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2023-01-09
La fake news della Scozia europeista. A Edimburgo vogliono una loro Brexit
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Hogmanay, in una parola c’è tutta la siderale distanza che separa queste terre dove ancora si parla gaelico, dove l’identità celtica è fortissima dall’Europa. Vista dal Capodanno scozzese con fuochi d’artificio, cortei di fiaccole, picnic nei cimiteri, gente mezza nuda e imbottita di whisky capace di resistere a meno cinque a mezzanotte sotto una pioggia uggiosa e gelida mentre note di bardi si mescolano a contrappunti rock in infiniti concerti (a pagamento) la retorica europeista sembra un’immensa fake news costruita per far si che i burocrati di Bruxelles si sentano confermati nella loro centralità. Qui non c’è nessun afflato verso le stelle in campo azzurro, semmai c’è la rivendicazione – a maggior ragione ora che se ne è andata Elisabetta II - della croce di Sant’Andrea che garrisce dal vittoriano casermone della Bank of Scotland mentre l’Union Jack penzola madida e infiacchita dalle inferriate della stazione centrale. L’Europa vista da qua sembra una grande bugia, o forse la scorciatoia per spezzare finalmente tre secoli e spiccioli dopo il Trattato dell’Unione.
La conferma viene trascorrendo le sale della Scottish National Gallery, un concentrato del bello dove c’è tanta Italia. Così ci si imbatte nel Ratto d’Europa di Giambattista Tiepolo e viene da chiedersi se gli scozzesi non interpretino Zeus col sembiante del bue bianco come la divinità che può liberarli da Londra. Ma non per diluire la propria identità nel brodo di coltura europea, semplicemente per approfittare di ciò che gli scozzesi ritengono sia l’Europa: un coacervo di nazionalismi tenuti insieme dalla possibilità di fare affari. Perché di certo questi poco più di 5 milioni di persone di tutto hanno desiderio tranne che di disperdere le loro radici. Del resto sono insieme agli irlandesi i più fieri conservatori dell’identità celtica. Gli irlandesi di fatto profittano dell’Europa praticando un dumping fiscale di almeno 15 punti percentuali; Dublino ha incassato da quando è entrata nell’Ue poco meno di 70 miliardi a fondo perduto e ha continuato a praticare tasse irrisorie sulle società che hanno buon gioco a vendere nell’Unione e pagare le tasse in Irlanda. La Scozia vuole fare esattamente la stessa cosa visto che con il resto d’Europa non ha nulla in comune. Neppure il Natale. Certo si vedono gli alberi con le decorazioni in giro, ma nessuno più ordina il pane di Yule che era una treccia di pasta lievitata ricoperta di semi di cumino. Si confezionava nell’avvento e si metteva sotto il letto dei bambini convinti che i folletti cattivi impegnati a contare i semi lasciassero stare i neonati con i lor cattivi presagi.
Ma la chiesa Presbiteriana- anche questa scismatica da quella Anglicana – proibì il Natale e mise all’indice chi ordinava il pane di Yule. Per quattro secoli il Natale in Scozia non è esistito e anche oggi è solo folclore. Sono appena cinquanta anni che gli scozzesi hanno ricominciato a festeggiare il Natale, Santo Stefano da appena sei lustri. A loro del Natale importa appena un po’ l’aspetto commerciale per far contenti i turisti – terza risorsa economica del paese – che arrivano a frotte per Hogmanay che è la vera e unica festa invernale di chi veste il tartan. I regali qui si fanno a Capodanno.
La domanda girando per Edimburgo è sempre la stessa, ma agli scozzesi interessa davvero farsi europei? La risposta te la danno per strada: scottish isn’t britsh. Siamo sempre lì: l’Europa semmai serve per divorziare da Londra e ora che a Buckingham palace c’è Carlo III ancora di più. Almeno Elisabetta II e sua figlia Anna qualche volta facevano mostra di tenerci anche alla corona di Scozia soggiornando a Holyrood e soprattutto amando Balmoral il castello che svetta nell’Aberdeenshire, ma i «nuovi» reali lasciano del tutto indifferenti i sudditi del Nord. La dimostrazione che è così si ha girando per le strade di Edimburgo, non c’è un marchio europeo che sia uno nonostante la hit del momento sia Made you look con Megan Trainor che esalta Gucci, Saint Laurent e il Versaci (si dice così in americano) dress. Qui non è come – ad esempio – a Baku in Azerbaigian dove il lungo Caspio è una boutique di dieci chilometri dove trionfa “l’Euroba”: dalle firme del lusso fino a Ferrari e Lamborghini e gli azeri sembrano pensare – ma forse lo credono anche a Bruxelles – che i nostri valori siano i prodotti che costano cari. Agli scozzesi che devono vendere i finti kilt, i biscotti al burro, ogni sorta di whisky e di salmone, di fare pubblicità agli europei non interessa minimamente. Viene da chiedersi se non abbiano abbastanza soldi per permettersi Gucci o Chanel, ma a giudicare dalle macchine sembrano ben dotati (un po’ meno se si considera il numero di barboni). La spiegazione più probabile è che il marketing omologante qui non attacca. Per capirlo è sufficiente ascoltare l’audioguida al Castello di Edimburgo. È una sorta di inno a Maria Stuarda, una dichiarazione antibritannica, una specie di resurrezione dei giacobiti, i partigiani che volevano rimettere sul trono di Scozia Giacomo II. Dilagò quel movimento nelle higlands e nelle lowlands scozzesi, in gran parte dell’Irlanda anche in alcune contee inglesi. Pensare che gente fatta così abbia voglia di unirsi all’Europa per dimenticare le proprie radici è pura propaganda. Eppure a Bruxelles questa spinta autonomista della Scozia fa comodo per dire che la Brexit – siamo entrati nel terzo anno di divorzio - è stata un fallimento, che chi lascia l’Europa si avventura in territori ignoti al fondo dei quali c’è la miseria. Vista dalla Scozia questa narrazione invece è: Europa facciamo un patto, tu ci consenti di avere l’autonomia da Londra poi noi regoliamo i conti nel senso che stiamo con voi quel tanto che ci conviene. E che le cose stiano così è manifesto negli stessi proclami del Partito nazionale scozzese che governa ad Edimburgo con una maggioranza assoluta. Nicola Sturgeon, la primo ministro scottish e capo del SNP, è abilissima a spostare il suo asse dalla socialdemocrazia all’autonomismo spinto. Ha puntato tutto dopo la Brexit sul secondo referendum per l’autonoma da Londra (le è stato negato) dopo aver perso il primo e Ursula Von der Leyen non è stata neanche così elegante istituzionalmente da non lasciar credere che lei fosse felicissima di farla pagare agli inglesi attraverso la Scozia.
Oggi la Sturgeon ai suoi promette la rincorsa all’Europa come piano B per avere comunque l’autonomia da Londra, ma ha bene intesta cosa chiedere a Bruxelles: nessuna cessione di sovranità, semmai accentuazione del nazionalismo scozzese.
Sarebbe interessante sapere fino a che punto l’Europa che è contro i sovranisti pur di fare un dispetto a Londra è pronta a smentire se stessa. Le ragioni profonde della fuga oltre-manica della Scozia stanno nei soldi. Non hanno voglia di continuare a spartire con Londra ora che Downing Street ha stretto i cordoni della borsa. Questa è la regione più ricca del Regno Unito, Londra a parte in Scozia c’è il reddito pro capire più alto. Ha un pil di 260 miliardi di sterline (il quattordicesimo al mondo) batte moneta propria (esiste la Sterlina scozzese che qui circola forte anche se la Gran Bretagna non la riconosce) con la Bank of Scotland e l’altra grande istituzione finanziaria la Royal Bank of Scotland è diventata la quinta banca al mondo. Tra petrolio, whisky e salmone il triangolo d’oro Aberdeen-Glasgow-Edimburgo esporta per oltre 120 miliardi di sterline e ogni scozzese ha in testa una quota di Pil di 36.000 sterline. Tant’è che la commissione fiscale – in Scozia esiste una limitata autonomia impositiva - prevede una crescita delle entrate da 14,386 miliardi di sterline nel 2022-23 a 18,298 miliardi nel 2027-28. Raccontata da Bruxelles si può anche presentare come la parabola del figliol prodigo scozzese che torna nella grande casa europea, vista da Edimburgo sembra più la speranza che l’Ue sia la porta girevole attraverso la quale uscire dal Regno unito. Una cosa è sicura, qui nessuno pensa che la via della felicità passi per l’Europa.
48 ore a Edimburgo: cosa fare e cosa vedere

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In un vicoletto che scende giù dal Castello compare un’insegna in ferro smaltato: una G incorniciata da un compasso e capisci che qui il Rito Scozzese Antico e Accettato è una cosa seria. Ma come tutto a Edimburgo diventa occasione di baratto, perché un penny è comunque il valore più alto. Dopo l’appartenenza. E viene da dare ragione ad Arthur James Balfour, primo ministro britannico nei primi del ‘900 e gran massone, che ebbe a dire: “ La nostra teoria scozzese è che ogni regione ha bisogno di uno scozzese, ma la Scozia non ha bisogno dei cittadini di altre regioni.” Eppure Edimburgo con oltre due milioni di turisti all’anno che si concentrano qui o a Capodanno oppure d’agosto quando c’è il festival che mette insieme oltre 5.000 appuntamenti in tutta la Scozia è la seconda città più vistata del Regno Unito, dopo Londra ovviamente. E qui per i turisti fanno di tutto, anche se la prima preoccupazione è quella di sfilare a ogni visitatore quanti più soldi possibile. Ma del resto siamo in Scozia. Proviamo a fare un tour in due giorni.
La storia dei clan che avevano ognuno il loro tartan- cercando di vendere kilt, biscottini e bottiglie ogni piè sospinto - è una bufala a uso turistico come i suonatori di cornamusa in kilt e cappello piumato che spifferano a ogni angolo; non erano più di dodici le declinazioni dei colori dei gonnellini dei guerrieri scozzesi eppure a Edimburgo anche una grande menzogna acquista autorevolezza, così come una grande miseria può diventare attrattiva o una grande ricchezza lasciare indifferenti. È una sorta di astronave del tempo questa città bellissima dove ci sono solo due stagioni: giugno e l’inverno. È una città interamente patrimonio dell’umanità: la parte antica che si snoda lungo il Royal Mile in alto adagiata su un altipiano vulcanico dove le strade sono strettissime, sono i Close che hanno rimandi sinistri di fantasmi, di assassini, di miserie umane, e la New Town sorta dopo il Settecento quando hanno bonificato il Norr Loch che era una fogna a cielo aperto, luogo di ogni nequizia diventato gli splendidi Princess Garden che si affacciano su Princess street, la strada dello shopping, degli alberghi eleganti, insomma la vita di Edinbrà.
È una città magica e al tempo stesso sfuggente, è una città dove perdersi dietro pensieri non euclidei è facilissimo come prendere un caffè tra le tombe di un cimitero. Se Joanne Rowling ci ha ambientato Harry Potter una ragione ci sarà. Volendo si può proprio fare il tour di Harry Potter sapendo che The Elaphant House è la sala da té dove la scrittrice ha concepito i primi capitoli della saga. Se andate in bagno troverete i graffiti dei clienti che la esaltano. Da Elephant House ci si muove per il Balmoral Hotel, su Princess street, dove la Rowling ha scritto un altro pezzo della saga. Poi c’è la scuola di Harry la George Herryot Scool’s. Ma inseguendo i maghi si arriva nel cimitero più famoso di Edimburgo (qui i cimiteri sono una cosa seria) il Greyfriars Kirkyard. E qui abbandoniamo Harry perché c’è una storia ancora più famosa: quella del cagnolino Bobby che per 14 ani vegliò la tomba del suo padrone. Lo hanno eletto a monumento, la sua statua di bronzo – non toccategli il naso anche se dicono che porta bene gli scozzesi giustamente s’arrabbiano - è una delle attrattive della città, e ascoltarne le vicende è commovete. Da Greyfriars avendo buone gambe si può salire su per Victoria Street (una delle strade più pittoresche: si mangia bene da Howies imperdibile è la libreria John Kays Shop’s) al Castello di Edimburgo. Va prenotato prima, si vede il museo militare, la sala dei gioielli delle corona, i palazzi reali, ma soprattutto la vista sulla città è imperdibile e l’acquisizione del valore del nazionalismo scozzese assoluta. Dal Castello si percorre in discesa il Royal Mile. Ci si ferma sulla piazza del Parlamento, si visita la cattedrale di Sant’Egidio (che cattedrale a rigore non sarebbe) si arriva a Cannon Gate da dove ogni giorno alle 13 si sente sparare il cannone, fino a Holyrood il palazzo reale imperdibile con i suoi giardini. E il primo giorno di visita a Edimburgo attraversando la Old Town è scemato.
Per il secondo giorno c’è da vedere tutto il resto che è tanto. Si comincia da Sant’ Andrew Square quartiere dello shopping dove tra l’altro Gordon Ramsey (lo chef televisivo di Gran Bretagna) ha aperto il suo bistrot e non si mangia affatto male (a Edimburgo c’è la più alta concentrazione di ristoranti stellati di Gran Bretagna al netto di Londra) scendendo su Princess Street si va verso l’altra grande collina: Calton Hill. Qui c’è la cosiddetta vergogna di Edimburgo una riproduzione del Partenone mai finita che doveva essere il monumento ai caduti, ma c’è anche il cannocchiale di Nelson un edificio alto oltre trenta metri fatto proprio a cannocchiale in memoria dell’ammiraglio. Da Calton si gode una vista unica (da vedere anche la galleria d’arte modera). Si ridiscende per fare tappa al Museo della Scozia poi allo Sheep Heid Inn che era la taverna preferita da Maria Stuarda ed è ancora in funzione. Da una regina all’altra. Bisogna arrivare fino al mare al fiordo del Firt of Forth nella zona portuale di Leith e attraversare un centro commerciale per salire a bordo del Britannia il panfilo reale ritirato nel ’97 dalla navigazione. Per gli italiani quel panfilo di oltre 120 metri ha un significato particolare. A bordo del Britannia nel giugno del 92 Mario Draghi annunciò ai principali operatori finanziari del mondo la grande svendita di Stato, le nostre privatizzazioni. Lasciato il Britannia sulle sponde del Leith s’incontra il Dean Village, costruito di fatto sull’acqua dà la sensazione di stare in un mondo a parte e non nella capitale scozzese che conta oltre 450.000 abitanti che salgono a oltre un milione considerando le periferie. Da Dean visitando South Side si torna verso una delle piazze principali Charlotte Square dove abita la primo ministro per visitare la cattedrale cattolica di Santa Maria che è uno degli edifici più magnificenti della città. E infine non si può che fare una degustazione di whisky. Se ne trovano ogni piè sospinto: la più famosa è quella della Johnny Walker all’inizio di Princess Street, la più completa la The Scotch Whisky Experience proprio accanto al castello sul Royal Mile dove tutto è cominciato.
Ps Volendo si può fare il tour nella Edimburgo sotterranea e popolata di fantasmi, peraltro dopo il whisky si vedono meglio.
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Non c’è nessun afflato verso l’Ue, semmai c’è il tentativo di usare Bruxelles per acquisire l’indipendenza da Londra.Tra kilt, magia, fantasmi e un pieno di whisky: cosa fare e cosa vedere nella capitale scozzese in due giorni.Lo speciale contiene due articoli.Hogmanay, in una parola c’è tutta la siderale distanza che separa queste terre dove ancora si parla gaelico, dove l’identità celtica è fortissima dall’Europa. Vista dal Capodanno scozzese con fuochi d’artificio, cortei di fiaccole, picnic nei cimiteri, gente mezza nuda e imbottita di whisky capace di resistere a meno cinque a mezzanotte sotto una pioggia uggiosa e gelida mentre note di bardi si mescolano a contrappunti rock in infiniti concerti (a pagamento) la retorica europeista sembra un’immensa fake news costruita per far si che i burocrati di Bruxelles si sentano confermati nella loro centralità. Qui non c’è nessun afflato verso le stelle in campo azzurro, semmai c’è la rivendicazione – a maggior ragione ora che se ne è andata Elisabetta II - della croce di Sant’Andrea che garrisce dal vittoriano casermone della Bank of Scotland mentre l’Union Jack penzola madida e infiacchita dalle inferriate della stazione centrale. L’Europa vista da qua sembra una grande bugia, o forse la scorciatoia per spezzare finalmente tre secoli e spiccioli dopo il Trattato dell’Unione.La conferma viene trascorrendo le sale della Scottish National Gallery, un concentrato del bello dove c’è tanta Italia. Così ci si imbatte nel Ratto d’Europa di Giambattista Tiepolo e viene da chiedersi se gli scozzesi non interpretino Zeus col sembiante del bue bianco come la divinità che può liberarli da Londra. Ma non per diluire la propria identità nel brodo di coltura europea, semplicemente per approfittare di ciò che gli scozzesi ritengono sia l’Europa: un coacervo di nazionalismi tenuti insieme dalla possibilità di fare affari. Perché di certo questi poco più di 5 milioni di persone di tutto hanno desiderio tranne che di disperdere le loro radici. Del resto sono insieme agli irlandesi i più fieri conservatori dell’identità celtica. Gli irlandesi di fatto profittano dell’Europa praticando un dumping fiscale di almeno 15 punti percentuali; Dublino ha incassato da quando è entrata nell’Ue poco meno di 70 miliardi a fondo perduto e ha continuato a praticare tasse irrisorie sulle società che hanno buon gioco a vendere nell’Unione e pagare le tasse in Irlanda. La Scozia vuole fare esattamente la stessa cosa visto che con il resto d’Europa non ha nulla in comune. Neppure il Natale. Certo si vedono gli alberi con le decorazioni in giro, ma nessuno più ordina il pane di Yule che era una treccia di pasta lievitata ricoperta di semi di cumino. Si confezionava nell’avvento e si metteva sotto il letto dei bambini convinti che i folletti cattivi impegnati a contare i semi lasciassero stare i neonati con i lor cattivi presagi. Ma la chiesa Presbiteriana- anche questa scismatica da quella Anglicana – proibì il Natale e mise all’indice chi ordinava il pane di Yule. Per quattro secoli il Natale in Scozia non è esistito e anche oggi è solo folclore. Sono appena cinquanta anni che gli scozzesi hanno ricominciato a festeggiare il Natale, Santo Stefano da appena sei lustri. A loro del Natale importa appena un po’ l’aspetto commerciale per far contenti i turisti – terza risorsa economica del paese – che arrivano a frotte per Hogmanay che è la vera e unica festa invernale di chi veste il tartan. I regali qui si fanno a Capodanno.La domanda girando per Edimburgo è sempre la stessa, ma agli scozzesi interessa davvero farsi europei? La risposta te la danno per strada: scottish isn’t britsh. Siamo sempre lì: l’Europa semmai serve per divorziare da Londra e ora che a Buckingham palace c’è Carlo III ancora di più. Almeno Elisabetta II e sua figlia Anna qualche volta facevano mostra di tenerci anche alla corona di Scozia soggiornando a Holyrood e soprattutto amando Balmoral il castello che svetta nell’Aberdeenshire, ma i «nuovi» reali lasciano del tutto indifferenti i sudditi del Nord. La dimostrazione che è così si ha girando per le strade di Edimburgo, non c’è un marchio europeo che sia uno nonostante la hit del momento sia Made you look con Megan Trainor che esalta Gucci, Saint Laurent e il Versaci (si dice così in americano) dress. Qui non è come – ad esempio – a Baku in Azerbaigian dove il lungo Caspio è una boutique di dieci chilometri dove trionfa “l’Euroba”: dalle firme del lusso fino a Ferrari e Lamborghini e gli azeri sembrano pensare – ma forse lo credono anche a Bruxelles – che i nostri valori siano i prodotti che costano cari. Agli scozzesi che devono vendere i finti kilt, i biscotti al burro, ogni sorta di whisky e di salmone, di fare pubblicità agli europei non interessa minimamente. Viene da chiedersi se non abbiano abbastanza soldi per permettersi Gucci o Chanel, ma a giudicare dalle macchine sembrano ben dotati (un po’ meno se si considera il numero di barboni). La spiegazione più probabile è che il marketing omologante qui non attacca. Per capirlo è sufficiente ascoltare l’audioguida al Castello di Edimburgo. È una sorta di inno a Maria Stuarda, una dichiarazione antibritannica, una specie di resurrezione dei giacobiti, i partigiani che volevano rimettere sul trono di Scozia Giacomo II. Dilagò quel movimento nelle higlands e nelle lowlands scozzesi, in gran parte dell’Irlanda anche in alcune contee inglesi. Pensare che gente fatta così abbia voglia di unirsi all’Europa per dimenticare le proprie radici è pura propaganda. Eppure a Bruxelles questa spinta autonomista della Scozia fa comodo per dire che la Brexit – siamo entrati nel terzo anno di divorzio - è stata un fallimento, che chi lascia l’Europa si avventura in territori ignoti al fondo dei quali c’è la miseria. Vista dalla Scozia questa narrazione invece è: Europa facciamo un patto, tu ci consenti di avere l’autonomia da Londra poi noi regoliamo i conti nel senso che stiamo con voi quel tanto che ci conviene. E che le cose stiano così è manifesto negli stessi proclami del Partito nazionale scozzese che governa ad Edimburgo con una maggioranza assoluta. Nicola Sturgeon, la primo ministro scottish e capo del SNP, è abilissima a spostare il suo asse dalla socialdemocrazia all’autonomismo spinto. Ha puntato tutto dopo la Brexit sul secondo referendum per l’autonoma da Londra (le è stato negato) dopo aver perso il primo e Ursula Von der Leyen non è stata neanche così elegante istituzionalmente da non lasciar credere che lei fosse felicissima di farla pagare agli inglesi attraverso la Scozia.Oggi la Sturgeon ai suoi promette la rincorsa all’Europa come piano B per avere comunque l’autonomia da Londra, ma ha bene intesta cosa chiedere a Bruxelles: nessuna cessione di sovranità, semmai accentuazione del nazionalismo scozzese.Sarebbe interessante sapere fino a che punto l’Europa che è contro i sovranisti pur di fare un dispetto a Londra è pronta a smentire se stessa. Le ragioni profonde della fuga oltre-manica della Scozia stanno nei soldi. Non hanno voglia di continuare a spartire con Londra ora che Downing Street ha stretto i cordoni della borsa. Questa è la regione più ricca del Regno Unito, Londra a parte in Scozia c’è il reddito pro capire più alto. Ha un pil di 260 miliardi di sterline (il quattordicesimo al mondo) batte moneta propria (esiste la Sterlina scozzese che qui circola forte anche se la Gran Bretagna non la riconosce) con la Bank of Scotland e l’altra grande istituzione finanziaria la Royal Bank of Scotland è diventata la quinta banca al mondo. Tra petrolio, whisky e salmone il triangolo d’oro Aberdeen-Glasgow-Edimburgo esporta per oltre 120 miliardi di sterline e ogni scozzese ha in testa una quota di Pil di 36.000 sterline. Tant’è che la commissione fiscale – in Scozia esiste una limitata autonomia impositiva - prevede una crescita delle entrate da 14,386 miliardi di sterline nel 2022-23 a 18,298 miliardi nel 2027-28. Raccontata da Bruxelles si può anche presentare come la parabola del figliol prodigo scozzese che torna nella grande casa europea, vista da Edimburgo sembra più la speranza che l’Ue sia la porta girevole attraverso la quale uscire dal Regno unito. Una cosa è sicura, qui nessuno pensa che la via della felicità passi per l’Europa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/scozia-europeista-edimburgo-brexit-2659088819.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="48-ore-a-edimburgo-cosa-fare-e-cosa-vedere" data-post-id="2659088819" data-published-at="1673283319" data-use-pagination="False"> 48 ore a Edimburgo: cosa fare e cosa vedere iStock In un vicoletto che scende giù dal Castello compare un’insegna in ferro smaltato: una G incorniciata da un compasso e capisci che qui il Rito Scozzese Antico e Accettato è una cosa seria. Ma come tutto a Edimburgo diventa occasione di baratto, perché un penny è comunque il valore più alto. Dopo l’appartenenza. E viene da dare ragione ad Arthur James Balfour, primo ministro britannico nei primi del ‘900 e gran massone, che ebbe a dire: “ La nostra teoria scozzese è che ogni regione ha bisogno di uno scozzese, ma la Scozia non ha bisogno dei cittadini di altre regioni.” Eppure Edimburgo con oltre due milioni di turisti all’anno che si concentrano qui o a Capodanno oppure d’agosto quando c’è il festival che mette insieme oltre 5.000 appuntamenti in tutta la Scozia è la seconda città più vistata del Regno Unito, dopo Londra ovviamente. E qui per i turisti fanno di tutto, anche se la prima preoccupazione è quella di sfilare a ogni visitatore quanti più soldi possibile. Ma del resto siamo in Scozia. Proviamo a fare un tour in due giorni.La storia dei clan che avevano ognuno il loro tartan- cercando di vendere kilt, biscottini e bottiglie ogni piè sospinto - è una bufala a uso turistico come i suonatori di cornamusa in kilt e cappello piumato che spifferano a ogni angolo; non erano più di dodici le declinazioni dei colori dei gonnellini dei guerrieri scozzesi eppure a Edimburgo anche una grande menzogna acquista autorevolezza, così come una grande miseria può diventare attrattiva o una grande ricchezza lasciare indifferenti. È una sorta di astronave del tempo questa città bellissima dove ci sono solo due stagioni: giugno e l’inverno. È una città interamente patrimonio dell’umanità: la parte antica che si snoda lungo il Royal Mile in alto adagiata su un altipiano vulcanico dove le strade sono strettissime, sono i Close che hanno rimandi sinistri di fantasmi, di assassini, di miserie umane, e la New Town sorta dopo il Settecento quando hanno bonificato il Norr Loch che era una fogna a cielo aperto, luogo di ogni nequizia diventato gli splendidi Princess Garden che si affacciano su Princess street, la strada dello shopping, degli alberghi eleganti, insomma la vita di Edinbrà.È una città magica e al tempo stesso sfuggente, è una città dove perdersi dietro pensieri non euclidei è facilissimo come prendere un caffè tra le tombe di un cimitero. Se Joanne Rowling ci ha ambientato Harry Potter una ragione ci sarà. Volendo si può proprio fare il tour di Harry Potter sapendo che The Elaphant House è la sala da té dove la scrittrice ha concepito i primi capitoli della saga. Se andate in bagno troverete i graffiti dei clienti che la esaltano. Da Elephant House ci si muove per il Balmoral Hotel, su Princess street, dove la Rowling ha scritto un altro pezzo della saga. Poi c’è la scuola di Harry la George Herryot Scool’s. Ma inseguendo i maghi si arriva nel cimitero più famoso di Edimburgo (qui i cimiteri sono una cosa seria) il Greyfriars Kirkyard. E qui abbandoniamo Harry perché c’è una storia ancora più famosa: quella del cagnolino Bobby che per 14 ani vegliò la tomba del suo padrone. Lo hanno eletto a monumento, la sua statua di bronzo – non toccategli il naso anche se dicono che porta bene gli scozzesi giustamente s’arrabbiano - è una delle attrattive della città, e ascoltarne le vicende è commovete. Da Greyfriars avendo buone gambe si può salire su per Victoria Street (una delle strade più pittoresche: si mangia bene da Howies imperdibile è la libreria John Kays Shop’s) al Castello di Edimburgo. Va prenotato prima, si vede il museo militare, la sala dei gioielli delle corona, i palazzi reali, ma soprattutto la vista sulla città è imperdibile e l’acquisizione del valore del nazionalismo scozzese assoluta. Dal Castello si percorre in discesa il Royal Mile. Ci si ferma sulla piazza del Parlamento, si visita la cattedrale di Sant’Egidio (che cattedrale a rigore non sarebbe) si arriva a Cannon Gate da dove ogni giorno alle 13 si sente sparare il cannone, fino a Holyrood il palazzo reale imperdibile con i suoi giardini. E il primo giorno di visita a Edimburgo attraversando la Old Town è scemato.Per il secondo giorno c’è da vedere tutto il resto che è tanto. Si comincia da Sant’ Andrew Square quartiere dello shopping dove tra l’altro Gordon Ramsey (lo chef televisivo di Gran Bretagna) ha aperto il suo bistrot e non si mangia affatto male (a Edimburgo c’è la più alta concentrazione di ristoranti stellati di Gran Bretagna al netto di Londra) scendendo su Princess Street si va verso l’altra grande collina: Calton Hill. Qui c’è la cosiddetta vergogna di Edimburgo una riproduzione del Partenone mai finita che doveva essere il monumento ai caduti, ma c’è anche il cannocchiale di Nelson un edificio alto oltre trenta metri fatto proprio a cannocchiale in memoria dell’ammiraglio. Da Calton si gode una vista unica (da vedere anche la galleria d’arte modera). Si ridiscende per fare tappa al Museo della Scozia poi allo Sheep Heid Inn che era la taverna preferita da Maria Stuarda ed è ancora in funzione. Da una regina all’altra. Bisogna arrivare fino al mare al fiordo del Firt of Forth nella zona portuale di Leith e attraversare un centro commerciale per salire a bordo del Britannia il panfilo reale ritirato nel ’97 dalla navigazione. Per gli italiani quel panfilo di oltre 120 metri ha un significato particolare. A bordo del Britannia nel giugno del 92 Mario Draghi annunciò ai principali operatori finanziari del mondo la grande svendita di Stato, le nostre privatizzazioni. Lasciato il Britannia sulle sponde del Leith s’incontra il Dean Village, costruito di fatto sull’acqua dà la sensazione di stare in un mondo a parte e non nella capitale scozzese che conta oltre 450.000 abitanti che salgono a oltre un milione considerando le periferie. Da Dean visitando South Side si torna verso una delle piazze principali Charlotte Square dove abita la primo ministro per visitare la cattedrale cattolica di Santa Maria che è uno degli edifici più magnificenti della città. E infine non si può che fare una degustazione di whisky. Se ne trovano ogni piè sospinto: la più famosa è quella della Johnny Walker all’inizio di Princess Street, la più completa la The Scotch Whisky Experience proprio accanto al castello sul Royal Mile dove tutto è cominciato.Ps Volendo si può fare il tour nella Edimburgo sotterranea e popolata di fantasmi, peraltro dopo il whisky si vedono meglio.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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