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2021-04-24
Rivolta contro il decreto Draghi
Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione.
1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo».
2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22.
3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina.
4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante.
5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale.
6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa?
7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini…
Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure».
E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure.
L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo
Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda.
In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque.
La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini.
Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche.
«Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo».
La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B.
«Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile.
Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
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Protestano cooperative, gestori di centri commerciali e impianti sportivi, baristi, operatori turistici, presidi. Infatti il provvedimento delle (parzialissime) riaperture è pieno di assurdità. E i ristoranti rischiano pure la beffa: vuoti per maltempo e senza risarcimenti. Lo speciale contiene due articoli. Se non stessimo parlando di cose drammaticamente serie, si potrebbe perfino sorridere, e diagnosticare, a carico del governo, una pericolosa «movida normativa» con consumo eccessivo di spritz a forte dosaggio di prosecco. Risultato? Altro che impuntatura politica di Matteo Salvini: categoria per categoria, sono interi pezzi di società a protestare. Ecco almeno sette esempi di questa spiacevole situazione. 1 Il governo si è «dimenticato» di riaprire i centri commerciali nel weekend. È giustamente inviperito il presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin: «È una scelta inaspettata e senza alcuna spiegazione. Prendiamo atto che la riapertura dei centri commerciali nel fine settimana è stata cancellata. Non possiamo accettare che le aziende del commercio, che hanno sempre risposto con responsabilità durante tutte le fasi dell'emergenza, non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori». Sulla stessa linea il presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, Marco Pedroni: «Inspiegabile il dietrofront di cui abbiamo avuto notizia nottetempo. Non conosciamo le ragioni che sottendono a tale decisione. Chiediamo con forza la correzione del testo». 2 C'è una circostanza oggettiva che smonta definitivamente ogni possibilità di mantenimento del coprifuoco alle 22, e che dunque mostra come le decisioni dell'altro giorno siano solo state una forzatura anti Salvini. L'Italia ha detto sì agli Europei di calcio, e le partite assegnate al nostro Paese inizieranno l'11 giugno a Roma, all'Olimpico, con un rovente (in tutti i sensi) Italia-Turchia. Orario di inizio? Tenetevi forte: a meno di cambiamenti, la partita è prevista per le 21. E allora che si fa? Si mandano a casa gli spettatori a fine del primo tempo? Di tutta evidenza, non è immaginabile. Ed è invece prevedibile che ben prima dell'11 giugno il coprifuoco venga posticipato o annullato. Morale: l'unico «brillante» risultato del ritardo con cui il coprifuoco sarà modificato (o tolto) sarà quello di aver sabotato il mese in cui milioni di cittadini stranieri vaccinatissimi stanno decidendo dove prenotare. Sempre a proposito di coprifuoco, i governatori azzurri ieri si sono ritrovati per chiedere con una voce sola di spostarlo alle 23. A dimostrazione che dentro Forza Italia sale l'irritazione contro Mariastella Gelmini, il ministro che aveva difeso e benedetto il divieto di circolare dopo le 22. 3 È ammessa da lunedì la partitella tra amici, ma è vietata la lezione individuale in palestra o una nuotata in piscina. 4 Da lunedì, nel rispetto di distanze, precauzioni e capienze, si potrà andare in cinema e teatri. Ottima notizia. Peccato che però nonsi potrà mangiare al chiuso in un ristorante. 5 Rispetto alla ristorazione, si introduce un'evidente discriminazione tra chi ha spazi all'aperto e chi no. Ma rischiano anche i primi: che fare in caso di acquazzone? Settimana prossima è prevista pioggia: se arriva l'acqua durante un pranzo, si rimborsano gli avventori e li si caccia? Surreale. 6 Sul sito Governo.it il comunicato stampa relativo al Cdm del 21 aprile, nella sezione «bar e ristoranti», recita così: «Dal 26 aprile, nella zona gialla sono consentite le attività dei servizi di ristorazione con consumo al tavolo esclusivamente all'aperto, a pranzo e a cena, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti in vigore». Avete letto bene: «Consumo al tavolo esclusivamente all'aperto». Se dunque bevo un caffè al bancone (come si poteva fare un mese e mezzo fa in «giallo»), rischio la multa? 7 I presidi, rappresentati da Antonello Giannelli, sono in rivolta: «Scandaloso che le percentuali della presenza in classe siano cambiate all'ultimo». E ancora: «Solo chi non ha minima contezza della complessità dell'organizzazione scolastica può pensare di decidere le percentuali di frequenza il venerdì sera per il lunedì mattina». Difficile pensare che i presidi siano tutti agli «ordini» di Salvini… Capite bene che siamo in presenza di ampie porzioni di società irritate e sconcertate. Il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha provato a tranquillizzare le attività che ruotano attorno alle spiegge: «Non esistono limitazioni per l'accesso. Gli operatori possono attivare gli impianti». Mentre Luca Zaia, governatore del Veneto, si è già portato avanti, puntando saggiamente a un futuro provvedimento: «Il decreto è fatto, resta la speranza di un “tagliando". Il mio auspicio è che arrivi un decreto correttivo. Bene il fatto che si sia deciso di riaprire, ma nulla vieta che il primo maggio si possano rivedere alcune misure». E non è da escludere che alcune forze, a partire dalla stessa Lega, anziché emendare un decreto così pasticciato, spingano da subito per un nuovo decreto legge. Anche perché non va dimenticata una bizzarria cronologica, figlia del nostro bicameralismo e della necessità di approvare gli emendamenti sia al Senato sia alla Camera: un ipotetico emendamento all'attuale decreto entrerebbe in vigore solo al termine dell'iter parlamentare nelle due Camere, e quindi, nel caso (purtroppo probabile) che le Camere usino tutti i 60 giorni disponibili, solo tra due mesi. Mentre un nuovo decreto (per ipotesi, adottato il 3 maggio) sarebbe operativo da subito con il suo testo base e le relative nuove misure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rivolta-contro-il-decreto-draghi-2652759337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ultima-beffa-per-i-ristoratori-e-il-maltempo" data-post-id="2652759337" data-published-at="1619205223" data-use-pagination="False"> L'ultima beffa per i ristoratori è il maltempo Pioverà. Poiché la fetta di pane cade sempre dalla parte del burro, non c'è pace per i ristoratori italiani che si stanno attrezzando a ripartire. Ricominciare solo all'aperto e con una toccata e fuga serale (il coprifuoco alle 22 non si tocca) non è esattamente «tornare alla vita» come aveva promesso Mario Draghi, ma almeno da lunedì si respira. Così si montano i gazebo, si aprono gli ombrelloni, i tavolini spuntano sui marciapiedi e in ogni legittimo anfratto. Però su tre quarti dell'Italia pioverà fino a giovedì. Una doccia fredda. In questo caso il meteo è l'alleato principale di Roberto Speranza, il ministro con il lucchetto: in queste settimane la Penisola è in balia di una «palude barica», una vasta area di bassa pressione che favorisce i capricci della primavera. Rovesci ovunque al Nord, al Centro (Roma compresa) e fino a una parte della Puglia, mentre in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ci sarà un sole sahariano (30 gradi fissi) per completare la beffa. Le prime tre Regioni infatti sono arancioni (più la Puglia e la Valle d'Aosta), la Sardegna rossa; lì è tutto chiuso comunque. La pioggia arriva in soccorso ai profeti di sventure sanitarie (Massimo Galli, Andrea Crisanti, i dottori collodiani del Cts). Con un'ulteriore negatività: gli esercenti che ripartono ma non incassano perché nessuno si siede ai tavoli, non avranno più diritto ai ristori in quanto «attività aperte». Lo scenario da depressione fa comprendere la debolezza dell'ultimo decreto, che consente di lavorare solo a chi può contare su un dehor. E in ogni caso lo costringe a chiudere alle 22. Per questo (almeno nei primi giorni) gli effetti dell'Italia in giallo si avvertiranno solo marginalmente. Più facile frequentare musei, teatri e cinema di nuovo aperti, per la felicità di Dario Franceschini. Dopo il consueto check del venerdì, il ministero della Salute ha preso atto che i contagi scendono in modo significativo (età media 43 anni, effetto delle vaccinazioni), con l'Rt nazionale stabile sullo 0,81, e ha deciso di portare molte Regioni in giallo, comprese le più popolose Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Campania. Le proteste dei governatori hanno sortito effetto, ma per i ristoratori in ginocchio il cielo è sempre grigio. E la decisione di vietare il lavoro nei locali chiusi, pur nel rispetto delle regole di distanziamento, continua a suscitare polemiche. «Questo significa prolungare il lockdown per oltre 116.000 pubblici esercizi», spiega Lino Stoppani, presidente della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. «Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non è dotato di spazi all'aperto, e questa percentuale si impenna se pensiamo ai centri storici delle città dove sono in vigore regole molto stringenti. Ci saremmo aspettati più coraggio da parte del governo». La distinzione sugli spazi all'aperto è effettivamente discriminatoria: chi non li ha rischia di rimanere fermo per un altro mese. Una differenziazione due volte frustrante perché, dopo il lockdown del 2020, i Comuni avevano deciso di agevolare bar, ristoranti ed enoteche esentandoli dal pagamento della tassa per l'occupazione del suolo pubblico; le Regioni e l'Anci hanno chiesto al governo di finanziare una proroga fino a dicembre. Così si pongono le basi per una lotta di classe fra lavoratori di serie A e serie B. «Regalare l'occupazione di suolo a chi lo ha a disposizione aumenta ancora di più le disparità», si lamenta Carlo Squeri, segretario dell'Associazione pubblici esercizi di Milano. La proposta per riequilibrare la situazione c'è ma finora non viene presa in considerazione: «Bisognerebbe incidere su tasse trasversali come la Tari, che colpisce tutti. Non avere un dehor non può essere una colpa da pagare due volte». Da qui deriva il gesto forte di Matteo Salvini, l'astensione della Lega sul voto al decreto. Un piccolo strappo davanti al quale il premier Draghi è rimasto perplesso, ma ritenuto necessario per portare alla luce le debolezze di un provvedimento molto fragile. Il coprifuoco alle 22 resta, motivato dalla necessità del premier di accontentare i partiti chiusuristi (Pd, M5s e Leu) dopo avere dato corda agli aperturisti di centrodestra. Un colpo al cerchio e uno alla botte, segno classico di debolezza che rischia di veder comparire, dopo la palude barica, anche quella politica. Per uscire dall'equivoco è quasi certo che il 17 maggio il coprifuoco verrà spostato alle 23. Come si diceva in quel film caro ai vecchi ragazzi: «Non può piovere per sempre».
Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: riapriamo i rubinetti e spieghiamo alla gente come stanno le cose. È meglio perdere la faccia che finire con le zampe per aria. C’è la guerra, ci sono i rincari, c’è il pericolo concreto che sull’industria europea e sui redditi dei cittadini si abbatta il colpo di grazia, dopo anni di euromasochismi verdi. Stiamo precipitando. L’unico paracadute è quello offerto, con mossa pelosa, da Vladimir Putin? Amen. Meglio fare un favore al cattivo che schiantarsi. Tanto più se, come dimostrano i dati, sottotraccia eravamo rimasti clienti del nostro arcinemico.
Le statistiche sono eloquenti. Ad esempio, quelle sugli acquisti di gas liquefatto russo: a febbraio, l’Ue ha importato 1,54 milioni di tonnellate di Gnl dall’impianto artico Jamal Spg, localizzato nell’omonima penisola, nel villaggio di Sabetta. Territorio della Federazione guidata dallo zar. I 21 cargo giunti in Europa, 17 dei quali attraverso compagnie britanniche e greche, la Seapeak del Regno Unito e l’ellenica Dynagas, rappresentavano il 100% della produzione del sito. Già a gennaio, gli acquirenti dell’Ue si erano accaparrati il 93% del gas liquido di Jamal. A gennaio 2027, come deciso dal Consiglio europeo un mese e mezzo fa, scatterà il bando totale sul Gnl di Putin; ma fino a quel momento, chi può e ne ha bisogno, ne farà incetta. E pazienza se quei soldi contribuiranno a finanziare la campagna bellica in Ucraina. Sulla Verità, d’altronde, lo avevamo già scritto: a gennaio 2026, le ribelli Ungheria e Slovacchia non sono state le uniche a mantenere attivi i flussi di metano e greggio da Mosca; la Francia, il Belgio e la Spagna hanno ricevuto grandi quantità di Gnl. Si può fare ma non si può dire?
Si badi bene: il Cremlino traffica anche petrolio, sebbene siano entrate in vigore le nuove regole Ue, che costringono i Paesi attraverso i quali avvenivano le triangolazioni a dimostrare, prima di vendercela, che la loro merce non proviene da raffinazione di materia prima russa. Ebbene: stando alle elaborazioni del Centre for research on energy and clean air (Crea), a febbraio, almeno 17 spedizioni riconducibili all’oro nero di Mosca sono entrate nei Paesi del blocco europeo. Circa i due terzi dei prodotti importati da raffinerie di Stati quali India e Turchia sono di origine russa. Stabilire in che percentuale pesi il greggio di Putin sul fabbisogno europeo è complicato, visto che i commerci avvengono in modo indiretto, in parte tramite le flotte fantasma. Ma una stima realistica oscilla tra il 7 e il 15% del petrolio consumato nell’Ue. Sarebbe tanto drammatico aumentare la quota? Gli ucraini, che bersagliano le navi ombra nel Mediterraneo fregandosene di provocare disastri ambientali, storceranno il naso. Ma per loro non sarebbe peggio se le nazioni che li sostengono collassassero?
Intanto, Oltrecortina sghignazzano. Ieri, Kirill Dmitriev, il capo del fondo sovrano russo per gli investimenti, coinvolto nei negoziati con gli Usa per il Donbass, ha rilanciato un articolo di Bloomberg sull’impennata dei prezzi del gas, vaticinando «un disastro per l’industria e le famiglie»: «Prevediamo cifre almeno del 100% superiori a quelle ipotizzate in precedenza», ha scritto, «poiché ci vorrà del tempo prima che l’Europa inizi inevitabilmente a implorare ulteriori quantitativi di gas russo». Ci si contorcono le viscere ad ammetterlo, però potrebbe aver ragione. Di sicuro, le prospettive economiche sono tragiche; altrettanto evidente è l’ostinazione di Bruxelles nel mantenere il calamitoso approccio del fiat iustitia, pereat mundus; resta da vedere se, davvero, a un certo punto saremo costretti a cospargerci il capo di cenere. E se, quando arriverà quel momento, non sarà già troppo tardi.
Basti vedere che il premier belga, Bart de Wever, dopo i reiterati appelli a riallacciare le comunicazioni con Mosca, ieri ha dovuto precisare che le sue parole sono state decontestualizzate e che il dialogo dovrebbe essere subordinato al conseguimento di una pace giusta con Kiev: «Se si raggiungerà un accordo accettabile per l’Ucraina e l’Europa, dovremmo essere in grado di ristabilire le relazioni economiche con la Russia». In questi termini, è una banalità: ufficialmente, noi non siamo mica in guerra con la Federazione. Semmai, viste le circostanze, una linea andrebbe ripristinata subito. Invece, il presidente del Consiglio Ue, António Costa, insiste: «Verrà il giorno» in cui dovremo riparlare con i russi, ha riconosciuto, ma «non è ancora il momento giusto». Già. Aspettiamo di tappezzare il continente di pannelli solari? Di mettere in funzione migliaia di mini reattori nucleari? Di trovare una quadra sulla revisione degli Ets? Con Hormuz sotto embargo, ha senso incartarsi nelle contraddizioni del commissario all’Energia, Dan Joergensen, che ha proposto un bando totale sul petrolio russo, ma al contempo, per sbloccare il prestito da 90 miliardi, ha costretto gli ucraini a cedere e a riparare l’oleodotto Druzhba, cioè quello che porta a ungheresi e slovacchi lo stesso petrolio russo?
Un vecchio adagio recita: «Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni». I fatti sono cambiati. E se essi rovinano i piani di Bruxelles, bisognerebbe aggiornare i piani piuttosto che ignorare i fatti. È l’Unione europea o l’Unione sovietica?
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Lucio Malan (Fdi) racconta l'audizione dei danneggiati: si sapeva che i sieri non avrebbero protetto, ma fu nascosto all'aula. Nuova legge per evitare gli allontanamenti di minori dopo il caso della famiglia nel bosco.
Donald Trump (Getty Images)
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Ormai è complesso rispondere a queste domande e questo risulta particolarmente grave perché ne va degli assetti globali del pianeta. Ricordiamoci sempre che gli Usa sono ancora la prima e unica super potenza mondiale e, quindi, le azioni che fa l’America sul piano internazionale - soprattutto in assenza di istituzioni internazionali tali, non dico da governare, ma almeno da mediare le tensioni mondiali o regionali, Europa purtroppo inclusa - diventano centrali, e l’incertezza sul progetto che sottostà a queste azioni desta preoccupazioni piuttosto profonde. Lo scrivo su questo giornale, La Verità, che non si è mai strappata i capelli quando Trump, due anni fa, è stato eletto democraticamente e con una larga maggioranza degli elettori americani. Né, tanto meno, questo giornale ha pianto sui colpi infranti a quella mistura tanto banale quanto pericolosa che si chiama cultura woke: un’accozzaglia di idee con scarso, se non assente, spessore storico, debolissima infrastruttura teorica che si muove in senso contrario al senso di marcia del senso comune. Né ci siamo strappati le vesti sulla questione dei dazi. Ne abbiamo discusso, abbiamo criticato questa misura di politica economica internazionale dal punto di vista della sua efficacia. Però abbiamo anche rilevato e scritto che queste posizioni di Trump non emergevano dal nulla, ma erano anche frutto di politiche commerciali illegittime e sopportate per tanti anni, senza alcun intervento del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), ad esempio da parte della Cina. Ma ora il discorso è diverso.
Ora Trump ha il dovere di spiegare, almeno agli alleati storici, all’Onu per quel che vale, ma soprattutto alla Nato, verso dove vuole andare e quale piano intende attuare, se veramente gli sta a cuore la transizione verso un regime democratico in Iran. Ci aspettiamo con urgenza una risposta di Trump su questo punto: non noi, ovviamente, ma se l’aspettano gli alleati ai quali, a giorni e a settimane alterne, chiede l’aiuto. Lo ha fatto recentemente per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz e si è sentito rispondere dalla Nato che quella guerra non riguarda la Nato stessa. Altra cosa sarebbe se l’Iran attaccasse uno dei Paesi che aderiscono alla Nato in modo sostanziale, cioè con una guerra. In quel caso scatterebbe l’obbligo di osservanza dell’art. 5 dello Statuto della Nato che le impone, in questo caso specifico, di intervenire in difesa dello Stato attaccato. Ma questo è un altro scenario. Attualmente lo scenario riguarda direttamente gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra.Altra cosa ancora sono gli aiuti a sostegno degli altri Paesi del Golfo, anche attraverso gli aiuti dell’Italia. Andando indietro solo di circa un anno, e cioè al 22 giugno 2025, ricordiamo l’operazione «Midnight Hammer» («Martello di mezzanotte»), ricordiamo l’attacco compiuto dalla United States Air Force e dalla United States Navy a tre impianti nucleari in Iran per ordine del presidente Donald Trump come parte della guerra Iran-Israele. Furono colpiti l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Da parte statunitense si disse, allora, che la battaglia contro il nucleare iraniano era praticamente vinta. Poi si arriva all’operazione di attacco statunitense di quest’anno denominata «Operation Epic Fury» che, tra l’altro, ha risollevato il dibattito sui poteri di governo del presidente in assenza di una preventiva autorizzazione del Congresso. Ma anche per la sua illegittimità da un punto di vista del diritto internazionale riconosciuta anche dal presidente de Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ha percorso tutta la storia, la discussione sul rapporto tra illegittimità di un’azione e giustizia della medesima quando un’azione prevede obiettivi ritenuti giusti, come l’abbattimento di una teocrazia islamica sanguinaria, tramite un’azione illegittima come è stata quella della rimozione di Maduro dalla guida del Venezuela. Ora Trump si trova impantanato in tre situazioni: Israele-Gaza, Russia-Ucraina, Iran, e a nove mesi dalle elezioni di Midterm che si svolgono ogni quattro anni, cioè dopo due anni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Questa elezione riguarda 435 membri della Camera dei rappresentati e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Trump si avvia a queste elezioni, secondo alcuni sondaggi, con il 60% degli americani che non sono a suo favore e con uno scarno 36-38% che rimane dalla sua parte. Il problema più serio è che i dubbi serpeggiano nella sua base di riferimento Maga (Make America Great Again). Le elezioni di metà mandato avranno un significato politico e si svolgeranno in un momento in cui, a meno che non avvengano cambiamenti radicali nel frattempo, la base elettorale dell’attuale presidente della prima super potenza mondiale non capisce, ed anzi è contraria, alla svolta dello stesso Trump che ha giocato la sua campagna elettorale anche sul fatto che non avrebbe promosso guerre, del resto in continuità con la tradizione repubblicana che non è mai stata guerrafondaia come talora lo è stata la tradizione democratica di quel Paese. Ma questi sono problemi interni al Paese presieduto da Trump che, certamente, non sono indifferenti per il mondo intero, ma che non sono il problema che ci preoccupa maggiormente in questo momento. Ora ci preoccupa capire dove Trump voglia arrivare in Iran, quali siano le azioni che intende apporre sul tappeto in ordine a una chiusura del conflitto e quali sono le idee per il dopo Khamenei figlio che ha sostituito, dopo pochi giorni, Khamenei padre. Questo è il punto sul quale ci concentriamo e aspettiamo una risposta che ad oggi è nebulosa, continuamente cangiante e che pone il mondo in una posizione di incertezza, anche economica, che potrebbe avere effetti devastanti.
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Il punto è che il mercato, soprattutto in Europa, ha abbandonato qualsiasi velleità di tagli per il 2026 e in poco più di due settimana ha subito oscillazioni abbastanza marcate sugli indici di riferimento che servono a fissare il costo, per esempio, dei mutui immobiliari.
Tanto per capirsi. Il 27 febbraio (il giorno prima dell’attacco di Usa e Israele all’Iran), l’Euribor a 3 mesi (il riferimento per i variabili) era al 2,01%, mentre ieri prezzava il 2,16%. Così come l’Eurirs a 20 anni (il riferimento per i tassi fissi) è passato dal 3% al 3,18%. Insomma l’Euribor è cresciuto dello 0,15% e l’Eurirs dello 0,18%. Cosa vuol dire tutto questo per l’italiano medio che chiede soldi in prestito alla banca per comprare casa? Qual è l’aggravio del conflitto iniziato a fine febbraio nel Golfo?
«Su un mutuo di 200.000 a 20 anni», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development Mutuisupermarket.it, «l’aumento dello 0,15% del tasso comporta un’impennata della rata di 15,08 euro (180 euro in un anno ndr), mentre con un rialzo dello 0,18% la maggiorazione annuale sarebbe di 216 euro. Ovviamente la variazione ha un impatto immediato su chi ha già sottoscritto un prestito variabile e potrebbe riguardare dal prossimo mese chi invece dovesse stipulare un finanziamento a tasso fisso (perché gli istituti di credito normalmente adeguano il costo dei mutui all’Eurirs del mese precedente ndr)».
Finita qui? Se ci basiamo sulle indicazioni dei future sull’Euribor la giostra è appena iniziata. La curva evidenzia un rialzo dei tassi della Banca centrale europea dal 2 al 2,25% già a partire dal mese di maggio e prevede un’ ulteriore risalita fino al 2,47% per dicembre. Insomma, sono in ballo un paio di aumenti da qui alla fine dell’anno.
In soldoni? «È bene ricordare», continua Bertolino, «che parliamo di aspettative su un mercato che è estremamente volatile e influenzato dal rullo ininterrotto di notizie di cronaca che arrivano dal Golfo Persico. Anche perché ultimamente la Lagarde si muove sempre in relazioni a dati consolidati sull’andamento dei prezzi di medio e lungo periodo. Quindi escluderei un rialzo già domani e resterei cauto anche sulla possibilità di aumenti nella riunione successiva della Bce».
In un contesto così variabile ci sono banche che hanno portato sul mercato (in realtà già prima dell’inizio della guerra) prodotti innovativi che assicurano una sorta di mutuo a tasso fisso garantito. Come funziona il meccanismo? «Alcuni istituti hanno costituito dei “fondi interni” per garantire tassi fissi bloccati purché la stipula del mutuo avvenga entro l’estate. Tu avvii l’istruttoria con un tasso definito e poi anche se il costo del denaro dovesse salire hai tempo fino all’estate per stipulare un contratto definitivo agli stessi tassi dell’istruttoria». Al momento ci sono Credit Agricole che lascia invariati i tassi fino al 30 di settembre (avvio istruttoria entro il 15 maggio), Bper che dà tempo per l’istruttoria fino alla fine di marzo e per la stipula entro fine maggio (anche se i termini potrebbero essere prorogati) e Banco Bpm che lascia i tassi invariati fino al 30 giugno per le istruttorie sottoscritte entro il 15 aprile. E le novità potrebbero non essere finite qui. Perché è quando la geopolitica sembra impazzita che gli altri attori del mercato hanno il dovere di usare tutte le leve a loro disposizione per «tranquillizzare» investitori e risparmiatori. Sperando che si rinsavisca il prima possibile.
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