Sanità allo sbando e guai con la giustizia: tegole sulla scalata di D’Amato in Regione
L’assessore brama la poltrona di governatore. Ma la bocciatura delle cure mediche del Lazio e il rinvio a giudizio frenano la corsa.

Perfino l’ultimo dei peones della politica italiana, durante questa campagna elettorale ormai alle porte, scalpiterà meno del presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, per ottenere un seggio nel prossimo Senato. L’elezione a Palazzo Madama, regolamenti alla mano, garantirebbe all’ex segretario del Pd di mantenere anche la carica di governatore, con relativa maggioranza che di fatto rappresenta l’ultimo residuo del campo largo ipotizzato da Enrico Letta.

Se sul futuro politico di Zingaretti ci sono pochi dubbi, non si può dire esattamente lo stesso per uno degli uomini a lui più vicini nell’esperienza in Regione: l’assessore alla Sanità, Alessio D’Amato. Quest’ultimo lo scorso maggio durante un evento pubblico, a cui ad ascoltarlo c’erano il sindaco di Fiumicino Esterino Montino, la senatrice Monica Cirinnà, l’ex governatore del Lazio Piero Badaloni, il collega Guido Milana, il consigliere regionale Emiliano Minnucci e il direttore dello Spallanzani, Francesco Vaia, ha annunciato la sua corsa in caso di primarie del centrosinistra per le elezioni regionali: «Se ci saranno io mi candido. Non da solo perché sarebbe velleitario. Lavorando pancia a terra».

Ad oggi però diverse preoccupazioni turbano i suoi pensieri politici e non. La prima è senza dubbio l’imminente sentenza della Corte dei conti che dovrà pronunciarsi sul contenzioso da 275.000 euro, in cui è coinvolto insieme ad alcuni collaboratori (Egidio Schiavetti, Barbara Concutelli e Simona Sinibaldi). Il caso è noto e risale al periodo compreso fra il 2005 e il 2008: quando l’allora consigliere D’Amato, secondo l’accusa della toga Barbara Pezzilli, avrebbe utilizzato i fondi regionali non per la onlus Italia-Amazzonia, che tra i suoi obiettivi aveva la tutela dell’equilibrio dell’habitat amazzonico, ma per i propri scopi politici attraverso l’associazione Rosso verde.

Nelle carte in mano alla magistratura contabile si legge che «risulta documentalmente provato lo sviamento dei contributi regionali liquidati a rimborso a fronte di fraudolenta rendicontazione». Ma non è finita qui, dato che per i pm i responsabili dell’associazione avrebbero anche «sbianchettato» le fatture per coprire il dirottamento dei contributi regionali, che sarebbero stati utilizzati per produrre «materiale pubblicitario per scopi politici mascherato da iniziative per la diffusione della cultura amazzonica».

La scorsa settimana i giudici hanno respinto una nuova richiesta di patteggiamento (se fosse stato accolto avrebbe assicurato uno sconto in termini di risarcimento), avanzata dal difensore di D’Amato, il professor Angelo Piazza. Il quale durante l’ultima udienza ha respinto le accuse, affermando: «Sono abituato a veder condannare un uomo sulla base di prove. In questa vicenda non esiste una sola evidenza contro il mio cliente». Una storia che ha dato vita anche ad un procedimento penale per truffa nei confronti della Regione, conclusosi per la prescrizione dei fatti contestati.

Oltre alla tegola giudiziaria sull’assessore D’Amato, per essere più precisi sul suo operato, pende il recente rapporto annuale del Crea (centro per la ricerca economica applicata) sulla sanità. Lo studio ha certificato che la Regione Lazio continua, nonostante dalla fine del commissariamento siano trascorsi due anni, ad avere grossi problemi nel comparto della sanità. Dal decimo al quattordicesimo posto nella classifica delle sanità regionali. Con un indice di performance che oscilla tra il 30 e il 40 per cento (per la precisione 36) che colloca di fatto il Lazio nel terzo e penultimo gruppo. Ben 18 punti percentuali sotto il Veneto, primo in classifica, e solo 12 sopra la maglia nera Calabria.

Senza dubbio nella carriera politica di D’Amato (classe 1968), iniziata nella sinistra della sinistra tra le fila del Pdci e Rifondazione, c’è uno spartiacque. Il Covid-19 e la sua gestione. Conseguenza di ciò una visibilità senza precedenti, né in passato né (forse) in futuro. Non bisogna infatti dimenticare che in Italia i primi casi certificati di positività al coronavirus sono stati due cittadini cinesi, ricoverati da gennaio a marzo del 2020 presso l’Istituto Spallanzani di Roma. Ospedale che è stato parte dell’accordo con i russi del Gamaleja di Mosca, entrambi importanti centri per lo studio delle malattie infettive. Alla base dell’intesa uno scambio di conoscenze nell’ambito delle ricerche sul Covid e sui vaccini che meglio avrebbero potuto contrastarlo. In particolare, gli italiani hanno messo a disposizione i dati sui pazienti malati, mentre i russi hanno fornito dati sul loro vaccino Sputnik. Peccato però che lo scambio sia avvenuto solo in territorio italiano, ma soprattutto che abbia permesso ai russi di accedere alle banche dati con informazioni sensibili. Una preoccupazione divulgata, prima ancora che l’intesa fosse ufficiale, solo dalla Verità. Dell’operazione di «spionaggio» sanitario reti e testaste unificate si sono accorte con mesi e mesi di ritardo. Per essere più chiari nell’ospedale romano ci sono le banche biologiche dell’Unione Europea per gli agenti virali e si studiano eventuali vaccini contro le armi biologiche. E la cooperazione è proseguita anche in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, fino a quando Regione Lazio e il suo assessore alla Sanità D’Amato, per cause di forza maggiore, hanno dovuto imporre lo stop.

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