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2021-04-24
Rivolta contro il decreto Draghi
Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione.
1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo».
2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22.
3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina.
4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante.
5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale.
6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa?
7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini…
Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure».
E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure.
L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo
Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda.
In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque.
La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini.
Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche.
«Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo».
La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B.
«Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile.
Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
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Protestano cooperative, gestori di centri commerciali e impianti sportivi, baristi, operatori turistici, presidi. Infatti il provvedimento delle (parzialissime) riaperture è pieno di assurdità. E i ristoranti rischiano pure la beffa: vuoti per maltempo e senza risarcimenti. Lo speciale contiene due articoli. Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione. 1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo». 2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22. 3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina. 4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante. 5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale. 6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa? 7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini… Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure». E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rivolta-contro-il-decreto-draghi-2652759337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ultima-beffa-per-i-ristoratori-e-il-maltempo" data-post-id="2652759337" data-published-at="1619205223" data-use-pagination="False"> L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda. In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque. La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini. Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche. «Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo». La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B. «Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile. Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 maggio con Carlo Cambi
La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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