True
2023-06-10
37 capi d'accusa per Trump. Adesso gli danno la caccia i federali
Donald Trump (Getty Images)
Nuova tempesta giudiziaria su Donald Trump. L’ex presidente è stato incriminato dal procuratore speciale, Jack Smith, per aver trattenuto dei documenti classificati dopo aver lasciato la Casa Bianca a gennaio 2021: dovrà quindi presentarsi in tribunale a Miami martedì alle ore 21 italiane. Diventato ormai il primo ex presidente a subire un’incriminazione federale, Trump si accinge ad affrontare sette capi d’imputazione, tra cui ostruzione alla giustizia, distruzione o falsificazione di documenti, associazione per delinquere e false dichiarazioni. In particolare, una delle accuse riguarda la violazione alla sezione dell’Espionage Act, che proibisce di trattenere documenti concernenti la «difesa nazionale». Ricordiamo che Smith era stato nominato dal procuratore generale, Merrick Garland, a novembre per indagare su Trump in riferimento agli incartamenti classificati - confiscati dall’Fbi nella sua villa in Florida ad agosto - e al tentativo di ribaltare le elezioni del 2020.
Secondo la Cnn, il procuratore sarebbe in possesso di un audio del 2021, in cui Trump sembra ammettere di detenere materiale classificato. «Da presidente avrei potuto declassificarli, ma ora non posso più», avrebbe detto l’ex presidente, secondo una trascrizione dell’audio ottenuta e pubblicata dalla testata, mentre mostrava dei documenti nel corso di una riunione. Se esiste ed è autentico, questo audio potrebbe ovviamente creare dei problemi rilevanti alla difesa legale di Trump, che puntava a sollevare il precedente di Hillary Clinton. L’Espionage Act è infatti una farraginosa legge del 1917 che è sempre stata bollata dalla sinistra americana come lesiva delle libertà civili. Ebbene, anche la Clinton fu sospettata di averla violata in relazione alla nota vicenda delle email classificate. Eppure, a luglio 2016, l’Fbi decise di non incriminarla, non perché non ci fossero irregolarità ma perché non fu considerato dimostrabile che quelle irregolarità fossero state commesse consapevolmente. «Sono un uomo innocente», ha dichiarato l’ex presidente. «Il procuratore speciale nominato da Biden mi ha incriminato in un’altra caccia alle streghe riguardo a documenti che avevo il diritto di declassificare come presidente degli Usa», ha aggiunto. Gran parte del Partito repubblicano ha fatto quadrato attorno a lui: dallo Speaker della Camera Kevin McCarthy ai senatori Ted Cruz e Josh Hawley. Ad accusare l’amministrazione Biden di usare politicamente la Giustizia sono stati anche alcuni dei principali rivali di Trump per la nomination repubblicana, come Ron DeSantis e Tim Scott. La domanda a questo punto è: la nuova incriminazione avvantaggerà l’ex presidente, come accaduto con quella arrivatagli dalla procura distrettuale di Manhattan a marzo? È presto per dirlo, ma Trump punterà prevedibilmente il dito contro alcuni elementi che lasciano oggettivamente perplessi.
In primis, non si capisce che fine abbia fatto Robert Hur: il procuratore speciale, nominato da Garland a gennaio, per indagare sui documenti classificati trattenuti indebitamente da Joe Biden almeno dal 2017. Secondo Nbc News, questa inchiesta starebbe andando stranamente a rilento. Inoltre: mentre continuano a essere fatte trapelare alla stampa informazioni riservate relative all’indagine di Smith, non si sa praticamente nulla di quella che sta conducendo Hur. Per quale ragione? Ma emerge un’ulteriore bizzarria: Smith ha impiegato appena sette mesi per incriminare Trump, mentre la procura federale del Delaware sta indagando su Hunter Biden per sospetti reati fiscali dal 2018 e ancora non si è arrivati a uno straccio di conclusione. Se non è stato trovato nulla, perché l’indagine è ancora aperta? E se invece è stato trovato qualcosa, perché il figlio del presidente non è ancora stato incriminato? Va ricordato che, il mese scorso, un funzionario dell’Agenzia delle entrate americana, Gary Shapley, ha denunciato interferenze nell’inchiesta su Hunter da parte del Dipartimento di Giustizia.
Un ulteriore elemento da sottolineare è che il procuratore speciale Smith è stato nominato da Garland, il quale è a sua volta stato nominato da Biden nel 2021: quello stesso Biden che potrebbe dover sostenere un duello elettorale con Trump l’anno prossimo. Vale anche la pena di sottolineare che Smith è sposato con Katy Chevigny: la produttrice di Becoming, il documentario del 2020 dedicato all’ex first lady, Michelle Obama. Non solo. Secondo il New York Post, la Chevigny avrebbe effettuato anche delle donazioni alla campagna elettorale di Biden del 2020. Lo stesso Smith divenne capo della Public Integrity Section del Dipartimento di Giustizia nel 2010: ai tempi, cioè, dell’amministrazione Obama (in cui Biden ricopriva il ruolo di vicepresidente). Secondo l’Associated Press, quell’anno Smith ricevette gli elogi di Lanny Breuer: l’allora assistente procuratore generale, nominato dallo stesso Barack Obama nel 2009. Infine, ma non meno importante, la credibilità stessa dell’Fbi è crollata dopo il rapporto del procuratore speciale, John Durham, che ha mostrato tutte le storture commesse dai federali contro Trump in relazione al cosiddetto caso Russiagate (poi risoltosi in una bolla di sapone). Ecco: è proprio su tali stranezze e doppiopesismi che farà leva l’ex presidente in campagna elettorale.
C’è un file dell’Fbi che inguaia Biden
Nello stesso giorno in cui è arrivata la seconda incriminazione di Donald Trump, i deputati repubblicani hanno potuto finalmente visionare il documento dell’Fbi, datato 30 giugno 2020, che accusa Joe Biden di corruzione con un soggetto straniero ai tempi della sua vicepresidenza (svoltasi dal 2009 al 2017). Secondo quanto risulta a Fox News, tale incartamento sostiene infatti che Biden e il figlio Hunter avrebbero ricevuto cinque milioni di dollari a testa da un «dirigente» della società ucraina Burisma. Il suo obiettivo sarebbe stato quello di ottenere il siluramento di Viktor Shokin: il procuratore generale ucraino che aveva indagato per corruzione sull’azienda e che Biden riuscì a far licenziare nel 2016, mettendo sotto pressione l’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. Ricordiamo che Hunter Biden fu nel board di Burisma dal 2014 al 2019 e che, il 16 aprile 2015, organizzò un incontro a Washington tra suo padre e un alto esponente di Burisma, Vadym Pozharskyi. Secondo Fox News, la società ucraina voleva mettere le mani su una non meglio precisata compagnia petrolifera statunitense e avrebbe per questo avuto bisogno di neutralizzare l’attività di Shokin. Non solo. Due deputate repubblicane che hanno avuto accesso al documento, Anna Paulina Luna e Marjorie Taylor Greene, hanno riportato che il presunto corruttore dei Biden sarebbe stato il fondatore stesso di Burisma, l’oligarca ucraino Mykola Zlochevsky.
E qui emerge una strana coincidenza. Come sottolineato dal New York Post, il 13 giugno 2020 l’autorità anticorruzione ucraina tenne una conferenza stampa in cui mostrò una tangente da cinque milioni di dollari che era stata usata per cercare di porre fine a un’indagine proprio su Zlochevsky. Ricordiamo che il documento dell’Fbi è datato 30 giugno 2020. Va detto che i funzionari ucraini all’epoca smentirono che quella mazzetta fosse connessa alla famiglia Biden. Va però anche tenuto presente che Joe Biden aveva conquistato la nomination presidenziale del Partito democratico il 5 giugno 2020 e che, dopo meno di cinque mesi, si sarebbero tenute le elezioni per la Casa Bianca.
L’altro ieri, il presidente ha respinto le accuse presenti nell’incartamento, definendole «un mucchio di sciocchezze». Tuttavia è bene sottolineare che la fonte che è alla base del documento è considerata «altamente credibile» e che è stata spesso usata dall’Fbi negli anni scorsi. Non solo. Lunedì, dopo un briefing con il direttore del Bureau Chris Wray, il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, il repubblicano James Comer, aveva riferito che questo documento è attualmente utilizzato in un’indagine in corso (probabilmente quella che la procura federale del Delaware sta portando avanti dal 2018 su Hunter per sospetti reati fiscali). I dem hanno provato a dire che nel documento ci sono accuse vecchie relative a un’inchiesta che sarebbe stata chiusa dal Dipartimento di Giustizia, guidato dall’allora procuratore generale Bill Barr. Tuttavia lo stesso Barr - che è da due anni ormai in pessimi rapporti con Trump - ha smentito la versione dei dem. È ovvio che il documento di per sé non prova la validità dell’accusa di corruzione contro i Biden. Ma il fatto che i federali lo stiano usando attualmente in un’indagine vuol dire che lo ritengono quantomeno attendibile. È quindi verosimile che la commissione Sorveglianza della Camera chiederà di visionare i documenti bancari del presidente americano, per verificare la solidità dell’accusa contenuta nell’incartamento.
Nel frattempo, sono state pubblicate quasi 9.000 foto, tratte dal famigerato laptop di Hunter: foto che, risalenti a un periodo che va dal 2008 al 2019, ritraggono il figlio del presidente mentre si droga e si intrattiene con prostitute.
Continua a leggereRiduci
L’ex presidente è accusato di aver nascosto nella propria abitazione documenti riservati della Casa Bianca. Martedì in tribunale a Miami. E si scopre che la moglie del procuratore produsse film su Michelle Obama.I repubblicani hanno visionato un documento che conterrebbe le prove di una mazzetta milionaria per aiutare un oligarca ucraino. Il Bureau: «È usato in un’indagine in corso».Lo speciale contiene due articoli.Nuova tempesta giudiziaria su Donald Trump. L’ex presidente è stato incriminato dal procuratore speciale, Jack Smith, per aver trattenuto dei documenti classificati dopo aver lasciato la Casa Bianca a gennaio 2021: dovrà quindi presentarsi in tribunale a Miami martedì alle ore 21 italiane. Diventato ormai il primo ex presidente a subire un’incriminazione federale, Trump si accinge ad affrontare sette capi d’imputazione, tra cui ostruzione alla giustizia, distruzione o falsificazione di documenti, associazione per delinquere e false dichiarazioni. In particolare, una delle accuse riguarda la violazione alla sezione dell’Espionage Act, che proibisce di trattenere documenti concernenti la «difesa nazionale». Ricordiamo che Smith era stato nominato dal procuratore generale, Merrick Garland, a novembre per indagare su Trump in riferimento agli incartamenti classificati - confiscati dall’Fbi nella sua villa in Florida ad agosto - e al tentativo di ribaltare le elezioni del 2020. Secondo la Cnn, il procuratore sarebbe in possesso di un audio del 2021, in cui Trump sembra ammettere di detenere materiale classificato. «Da presidente avrei potuto declassificarli, ma ora non posso più», avrebbe detto l’ex presidente, secondo una trascrizione dell’audio ottenuta e pubblicata dalla testata, mentre mostrava dei documenti nel corso di una riunione. Se esiste ed è autentico, questo audio potrebbe ovviamente creare dei problemi rilevanti alla difesa legale di Trump, che puntava a sollevare il precedente di Hillary Clinton. L’Espionage Act è infatti una farraginosa legge del 1917 che è sempre stata bollata dalla sinistra americana come lesiva delle libertà civili. Ebbene, anche la Clinton fu sospettata di averla violata in relazione alla nota vicenda delle email classificate. Eppure, a luglio 2016, l’Fbi decise di non incriminarla, non perché non ci fossero irregolarità ma perché non fu considerato dimostrabile che quelle irregolarità fossero state commesse consapevolmente. «Sono un uomo innocente», ha dichiarato l’ex presidente. «Il procuratore speciale nominato da Biden mi ha incriminato in un’altra caccia alle streghe riguardo a documenti che avevo il diritto di declassificare come presidente degli Usa», ha aggiunto. Gran parte del Partito repubblicano ha fatto quadrato attorno a lui: dallo Speaker della Camera Kevin McCarthy ai senatori Ted Cruz e Josh Hawley. Ad accusare l’amministrazione Biden di usare politicamente la Giustizia sono stati anche alcuni dei principali rivali di Trump per la nomination repubblicana, come Ron DeSantis e Tim Scott. La domanda a questo punto è: la nuova incriminazione avvantaggerà l’ex presidente, come accaduto con quella arrivatagli dalla procura distrettuale di Manhattan a marzo? È presto per dirlo, ma Trump punterà prevedibilmente il dito contro alcuni elementi che lasciano oggettivamente perplessi. In primis, non si capisce che fine abbia fatto Robert Hur: il procuratore speciale, nominato da Garland a gennaio, per indagare sui documenti classificati trattenuti indebitamente da Joe Biden almeno dal 2017. Secondo Nbc News, questa inchiesta starebbe andando stranamente a rilento. Inoltre: mentre continuano a essere fatte trapelare alla stampa informazioni riservate relative all’indagine di Smith, non si sa praticamente nulla di quella che sta conducendo Hur. Per quale ragione? Ma emerge un’ulteriore bizzarria: Smith ha impiegato appena sette mesi per incriminare Trump, mentre la procura federale del Delaware sta indagando su Hunter Biden per sospetti reati fiscali dal 2018 e ancora non si è arrivati a uno straccio di conclusione. Se non è stato trovato nulla, perché l’indagine è ancora aperta? E se invece è stato trovato qualcosa, perché il figlio del presidente non è ancora stato incriminato? Va ricordato che, il mese scorso, un funzionario dell’Agenzia delle entrate americana, Gary Shapley, ha denunciato interferenze nell’inchiesta su Hunter da parte del Dipartimento di Giustizia. Un ulteriore elemento da sottolineare è che il procuratore speciale Smith è stato nominato da Garland, il quale è a sua volta stato nominato da Biden nel 2021: quello stesso Biden che potrebbe dover sostenere un duello elettorale con Trump l’anno prossimo. Vale anche la pena di sottolineare che Smith è sposato con Katy Chevigny: la produttrice di Becoming, il documentario del 2020 dedicato all’ex first lady, Michelle Obama. Non solo. Secondo il New York Post, la Chevigny avrebbe effettuato anche delle donazioni alla campagna elettorale di Biden del 2020. Lo stesso Smith divenne capo della Public Integrity Section del Dipartimento di Giustizia nel 2010: ai tempi, cioè, dell’amministrazione Obama (in cui Biden ricopriva il ruolo di vicepresidente). Secondo l’Associated Press, quell’anno Smith ricevette gli elogi di Lanny Breuer: l’allora assistente procuratore generale, nominato dallo stesso Barack Obama nel 2009. Infine, ma non meno importante, la credibilità stessa dell’Fbi è crollata dopo il rapporto del procuratore speciale, John Durham, che ha mostrato tutte le storture commesse dai federali contro Trump in relazione al cosiddetto caso Russiagate (poi risoltosi in una bolla di sapone). Ecco: è proprio su tali stranezze e doppiopesismi che farà leva l’ex presidente in campagna elettorale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sette-nuovi-guai-giudiziari-trump-2661186140.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-un-file-dellfbi-che-inguaia-biden" data-post-id="2661186140" data-published-at="1686388733" data-use-pagination="False"> C’è un file dell’Fbi che inguaia Biden Nello stesso giorno in cui è arrivata la seconda incriminazione di Donald Trump, i deputati repubblicani hanno potuto finalmente visionare il documento dell’Fbi, datato 30 giugno 2020, che accusa Joe Biden di corruzione con un soggetto straniero ai tempi della sua vicepresidenza (svoltasi dal 2009 al 2017). Secondo quanto risulta a Fox News, tale incartamento sostiene infatti che Biden e il figlio Hunter avrebbero ricevuto cinque milioni di dollari a testa da un «dirigente» della società ucraina Burisma. Il suo obiettivo sarebbe stato quello di ottenere il siluramento di Viktor Shokin: il procuratore generale ucraino che aveva indagato per corruzione sull’azienda e che Biden riuscì a far licenziare nel 2016, mettendo sotto pressione l’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. Ricordiamo che Hunter Biden fu nel board di Burisma dal 2014 al 2019 e che, il 16 aprile 2015, organizzò un incontro a Washington tra suo padre e un alto esponente di Burisma, Vadym Pozharskyi. Secondo Fox News, la società ucraina voleva mettere le mani su una non meglio precisata compagnia petrolifera statunitense e avrebbe per questo avuto bisogno di neutralizzare l’attività di Shokin. Non solo. Due deputate repubblicane che hanno avuto accesso al documento, Anna Paulina Luna e Marjorie Taylor Greene, hanno riportato che il presunto corruttore dei Biden sarebbe stato il fondatore stesso di Burisma, l’oligarca ucraino Mykola Zlochevsky.E qui emerge una strana coincidenza. Come sottolineato dal New York Post, il 13 giugno 2020 l’autorità anticorruzione ucraina tenne una conferenza stampa in cui mostrò una tangente da cinque milioni di dollari che era stata usata per cercare di porre fine a un’indagine proprio su Zlochevsky. Ricordiamo che il documento dell’Fbi è datato 30 giugno 2020. Va detto che i funzionari ucraini all’epoca smentirono che quella mazzetta fosse connessa alla famiglia Biden. Va però anche tenuto presente che Joe Biden aveva conquistato la nomination presidenziale del Partito democratico il 5 giugno 2020 e che, dopo meno di cinque mesi, si sarebbero tenute le elezioni per la Casa Bianca. L’altro ieri, il presidente ha respinto le accuse presenti nell’incartamento, definendole «un mucchio di sciocchezze». Tuttavia è bene sottolineare che la fonte che è alla base del documento è considerata «altamente credibile» e che è stata spesso usata dall’Fbi negli anni scorsi. Non solo. Lunedì, dopo un briefing con il direttore del Bureau Chris Wray, il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, il repubblicano James Comer, aveva riferito che questo documento è attualmente utilizzato in un’indagine in corso (probabilmente quella che la procura federale del Delaware sta portando avanti dal 2018 su Hunter per sospetti reati fiscali). I dem hanno provato a dire che nel documento ci sono accuse vecchie relative a un’inchiesta che sarebbe stata chiusa dal Dipartimento di Giustizia, guidato dall’allora procuratore generale Bill Barr. Tuttavia lo stesso Barr - che è da due anni ormai in pessimi rapporti con Trump - ha smentito la versione dei dem. È ovvio che il documento di per sé non prova la validità dell’accusa di corruzione contro i Biden. Ma il fatto che i federali lo stiano usando attualmente in un’indagine vuol dire che lo ritengono quantomeno attendibile. È quindi verosimile che la commissione Sorveglianza della Camera chiederà di visionare i documenti bancari del presidente americano, per verificare la solidità dell’accusa contenuta nell’incartamento. Nel frattempo, sono state pubblicate quasi 9.000 foto, tratte dal famigerato laptop di Hunter: foto che, risalenti a un periodo che va dal 2008 al 2019, ritraggono il figlio del presidente mentre si droga e si intrattiene con prostitute.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci