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2021-04-24
Rivolta contro il decreto Draghi
Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione.
1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo».
2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22.
3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina.
4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante.
5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale.
6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa?
7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini…
Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure».
E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure.
L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo
Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda.
In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque.
La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini.
Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche.
«Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo».
La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B.
«Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile.
Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
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Protestano cooperative, gestori di centri commerciali e impianti sportivi, baristi, operatori turistici, presidi. Infatti il provvedimento delle (parzialissime) riaperture è pieno di assurdità. E i ristoranti rischiano pure la beffa: vuoti per maltempo e senza risarcimenti. Lo speciale contiene due articoli. Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione. 1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo». 2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22. 3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina. 4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante. 5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale. 6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa? 7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini… Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure». E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rivolta-contro-il-decreto-draghi-2652759337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ultima-beffa-per-i-ristoratori-e-il-maltempo" data-post-id="2652759337" data-published-at="1619205223" data-use-pagination="False"> L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda. In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque. La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini. Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche. «Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo». La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B. «Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile. Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».