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2022-01-20
Robert Capa, non solo guerra. La mostra ad Abano Terme
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Robert Capa fotografato da Ruth Orkin. Paris, France, 1951 © Ruth Orkin, courtesy Magnum Photos
Nato Endre Erno Friedmann a Budapest nel 1913 e diventato Robert Capa solo nel 1936, a Parigi, grazie a un’idea della compagna Gerda Taro, il nome di Capa è indissolubilmente legato alla fotografia di guerra. Cinque i grandi conflitti che ha vissuto e documentato, dalla la guerra civile spagnola alla prima guerra d'Indocina , passando per la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), il secondo conflitto mondiale , la guerra arabo-israeliana . Sua la celebre foto del «Miliziano colpito a morte» (1936), discussa per autenticità, ma che lo rese celebre in tutto il mondo; sue le indimenticabili immagini della Sicilia nel 1943, scattate al seguito dell’esercito americano; pochi i fotogrammi rimasti sullo sbarco in Normandia, ma non per questo meno significativi e intensi. Paradossalmente, le brutture della guerra hanno dato immortalità a Capa, ma , per la legge del contrappasso, molto gli hanno tolto: a iniziare dall’ amore della sua vita, la fotografa tedesca Gerda Taro (travolta e schiacciata da un carro armato durante la Guerra civile spagnola) e la sua stessa vita, visto che il più grande fotoreporter di tutti i tempi trovò la morte nel 1954, sul fronte del primo conflitto indocinese, mettendo fallosamente un piede su una mina,
Una vita senza dubbio avventurosa quella di Capa, uomo non bello, ma dall'innegabile fascino. Donnaiolo e bevitore. Temerario e sprezzante del pericolo. Tante le città in cui visse – Berlino, Vienna, Parigi, New York, solo per citarne alcune – tante le persone che conobbe, importantissime o sconosciute. Molti i grandi fotografi suoi amici. Uno su tutti, Henri Cartier-Bresson , con il quale , insieme ai colleghi David Seymour, George Rodger e William Vandivert, nel 1947 fondò la celebre agenzia Magnum, tuttora esistente e da sempre ricettacolo del gotha della fotografia mondiale.
Una personalità poliedrica quindi. Dalle mille sfaccettature. Sicuramente Capa è stato un fotografo di guerra , anzi « IL» fotografo di guerra per antonomasia, ma non solo… E proprio da qui prende avvio l’originale progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme, che mira a far conoscere, attraverso un centinaio di scatti, i suoi reportage poco noti, ma non per questo meno importanti e potenti.
«Robert Capa. Fotografie oltre la guerra», la mostra
Curata da Marco Minuz e promossa dal Comune di Abano Terme, l’esposizione a Villa Bassi racconta il rapporto che Capa intrattenne con il mondo della cultura dell’epoca, spaziando fra pittura, letteratura e cinema: in mostra, ritratti di Picasso, Hemingway e Matisse e i suoi lavori dedicati a famosi film d’epoca. Nel 1946, fu la straordinaria attrice svedese Ingrid Bergman ad introdurrlo sul set del film Notorius di Alfred Hitchcock (dove si cimentò per la prima volta in veste di fotografo di scena) e da qui, nell’arco di pochissimi anni, il reporter di guerra si trovò a confrontarsi con i divi del secolo scorso, mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortalò la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani; amò in modo viscerale il neorealismo, congeniale alla sua sensibilità e alla sua ricerca artistica: da qui nacquero gli intensi scatti realizzati sul set di Riso Amaro, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.
Proseguendo nel percorso espositivo, di grande interesse la sezione dedicata alla collaborazione con lo scrittore premio Nobel americano John Steinbeck , con il quale Capa condivise il progetto Diario russo, una sorta di reportage culturale sulla gente comune dell’ex Unione Sovietica, salutato dal New York Times come «un libro magnifico».
A seguire, la serie di fotografie realizzate in Francia nel 1938 e dedicate all’edizione del Tour de France di quell’anno - dove l’attenzione del fotografo si focalizza più sul pubblico che sulle gesta sportive degli atleti - e uno spazio dedicato alla nascita dello Stato d’Israele a pochi anni dalla Shoah, con la vita che riprende nonostante le violenze ancora in corso: un lavoro intenso ed emozionante, visto con l’occhio, anzi, con l’obiettivo, di un fotografo ungherese, naturalizzato americano, cittadino del mondo, ma di radici ebraiche. Le origini del suo peregrinare...
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È la suggestiva cornice di Villa Bassi Rathgeb ad Abano Terme a ospitare (sino al 5 giugno 2022) l’attesissima mostra su Robert Capa. Un centinaio le immagini esposte, lontane da quegli scenari bellici che gli hanno regalato la fama di «miglior fotoreporter di guerra del mondo».Nato Endre Erno Friedmann a Budapest nel 1913 e diventato Robert Capa solo nel 1936, a Parigi, grazie a un’idea della compagna Gerda Taro, il nome di Capa è indissolubilmente legato alla fotografia di guerra. Cinque i grandi conflitti che ha vissuto e documentato, dalla la guerra civile spagnola alla prima guerra d'Indocina , passando per la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), il secondo conflitto mondiale , la guerra arabo-israeliana . Sua la celebre foto del «Miliziano colpito a morte» (1936), discussa per autenticità, ma che lo rese celebre in tutto il mondo; sue le indimenticabili immagini della Sicilia nel 1943, scattate al seguito dell’esercito americano; pochi i fotogrammi rimasti sullo sbarco in Normandia, ma non per questo meno significativi e intensi. Paradossalmente, le brutture della guerra hanno dato immortalità a Capa, ma , per la legge del contrappasso, molto gli hanno tolto: a iniziare dall’ amore della sua vita, la fotografa tedesca Gerda Taro (travolta e schiacciata da un carro armato durante la Guerra civile spagnola) e la sua stessa vita, visto che il più grande fotoreporter di tutti i tempi trovò la morte nel 1954, sul fronte del primo conflitto indocinese, mettendo fallosamente un piede su una mina, Una vita senza dubbio avventurosa quella di Capa, uomo non bello, ma dall'innegabile fascino. Donnaiolo e bevitore. Temerario e sprezzante del pericolo. Tante le città in cui visse – Berlino, Vienna, Parigi, New York, solo per citarne alcune – tante le persone che conobbe, importantissime o sconosciute. Molti i grandi fotografi suoi amici. Uno su tutti, Henri Cartier-Bresson , con il quale , insieme ai colleghi David Seymour, George Rodger e William Vandivert, nel 1947 fondò la celebre agenzia Magnum, tuttora esistente e da sempre ricettacolo del gotha della fotografia mondiale. Una personalità poliedrica quindi. Dalle mille sfaccettature. Sicuramente Capa è stato un fotografo di guerra , anzi « IL» fotografo di guerra per antonomasia, ma non solo… E proprio da qui prende avvio l’originale progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme, che mira a far conoscere, attraverso un centinaio di scatti, i suoi reportage poco noti, ma non per questo meno importanti e potenti. «Robert Capa. Fotografie oltre la guerra», la mostraCurata da Marco Minuz e promossa dal Comune di Abano Terme, l’esposizione a Villa Bassi racconta il rapporto che Capa intrattenne con il mondo della cultura dell’epoca, spaziando fra pittura, letteratura e cinema: in mostra, ritratti di Picasso, Hemingway e Matisse e i suoi lavori dedicati a famosi film d’epoca. Nel 1946, fu la straordinaria attrice svedese Ingrid Bergman ad introdurrlo sul set del film Notorius di Alfred Hitchcock (dove si cimentò per la prima volta in veste di fotografo di scena) e da qui, nell’arco di pochissimi anni, il reporter di guerra si trovò a confrontarsi con i divi del secolo scorso, mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortalò la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani; amò in modo viscerale il neorealismo, congeniale alla sua sensibilità e alla sua ricerca artistica: da qui nacquero gli intensi scatti realizzati sul set di Riso Amaro, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling. Proseguendo nel percorso espositivo, di grande interesse la sezione dedicata alla collaborazione con lo scrittore premio Nobel americano John Steinbeck , con il quale Capa condivise il progetto Diario russo, una sorta di reportage culturale sulla gente comune dell’ex Unione Sovietica, salutato dal New York Times come «un libro magnifico». A seguire, la serie di fotografie realizzate in Francia nel 1938 e dedicate all’edizione del Tour de France di quell’anno - dove l’attenzione del fotografo si focalizza più sul pubblico che sulle gesta sportive degli atleti - e uno spazio dedicato alla nascita dello Stato d’Israele a pochi anni dalla Shoah, con la vita che riprende nonostante le violenze ancora in corso: un lavoro intenso ed emozionante, visto con l’occhio, anzi, con l’obiettivo, di un fotografo ungherese, naturalizzato americano, cittadino del mondo, ma di radici ebraiche. Le origini del suo peregrinare...
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.