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2018-06-20
A sinistra si indignano ma a schedare i rom hanno cominciato loro
ANSA
Com'era prevedibile, tutti sono partiti in quarta. C'è chi ha gridato al razzismo, chi ha tirato in ballo le «leggi speciali», chi ha ricordato l'Olocausto e chi si è trincerato dietro una cortina di sdegno. Il commissario europeo Pierre Moscovici ha definito «scioccanti» e «raggelanti» le parole di Matteo Salvini a proposito dei rom.
Due giorni fa, durante un intervento a Telelombardia, Salvini ha dichiarato: «Al ministero mi sto facendo preparare un dossier sulla questione rom in Italia, perché dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos». Poi ha aggiunto: «Vedremo di capire come si può intervenire facendo quello che all'epoca fu chiamato “censimento" e apriti cielo… Chiamiamola anagrafe, chiamiamola una situazione, una fotografia per capire di che cosa stiamo parlando». Che cosa c'è di scandaloso? Forse l'utilizzo del termine «censimento», che pure Salvini ha preso con le molle? Secondo qualcuno, censire la popolazione su base etnica sarebbe incostituzionale. Molti hanno fatto riferimento a ciò che avvenne nel 2008, quando l'allora ministro Roberto Maroni decise di procedere a una «schedatura» dei nomadi. Vero, l'Unione europea intervenne per tramite del commissario alla giustizia, Jacques Barrot, e si lamentò della violazione dei diritti umani. Ma l'argomento del contendere, in quel caso, erano le impronte digitali, cosa a cui Salvini nemmeno ha accennato.
Semplicemente, il nuovo inquilino del Viminale ha espresso l'intenzione di raccogliere informazioni dettagliate sulla popolazione nomade presente nel nostro Paese. Pensate che sia una cosa inutile, una trovata propagandistica? Beh, allora dovreste sfogliare il rapporto intitolato Gli insediamenti rom, sinti e camminanti in Italia, scaricabile dal sito dell'Istat e realizzato da Anci (l'associazione dei Comuni italiani) e Unar (l'ente contro il razzismo). Nella prima pagina si legge: «Uno dei principali problemi con cui ci si scontra nell'affrontare le questioni che riguardano le popolazioni rom è quello dell'assenza di dati certi e questo “vuoto" informativo risulta una difficoltà comune a gran parte dei Paesi europei». Quindi sì, forse c'è bisogno di avere dati chiari su i rom e gli altri gitani presenti nel nostro Paese. Anche perché molti di loro vivono in condizioni allucinanti, completamente al di fuori della legalità e della decenza.
Del resto, a «schedare» i rom, nel corso degli anni, hanno provveduto un bel po' di associazioni di provata fede progressista. Per esempio l'Associazione 21 luglio, che si occupa di difendere i diritti dei gitani e ogni anno realizza un dettagliato rapporto sui «nomadi» presenti nella Penisola. Perché se la radiografia la fa una Onlus o una cooperativa va bene e se la fa il Viminale no? Magari si risparmiano pure dei soldi…
Di vero e proprio «censimento» parlò anche la Croce rossa italiana nel 2008, all'epoca di Maroni. Poco prima, nel dicembre 2007, la Fondazione Giovanni Michelucci Onlus realizzò un'iniziativa analoga in Toscana, producendo lo studio intitolato Rom e sinti in Toscana: le presenze, gli insediamenti, le politiche, in cui si spiegava che «chiudere i campi è possibile, e vantaggioso». Un lavoro simile lo ha svolto anche la Caritas ambrosiana, che nel marzo di quest'anno ha pubblicato la ricerca In-visibili. La presenza rom e gli insediamenti spontanei, relativa alla situazione di Milano.
Nel 2015, fu Il Sole 24 Ore a tentare di disegnare una mappa. Sul sito del giornale si trova facilmente l'inchiesta, che contiene alcune interessanti dichiarazioni attribuite a Marcello Zuinisi, «rappresentante legale di Nazione rom, associazione nazionale che si occupa di promuovere l'integrazione e l'inclusione di rom, sinti e camminanti». Diceva Zuinisi: «Lo Stato italiano, l'attuale governo in modo marcato, non si impegna affinché ci sia chiarezza sui rom». Insomma, era lo stesso rappresentante dei rom a chiedere più dati e dettagli. Proprio l'associazione Nazione rom ha dichiarato nei giorni scorsi che esiste un dossier, «elaborato dall'Istat nel 2017», il cui scopo è proprio quello di catalogare i nomadi italiani. Delle due l'una: o si attacca Salvini perché è un razzista che vuole fare una cosa inaudita, oppure lo si critica perché è poco informato e vuole rifare una cosa già fatta da altri.
L'atteggiamento più ipocrita, tuttavia, è quello esibito dal Partito democratico. Gli esponenti dem fanno a gara a chi la spara più grossa contro Salvini. Forse non sanno che in Emilia Romagna, regione che la sinistra governa da quando esiste, il censimento dei rom si è fatto eccome. Nel rapporto, realizzato nel 2014 con dati relativi al 2012, compare una slogan curioso: «Far rispettare le regole rispettando le diverse culture». Sul sito della Regione (all'epoca governata da Vasco Errani) è rintracciabile il comunicato che annunciava il suddetto studio: «Sono 2.745 le persone che vivono sul territorio, in 129 campi e aree», si legge nel testo. Nessuno, però, ha mai parlato di razzismo.
Nessuno scandalo nemmeno quando a censire i rom fu il Comune di Milano. Era il 2012, sindaco Giuliano Pisapia. Pierfrancesco Majorino (assessore oggi come allora) e il collega Marco Granelli realizzarono una nota intitolata «Sinti, rom e camminanti. Un progetto per includere le famiglie e i bambini e contrastare irregolarità e illegalità». Tra le loro proposte c'era il «censimento dei nuclei familiari delle popolazioni rom, sinti e camminanti presenti a Milano».
Salvini ha notato l'incongruenza e ha commentato: «Se lo faccio io è razzista, se lo propone la sinistra va bene». L'assessore Majorino si è molto risentito: «Il censimento della popolazione rom a Milano proposto da me e dall'assessore Granelli nel 2012 non c'entra niente con quello proposto dal ministro dell'Interno», ha detto ieri. «Noi abbiamo stilato un elenco delle persone presenti nei cosiddetti campi rom, qua siamo, invece, di fronte ad un censimento su base etnica». Già: loro censivano i campi rom, ma se si imbattevano in un rom era solo per caso, mica per razzismo...
Francesco Borgonovo
Nelle case popolari la trasparenza è d’obbligo
«Non è nostra intenzione schedare o prendere le impronte digitali a nessuno, nostro obiettivo è una ricognizione della situazione dei campi rom». Non è bastata la precisazione del ministro dell'Interno Matteo Salvini ad attenuare l'indignazione del fronte progressista. Diversi esponenti del Pd hanno parlato di misura che evoca la pulizia etnica. L'immancabile Roberto Saviano lo ha definito un «abominio», mentre Laura Boldrini «disumanità al potere».
L'elenco è ancora lungo, non ce n'è uno però che ricordi che censimenti dei campi rom ne sono stati fatti a decine anche da amministrazioni di centrosinistra. Ma soprattutto, rinchiusi nei loro attici ai Parioli a Roma e in Zona uno a Milano, i guardiani della democrazia non possono sapere che, da decenni, nelle case popolari italiane i censimenti sulle residenze, le composizioni del nucleo familiare, i redditi e le proprietà degli inquilini vengono fatti ogni due anni.
Quello che una volta era lo Iacp (Istituto autonomo case popolari) e che ora sono le Ater nel Lazio (Azienda territoriale per l'edilizia residenziale) o le Aler in Lombardia, ogni 24 mesi inviano all'inquilino un apposito modulo di autocertificazione che va compilato e riconsegnato. Questi i documenti che è obbligatorio presentare per farsi confermare l'assegnazione dell'alloggio: codici fiscali dei membri del nucleo familiare e documento di riconoscimento dell'assegnatario dell'alloggio; eventuali dati sul decesso o uscita dell'assegnatario e degli altri componenti usciti o entrati nell'alloggio nel biennio precedente; certificazione dei redditi complessivi percepiti da tutti i componenti del nucleo; modulo Obis-m (in caso di pensione sociale, assegno sociale o invalidità); visura catastale delle case di proprietà (in caso si abbiano proprietà immobiliari); eventuale certificato di invalidità; eventuale certificazione di disoccupazione.
Basta un figlio che abbia iniziato a lavorare e addio casa del Comune. Infatti se nel biennio precedente si è superato un certo livello reddituale si perde il diritto alla casa popolare e in attesa dello sfratto viene immediatamente applicato il canone più alto, quello da occupante. Stessa cosa se non si risponde alla lettera del censimento: applicazione del canone massimo in attesa dell'ispezione dell'Ater che può portare anche allo sfratto. Prevedere controlli similari nei campi nomadi è un atto nazista? Questo il parere del segretario del sindacato degli inquilini Federcasa, Gianluigi Pascoletti: «Se si tratta di campi regolari, con casette assegnate, hanno lo stesso Dna dell'edilizia sociale e dell'alloggio popolare, ovvero sono finanziate con soldi pubblici per sopperire ad un'emergenza abitativa». «Per questo motivo», conclude Pascoletti, «si applica lo stesso ragionamento del censimento Ater. Bisogna conoscere il nucleo familiare e i redditi. Non si tratta di discriminazione ma di rispetto delle norme e contrasto ai furbi».
Marco Guerra
Il capo lumbard: «Tiro dritto». E l’Ue lo bacchetta
Dalle parole ai fatti. «Questa mattina a Carmagnola (Torino), dove amministra la Lega, è stata abbattuta una casa abusiva in un campo sinti non autorizzato. Prima gli italiani». Matteo Salvini non molla e va avanti con la sua idea di «censimento dei rom» lanciata lunedì provocando un mare di polemiche perché la parola censimento sarebbe sinonimo di «schedatura etnica». E così ieri il ministro dell'Interno ha risposto a muso duro su Facebook pubblicando la foto della demolizione della casa abusiva: «Censimento dei rom e controllo dei soldi pubblici spesi. Se lo propone la sinistra va bene, se lo propongo io è razzismo. Io non mollo e vado dritto! Prima gli italiani e la loro sicurezza». A parte che gli italiani ogni 10 anni vengono regolarmente censiti, alcune amministrazioni come Milano o Roma, hanno già fatto i loro censimenti di rom. Nel luglio del 2012, con Pisapia sindaco, l'assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino, firmò un rapporto dal titolo «Sinti, rom e camminanti. Un progetto per includere le famiglie e i bambini e contrastare irregolarità e illegalità» che aveva come primo obiettivo il «Censimento dei nuclei familiari delle popolazioni Rom, Sinti e Camminanti presenti a Milano». Dal 2002 al 2015 il comune di Roma ha speso circa 27 milioni di euro per la scolarizzazione dei minori, circa 2.000, presenti nei campi rom della capitale. Soldi buttati considerato che uno su cinque non è mai andato a scuola e meno di 200 hanno frequentato circa tre quarti dell'orario scolastico. Ma tant'è e l'obiettivo risparmio per le amministrazioni e sicurezza per i cittadini non convince l'opposizione e neanche l'Europa.
Il commissario Ue Pierre Moscovici, infatti, ha affermato: «Anche se interferire negli affari interni di un Paese, commentare questa o quell'altra dichiarazione scioccante o raggelante può essere una tentazione a cui è estremamente difficile resistere, resisterò con tutte le forze. Dico che la Commissione Ue eserciterà le sue competenze con le regole di cui dispone. Ci sono regole in materia economica e finanziaria ma anche per quanto riguarda lo stato di diritto. Sono le nostre regole comuni e vanno rispettate da tutti». Contro il responsabile del Viminale il deputato di Leu Roberto Speranza che ha annunciato una denuncia contro Salvini per istigazione all'odio razziale mentre l'ex presidente della Camera Laura Boldrini parla di «disumanità al potere» e accusa il vicepremier di «stimolare i peggiori istinti del Paese».
E se il sindaco di Napoli Luigi De Magistris dice: «Se Salvini alza il tiro, noi pronti alle barricate», pieno sostegno arriva dai governatori di Veneto e Lombardia, Zaia e Fontana, e dall'ex ministro leghista Roberto Maroni tutti spinti dall'esigenza di sicurezza per i cittadini. Non manca l'attacco del mondo cattolico. Per l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi: «I cittadini italiani e europei il ministro dell'Interno se li deve tenere tutti, rispettare e difendere, fino a prova contraria. È giusto anche che si superino i campi rom, che sono in condizioni inumane, ma se li si toglie dai campi, si devono offrire soluzioni abitative».
Sarina Biraghi
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Per l'Istat mancano informazioni sui nomadi. E infatti le amministrazioni dem hanno realizzato censimenti nei campi: Giuliano Pisapia a Milano e Vasco Errani in Emilia.Nelle case popolari la trasparenza è d'obbligo. Ogni due anni le Regioni fanno lo «screening» agli affittuari. Basta un documento mancante e addio alloggio.Il commissario Ue Pierre Moscovici contro Matteo Salvini: «Raggelante». Il capogruppo di Leu, Roberto Speranza, lo denuncia per odio razziale.Com'era prevedibile, tutti sono partiti in quarta. C'è chi ha gridato al razzismo, chi ha tirato in ballo le «leggi speciali», chi ha ricordato l'Olocausto e chi si è trincerato dietro una cortina di sdegno. Il commissario europeo Pierre Moscovici ha definito «scioccanti» e «raggelanti» le parole di Matteo Salvini a proposito dei rom. Due giorni fa, durante un intervento a Telelombardia, Salvini ha dichiarato: «Al ministero mi sto facendo preparare un dossier sulla questione rom in Italia, perché dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos». Poi ha aggiunto: «Vedremo di capire come si può intervenire facendo quello che all'epoca fu chiamato “censimento" e apriti cielo… Chiamiamola anagrafe, chiamiamola una situazione, una fotografia per capire di che cosa stiamo parlando». Che cosa c'è di scandaloso? Forse l'utilizzo del termine «censimento», che pure Salvini ha preso con le molle? Secondo qualcuno, censire la popolazione su base etnica sarebbe incostituzionale. Molti hanno fatto riferimento a ciò che avvenne nel 2008, quando l'allora ministro Roberto Maroni decise di procedere a una «schedatura» dei nomadi. Vero, l'Unione europea intervenne per tramite del commissario alla giustizia, Jacques Barrot, e si lamentò della violazione dei diritti umani. Ma l'argomento del contendere, in quel caso, erano le impronte digitali, cosa a cui Salvini nemmeno ha accennato. Semplicemente, il nuovo inquilino del Viminale ha espresso l'intenzione di raccogliere informazioni dettagliate sulla popolazione nomade presente nel nostro Paese. Pensate che sia una cosa inutile, una trovata propagandistica? Beh, allora dovreste sfogliare il rapporto intitolato Gli insediamenti rom, sinti e camminanti in Italia, scaricabile dal sito dell'Istat e realizzato da Anci (l'associazione dei Comuni italiani) e Unar (l'ente contro il razzismo). Nella prima pagina si legge: «Uno dei principali problemi con cui ci si scontra nell'affrontare le questioni che riguardano le popolazioni rom è quello dell'assenza di dati certi e questo “vuoto" informativo risulta una difficoltà comune a gran parte dei Paesi europei». Quindi sì, forse c'è bisogno di avere dati chiari su i rom e gli altri gitani presenti nel nostro Paese. Anche perché molti di loro vivono in condizioni allucinanti, completamente al di fuori della legalità e della decenza. Del resto, a «schedare» i rom, nel corso degli anni, hanno provveduto un bel po' di associazioni di provata fede progressista. Per esempio l'Associazione 21 luglio, che si occupa di difendere i diritti dei gitani e ogni anno realizza un dettagliato rapporto sui «nomadi» presenti nella Penisola. Perché se la radiografia la fa una Onlus o una cooperativa va bene e se la fa il Viminale no? Magari si risparmiano pure dei soldi… Di vero e proprio «censimento» parlò anche la Croce rossa italiana nel 2008, all'epoca di Maroni. Poco prima, nel dicembre 2007, la Fondazione Giovanni Michelucci Onlus realizzò un'iniziativa analoga in Toscana, producendo lo studio intitolato Rom e sinti in Toscana: le presenze, gli insediamenti, le politiche, in cui si spiegava che «chiudere i campi è possibile, e vantaggioso». Un lavoro simile lo ha svolto anche la Caritas ambrosiana, che nel marzo di quest'anno ha pubblicato la ricerca In-visibili. La presenza rom e gli insediamenti spontanei, relativa alla situazione di Milano. Nel 2015, fu Il Sole 24 Ore a tentare di disegnare una mappa. Sul sito del giornale si trova facilmente l'inchiesta, che contiene alcune interessanti dichiarazioni attribuite a Marcello Zuinisi, «rappresentante legale di Nazione rom, associazione nazionale che si occupa di promuovere l'integrazione e l'inclusione di rom, sinti e camminanti». Diceva Zuinisi: «Lo Stato italiano, l'attuale governo in modo marcato, non si impegna affinché ci sia chiarezza sui rom». Insomma, era lo stesso rappresentante dei rom a chiedere più dati e dettagli. Proprio l'associazione Nazione rom ha dichiarato nei giorni scorsi che esiste un dossier, «elaborato dall'Istat nel 2017», il cui scopo è proprio quello di catalogare i nomadi italiani. Delle due l'una: o si attacca Salvini perché è un razzista che vuole fare una cosa inaudita, oppure lo si critica perché è poco informato e vuole rifare una cosa già fatta da altri. L'atteggiamento più ipocrita, tuttavia, è quello esibito dal Partito democratico. Gli esponenti dem fanno a gara a chi la spara più grossa contro Salvini. Forse non sanno che in Emilia Romagna, regione che la sinistra governa da quando esiste, il censimento dei rom si è fatto eccome. Nel rapporto, realizzato nel 2014 con dati relativi al 2012, compare una slogan curioso: «Far rispettare le regole rispettando le diverse culture». Sul sito della Regione (all'epoca governata da Vasco Errani) è rintracciabile il comunicato che annunciava il suddetto studio: «Sono 2.745 le persone che vivono sul territorio, in 129 campi e aree», si legge nel testo. Nessuno, però, ha mai parlato di razzismo. Nessuno scandalo nemmeno quando a censire i rom fu il Comune di Milano. Era il 2012, sindaco Giuliano Pisapia. Pierfrancesco Majorino (assessore oggi come allora) e il collega Marco Granelli realizzarono una nota intitolata «Sinti, rom e camminanti. Un progetto per includere le famiglie e i bambini e contrastare irregolarità e illegalità». Tra le loro proposte c'era il «censimento dei nuclei familiari delle popolazioni rom, sinti e camminanti presenti a Milano». Salvini ha notato l'incongruenza e ha commentato: «Se lo faccio io è razzista, se lo propone la sinistra va bene». L'assessore Majorino si è molto risentito: «Il censimento della popolazione rom a Milano proposto da me e dall'assessore Granelli nel 2012 non c'entra niente con quello proposto dal ministro dell'Interno», ha detto ieri. «Noi abbiamo stilato un elenco delle persone presenti nei cosiddetti campi rom, qua siamo, invece, di fronte ad un censimento su base etnica». Già: loro censivano i campi rom, ma se si imbattevano in un rom era solo per caso, mica per razzismo...Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-rom-sinistra-2579530267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nelle-case-popolari-la-trasparenza-e-dobbligo" data-post-id="2579530267" data-published-at="1767835550" data-use-pagination="False"> Nelle case popolari la trasparenza è d’obbligo «Non è nostra intenzione schedare o prendere le impronte digitali a nessuno, nostro obiettivo è una ricognizione della situazione dei campi rom». Non è bastata la precisazione del ministro dell'Interno Matteo Salvini ad attenuare l'indignazione del fronte progressista. Diversi esponenti del Pd hanno parlato di misura che evoca la pulizia etnica. L'immancabile Roberto Saviano lo ha definito un «abominio», mentre Laura Boldrini «disumanità al potere». L'elenco è ancora lungo, non ce n'è uno però che ricordi che censimenti dei campi rom ne sono stati fatti a decine anche da amministrazioni di centrosinistra. Ma soprattutto, rinchiusi nei loro attici ai Parioli a Roma e in Zona uno a Milano, i guardiani della democrazia non possono sapere che, da decenni, nelle case popolari italiane i censimenti sulle residenze, le composizioni del nucleo familiare, i redditi e le proprietà degli inquilini vengono fatti ogni due anni. Quello che una volta era lo Iacp (Istituto autonomo case popolari) e che ora sono le Ater nel Lazio (Azienda territoriale per l'edilizia residenziale) o le Aler in Lombardia, ogni 24 mesi inviano all'inquilino un apposito modulo di autocertificazione che va compilato e riconsegnato. Questi i documenti che è obbligatorio presentare per farsi confermare l'assegnazione dell'alloggio: codici fiscali dei membri del nucleo familiare e documento di riconoscimento dell'assegnatario dell'alloggio; eventuali dati sul decesso o uscita dell'assegnatario e degli altri componenti usciti o entrati nell'alloggio nel biennio precedente; certificazione dei redditi complessivi percepiti da tutti i componenti del nucleo; modulo Obis-m (in caso di pensione sociale, assegno sociale o invalidità); visura catastale delle case di proprietà (in caso si abbiano proprietà immobiliari); eventuale certificato di invalidità; eventuale certificazione di disoccupazione. Basta un figlio che abbia iniziato a lavorare e addio casa del Comune. Infatti se nel biennio precedente si è superato un certo livello reddituale si perde il diritto alla casa popolare e in attesa dello sfratto viene immediatamente applicato il canone più alto, quello da occupante. Stessa cosa se non si risponde alla lettera del censimento: applicazione del canone massimo in attesa dell'ispezione dell'Ater che può portare anche allo sfratto. Prevedere controlli similari nei campi nomadi è un atto nazista? Questo il parere del segretario del sindacato degli inquilini Federcasa, Gianluigi Pascoletti: «Se si tratta di campi regolari, con casette assegnate, hanno lo stesso Dna dell'edilizia sociale e dell'alloggio popolare, ovvero sono finanziate con soldi pubblici per sopperire ad un'emergenza abitativa». «Per questo motivo», conclude Pascoletti, «si applica lo stesso ragionamento del censimento Ater. Bisogna conoscere il nucleo familiare e i redditi. Non si tratta di discriminazione ma di rispetto delle norme e contrasto ai furbi». Marco Guerra <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-rom-sinistra-2579530267.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-capo-lumbard-tiro-dritto-e-lue-lo-bacchetta" data-post-id="2579530267" data-published-at="1767835550" data-use-pagination="False"> Il capo lumbard: «Tiro dritto». E l’Ue lo bacchetta Dalle parole ai fatti. «Questa mattina a Carmagnola (Torino), dove amministra la Lega, è stata abbattuta una casa abusiva in un campo sinti non autorizzato. Prima gli italiani». Matteo Salvini non molla e va avanti con la sua idea di «censimento dei rom» lanciata lunedì provocando un mare di polemiche perché la parola censimento sarebbe sinonimo di «schedatura etnica». E così ieri il ministro dell'Interno ha risposto a muso duro su Facebook pubblicando la foto della demolizione della casa abusiva: «Censimento dei rom e controllo dei soldi pubblici spesi. Se lo propone la sinistra va bene, se lo propongo io è razzismo. Io non mollo e vado dritto! Prima gli italiani e la loro sicurezza». A parte che gli italiani ogni 10 anni vengono regolarmente censiti, alcune amministrazioni come Milano o Roma, hanno già fatto i loro censimenti di rom. Nel luglio del 2012, con Pisapia sindaco, l'assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino, firmò un rapporto dal titolo «Sinti, rom e camminanti. Un progetto per includere le famiglie e i bambini e contrastare irregolarità e illegalità» che aveva come primo obiettivo il «Censimento dei nuclei familiari delle popolazioni Rom, Sinti e Camminanti presenti a Milano». Dal 2002 al 2015 il comune di Roma ha speso circa 27 milioni di euro per la scolarizzazione dei minori, circa 2.000, presenti nei campi rom della capitale. Soldi buttati considerato che uno su cinque non è mai andato a scuola e meno di 200 hanno frequentato circa tre quarti dell'orario scolastico. Ma tant'è e l'obiettivo risparmio per le amministrazioni e sicurezza per i cittadini non convince l'opposizione e neanche l'Europa. Il commissario Ue Pierre Moscovici, infatti, ha affermato: «Anche se interferire negli affari interni di un Paese, commentare questa o quell'altra dichiarazione scioccante o raggelante può essere una tentazione a cui è estremamente difficile resistere, resisterò con tutte le forze. Dico che la Commissione Ue eserciterà le sue competenze con le regole di cui dispone. Ci sono regole in materia economica e finanziaria ma anche per quanto riguarda lo stato di diritto. Sono le nostre regole comuni e vanno rispettate da tutti». Contro il responsabile del Viminale il deputato di Leu Roberto Speranza che ha annunciato una denuncia contro Salvini per istigazione all'odio razziale mentre l'ex presidente della Camera Laura Boldrini parla di «disumanità al potere» e accusa il vicepremier di «stimolare i peggiori istinti del Paese». E se il sindaco di Napoli Luigi De Magistris dice: «Se Salvini alza il tiro, noi pronti alle barricate», pieno sostegno arriva dai governatori di Veneto e Lombardia, Zaia e Fontana, e dall'ex ministro leghista Roberto Maroni tutti spinti dall'esigenza di sicurezza per i cittadini. Non manca l'attacco del mondo cattolico. Per l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi: «I cittadini italiani e europei il ministro dell'Interno se li deve tenere tutti, rispettare e difendere, fino a prova contraria. È giusto anche che si superino i campi rom, che sono in condizioni inumane, ma se li si toglie dai campi, si devono offrire soluzioni abitative». Sarina Biraghi
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.