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2021-04-24
Rivolta contro il decreto Draghi
Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione.
1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo».
2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22.
3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina.
4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante.
5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale.
6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa?
7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini…
Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure».
E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure.
L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo
Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda.
In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque.
La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini.
Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche.
«Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo».
La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B.
«Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile.
Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
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Protestano cooperative, gestori di centri commerciali e impianti sportivi, baristi, operatori turistici, presidi. Infatti il provvedimento delle (parzialissime) riaperture è pieno di assurdità. E i ristoranti rischiano pure la beffa: vuoti per maltempo e senza risarcimenti. Lo speciale contiene due articoli. Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione. 1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo». 2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22. 3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina. 4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante. 5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale. 6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa? 7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini… Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure». E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rivolta-contro-il-decreto-draghi-2652759337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ultima-beffa-per-i-ristoratori-e-il-maltempo" data-post-id="2652759337" data-published-at="1619205223" data-use-pagination="False"> L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda. In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque. La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini. Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche. «Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo». La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B. «Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile. Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
Getty Images
Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
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I loggionisti del Piermarini (foto Carlo Melato)
Dopo una vita in coda e in silenzio (più o meno), sfidando ogni tipo di temperatura e di condizione atmosferica, gli ultimi romantici dell’opera hanno infatti deciso di prendere carta, penna e tablet per inviare una bella Pec ai piani elevati della Fabbrica dei sogni. La grande paura degli irriducibili melomani è che, passettino dopo passettino, chi guida il Piermarini stia gentilmente accompagnando verso l’uscita una gloriosa tradizione, aprendo le porte al regno incontrastato della vendita online.
«Cara Scala, amato Teatro», scrivono gli ultrà del melodramma che, a forza di aspettare il loro turno nel porticato di via Filodrammatici per accaparrarsi uno dei 140 ticket per tutte le tasche, sono diventati una specie di famiglia allargata, «siamo un gruppo di loggionisti, affezionati alla coda fisica per la conquista di un posto ai piani alti, economico e soprattutto disponibile il giorno stesso. È una tradizione che riteniamo bellissima e che fa onore al teatro; del resto, lasciatecelo dire, anche la Scala dovrebbe essere fiera di avere degli affezionati disposti, in certe occasioni, a qualsiasi sacrificio pur di entrare nella sala del Piermarini». «Però, da qualche tempo», e qui il coro di oltre 200 voci (e firme in calce) inizia a farsi sentire come un vero e proprio personaggio collettivo, «ci sembra - ma speriamo di sbagliarci - che la famigerata coda sia mal sopportata, forse all’insegna del progresso che vorrebbe che tutto si facesse online». D’altra parte i più esperti hanno iniziato ad alzare le antenne quando i tagliandi «popolari» per il balletto e i concerti sono scesi da 140 a 80 (e molti ricordano che prima del passaggio forzato al Teatro Arcimboldi erano addirittura 200), gli orari per l’appello sono cambiati (dalle 13 alle 17, con un’ora soltanto per sbrigare tutte le pratiche prima della vendita Urbi et Orbi delle 18) e le istruzioni per l’uso del manualone scaligero hanno iniziato a mutare.
«Essere legati a una tradizione», prosegue l’appello, «non significa essere vecchi e contrari all’innovazione; l’etimologia dice che significa tramandare, quindi passare alle nuove generazioni. E di fatto, insieme ai vecchi appassionati, ci sono molti giovani che si mettono in coda, spesso quelli che hanno assistito a una “primina” e sono desiderosi di tornare, confortati dal costo davvero esiguo degli ingressi last minute di Loggione». E su questo è difficile eccepire. Come ha dimostrato la recente e acclamata Tetralogia wagneriana, la percentuale di capelli bianchi è inversamente proporzionale al numero di scalini che bisogna salire (ai giovani non manca la passione, ma i dané, direbbe Monsieur de La Palisse). «Con tutto il nostro cuore ci auguriamo che non venga tolta la coda fisica, una tradizione che rappresenta il respiro profondo del Teatro, il segno della passione che vive e si tramanda!».
«A quel grido il ciel risponde», direbbe Giuseppe Verdi, e la Scala, interpellata dalla Verità, prova con grande prontezza a tranquillizzare il popolo del Loggione, anima insostituibile del Teatro. «Non esiste alcun progetto di riduzione», spiegano dal Piermarini, «ma il problema esiste e per questo ci sono stati degli incontri con l’associazione L’Accordo, che gestisce la coda. Abbiamo registrato un calo, soprattutto nel balletto. Ora bisogna trovare un equilibrio per migliorare la distribuzione ed evitare che i biglietti restino invenduti».
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Un tesoretto da 7,4 miliardi. L’obiettivo? Finanziare l’acquisto di Banco Bpm e contribuire alla nascita del famoso terzo polo bancario nazionale. Creatura mitologica evocata nei convegni e mai avvistata in natura. Sarebbe, sempre secondo il Financial Times, anche un tassello del progetto del governo italiano per ridisegnare il sistema creditizio. Cinque persone vicine al dossier - numero sempre rassicurante, perché dispari e quindi apparentemente credibile - avrebbero raccontato a FT che Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte, appena tornato in sella immagina di vendere la quota del Leone a investitori italiani di lungo periodo.
Chi sarebbero i compratori? Il casting è blasonato. Il primo nome che circola è UniCredit, già salito all’8,7% di Generali e sempre pronto a stare dove succede qualcosa. L’altro nome è Intesa Sanpaolo, che però ha sempre smentito. L’amministratore delegato Carlo Messina ha ammesso di aver pensato a Generali una decina d’anni fa. Poi ha rinunciato preferendo costruire una grande assicurazione in casa.
Puntuale. però, è arrivata la smentita da Siena. Nessuna ipotesi allo studio, nessuna vendita della quota Generali, nessun dossier sul tavolo. Mps ha fatto sapere di essere «interamente focalizzata» sulla fusione con Mediobanca, il vero progetto industriale del momento. Per la serie: non disturbate il conducente, stiamo ancora parcheggiando la macchina a Piazzetta Cuccia.
Il piano di Lovaglio, almeno sulla carta, prevede di completare l’operazione entro fine 2026. Ogni altra ipotesi, dicono da Siena, è prematura. Ma alla precisazione non credono in molti. Nel lessico della finanza prima una voce è «prematura», poi diventa «una valutazione», infine «strategicamente coerente». Tuttavia queste non sono giornate da giochi d’artificio a Piazza Affari. Generali è salita dello 0,6%, il Banco dello 0,4% e Mps ha perso l’1,2%. Certo la storia ha una sua razionalità. Mps è tornata centrale, dopo anni passati tra ristrutturazioni, aumenti di capitale e salvataggi pubblici che avrebbero fiaccato anche una quercia secolare. Lovaglio ha rimesso in ordine i conti, l’assemblea gli ha rinnovato, a sorpresa, la fiducia, e adesso Siena torna a pensarsi grande. Non più banca da museo del dissesto, ma perno di un nuovo consolidamento nazionale. Certo, c’è il dettaglio non secondario della quota Generali. Un asset prezioso, politicamente sensibile e strategicamente ingombrante. Tenerlo significa contare in Italia. Venderlo significa fare cassa e comprare futuro Sul fondo resta il regista silenzioso: Delfin, la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio. È anche grazie al suo voto, insieme a Banco Bpm, che Lovaglio è rimasto saldo al timone del Monte. E Delfin, come noto, ha interessi trasversali: Mediobanca, UniCredit, Generali. In pratica, se si muove una sedia nel salotto finanziario italiano, da qualche parte c’è sempre un comando che porta in Lussemburgo.
Ed è proprio lì che si gioca il prossimo capitolo. Lunedì gli otto eredi Del Vecchio si ritroveranno per decidere se aprire la strada a Leonardo Maria Del Vecchio, tramite il veicolo Lmdv Fin, per acquistare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola. Valore dell’operazione: circa 10 miliardi di euro. Una cifra che trasforma ogni litigio familiare in tema da consiglio di amministrazione.
Se l’operazione andasse in porto, Leonardo Maria salirebbe al 37,5% di Delfin, diventandone il dominus di fatto. A sostenerlo ci sarebbe un pool bancario di tutto rispetto: UniCredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas.
Serve anche cambiare le regole interne, togliendo il tetto che limita al 10% degli utili i dividendi distribuibili. Tema apparentemente tecnico, ma in realtà centrale: nelle holding di famiglia i sentimenti contano, ma il cash flow aiuta. Quanto alla vendita delle partecipazioni finanziarie di Delfin, al momento non risulta sul tavolo. Ma anche qui vale la regola aurea della finanza: ciò che non è sul tavolo oggi può essere nel comunicato di domani.
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