È il 1967. A Londra i Beatles danno alla luce Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. A Roma Aldo Moro battezza il suo terzo governo. A New York un trombettista italiano neanche trentenne sta facendo sfracelli. Il Principe delle tenebre, Miles Davis, andrà ad ascoltarlo di lì a breve in un club nell’Upper West Side, benedicendolo con un «Ti tengo d’occhio!» e un cazzotto di stima sul braccio sinistro. «Il nostro rappresentante», scrive eccitata la testata Musica Jazz parlando del suo pioniere come se fosse un pugile, «si batte vittoriosamente nella tana del lupo». Oggi, a 59 anni di distanza, Enrico Rava per la stessa storica rivista è ancora una volta il «musicista dell’anno».
I riconoscimenti in carriera non sono mancati, ma il suo understatement torinese resta intatto. Nell’autobiografia ho trovato un commento emblematico agli apprezzamenti che Downbeat le faceva negli anni ruggenti: «A sùn sudisfasiùn».
«Se i referendum non ci fossero si vivrebbe bene lo stesso. Dato che esistono, meglio vincerli…» (ride).
Ma che effetto le fa aggiudicarsi il Top Jazz 2025?
«Ovviamente è un piacere. Vuol dire che sono ancora in pista, malgrado gli anni che sono tanti, anzi troppi…».
Svelo il dato, anche se mi sembra puramente aritmetico: 86. Il viaggio però continua con la passione di sempre.
«Sono proprio gli spostamenti la fatica più atroce alla mia età: la strada da fare, i ristoranti - dove ultimamente si mangia malissimo - gli alberghi. Io vado avanti, ma sono un po’ alla frutta…».
Altro che frutta, solo un anno fa al podcast Non sparate sul pianista parlavamo di una doppietta: «Miglior disco» e «miglior formazione dell’anno», i Fearless five (Matteo Paggi al trombone, Francesco Diodati alla chitarra, Francesco Ponticelli al contrabbasso ed Evita Polidoro alla batteria).
«Ecco, questi ragazzi sono la ragione più importante per la quale non smetto di suonare. Stare sul palcoscenico con loro è un piacere enorme. Accadono cose che mi ripagano di tutto il resto. Per un attimo mi dimentico del peso della vecchiaia e degli acciacchi».
Quegli «istanti di bellezza sublime» di cui lei parla spesso. Come dice scherzando al termine dei concerti, è per quelli che non passa le giornate «a dar da mangiare ai piccioni o a guardare i cantieri»?
«Il fatto è che con questi musicisti si crea quella situazione meravigliosa che io chiamo “democrazia perfetta”. Nella realtà non è replicabile, ma sul palco con loro quattro riaccade quasi sempre. Solo un paio di volte non ci siamo messi a volare... D’altra parte la scelta dei membri del gruppo è cruciale nella creazione della musica».
Definirli «giovani», anche se a livello anagrafico lo sono, è riduttivo. Ognuno di loro è a sua volta leader di altre formazioni e porta avanti i suoi progetti.
«Sono pronto ad accettare qualunque deviazione del percorso facciano nell’improvvisazione perché c’è una fiducia reciproca di fondo. Non sono solo bravi, quello non basta. Sono veramente dentro la musica. Matteo (Paggi, ndr) ha lavorato nelle orchestre sinfoniche e ha un totale dominio del trombone. L’anno scorso si è aggiudicato meritatamente il Top Jazz come “migliore nuovo talento”. Diodati è mio complice da oltre dieci anni e lo ritengo uno dei più grandi chitarristi italiani in generale. Ponticelli suonava il contrabbasso con me da giovanissimo e sono felice di averlo ritrovato. Per lui “ogni nota conta” e questo è diventato il suo soprannome. E poi c’è Evita (Polidoro, ndr), che è incredibile anche come compositrice. Nella vita ho avuto la fortuna di collaborare con i migliori batteristi del mondo e raramente ho avuto una connessione così forte, a livello musicale, con chi suona il suo strumento».
Ormai siete insieme da tempo e avete girato l’Italia e l’Europa. A volte compaiono brani nuovi in repertorio, come My funny Valentine cantata dalla Polidoro o una composizione che porta la sua firma, ma non sembra ancora avere un titolo. Vede un’evoluzione in questa formazione?
«Nel nostro campo l’evoluzione c’è sempre, anche se in alcuni casi si chiama involuzione. Con i miei compagni di viaggio ogni concerto è diverso dall’altro. E questo ha a che fare con l’idea di musica che porto avanti da sempre: creare una situazione all’interno della quale ciascuno possa trovare la propria via. Come faceva Miles Davis, il musicista che amo alla follia e che per me è stato il più grande nella storia del jazz moderno».
Un esempio ci starebbe bene.
«Di recente mi è capitato tra le mani un vecchio box, Jazz at the Philharmonic. Sono delle jam session di all star che il famoso produttore Norman Granz organizzava radunando i più forti sulla scena: il risultato è... inascoltabile. I soli sono così lunghi che ti fanno scordare di che pezzo si tratti. Singolarmente sono tutti ottimi musicisti, ma non c’è un minimo di creazione collettiva. Si mettono in mostra come al circo, anzi peggio, come se si trattasse di un’esibizione muscolare. È in casi come questo che il jazz diventa la musica più noiosa del mondo».
Miles invece?
«Basta ascoltare Stella by Starlight dall’album live al Lincoln Center My funny Valentine (1964, ndr). Succedono cose incredibili: c’è lo sviluppo drammaturgico che porta l’inconfondibile firma di Davis e si percepisce una tale telepatia tra i musicisti da rendere questo momento, a mio avviso, uno dei più alti di tutta la musica del Novecento. E non parlo solo di jazz, parlo di musica in genere... anzi dell’arte».
È una magia che si può ricreare?
«Non è così semplice. Quello che provo a fare io è concepire la mia formazione come una sorta di laboratorio. E la libertà che do obbliga i musicisti a crescere. Penso a Gianluca Petrella, a Giovanni Guidi o allo stesso Stefano Bollani. Non mi prendo i meriti, sarebbero migliorati anche senza di me, ma li ho messi nella condizione di farlo più in fretta. Quando ho chiamato Bollani era conosciuto solo nel mondo del pop: in pochissimo tempo ha fatto un balzo in avanti pazzesco. È la via tracciata da Miles Davis. Guarda caso gente come Red Garland, Tony Williams o Herbie Hancock ha dato il meglio quando era al suo fianco. Non dico che brillassero di luce riflessa, sto parlando di quello che combinavano loro: che lo sapessero o meno, erano all’apice delle loro potenzialità».
Lei non si sente un talent scout, ma ha pescato spesso dal vivaio dei seminari di Siena Jazz. Forse oggi è più facile trovare giovani interessanti rispetto a una volta.
«In Italia? Non solo è più semplice, basta passeggiare per strada e i nuovi talenti te li tirano dalle finestre. A volte mi viene il dubbio che questa generazione si sia trasferita per qualche anno a Lourdes. Da quando son tornati a casa mi sembrano pazzeschi…» (ride). «Quando ho iniziato io eravamo il fanalino di coda del mondo. Un paradosso visto che la storia del jazz è piena di italoamericani, da Lennie Tristano a tutti gli altri. Ricordo un libro dell’autorevole critico tedesco Joachim-Ernst Berendt. Mise la mia foto nel capitolo dedicato al nostro Paese citandomi come uno dei pochissimi. Oggi lo conferma anche la rivista New York Jazz Record: l’Italia, appena dopo gli Stati Uniti, è il Paese più ricco di musicisti jazz di qualità».
Avete già registrato un nuovo album e ci sarà tempo di parlarne appena uscirà. Ma come le è venuta l’idea di invitare Joe Lovano come sesto Fearless?
«Un giorno chiesero a Michael Brecker, da tutti considerato il più importante sassofonista in circolazione: “Cosa si prova a essere il numero uno?”. E lui rispose: “Non saprei, chiedete a Lovano”. Quindi non lo dico io che gli sono amico: Joe è il più grande tenorista degli ultimi 30 anni. Lo ascoltai la prima volta a Messina con il batterista Paul Motian. Era uno sconosciuto ma a ogni assolo il pubblico scatenava un uragano. Sembrava che Charlie Parker fosse sceso dal cielo. Poi ho scoperto il perché...».
Ovvero?
«Erano tutti suoi parenti, accorsi da ogni parte della Sicilia. L’hanno rimpinzato così tanto di cibo che è tornato nella Grande Mela ingrassatissimo».
In effetti c’è un interessante documentario (Lovano Supreme) che racconta il suo amore per John Coltrane e l’orgoglio per le radici italiane, che affondano per la precisione ad Alcara Li Fusi e Cesarò (Messina).
«È stato bello averlo con noi, al momento giusto ascolterete il risultato. A proposito di magia, con Joe Lovano ho fatto il più bel concerto della mia vita. In quel quartetto formidabile c’erano anche Miroslav Vitous al contrabbasso e Tony Oxley alla batteria. Ne riparliamo da decenni ogni volta che ci incrociamo negli aeroporti, ma non riusciamo a ricordarci dove quel miracolo sia avvenuto».