più Gabar». I messaggi di propaganda ufficiale del gruppo, infine, sembrano non lasciare dubbi sui loro reali obiettivi: «Perché dovremmo essere terrorizzati dalle vostre armate, quando noi stessi temiamo le nostre intenzioni?». Parole difficili da equivocare.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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