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2021-04-24
Rivolta contro il decreto Draghi
Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione.
1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo».
2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22.
3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina.
4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante.
5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale.
6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa?
7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini…
Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure».
E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure.
L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo
Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda.
In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque.
La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini.
Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche.
«Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo».
La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B.
«Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile.
Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
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Protestano cooperative, gestori di centri commerciali e impianti sportivi, baristi, operatori turistici, presidi. Infatti il provvedimento delle (parzialissime) riaperture è pieno di assurdità. E i ristoranti rischiano pure la beffa: vuoti per maltempo e senza risarcimenti. Lo speciale contiene due articoli. Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione. 1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo». 2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22. 3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina. 4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante. 5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale. 6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa? 7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini… Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure». E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rivolta-contro-il-decreto-draghi-2652759337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ultima-beffa-per-i-ristoratori-e-il-maltempo" data-post-id="2652759337" data-published-at="1619205223" data-use-pagination="False"> L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda. In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque. La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini. Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche. «Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo». La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B. «Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile. Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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