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Nella terza puntata di Rovescio, Giorgia Pacione Di Bello affronta l'argomento della sicurezza sul lavoro con l'avvocato Pietro Frisani di Difendimi.com e il giornalista Tobia De Stefano.
Nella terza puntata di Rovescio, Giorgia Pacione Di Bello affronta l'argomento della sicurezza sul lavoro con l'avvocato Pietro Frisani di Difendimi.com e il giornalista Tobia De Stefano.
Sotto pressione militare e diplomatica, l’Iran rafforza la sua presenza in Africa. Dalle reti religiose alla cooperazione economica e militare, Teheran costruisce alleanze strategiche nel continente per sostenere una strategia di resistenza nel lungo periodo.
Sotto la pressione dei bombardamenti israeliani e statunitensi iniziati alla fine di febbraio, la leadership iraniana si trova in una fase particolarmente delicata. Nonostante il contesto militare sfavorevole e l’isolamento internazionale, la Repubblica islamica continua però a fare affidamento su una fitta rete di relazioni costruite nel tempo, in particolare in Africa, dove le ambizioni strategiche di Teheran sono cresciute in modo graduale nel corso degli ultimi decenni.
Come scrive Jeune Afrique, questo sistema di alleanze non rappresenta una garanzia di sopravvivenza per il regime, ma costituisce una delle leve attraverso cui i vertici iraniani intendono sostenere una strategia di resistenza prolungata. Fin dall’avvio dei raid, la classe dirigente di Teheran ha parlato apertamente della necessità di prepararsi a una guerra lunga, sottolineando che parte delle risorse e dei sostegni necessari si trovano lontano dalla capitale, proprio nel continente africano. Qui l’Iran ha operato con pazienza, costruendo un’influenza che si sviluppa su più livelli: religioso, politico, economico e militare. Pur non raggiungendo l’ampiezza della presenza cinese o l’attivismo russo, l’Iran è riuscito a consolidare una rete articolata. Il primo strumento è quello religioso, fondato sul proselitismo sciita, elemento centrale della rivoluzione islamica del 1979. Nel corso degli anni, prima Ruhollah Khomeini e poi il suo successore Ali Khamenei hanno promosso la creazione di organizzazioni religiose e culturali all’estero, con l’obiettivo di diffondere l’ideologia della Repubblica islamica. Questo modello è stato replicato anche in Africa attraverso fondazioni, centri culturali e università. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei del quale pero’ non si hanno notizie certe dal 28 febbraio scorso, conosce a fondo questi meccanismi e mantiene rapporti stretti con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, struttura che esercita un peso determinante anche nella politica estera.
Attraverso organizzazioni come il Comitato di Soccorso Imam Khomeini e l’Assemblea Mondiale Ahlul Bayt, Teheran promuove iniziative religiose e sociali in diversi paesi africani. Missioni e viaggi ufficiali di esponenti religiosi iraniani sono stati registrati in Niger, Senegal e in altri stati dell’Africa occidentale. Il proselitismo trova sostegno anche in figure religiose locali. Tra queste, il leader del Movimento Islamico Nigeriano Ibraheem Zakzaky, che negli anni ha sviluppato rapporti diretti con Teheran e ha contribuito alla diffusione dell’influenza sciita nel continente. Le reti religiose, spesso sottovalutate, rappresentano uno dei canali più efficaci di penetrazione culturale e politica. Accanto al fronte religioso opera quello diplomatico. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha proseguito l’attivismo africano avviato dal suo predecessore, intensificando contatti con governi e leader regionali. La diplomazia iraniana promuove l’idea di un fronte del «Sud globale», che includa Iran, paesi africani e altre nazioni critiche nei confronti dell’Occidente. Gli ambasciatori iraniani nel continente sono incaricati di diffondere questa narrativa e di consolidare relazioni bilaterali. Questa strategia si inserisce in un contesto internazionale più ampio. L’ingresso dell’Iran nei Brics nel gennaio 2024, sostenuto in particolare dal Sudafrica, ha rafforzato la posizione diplomatica di Teheran. Proprio Pretoria è considerata uno dei principali partner africani della Repubblica islamica. Le relazioni si sono tradotte anche in cooperazione militare simbolica, come la partecipazione di navi iraniane a esercitazioni congiunte nelle acque sudafricane insieme a Cina e Russia, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza marittima. Un altro pilastro dell’influenza iraniana è quello culturale e mediatico. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico coordina una rete di istituzioni all’estero, tra cui l’Università Al-Mustafa, presente in numerosi paesi africani, dal Camerun al Senegal, dalla Nigeria al Sudafrica. Gli Stati Uniti hanno sanzionato l’istituto sostenendo che sarebbe stato utilizzato anche per reclutare combattenti destinati ai teatri di guerra in Medio Oriente. Al di là delle accuse, la struttura rappresenta uno strumento di formazione e diffusione dell’ideologia iraniana.
Allo stesso tempo, l’apparato mediatico iraniano sostiene canali televisivi e piattaforme di comunicazione attive soprattutto in Africa occidentale. Questi media diffondono contenuti critici verso l’Occidente e favorevoli alla linea politica di Teheran, contribuendo a rafforzare la narrativa anti-occidentale. In questo contesto si inserisce anche il ruolo di attivisti panafricani come Kemi Seba, che negli ultimi anni ha intensificato i rapporti con l’establishment iraniano partecipando a conferenze e iniziative politiche a Teheran. Sul piano economico, l’Iran tenta di superare l’isolamento imposto dalle sanzioni sviluppando nuovi canali commerciali con l’Africa. Nel 2025, durante una conferenza dedicata alla cooperazione Iran-Africa, Teheran ha annunciato l’obiettivo di portare gli scambi commerciali a dieci miliardi di dollari. Le esportazioni iraniane verso il continente sono cresciute sensibilmente, coinvolgendo oltre trenta paesi e superando il miliardo di dollari di valore complessivo.
Le relazioni economiche riguardano diversi settori, dall’agricoltura all’industria, fino all’energia. Organismi come la Camera di Commercio Iran-Africa e l’Organizzazione per la Promozione del Commercio coordinano queste attività, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra imprese e istituzioni. Teheran ha anche tentato di avviare progetti nel settore nucleare civile, ma le pressioni occidentali hanno finora impedito lo sviluppo di iniziative su larga scala. La dimensione militare rappresenta un ulteriore tassello. Dopo i recenti cambiamenti ai vertici del ministero della Difesa, il complesso militare-industriale iraniano continua a operare attraverso aziende attive nella produzione aeronautica e nello sviluppo di droni. Tecnologie iraniane sarebbero state esportate in paesi come Etiopia e Sudan, spesso tramite società intermediarie utilizzate per aggirare le sanzioni internazionali. Il ruolo operativo resta affidato alla Forza Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie incaricata delle operazioni all’estero. Questa struttura mantiene una rete di contatti diplomatici e informativi in diverse regioni africane. In Nord Africa, il Marocco ha accusato l’Iran di sostenere indirettamente il Fronte Polisario, anche attraverso Hezbollah, storico alleato di Teheran. Nonostante le difficoltà, l’organizzazione libanese continua a rappresentare uno degli strumenti di influenza iraniana nel continente. Nel Corno d’Africa, l’intelligence israeliana accusa inoltre Teheran di utilizzare i ribelli Houthi dello Yemen per ampliare la propria presenza strategica sulle rotte marittime. Secondo alcune ricostruzioni, i ribelli avrebbero sviluppato contatti con il gruppo somalo Al-Shabaab legati ad al-Qaeda, con l’obiettivo di rafforzare il controllo sulle vie di navigazione dell’Oceano Indiano. Nel complesso, l’azione iraniana in Africa appare strutturata e multilivello. Religione, diplomazia, cultura, economia e cooperazione militare si intrecciano in una strategia di lungo periodo. Nonostante l’isolamento e la pressione militare, questa rete consente a Teheran di mantenere una presenza significativa nel continente e di consolidare alleanze utili nella competizione geopolitica globale.
Mentre la sinistra italiana festeggia la sconfitta di Viktor Orbán, i dati raccontano una realtà diversa: il nuovo vincitore, Péter Magyar, si muove su una piattaforma tutt'altro che progressista e la sinistra tradizionale è di fatto scomparsa dal Parlamento di Budapest.
Se ne è parlato molto dopo l’accoltellamento dell’insegnante di francese Chiara Mocchi della scuola media Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, da parte di un tredicenne cui era stato diagnosticato l’Adhd, per tentare di spiegare l’aggressività, la rabbia, l’isolamento di quell’adolescente.
In realtà, il deficit di attenzione/iperattività, una condizione del neurosviluppo i cui sintomi sono soprattutto la difficoltà nel mantenere la concentrazione, l’irrequietezza fisica e l’impulsività, se può non essere identificato tempestivamente è altrettanto vero che viene attribuito in eccesso, additandolo come un disturbo del quale soffrirebbero sempre più bambini (e anche adulti).
«Gli studi epidemiologici affidabili, non sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche, non dimostrano un trend in aumento di casi di Adhd. In aumento è il numero di diagnosi, che può essere un elemento positivo se gli accertamenti vengono fatti correttamente», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni, direttore di Neuroscience Clinical Center & Tms Unit.
Nei bambini e adolescenti, le stime globali dipendono molto dal metodo usato. Le meta-analisi più citate collocano la prevalenza di Adhd intorno al 5-8%, con valori più alti nei maschi. Una revisione «umbrella review», lo strumento di analisi statistica più avanzato e preciso, nel 2023 ha stimato una prevalenza globale dell’8% nei bambini/adolescenti, circa doppia nei maschi rispetto alle femmine.
Parliamo di Adhd su base biologica perché le manifestazioni di disagio comportamentale, non neurobiologico, sono assai più elevate e non quantificabili. «Non è facile fare una diagnosi appropriata anche perché la definizione dell’Adhd non è molto chiara, quindi le percentuali fornite dai diversi epidemiologi dipendono dai casi che hanno considerato e dall’età», precisa Serpelloni. Come tutte le diagnosi complesse c’è un problema di precisione. Lo spettro delle manifestazioni è molto ampio dentro il deficit di attenzione, dentro la iperattività comportamentale ci sono tante sottocategorie variegate «e malgrado le conoscenze in tema di Adhd siano avanzate, ci sono delle superficialità nell’approccio», aggiunge l’esperto.
Bisogna stare attenti alla frettolosità della diagnosi che crea molti falsi positivi e purtroppo non ci sono studi sulla misdiagnosi Adhd, l’errore diagnostico. Basta che un ragazzino si comporti un po’ fuori dalle regole e subito si pensa che soffra del disturbo di iperattività. «È molto facile mettere un’etichetta, è molto difficile poi toglierla. Ci vuole prudenza, perché poi gli effetti collaterali sono il labeling, la discriminazione e una semplificazione farmacologica. Negli anni passati c’era stata una forte spinta a risolvere il problema solo con il farmaco, il metilfenidato. L’approccio da cui partire, invece, è sicuramente l’approccio psicoeducativo», avverte l’esperto.
Le diagnosi psico comportamentali categoriali, in base alla statistica dei sintomi e delle patologie concludono per l’Adhd o per un bipolare o per il disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) che sono condizioni distinte, spesso confuse o in comorbilità. L’approccio neuroscientifico, che invece vuole capire come funziona il cervello, che va a vedere anche la genetica e l’epigenetica, è poco praticato.
Eppure, c’è una genetica di base nell’Adhd su base biologica. «Questo 8% di individui con intelligenza divergente, cioè fuori da una norma statistica, ha una cablatura differente dei network interni di funzionamento del cervello. Diverso non significa distorto. Le strutture di connessione fra le aree cerebrali interne sono diverse. Si nasce così, ma poi c’è lo sviluppo con tutte le esperienze in ambito sociale, relazionale e in ambito alimentare», precisa il neuroscienziato.
Gli Adhd su base biologica hanno destini differenti, se crescono in un ambiente repressivo o troppo liberal. Su questi individui l’ambiente ha un’influenza molto importante nella maturazione cerebrale, può modificare la struttura del cervello con degli stimoli puramente psicologici o relazionali. «Basti pensare agli studi epigenetici statunitensi su gemelli omozigoti, cresciuti in ambienti distinti, che mostrano come la genetica di base inizialmente uguale per entrambi, dopo cinquant’anni era variata in base a quello che si mangiava, si sentiva. I profili epigenetici risultavano diversi».
L’attenzione mediatica si concentra soprattutto sulla possibilità che adolescenti con questa condizione del neurosviluppo diventino dei rischi sociali, quindi la preoccupazione non è tanto per la difficoltà di attenzione, l’incapacità di programmare o la programmazione ossessiva dei soggetti che ne soffrono, ma per il loro non controllo delle reazioni, per la facilità ad arrabbiarsi in particolar modo quando vengono repressi. Molti hanno un grande senso dell’ingiustizia, ne fanno spesso una questione personale più rilevante di quanto non sia in realtà come sarebbe accaduto al tredicenne di Trescore Balneario.
Se fin dall’asilo o dalle elementari, la risposta che viene data alla loro esuberanza creativa e fisica è quella della repressione, la reazione nella psiche è pesantissima. Fa presente Serpelloni: «Sa quante volte dobbiamo spiegare a genitori e insegnanti che queste non sono problematiche di maleducazione, ma neurologiche e psicologiche di conseguenza?».
Non serve permissivismo, ma binari sui quali incanalare i bambini con questo disturbo. È importante avere ambienti stabili. Accertare come sia la reazione della famiglia e poi della scuola, perché se hanno attivato dei meccanismi repressivi, espulsivi, vanno gestiti. Certo, non è affatto semplice, per questo vanno seguiti per lungo tempo con assistenza psicologica, educativa e di supporto. Il trattamento dell’Adhd, infatti, si basa su un approccio multidisciplinare che combina terapie comportamentali e farmacologiche. I consultori familiari possono farlo, oggi molti sono specializzati.
Il metilfenidato, farmaco stimolante del sistema nervoso centrale, va dato come trattamento di prima linea nell’Ahdh quando il supporto psicoeducativo non riesce a contenere l’eccesso di esuberanza del bambino e il suo atteggiamento gli compromette la socialità. «Somministrato con molto raziocinio e molto monitoraggio», raccomanda Serpelloni. «Un tempo, i vecchi pediatri consigliavano alle mamme due o tre gocce di Valium, invece il calmante faceva peggio e lo si è capito dopo. I bambini con Adhd non hanno bisogno di essere sedati nel cervello, devono amplificare le attività del lobo prefrontale, quello del controllo degli impulsi, altrimenti diventano ancora di più discontrollati».
È un farmaco che ha effetto eccitatorio, attivante ma che non va somministrato per tutta la vita. Aiuta, se ben dosato, nel periodo dell’adolescenza. Con l’ingresso nell’età adulta, il disturbo tende spesso ad attenuarsi, ma in alcuni casi persiste la disattenzione e l’incapacità di gestire in modo efficace il tempo, gli impegni quotidiani.
Nell’adulto, dove i sintomi possono emergere più tardi, soprattutto sotto forma di difficoltà a pianificare le attività, a regolare le emozioni, si parla di una prevalenza del 3,1%. Se invece si distingue fra Adhd persistente dall’infanzia e Adhd sintomatico in età adulta, una meta-analisi globale ha stimato 2,58% per la forma persistente e 6,76% per la forma sintomatica. Questo significa che l’Adhd nell’adulto non è raro, ma una quota rilevante resta probabilmente non riconosciuta o non trattata.
I soggetti vengono sovente descritti come degli anti sociali o dei geni. Nei pazienti adulti sembra funzionare una tecnica non invasiva e non farmacologica che sfrutta le onde magnetiche per regolarizzare le funzioni cerebrali e può stabilizzare il quadro clinico cognitivo e spesso collegato anche a sindrome ansiosa e depressive. Una tecnica molto ben sperimentata e utilizzata in tutto il mondo per la depressione maggiore e l’Alzheimer non evoluto, oltre che per altre problematiche.
In conclusione, prevalenza reale del disturbo, diagnosi registrate, uso di farmaci e domanda di valutazioni cliniche non coincidono. Tra gli elementi ignoti e le aree di incertezza ci sono l’impatto a lungo termine dell’aumento delle diagnosi adulte, gli effetti neurobiologici dell’uso farmacologico episodico o improprio, le differenze tra sistemi sanitari nel trattare il disturbo.
Quindi il messaggio corretto è che la domanda assistenziale di Adhd sta crescendo, ma non possiamo dire con la stessa sicurezza che la prevalenza biologica reale stia aumentando nella stessa misura.
«L’iperattivo viene avvertito, segnalato di più, perché certi comportamenti che i bambini hanno sempre avuto oggi danno più fastidio», dichiara il neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante, responsabile della Uoc Infanzia Adolescenza Famiglia e Consultori dell’Ulss 9 Scaligera. Durante l’emergenza sanitaria aveva redatto un questionario sugli effetti di due mesi in emergenza Covid-19, al quale avevano risposto 500 famiglie venete ed era emerso che l’aggressività, i disturbi del comportamento erano «peggiorati nel 40% di bambini e ragazzi, da 8 a 18 anni con conseguenze quali, regressione, perdita di quanto avevano raggiunto».
Dottore, ma una volta atteggiamenti considerati maleducati o fuori dalla norma non venivano maggiormente censurati?
«C’era più rigore, però questi soggetti turbolenti, chiamiamoli Giamburrasca, ripetenti alle scuole elementari e medie, avevano come destino il mondo del lavoro dove uno produce “muovendosi”. Adesso si inizia a lavorare dopo aver conseguito almeno un diploma di scuola secondaria di secondo grado e se il bambino ha dei problemi, viene segnalato. Le scuole sono le prime ad entrare in difficoltà nel seguirlo fino a 16, 18 anni».
La scuola prima ancora della famiglia?
«L’istituto richiede che il bambino Adhd sia accompagnato da un insegnante di sostegno, ma i servizi cercano di porre un freno chiedendo la certificazione del disagio. Gli stessi genitori di altri alunni, sapendo che in classe c’è un bambino “indisciplinato” che impedisce la normale esecuzione delle attività scolastiche, si lamentano con gli insegnanti».
Quindi oggi c’è maggiore insofferenza verso chi ha l’Adhd?
«Il grado di sopportazione è ormai molto basso per moltissime cose, perché è aumentato il numero di fattori che dobbiamo tenere sotto controllo. Basti pensare agli stimoli sensoriali, ai nuovi bioritmi sociali cui attenersi e che determinano una sorta di affaticamento».
Si può affermare che ci sono più diagnosi di Adhd perché sono aumentate le segnalazioni?
«Certo. E nella popolazione generale c’è un incremento della tendenza a essere iperfocalizzati. Il bambino, con gli strumenti tecnologici che gli vengono messi a disposizione, come il cartone animato che vede sul cellulare cento volte al giorno, subisce una stimolazione tecnologica eccessiva e tende a sviluppare delle competenze specifiche legate a pochi stimoli presenti nel suo ambiente».
Problemi che nascono in famiglia.
«Non solo. Una volta il bambino era più sollecitato a collaborare, a partecipare al gioco in cortile, oggi pure lui ha un utilizzo ipertrofico degli smartphone. Quando arriva a scuola, tende a trovarsi in una situazione di difficoltà davanti a insegnanti diversi, con schemi didattici differenti e ha una ridotta flessibilità adattiva. La stimolazione che arriva dall’ambiente richiede adattamento, invece il soggetto Adhd risponde esageratamente e di continuo. Fa fatica a inibire. Diventa oppositivo, provocatorio, manifesta disturbi emotivi».
I casi sono aumentati?
«C’è un piccolo incremento rispetto al passato ma il disturbo del neurosviluppo c’è sempre stato. Come ho spiegato prima, una volta chi ne soffriva non concludeva gli studi»
La visita neuropsichiatrica riesce sempre a definire l’Adhd?
«Per una piccola percentuale, il 30%, la ricerca scientifica dimostra che hanno un ridotto funzionamento cerebrale, in particolare dei circuiti inibitori. Evidenziamo il disturbo su base biologica verificando che quel bambino, oltre alla sintomatologia di ridotto adattamento ha delle difficoltà a concludere, come il portare a termine un compito. A questi “riconosciuti Adhd” si sommano dei bambini che hanno comportamenti simili, quali l’estrema distrazione, la difficoltà a concentrarsi ma che non presentano un disturbo biologico».
Passano per Adhd senza esserlo?
«La loro condizione “limite” viene interpretata in maniera esagerata da test valutativi che vengono fatti in ambulatorio, e con questionari che vengono compilati dai genitori, dall’insegnante. Probabilmente crescendo il loro disordine rientra. La scuola deve avere la capacità di proporre attività diverse, di piccoli di gruppi, di sport, di teatro nelle quali il bambino riesca ad essere sollecitato adattandosi».
Difficile dire se media e governo se ne occuperanno davvero.
Dopo la Resurrezione pasquale ci aspetta comunque una questione, per niente nuova, che ormai però se non affrontata seriamente è destinata a condizionare in profondità (come già sta facendo) la vita e il futuro dell’Italia: la condizione fisica, psicologica, spirituale e materiale dei giovani italiani dalla fine dell’infanzia in poi (e a volte anche prima). Non è una storia nuova, come dimostra (oltre alle cronache più recenti) anche un indicatore spietato nella sua precisione: il fatto che in Europa nelle classifiche di lavoro e studio dai quindicenni ai più che trentenni, i giovani italiani siano i messi peggio, i soprannominati ragazzi né-né che non studiano né lavorano.
Finora abbiamo fatto finta di niente. Passata la trentina queste persone senza formazione né scolastica né lavorativa entrano nel mondo del lavoro in condizioni psicologiche, economiche e affettive tutt’altro che brillanti, anzi con un profondo vissuto di sconfitta verso gli altri, mascherato da una sempre meno nascosta violenza in chi finalmente va in qualche tipo di scuola e formazione. Intanto però la loro frustrazione e la loro rabbia la portano dappertutto dove vanno, appesantendo interi ambienti e storie personali; mentre i sondaggi più recenti continuano a confermare l’ostinato primato italico dei né-né, naturalmente indeboliti dal tempo perduto a far niente o quasi, ponendosi fuori da ogni progetto costruttivo. Una posizione che sviluppa nella stragrande maggioranza dei casi il disturbo psichico di Paranoia. La follia che fa la storia come la presenta lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja nel titolo dell’importante libro (ormai diffuso in tutto il mondo) che le ha dedicato.
A questa debolezza ormai strutturale dalla psiche delle nuove generazioni occidentali, cui i media e ancor più la politica sembrano finalmente riservare anch’essi un’attenzione, peraltro finora piuttosto debole e distratta, si è ora unito un fenomeno che svela i veleni ormai ampiamente circolanti tra giovani e giovanissimi in astinenza di cibi più nutrienti o, si vorrebbe, almeno non avvelenati. Si tratta delle reti, i social, ed ora anche il loro servo/a sciocco della corte dei miracoli del domani: la Ia-Ai, con il suo insopportabile nitrito asinino, che dalla immaginaria saggezza del computer e dei social di accompagnamento fornisce consigli suadenti per conquistare la devozione del poverino, in disperata ricerca di un capo però travestito da servo. E se l’altro non sta al gioco sono, per esempio, coltellate.
Come puntualmente avvenuto anche nel tentativo di omicidio subìto dall’insegnante di Trescore, Bergamo, da parte di un allievo tredicenne. Nel miscuglio per ora tossico di ragazzi privi di qualsiasi autentica formazione, con insegnanti per ora in formazione (dato che la situazione reale è in cambiamento continuo), ma accompagnati dal sostegno prezzolato di istruttori elettronici devoti ai loro momentanei padroni/utenti, di cui confermano servilmente le iniziative, come accaduto anche al tredicenne in questione. È stato quindi importante che Giuseppe Valditara, il ministro dell’Istruzione, abbia subito incontrato l’insegnante di francese attaccata a coltellate perché la persona lo merita, ma soprattutto perché la questione non riguarda solo Trescore Balneario, ma la maggior parte dell’Italia e del mondo occidentale con le sue nuove generazioni. Dovunque, esse sono assediate da strumenti ampiamente invasivi delle personalità degli studenti che devono ormai essere portati a scegliere personalmente i propri percorsi di formazione e sviluppo, come la maggior parte dei Paesi coinvolti ha ormai scoperto da tempo, passando finalmente al contrattacco nei confronti dei molti poteri interessati al condizionamento lanciato alla conquista delle nuove generazioni.
La libertà di giudizio critico delle nuove generazioni è però la risorsa più indispensabile al futuro dei Paesi e va costantemente protetta dai raggruppamenti e organizzazioni dei nuovi tipi e forme di comunicazione, oggi impegnate in tutto il mondo per conquistarli. La paranoia - ricorda Zoja - «ha prestato al mito figure come Ajace od Otello, e alla storia personaggi come Hitler o Stalin. Ma questo tratto psicologico può anche apparire in un giorno qualunque, in una persona qualunque. È il piccolo Hitler dentro di noi». Appunto.
A ormai quattro mesi dall’insediamento alla guida di New York, il bilancio politico di Zohran Mamdani, sindaco socialista musulmano della città, appare già segnato da un evidente scarto tra le tante promesse elettorali e le decisioni adottate una volta entrato a City Hall. La campagna che lo aveva portato alla vittoria era stata costruita attorno a un messaggio chiaro: rendere la città più accessibile, alleggerire il peso degli affitti e intervenire sul sistema scolastico per migliorare le condizioni di apprendimento e garantire trasporti gratis. Oggi, tuttavia, molte di quelle priorità vengono ridimensionate, frenate da vincoli di bilancio che l’amministrazione ha indicato come ostacolo principale all’attuazione del programma. Ma questo si sapeva anche prima, così come si sapeva che i supermercati a prezzi calmierati promessi da Mamdani erano pura illusione, così come i trasporti pubblici gratuiti. Infatti nessuno li ha visti.
Il primo nodo riguarda proprio la politica abitativa, cuore dell’impegno elettorale. Mamdani aveva promesso interventi decisi per contenere i costi degli alloggi e ampliare i sostegni alle famiglie in difficoltà. In particolare, durante la campagna aveva assicurato che avrebbe ritirato il ricorso legale contro l’espansione del programma CityFheps, un sistema di buoni affitto finanziato dalla città per aiutare i residenti a uscire dai rifugi e trovare una sistemazione stabile. Una volta eletto, però, la linea è subito cambiata. L’amministrazione ha deciso di proseguire il contenzioso avviato dalla precedente gestione, sostenendo che l’estensione del programma comporterebbe costi troppo elevati per le casse comunali.
La decisione ha provocato immediate reazioni critiche. Il programma, che attualmente pesa per circa 1,2 miliardi di dollari, rappresenta un sostegno essenziale per decine di migliaia di famiglie. Le stime indicano che entro il 2030 il costo potrebbe salire fino a 4,7 miliardi, mentre circa 68.000 nuclei familiari dipendono già oggi da questa misura. La scelta di non ritirare il ricorso è stata interpretata da molti osservatori come un segnale di continuità con l’amministrazione precedente, in aperto contrasto con l’impegno assunto in campagna elettorale. Le critiche sono arrivate sia dal mondo delle organizzazioni sociali sia dal consiglio comunale. Diversi esponenti hanno sottolineato come il mantenimento della battaglia legale rischi di rallentare l’accesso a soluzioni abitative stabili per migliaia di cittadini. Alcuni hanno parlato esplicitamente di promessa non mantenuta, evidenziando come il cambio di rotta abbia inciso su uno dei punti più simbolici del programma elettorale. Anche le associazioni impegnate nella gestione dei rifugi per senzatetto hanno espresso la loro preoccupazione, sostenendo che il programma rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’emergenza abitativa.
Allo stesso tempo, un secondo pilastro della campagna, quello relativo all’istruzione, sembra subire lo stesso destino. Mamdani aveva indicato la riduzione del numero di studenti per classe come intervento prioritario per migliorare la qualità dell’insegnamento nelle scuole pubbliche. Tuttavia, per contribuire al riequilibrio dei conti, l’amministrazione starebbe valutando il rinvio dell’applicazione della normativa statale che impone classi meno numerose. Il provvedimento richiederebbe l’assunzione di oltre 10.000 insegnanti, con un impatto significativo sul bilancio cittadino. Anche in questo caso, la promessa elettorale è stata sospesa di fronte alle difficoltà finanziarie.
Il contesto economico rappresenta il principale argomento difensivo dell’amministrazione, un po’ come fa Silvia Salis a Genova. Mamdani ha annunciato un piano di riduzione della spesa pari a 1,7 miliardi di dollari, necessario per affrontare un deficit stimato in 5,4 miliardi nei prossimi due anni. L’obiettivo dichiarato è mantenere l’equilibrio dei conti senza compromettere i servizi essenziali. Tuttavia, proprio queste misure di contenimento stanno incidendo sulle politiche che avevano caratterizzato la campagna elettorale, alimentando la percezione di un chiaro arretramento rispetto agli impegni iniziali.
Anche sul piano istituzionale il confronto si fa più complesso. Lo Stato di New York ha fatto sapere di essere disponibile a collaborare per ridurre il disavanzo, ma solo dopo che la città avrà individuato risparmi concreti e sostenibili, che ancora non sono stati presentati. Ciò aumenta la pressione sull’amministrazione, chiamata a presentare un bilancio esecutivo entro la fine di aprile e a ottenere l’approvazione definitiva entro il primo luglio. In questo contesto, le scelte politiche sono sempre più condizionate dalla necessità di contenere la spesa. Le reazioni politiche e sociali riflettono una crescente delusione da parte dell’elettorato che aveva sostenuto Mamdani. La promessa di rendere New York più accessibile, soprattutto sul fronte abitativo, rappresentava uno dei messaggi più forti della sua candidatura. Oggi, invece, le decisioni adottate vanno nella direzione opposta, con interventi rinviati o ridimensionati. La stessa volontà di proseguire il ricorso sul programma CityFheps è diventata il simbolo di questa distanza tra impegni e realtà amministrativa.
Nel complesso, l’inizio del mandato evidenzia una chiara difficoltà nel tradurre le proposte in azioni concrete, a parte gli annunci. Le scelte finora adottate mostrano un’amministrazione costretta a rivedere le priorità, ma anche del tutto incapace, almeno fino ad oggi, di mantenere le promesse che avevano sostenuto la vittoria elettorale. Tra vincoli finanziari, pressioni istituzionali e critiche politiche, la leadership di Mamdani si trova a dover recuperare credibilità. In definitiva, a quattro mesi dall’insediamento, il bilancio appare già chiaro: le promesse sono rimaste slogan, mentre le scelte concrete raccontano tutt’altra storia. Tra marce indietro, rinvii e giustificazioni contabili, l’agenda del cambiamento si è rapidamente trasformata in un esercizio di prudenza amministrativa. Il rischio evidente è che la distanza tra retorica elettorale e realtà di governo diventi strutturale. Perché governare una città complessa come New York è difficile, ma promettere ciò che non si può mantenere lo è molto meno. E, per ora, l’unica cosa davvero accessibile sembra essere il catalogo delle promesse disattese.
Sempre più contribuenti ad alto reddito stanno lasciando New York, attratti da sistemi fiscali più leggeri, da un costo della vita inferiore e da un modello abitativo considerato più vantaggioso. Quella che per decenni è stata la capitale finanziaria globale sta vivendo una trasformazione discreta ma significativa, destinata a incidere direttamente sui conti pubblici e sull’equilibrio economico della città.
Il fenomeno non è recente, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni più evidenti. Manager della finanza, imprenditori tecnologici e investitori immobiliari stanno trasferendo residenza e attività verso destinazioni come Miami, Palm Beach e Austin, con una particolare attrazione per la Florida, dove la pressione fiscale è più contenuta e il costo complessivo della vita risulta spesso inferiore rispetto a Manhattan o Brooklyn.
Centoventicinquemila. È il numero che sintetizza la portata del fenomeno e che sta alimentando il dibattito tra gli economisti e gli analisti. Si tratta dei contribuenti facoltosi, inclusi molti ultra-ricchi, che hanno deciso di lasciare lo Stato di New York per trasferirsi altrove, soprattutto in Florida e in Texas. Una scelta strategica che ha prodotto una riduzione stimata di circa 14 miliardi di dollari di gettito fiscale. Un ammanco rilevante, che ha spinto le autorità a riconoscere la dimensione del problema e a valutare possibili contromisure. La Florida, spesso descritta come un «paradiso fiscale» interno agli Stati Uniti, attira investitori e imprenditori per l’assenza di un’imposta statale sul reddito personale. A questo si aggiungono aliquote societarie contenute, l’assenza di imposte statali sulle successioni e sulle donazioni e, più in generale, una pressione fiscale complessivamente ridotta.
Il confronto con New York è netto. Nello Stato di New York l’imposta sul reddito può arrivare fino al 10,9% per i redditi più elevati, mentre le altre imposte contribuiscono a un carico complessivo tra i più alti del Paese. Secondo i dati di inizio 2026, New York registrava il livello di pressione fiscale combinata più elevato negli Stati Uniti. Un elemento particolarmente rilevante se si considera che i contribuenti più ricchi rappresentano meno dell’1% del totale ma versano circa il 41% dell’imposta complessiva sul reddito.
Non si tratta soltanto di una scelta economica. Il fenomeno riflette anche un cambiamento culturale nel modo di lavorare e vivere. La diffusione del lavoro da remoto ha ridotto la necessità di risiedere nel principale centro finanziario mondiale, indebolendo uno dei tradizionali punti di forza della città: la concentrazione fisica di capitale e competenze. Le conseguenze fiscali sono rilevanti. La partenza dei contribuenti più abbienti comporta una riduzione significativa delle entrate, in una fase già complessa per le finanze cittadine.
A febbraio, il sindaco Zohran Mamdani ha presentato il primo bilancio della sua amministrazione. Il documento per l’anno fiscale 2026 è in equilibrio, ma per il 2027 è previsto un deficit di circa 5,4 miliardi di dollari. Secondo l’amministrazione, il disavanzo deriva anche da anni di sottostima delle spese durante il mandato dell’ex sindaco Eric Adams, che avrebbe lasciato circa 12 miliardi di dollari di impegni non coperti. La governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, ha autorizzato 1,5 miliardi di dollari di aiuti statali per contenere il deficit, ma è una goccia nell’oceano. Per ridurre la distanza tra entrate e spese, il sindaco ha proposto una sovrattassa del 2% sui milionari residenti, pari a circa lo 0,7% dei contribuenti. La misura potrebbe generare circa tre miliardi di dollari annui. Tuttavia, la proposta richiede l’approvazione dei legislatori statali e il via libera della governatrice, oltre al voto del consiglio comunale. In caso di mancata autorizzazione, l’amministrazione ha indicato un’alternativa drastica: un aumento del 9,5% dell’imposta sulla proprietà, che colpirebbe soprattutto i contribuenti con redditi medi e bassi.
Il dibattito si intreccia direttamente con la fuga dei contribuenti più ricchi. Da un lato, l’amministrazione sostiene che l’aumento delle imposte sui redditi più elevati sia necessario per garantire la stabilità finanziaria. Dall’altro, i critici temono che nuove tasse possano accelerare ulteriormente l’esodo, aggravando il problema delle entrate.

