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Nella terza puntata di Rovescio, Giorgia Pacione Di Bello affronta l'argomento della sicurezza sul lavoro con l'avvocato Pietro Frisani di Difendimi.com e il giornalista Tobia De Stefano.
Nella terza puntata di Rovescio, Giorgia Pacione Di Bello affronta l'argomento della sicurezza sul lavoro con l'avvocato Pietro Frisani di Difendimi.com e il giornalista Tobia De Stefano.
Sia come docente di economia sia come attore nel settore degli investimenti finanziari/industriali ho relazioni continue con investitori e valutatori esteri che osservano l’Italia sul piano del rischio/opportunità/affidabilità.
Dopo la vittoria del No al referendum sono stato quasi sommerso da domande da parte dei colleghi stranieri, sintetizzabili in una: vincerà la sinistra le elezioni politiche del 2027? Ho promesso una mia stima probabilistica tra qualche settimana per due motivi: avere dati sulla reazione del governo e delle forze politiche di centrodestra di fronte a questo rischio e, soprattutto, sull’impatto e contenimento dell’eventuale crisi inflazionistica/recessiva dovuta al blocco dei transiti nello stretto di Hormuz.
Sto studiando, ma qui ritengo rilevante riportare lo scenario what if (cosa succede se) che è oggetto di studio da parte di alcuni rilevanti colleghi esteri sull’Italia, con enfasi sull’opportunità o meno di investimenti in Italia. Devo sottolineare che la missione valutativa di questi colleghi non è ideologica, ma finalizzata ad individuare in quali nazioni è remunerativo e ragionevolmente sicuro fare investimenti industriali diretti (partecipazioni) o indiretti (azioni quotate) oppure di obbligazioni statali e private.
Fino a prima del referendum la maggior parte delle valutazioni era molto positiva: l’Italia a conduzione Meloni è un business. Per onestà, con punto interrogativo dovuto all’imposizione di una extratassa motivata da extraprofitto sui soggetti bancari e dintorni, annotato (con orrore) come segnale di degenerazione populista. Un meno, ma superato dalle valutazioni positive delle agenzie di rating che hanno aumentato il punteggio di affidabilità finanziaria dell’Italia nel 2025 anche con conseguenze di riduzione del differenziale tra titoli di debito italiani e tedeschi: il governo di centrodestra ha messo in priorità l’equilibrio del bilancio statale e ciò è una condizione essenziale per attrarre investimenti esteri. In verità c’era un altro meno: un eccesso di fiducia da parte del governo di centrodestra sull’effetto stimolativo della spesa e mano pubbliche mentre l’economia tecnica ritiene più produttiva la detassazione, nonché investimenti mirati e non dispersi, come volano di crescita.
Tuttavia, la considerazione di un miglioramento gestionale del sistema economico italiano in relazione a quella disastrosa dei governi di sinistra precedenti ha reso meno importante questo criterio teoretico. L’aumento dell’occupazione, poi, ha corroborato segnali di fiducia sull’Italia. In sintesi, la gestione del governo Meloni è stata valutata dagli analisti esteri un passo importante per invertire il declino economico dell’Italia. In particolare è stato giudicato molto bene l’attivismo in politica estera con conseguenze stimolative per l’export: partenariati strategici bilaterali a raggio globale, postura convergente con la Commissione europea per estendere i trattati doganali a zero o quasi dazi, piano Mattei per l’Africa con azione di avanguardia, ecc.
Dopo il referendum c’è il timore che la sinistra si compatti dando una forza maggiore ai partiti divergenti dalle condizioni di sviluppo economico come i pentastellati e l’estrema sinistra sulla sinistra più moderata e pragmatica. Per inciso, nella maggior parte delle democrazie sono osservabili quattro formazioni: destra e sinistra centriste/moderate ed estreme. Dove l’azione governativa più compatibile con un modello economico razionale, in questa fase storica, è quella centrista combinata con programmi futurizzanti.
In Italia, diversamente da altre nazioni, la destra si è configurata in modo compatibile con un’economia razionale e di sviluppo, nonché con un nazionalismo aperto e collaborativo (moltiplicatore di forza commerciale) e non con uno chiuso mentre la sinistra compatibile con l’economia tecnica è minoritaria nei confronti di quella che non lo è sia per una conduzione inadeguata tecnicamente della prima sia per la postura irrazionale del movimento pentastellato. Bisogna valutare che in molte democrazie è visibile un processo di impoverimento della classe media. Ma la giusta soluzione a questo problema è un «welfare di investimento» che sostituisca gradualmente quello «redistributivo/assistenziale» con la missione di dare più mobilità cognitiva e valore di mercato agli individui, in particolare in un’epoca di rivoluzione tecnologica discontinua.
La sinistra italiana – spiace annotarlo - non è né sarà a breve in grado di produrre innovazioni produttive e competitive. In tal senso comprendo la valutazione di rischio politico da parte degli analisti stranieri detti sopra che valutano di abbandonare l’Italia sul piano degli investimenti nel caso aumenti la probabilità di vittoria delle sinistre. Nei loro scenari, infatti, la sinistra potrà essere maggioritaria solo se sinistra moderata e populisti estremi si compatteranno in coalizione. L’eccitazione dell’esito referendario alza il rischio che tale compattazione avvenga senza una convergenza tecnica che permetta alla sinistra di governare senza eccessi di divergenza dalla razionalità economica e dal requisito dell’equilibrio della finanza pubblica. Per tale motivo, appunto, chiedono quale capacità abbia il centrodestra di riconquistare un consenso maggioritario. Il tema non è ideologico, ma concreto perché riguarda miliardi di investimenti esteri, una posizione forte e non debole nell’Ue e l’inversione del declino attraverso una strategia di Italia globale che la sinistra né propone né è in grado di attuare. Darò le mie idee, ma sono più importanti soluzioni rapide da parte del centrodestra per invertire una profezia di sconfitta con impatto negativo anticipato sugli interessi economici dell’Italia.
Giuseppe CamaleConte sente l’inebriante profumo di ritorno al governo. Dopo che i risultati del referendum hanno riacceso le speranze del centrosinistra, sveste i panni del barricadero e indossa quelli del responsabile uomo di governo. Le sue parole, in particolare quelle sulla difesa comune europea e sulla Russia pronunciate ieri alla convention per gli Stati Uniti d’Europa sembrano pronunciate dal capo dello Stato Sergio Mattarella (c’è chi sussurra che Giuseppi aspiri addirittura al Quirinale, ma siamo veramente agli spifferi incontrollati).
«L’Europa», afferma Conte, «dovrebbe rafforzare la difesa comune europea, è una necessità, dobbiamo iniziare a costruire uno strumento di maggiore integrazione. La difesa unica è un progetto necessario per rispondere alle sfide che abbiamo davanti ma non ha nulla a che vedere col piano di riarmo, che sono soldi buttati». Conte ha ben compreso che le differenze sulla politica estera sono quelle più ostiche da superare per riunire la coalizione progressista alle elezioni politiche del prossimo anno, e così posizione il M5s anche sulla questione della guerra in Ucraina: «Sul conflitto in Ucraina», sottolinea l’ex premier, «io non mi sottraggo mai al confronto. Abbiamo sensibilità diverse ma ci sono passaggi che ci devono unificare. L’aggressione russa va assolutamente sanzionata. Oggi, di fronte all’allettante e conveniente prezzo del gas russo, noi non dobbiamo piegarci. Non dobbiamo acquistarlo fin quando non ci sarà un trattato di pace. Ma non possiamo demandare ad altri. Impegniamoci noi, con tutta la nostra forza, per una svolta negoziale. Non possiamo permetterci che arrivi questa svolta e l'Ue non sia a quel tavolo. Se dovesse succedere, il declino europeo sarà ancora più chiaro».
Il Conte di lotta di qualche settimana fa lascia il posto al Conte di governo: «L’Europa sta attraversando un declino politico spaventoso e preoccupante», argomenta Giuseppi, «sconquassata da una crisi economica, dalle conseguenze della pandemia e da una guerra nel cuore dell’Europa per l’aggressione russa illegale e illegittima. Come abbiamo risposto? L’Europa è balbettante, claudicante, non è riuscita a esprimere una visione e una strategia e ha mostrato tutte le sue carenze. Occorre rafforzare le istituzioni democratiche», aggiunge il leader del M5s, «dando potere d’iniziativa legislativa al parlamento europeo, potere di inchiesta, lì ci sono i nostri rappresentanti, deve essere l’organo dell’accountability, della rendicontazione al popolo europeo».
Sembra passato un secolo e invece sono pochi mesi da quando Conte menava la Ue come un fabbro e si affidava alle doti di pacificatore dell’ex candidato al Nobel Donald Trump: «Lasciamo che a condurre il negoziato siano gli Stati Uniti», diceva l’allora Giuseppi lo scorso 10 dicembre, a proposito della guerra in Ucraina, «i governi europei hanno fallito puntando tutto sulla scommessa di una vittoria sulla Russia, a colpi di invii di armi e di spese militari». Il Conte di governo incassa subito l’ok dell’alleato più ostile, Italia viva: «Bene la svolta di Conte», applaude il senatore Enrico Borghi, vicepresidente di Iv, «su difesa europea comune e sforzo diplomatico per l'Ucraina. Ora andiamo alle primarie del centrosinistra». Esultano anche altri alleati finora ad ora decisamente anti-contiani, come il senatore Pd Filippo Sensi:«Mi pare positivo», commenta Sensi, «che oggi il leader dei cinque stelle abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi esponenti che minacciavano la fine del sostegno alla Ucraina e l’apertura al gas russo. La sua risoluzione era irricevibile. Ma almeno oggi ha fatto un passo indietro. Vedremo».
Già il nome richiama tristezza. Bab el Mandeb, la «Porta delle lacrime». E’ il braccio di mare che separa la Penisola Arabica dal Corno D’Africa, l’area più povera della terra. Yemen e Gibuti, Asia e Africa, due continenti separati dallo Stretto di Bab el Mandeb. Un braccio di mare largo 26 chilometri che ha un’importanza cruciale per i traffici commerciali globali. Ora che gli Huthi tornano ad attaccare, possiamo dire con certezza che a versare le lacrime saremo noi. I In bolletta. Al supermercato. Alla pompa della benzina. I miliziani yemeniti hanno sparato contro Israele. Ora minacciano il blocco dello Stretto.
Ventisei chilometri. Un collo di bottiglia attraverso cui passa più della metà del greggio diretto in Europa. Mentre Hormuz, il gemello ricco del Golfo Persico, spedisce soprattutto in Asia (il 75% del petrolio che l’attraversa è destinato ai mercati orientali), Bab el-Mandeb è il nostro problema. Quello europeo. Quello italiano. Quello di chi fa la spesa al supermercato di Milano o di Palermo convinto che i prezzi dipendano dal direttore del punto vendita.
Dal Golfo di Aden risalendo il Mar Rosso, si attraversa il Canale di Suez ed ecco il Mediterraneo. È la rotta che dal 2023 gli Huthi tengono sotto tiro. Se anche sul Mar Rosso arrivano i missili non passa più niente. Gli armatori hanno fatto i conti. I premi assicurativi per raggiungere Suez sono schizzati a livelli che ricordano quelli dell’era della pirateria somala.
Risultato: le compagnie armatoriali avevano scelto la rotta alternativa. Il periplo dell’Africa. Circumnavigare l’intero continente africano, passare attorno al Capo di Buona Speranza - che di buono, per i costi di carburante e logistica, ha ben poco - e arrivare in Europa con in più di navigazione. Più carburante, più equipaggio, più tempo, più costi. Tutto «più», tranne i margini. Qualcuno paga. Indovinate chi. Il Drewry World Container Index, che misura il costo dei trasporti marittimi ha annunciato che si è appena conclusa la quarta settimana consecutiva di rialzi. L’incremento è del 5% che porta il costo medio a 2.279 dollari per container.
Ma è sulle rotte che ci interessano davvero che i numeri fanno paura. La tratta Shanghai-Genova ha visto i costi aumentare del 12%, attestandosi a 3.474 dollari a container. Sulla Shanghai-Rotterdam, il cuore pulsante del commercio europeo, il rialzo è stato del 3%, con costi a 2.552 dollari.
In altre parole ogni container che parte dalla Cina e arriva in Italia trasportando elettrodomestici, componenti elettronici, tessuti, giocattoli, scarpe, costa 400 dollari in più rispetto a sette giorni fa. E questo prima dell’attacco di ieri. Prima che gli Huthi decidessero di alzare nuovamente il livello della conversazione.
Gli analisti (abituati come sono a dire che al peggio non c’è mai fine) parlano di «scenario da incubo». Non tanto per il prezzo del barile, quanto per la sua persistenza. Se il greggio dovesse superare i 110-115 dollari e restarci per un periodo prolungato diventerebbe la nuova normalità. Il mercato si adatterebbe. Le aziende ricalcolerebbero i prezzi. I consumatori troverebbero i listini aggiornati sugli scaffali.
E l’inflazione tornerebbe a bussare. Con gli interessi.
C’è un dettaglio tecnico che merita menzione: alcuni terminal petroliferi sauditi si trovano già sul Mar Rosso, e quindi non dipendono più da Hormuz. Un piccolo sollievo. Tuttavia, aggiungono gli analisti se Bab el Mandeb viene chiuso è l’intera catena di forniture che viene attaccata. Attraverso lo Stretto passano circa 4,2 milioni di barili al giorno, pari al 5,3% di tutto il petrolio movimentato via mare nel mondo. Circa due terzi arrivano in Europa. Considerando l’intero corridoio Mar Rosso-Suez, si parla del 30% del traffico container mondiale e del 40% degli scambi tra Asia ed Europa.
Questa è la geometria brutale della geopolitica moderna: il conflitto lo fanno altri, in questo caso Usa e Israele, ma il prezzo lo pagano tutti. L’Europa, che dipende da quelle rotte come un malato dai suoi farmaci, si trova nella posizione scomoda di essere il principale mercato di destinazione di tutto ciò che transita per Bab el Mandeb, senza avere né la volontà politica né la capacità militare di decidere da sola le sorti di quello specchio d’acqua.
La «Porta delle Lacrime» potrebbe far piangere milioni di persone. Sono le lacrime silenziose ma concrete che scendono sui bilanci familiari europei ogni volta che il Mar Rosso torna sulle prime pagine.
Il problema con le lacrime, si sa, è che bagnano. E ora rischiamo di bagnarci tutti quanti.
Dopo un mese di guerra e una serie di minacce di intervento gli Huthi sono ufficialmente entrati nel conflitto.
Il proxy dell’Iran ha lanciato una salva di missili contro Israele, che non hanno raggiunto nessun obiettivo perché sono stati tutti intercettati da Tel Aviv. Questa mossa della tribù yemenita rappresenta l’ennesima escalation di una guerra che sta coinvolgendo sempre più nazioni. Il portavoce delle forze armate degli Huthi, il brigadiere generale Yahya Saree, sentito dalla Verità, ha dichiarato che gli attacchi continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati e fino a quando non cesserà l’aggressione contro tutti i fronti della resistenza del nemico sionista e degli invasori statunitensi. «I nostri missili - ha sottolineato Saree - sono stati lanciati contro obiettivi sensibili di Israele in tutto il sud della nazione e non ci fermeremo perché abbiamo scorte balistiche infinite». Il brigadiere generale è stato ancora più duro analizzando le prossime mosse di questa tribù sciita. «Hanno sfidato i nostri fratelli dell’Iran e adesso ne pagheranno le conseguenze. Stiamo valutando molte opzioni e una delle più importanti è sicuramente la chiusura totale di Bab el Mandeb, noi possiamo controllare la via d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. In queste ore ci stiamo coordinando con tutti i fratelli che fanno parte della resistenza: abbiamo un dovere morale e religioso sia con Teheran che con Hezbollah in Libano. Abbiamo volutamente atteso il momento giusto e adesso saremo parte dello scontro per rispondere all’aggressione subita dall’Iran e dall’uccisione dei tanti martiri». La minaccia della chiusura di Bab el Mandeb andrebbe a bloccare un transito commerciale per un valore di circa 1.000 miliardi di dollari. Tra novembre 2023 e gennaio 2025, i ribelli Huthi hanno attaccato più di 100 navi mercantili con missili e droni, affondandone due e uccidendo quattro marinai. Da qui passano anche quasi 9 milioni di barili di petrolio ogni giorno che aggiunti al blocco dello stretto di Hormuz, dal quale ne passano circa 20 milioni, andrebbero a peggiorare la situazione energetica soprattutto europea. Israele e gli Stati Uniti nel 2025 avevano ripetutamente colpito Sanaa, la capitale dello Yemen controllata dagli Huthi, e anche il loro porto principale, ma il lancio di missili e droni non si era mai totalmente fermato.
Adesso, dopo mesi di tregua, questi miliziani si dicono pronti a colpire di nuovo e sembra che abbiano fatto scorte balistiche molto importanti che potrebbero impegnare israeliani e statunitensi per diverse settimane. In un momento in cui il Pakistan, la Turchia e anche il Qatar stanno cercando di mediare fra Iran e Stati Uniti, il regime degli ayatollah ha deciso di giocarsi anche la carta dell’ultimo proxy ancora attivo. «Siamo dovuti scendere in guerra perché ce lo richiedeva il nostro popolo - prosegue Yahya Saree - per settimane ci sono state manifestazioni nella nostra capitale e in tutte le principali città che chiedevano di affrontare i sionisti e gli americani. Continueremo ad attaccare Israele, la loro capitale e tutte le loro città, finché non si arrenderanno e libereranno il popolo palestinese dall’oppressione sionista. Anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono un obiettivo, perché non hanno capito che si tratta di uno scontro per la sopravvivenza dell’Islam e permettono agli americani di essere padroni in una terra sacra. Sono anni che combattiamo contro sauditi ed emiratini che cercano di fermare la rivoluzione che è arrivata nello Yemen, appoggiando il falso governo di Aden. Adesso è il nostro momento e dimostreremo a tutti la nostra forza e la nostra fede».
Gli Huthi sono stati strategicamente tenuti fuori dalla guerra dall’Iran, che adesso con l’apertura di un nuovo fronte cercherà di aumentare il suo peso anche dell’eventualità dell’apertura di una trattativa.
Giacomo Casanova, nel suo eclettismo di stimolatore di ferormoni multisensoriali, sapeva bene come usare, a mò di grimaldello goloso, ostriche e caviale per farsi accogliere tra le braccia della bella di turno come ben narrato nei suoi diari e il tema del rapporto tra le pepite di Nettuno che possono creare una felice sinergia reciproca tra piaceri della gola e altri conseguenti ci viene ben descritto dalla brava Lejla Mancusi Sorrentino nel suo ultimo libro Delizie afrodisiache, dove si viaggia ai quattro palmenti tra caviale, ostriche, aragoste e frutti di mare assortiti.
Inevitabile iniziare questo percorso a dorso di storione, la fonte delle preziose uova di caviale. Una tradizione che affonda le sue radici sin dall’antichità come testimoniano alcuni bassorilievi tramandati a noi dalle piramidi egizie dove vengono raffigurati dei pescatori che estraggono le uova da pesci di tale stazza che non possono che esser storioni, posto che, balene e delfini, non hanno mai frequentato le acque del Nilo. A parte la stazza da peso massimo, le razze pregiate tipo i Beluga possono arrivare a otto metri per altrettanti quintali, lo storione ha un’altra caratteristica, ben descritta da Ovidio: «È un pesce pellegrino tra le onde più illustri». Un tempo dal Mediterraneo poteva risalire anche lungo i nostri fiumi, dal più accogliente Po sino al patriottico Piave che, al suo passaggio, mormorava goloso in attesa che poi i pescatori provvedessero alla concia conseguente. Infatti era tra le acque e le insenature protette dei fiumi che la femmina storiona provvedeva a salvaguardare la prosecuzione della specie deponendo le uova. E così anche lungo le coste atlantiche del Nord America o del Mar Nero lungo il Volga o il Don. Uova preziose anche per la sopravvivenza umana, come ad esempio facevano Egizi e Fenici che, dopo averli conservati sotto sale, li tenevano nelle stive delle navi quali cibo di pronto consumo, mentre i più goderecci Romani li servivano ai banchetti della nobiltà patrizia accompagnati dal suono dei flauti stuzzicanti l’appetito a seguire, mentre i Greci erano più discreti, impreziosendone i vassoi con adeguate decorazioni floreali.
Caviale sorta di «nero petrolio» goloso di cui erano ricche le terre mediorientali del mar Caspio, dove le tribù nomadi procedevano alla cattura e poi alla eviscerazione ovaiola avviando un progressivo mercato verso occidente tanto che, in Italia, divennero approdi di riferimento i porti di Venezia e Genova. Caviale che progressivamente si impone sulle tavole della nobiltà del tempo come in Inghilterra, dove re Edoardo II gli attribuisce l’etichetta di «pesce reale» e, come tale, con apposito decreto, impone ai pescatori della golosa Albione di consegnare in esclusiva alla casa reale quanto pescato lungo il Tamigi e dintorni.
A ognuno il suo stile. Un esempio arriva dal geniale Leonardo Da Vinci. Passeggiando in cerca di ispirazione lungo il Ticino, nei pressi di Pavia, incrocia dei pescatori che hanno appena liberato le preziose uova da mamma storiona. Nei giorni a venire era stato invitato alle nozze della duchessa Beatrice d’Este che andava in sposa a Ludovico il Moro. Da lì, al genio che aveva dipinto la Gioconda, l’intuizione conseguente: si presenta al regale banchetto con un omaggio che rapì l’occhio dei convitati. Uno scrigno incastonato di pietre preziose e gemme di valore a fare corona a una coppa ricolma di caviale, proprio come si trattasse di un raro e raffinato gioiello.
Caviale sempre protagonista anche in riva al Baltico, nella San Pietroburgo dove all’arrivo della primavera i nomadi Cosacchi provenienti dalle rive del Volga portavano come omaggio allo zar Pietro il Grande le primizie del loro caviale. E qui l’immancabile fuori spartito che accompagna da sempre le vicende umane. In Russia, considerata un po’ la patria che ha valorizzato le uova di storione, il caviale si chiama «ikra» e, nella tradizione locale, più che solista in proprio, entra nel gioco di squadra della «zakuska», un antipasto russo ricco di varie componenti: da pesci di mare, salati o affumicati, a uova, creme piccanti, formaggi di varia fatta. L’etimo caviale, in realtà, è di origine persiana, altra miniera di cavialitudini golose, ovvero «khag aviar», torta dell’energia, forse un rimando all’uso medicinale ed energizzante che se ne faceva un tempo. Ricco di minerali, in particolare zinco, benefico nello stimolare varie funzioni, dalla produzione di testosterone alla stimolazione ovarica delle potenziali mamme dedite alla riproduzione dell’umana specie. Ecco, allora, che la sua casanoviana rilettura erotica rientra nei più corretti canoni di una comunità.
Ritorniamo a percorrere le vie storiche della riproduzione cavialesca lungo le tavole dei vari Paesi. Sul finire dell’Ottocento furono molti i pescatori russi che varcarono le rotte polari per giungere negli States in cerca di fortuna, tanto che le uova dello storione venivano offerte nei saloon per stimolare ulteriore richiesta di pinte di birra, vista la loro birichina stimolazione salina. Con la rivoluzione bolscevica, il caviale che i cavalieri cosacchi offrivano allo zar trova degno asilo nella Parigi della Belle Époque. Ci pensano i fratelli Melkoun e Mouchegh Petrossian, russi fuggiti da Baku, sulle sponde del Mar Nero, storica miniera di goloso caviale. Figli di un ricco commerciante di seta, giungono sulle rive della Senna l’uno per proseguire gli studi di medicina, l’altro per diventare avvocato. Ma, ben presto, la bella vita parigina li distrae dai testi accademici e cercano di coinvolgere l’altra metà del cielo dal «oui, c’est un plaisir» con l’afrodisiaco caviale galeotto, che avevano portato con sé, consolazione dell’esilio. Il caviale si abbinerebbe bene alle feste animate da charleston e champagne, ma in Francia risulta sconosciuto. Hanno nostalgia di casa, ma come fornitrice di uova di storione, non di altro. Si ingegnano. Allora non c’erano i canali social, ma il genio non ha frontiere, e se accompagnato da tenacia e determinazione non conosce ostacoli. Riescono a contattare telefonicamente nientemeno che l’allora ministro russo del commercio estero. Sfondano una porta aperta. Reciproca. Loro hanno bisogno di caviale per far sognare i loro amici oltre le rive della Senna, il ministro si trova con i depositi dove le scatolette di caviale rischiano di ammuffire, vista la caduta della richiesta locale, dovuta all’impoverimento rivoluzionario conseguente.
I Petrossian hanno, in pratica, il monopolio di importazione di caviale dalla madre Russia e al ministero leninizzato hanno finalmente moneta sonante per acquistare le granaglie sui mercati internazionali, vista la caduta della produzione a livello locale. Tuttavia, quello dei Petrossian, non è un debutto in società tutto rose e fiori. Nel 1925 partecipano all’Expogastronomica nel Gran Palais. Un esordio a paso doble. Da un lato, la rete di amicizie che avevano fidelizzato nel tempo che sono orgogliose di rendere il dovuto omaggio al loro impegno, ma dall’altro anche dei parvenu di gola che si approcciano un po’ dubbiosi a quelle strane perline nere servite con aristocratica simpatia. Rien à faire. Un teatrino di smorfie, rigurgiti, sputacchiate come neanche nei peggiori boulevard di Pigalle e dintorni. Tanto che diventano protagonisti di un teatrino che vede radunarsi attorno a loro un pubblico sorpreso e divertito come nei palchetti di Montparnasse. I Petrossian vengono salvati dalle cucine del Grand Hotel Ritz, che porterà presenza stabile nel menù il loro caviale. Ed è così che i due tenaci fratelli apriranno una loro boutique, sorta di ambasciata delle migliori e diverse varianti del caviale, cui seguirà anche una azienda dedicata per la produzione stessa del loro piccolo gioiello goloso.

