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2022-02-23
Riesce l’assalto di Renzi contro i pm. L’Aula si schiera col fu Rottamatore
Matteo Renzi (Ansa)
Nell’ottavo anniversario della sua nomina a presidente del Consiglio, ieri, Matteo Renzi si è goduto una giornata di grandi soddisfazioni, vissuta con il piglio del padre costituente.
Il Senato doveva decidere se sollevare davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzioni per l’utilizzo di comunicazioni Whatsapp di Renzi da parte della Procura di Firenze senza la previa autorizzazione di Palazzo Madama. E l’Aula ha dato un netto responso favorevole all’ex premier con 167 sì e 76 no. Al fianco del fu Rottamatore il centrodestra e anche il Pd di Enrico Letta che ha visto spaccato l’asse con il Movimento 5 stelle e Leu. Un altro regalo per Renzi. Che, per quanto riguarda l’inchiesta Open, in attesa dell’udienza preliminare, ha già incassato cinque sentenze favorevoli della Cassazione sull’illegittimità dei sequestri. Un filotto a cui manca solo l’iscrizione per abuso d’ufficio a Genova dei magistrati che lo accusano di finanziamento illecito.
Ma anche questo risultato sembra alla portata, dopo la presentazione da parte dello stesso leader di Italia viva di una denuncia contro i suoi accusatori, Giuseppe Creazzo, Luca Turco e Antonino Nastasi. Ieri, in modo sibillino, il procuratore facente funzioni del capoluogo ligure, Francesco Pinto, ci ha detto: «Se abbiamo fatto le iscrizioni? Formalmente non ancora. Siamo ancora in fase di identificazione».
L’altro ieri Renzi aveva annunciato: «Sto preparando un intervento dei miei, di quelli che restano. Farò tremare il Senato!».
Non ne ha avuto bisogno. Ha fatto un discorso meno infervorato e sguaiato del solito, quasi da uomo delle istituzioni. Non era più quello del 2019, quello che intervenne in Aula dopo le perquisizioni a carico dei suoi finanziatori e dei suoi collaboratori. Ieri è stato quasi serafico. E anche gli applausi sono stati contenuti.
Ha recitato la sua parte sapendo di avere quasi in tasca la vittoria contro i pm che ritengono che i milioni di euro inviati a Open siano un finanziamento non dichiarato diretto proprio e solo a lui, al politico Matteo Renzi e non alla sua fondazione.
Certo ai pm il senatore non ha risparmiato attacchi, ma questa volta non è sceso sul piano personale, forse per non sentirsi dare dell’eversore. Per lui il voto sul conflitto di attribuzioni non aveva niente a che vedere con la sua posizione di imputato, con la Leopolda o la fondazione. Concetto che ha ribadito più volte. «Oggi non parliamo di me, parliamo di noi, di voi. […] parliamo di Costituzione» ha spiegato ai colleghi, ergendosi a difensore delle guarentigie dei parlamentari.
Ha giocato come il gatto con il topo: «Si vergogni chi pensa che qui stiamo attaccando la magistratura. Noi stiamo rispettando la magistratura al punto da citare la Corte di cassazione». Ha ricordato che per gli ermellini durante l’indagine ci sarebbe stato «un inutile sacrificio di diritti» e «una non consentita funzione esplorativa», la cosiddetta «pesca a strascico». Ha rivendicato che tutti i denari destinati alla fondazione sono arrivati tramite bonifici, in modo trasparente. Ha riaffermato un suo vecchio cavallo di battaglia: «L’indagine qui non è sui soldi, l’indagine qui è su che cosa è un partito e su cosa non lo è». Per lui la situazione è peggiore che durante Tangentopoli: allora interrogavano i tesorieri, adesso i pm «si determinano come i nuovi segretari organizzativi perché forse i partiti non sono più messi bene come prima».
Ha evidenziato, con una punta di malizia, che l’accusa punta sulla testimonianza di alcuni suoi ex colleghi del Pd, mentre la difesa sfodera le sentenze della Cassazione. Ha ribadito che la legge deve essere uguale per tutti e che quindi la sua denuncia a Genova non è un atto «eversivo», bensì un richiamo al rispetto delle norme da parte dei «custodi della legge» che, come i politici, non hanno diritto all’«impunità».
Mentre spiegava che il punto della questione non è il fatto che la sua sfera personale sia stata data «in pasto» ai giornali e non solo, dalle lettere personali (come quella di babbo Tiziano) al conto corrente, ha, però, gridato che «non è consentito a nessuno di violentare la vita delle altre persone». Ha definito il mondo dei media «corresponsabile» della Guerra dei trent’anni tra politica e magistratura, soprattutto quando per la presunta «gazzetta della Procura», «la velina» dei pm «vale più della sentenza della Cassazione».
L’attacco ai magistrati fiorentini è andato avanti: «Si ritengono depositari di una imprecisata verità fattuale, sostituti del potere politico nell’organizzazione delle forme della politica, ispiratori di articoli, commenti e veline, ma addirittura si ritengono padri e madri costituenti pronti a disattendere il dettato costituzionale». Poi ha giurato di non voler scappare dal processo, perché in aula andrà «a testa alta», udienza dopo udienza, a dire che «siamo di fronte a uno scandalo». La sua richiesta di sollevare il conflitto di attribuzioni avrebbe un unico obiettivo, quello di ribadire che son reato «rubare», «l’abuso d’ufficio», «non rispettare la Costituzione», «violare il segreto istruttorio», «diffamare», mentre non lo è «fare politica». In sostanza i mariuoli sono i pm di Firenze e alcuni giornalisti, non i politici, non lui. Che continua «a difendere l’idea che la politica non faccia schifo» e che intende combattere i populisti politici, ma soprattutto «coloro i quali che violano le regole della Costituzione perché pensano di fare paura a chi invece paura non ha». Per capire a chi si riferisca, citofonare Procura di Firenze.
Ma la famiglia perde in tribunale
Quando la magistratura serve a mettere la mordacchia ai giornalisti i Renzi le si rivolgono fiduciosi. Qualche volta vincono. Ma ultimamente capita che perdano. Come è successo in due cause collegate a ben otto articoli di nostri giornalisti. A dicembre La Verità, assistita dall’avvocato Claudio Mangiafico, ha vinto un’importante causa in primo grado contro Andrea Conticini e la moglie Matilde Renzi (sorella di Matteo), per due articoli a firma Giacomo Amadori e Paolo Sebastiani in cui avevamo raccontato di come i regali ricevuti dal fu Rottamatore nella sua veste di presidente del Consiglio fossero stati trasferiti nel capannone di famiglia a Rignano sull’Arno e, forse, alcuni pezzi, nell’appartamento soprastante, quello dei due coniugi.
A dicembre il giudice Liliana Anselmo ha condannato i due coniugi al pagamento delle spese di lite: 3.000 euro, oltre a Iva, cassa di previdenza avvocati e al 15 % per spese generali e rimborso spese vive se dovute.
Si legge nella sentenza: «L’espressione utilizzata dai giornalisti circa la presenza di tali oggetti (preziosi o anche no) presso l’abitazione degli attori è “dubitativa” (sarebbero)» e «risulta essere proporzionata e misurata, non violenta né degradante, restando confinata nell’ambito del concetto di continenza». Inoltre la toga evidenzia come sui fatti descritti sia «stata aperta un’indagine conoscitiva interna di Palazzo Chigi».
Nella sentenza è ricostruito anche il passaggio di mano di alcuni regali: «Gli attori (i coniugi, ndr) non hanno negato che determinati oggetti, ricevuti dall’allora premier Matteo Renzi come omaggi di Stato, siano stati custoditi in un luogo diverso dal caveau romano» e cioè a casa di un pensionato fiorentino, «sol perché la sua collaboratrice domestica li aveva a sua volta ottenuti da suo marito, signor Ravasio», un dipendente dei Renzi, «che, a sua volta, li aveva ottenuti da un componente della famiglia» del fu Rottamatore.
Conticini e Matilde Renzi nel giudizio «non contestano, anzi sostengono […] che in effetti il signor Ravasio», sottoposto per questo a una contestazione di illecito disciplinare, «aveva “gestito” come propri degli oggetti che si trovavano in Rignano Sull’Arno, quando», sottolinea il giudice, «avrebbero dovuto trovarsi a Roma, nel caveau dedicato alla loro custodia». Quindi la Anselmo conclude: «Definitivamente si ritiene che i due articoli non realizzino condotte diffamatorie dell’onore e della reputazione degli attori».
La causa è stata chiusa dopo la rinuncia all’appello degli attori a fronte della rinuncia del quotidiano a chiedere le spese legali liquidate in sentenza.
Definitiva anche l’assoluzione per cinque articoli firmati da chi scrive e per uno di Franco Bechis, tutti scoop su vicende riguardanti i collegamenti tra Tiziano Renzi e alcuni dei soggetti coinvolti nelle vicende di Banca Etruria. Erano apparsi su Libero e l’avvocato che ci ha difeso con successo è stato Luca Lo Giudice.
A chiamarci in causa è stato proprio il babbo e il giudice Massimo Donnarumma ha respinto le doglianze del genitore.
«Il diritto di critica, a differenza del diritto di cronaca, consente l’utilizzo di un linguaggio sicuramente più pungente ed incisivo» puntualizza la toga, basta che «i fatti ed i comportamenti posti a fondamento dell’interpretazione necessariamente soggettiva siano veritieri o verosimili». Cosa che sarebbe accaduta.
Gli avvocati del babbo si sono lamentati anche di questa frase: «È proprio vero che nel magico mondo di Renzi la commistione tra amicizia, politica e affari è quasi un marchio di fabbrica». Ma questo commento per il giudice «non assume una connotazione di illiceità, non rinvenendosi un superamento dei limiti della critica politica» e il giornalista, legittimamente «non condivide e critica “la commistione” cui fa riferimento». Così la proposizione non è altro che «il compendio di quanto è stato precedentemente narrato e delle relazioni societarie descritte».
Il giudice specifica anche che «ciò che distingue la critica dall’insulto è la mancanza di gratuità del giudizio negativo, in quanto l’opinione sfavorevole, per essere legittima, deve essere, in qualche modo, giustificata da un ragionamento, deve esser motivata». Cosa che sarebbe accaduta. Infatti anche taluni giudizi «fortemente critici rispetto» a Tiziano Renzi sono «pur sempre espressioni argomentate» e non debordano «nell’offesa o nell’insulto». In conclusione la toga non rileva nei nostri servizi alcuna «campagna di stampa diffamatoria» e «i collegamenti» che abbiamo fatto «tra Tiziano Renzi ed imprenditori sottoposti ad indagini» sono in sé una «circostanza neutra».
Quanto alle «allusioni» del faccendiere Flavio Carboni, recentemente scomparso, sui «rapporti» tra l’allora coindagato Valeriano Mureddu, Renzi senior e Pier Luigi Boschi, per il giudice sono state «correttamente virgolettate e pronunciate dal soggetto intervistato» e «il giornalista si è astenuto dal commentarle, limitandosi a riportarne pedissequamente il contenuto».
Alla fine delle 12 pagine della sentenza il giudice ha respinto la richiesta di 300.000 euro di risarcimento e ha condannato Tiziano Renzi al pagamento delle spese di lite, liquidate in 12.670 euro, oltre alle spese generali, a Iva e Cpa.
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Italia viva, Pd e centrodestra votano per il conflitto di attribuzione. Sui messaggi usati nell’inchiesta Open deciderà la Consulta. L’attacco del senatore semplice: «Non si può violentare la vita delle persone».Il giudice dà torto ad Andrea Conticini e alla moglie Matilde, sorella dell’ex premier, per i nostri articoli sui regali di Stato finiti a Rignano. Sconfitto pure babbo Tiziano.Lo speciale contiene due articoliNell’ottavo anniversario della sua nomina a presidente del Consiglio, ieri, Matteo Renzi si è goduto una giornata di grandi soddisfazioni, vissuta con il piglio del padre costituente. Il Senato doveva decidere se sollevare davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzioni per l’utilizzo di comunicazioni Whatsapp di Renzi da parte della Procura di Firenze senza la previa autorizzazione di Palazzo Madama. E l’Aula ha dato un netto responso favorevole all’ex premier con 167 sì e 76 no. Al fianco del fu Rottamatore il centrodestra e anche il Pd di Enrico Letta che ha visto spaccato l’asse con il Movimento 5 stelle e Leu. Un altro regalo per Renzi. Che, per quanto riguarda l’inchiesta Open, in attesa dell’udienza preliminare, ha già incassato cinque sentenze favorevoli della Cassazione sull’illegittimità dei sequestri. Un filotto a cui manca solo l’iscrizione per abuso d’ufficio a Genova dei magistrati che lo accusano di finanziamento illecito. Ma anche questo risultato sembra alla portata, dopo la presentazione da parte dello stesso leader di Italia viva di una denuncia contro i suoi accusatori, Giuseppe Creazzo, Luca Turco e Antonino Nastasi. Ieri, in modo sibillino, il procuratore facente funzioni del capoluogo ligure, Francesco Pinto, ci ha detto: «Se abbiamo fatto le iscrizioni? Formalmente non ancora. Siamo ancora in fase di identificazione». L’altro ieri Renzi aveva annunciato: «Sto preparando un intervento dei miei, di quelli che restano. Farò tremare il Senato!». Non ne ha avuto bisogno. Ha fatto un discorso meno infervorato e sguaiato del solito, quasi da uomo delle istituzioni. Non era più quello del 2019, quello che intervenne in Aula dopo le perquisizioni a carico dei suoi finanziatori e dei suoi collaboratori. Ieri è stato quasi serafico. E anche gli applausi sono stati contenuti. Ha recitato la sua parte sapendo di avere quasi in tasca la vittoria contro i pm che ritengono che i milioni di euro inviati a Open siano un finanziamento non dichiarato diretto proprio e solo a lui, al politico Matteo Renzi e non alla sua fondazione. Certo ai pm il senatore non ha risparmiato attacchi, ma questa volta non è sceso sul piano personale, forse per non sentirsi dare dell’eversore. Per lui il voto sul conflitto di attribuzioni non aveva niente a che vedere con la sua posizione di imputato, con la Leopolda o la fondazione. Concetto che ha ribadito più volte. «Oggi non parliamo di me, parliamo di noi, di voi. […] parliamo di Costituzione» ha spiegato ai colleghi, ergendosi a difensore delle guarentigie dei parlamentari. Ha giocato come il gatto con il topo: «Si vergogni chi pensa che qui stiamo attaccando la magistratura. Noi stiamo rispettando la magistratura al punto da citare la Corte di cassazione». Ha ricordato che per gli ermellini durante l’indagine ci sarebbe stato «un inutile sacrificio di diritti» e «una non consentita funzione esplorativa», la cosiddetta «pesca a strascico». Ha rivendicato che tutti i denari destinati alla fondazione sono arrivati tramite bonifici, in modo trasparente. Ha riaffermato un suo vecchio cavallo di battaglia: «L’indagine qui non è sui soldi, l’indagine qui è su che cosa è un partito e su cosa non lo è». Per lui la situazione è peggiore che durante Tangentopoli: allora interrogavano i tesorieri, adesso i pm «si determinano come i nuovi segretari organizzativi perché forse i partiti non sono più messi bene come prima».Ha evidenziato, con una punta di malizia, che l’accusa punta sulla testimonianza di alcuni suoi ex colleghi del Pd, mentre la difesa sfodera le sentenze della Cassazione. Ha ribadito che la legge deve essere uguale per tutti e che quindi la sua denuncia a Genova non è un atto «eversivo», bensì un richiamo al rispetto delle norme da parte dei «custodi della legge» che, come i politici, non hanno diritto all’«impunità».Mentre spiegava che il punto della questione non è il fatto che la sua sfera personale sia stata data «in pasto» ai giornali e non solo, dalle lettere personali (come quella di babbo Tiziano) al conto corrente, ha, però, gridato che «non è consentito a nessuno di violentare la vita delle altre persone». Ha definito il mondo dei media «corresponsabile» della Guerra dei trent’anni tra politica e magistratura, soprattutto quando per la presunta «gazzetta della Procura», «la velina» dei pm «vale più della sentenza della Cassazione».L’attacco ai magistrati fiorentini è andato avanti: «Si ritengono depositari di una imprecisata verità fattuale, sostituti del potere politico nell’organizzazione delle forme della politica, ispiratori di articoli, commenti e veline, ma addirittura si ritengono padri e madri costituenti pronti a disattendere il dettato costituzionale». Poi ha giurato di non voler scappare dal processo, perché in aula andrà «a testa alta», udienza dopo udienza, a dire che «siamo di fronte a uno scandalo». La sua richiesta di sollevare il conflitto di attribuzioni avrebbe un unico obiettivo, quello di ribadire che son reato «rubare», «l’abuso d’ufficio», «non rispettare la Costituzione», «violare il segreto istruttorio», «diffamare», mentre non lo è «fare politica». In sostanza i mariuoli sono i pm di Firenze e alcuni giornalisti, non i politici, non lui. Che continua «a difendere l’idea che la politica non faccia schifo» e che intende combattere i populisti politici, ma soprattutto «coloro i quali che violano le regole della Costituzione perché pensano di fare paura a chi invece paura non ha». Per capire a chi si riferisca, citofonare Procura di Firenze.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riesce-lassalto-di-renzi-contro-i-pm-laula-si-schiera-col-fu-rottamatore-2656771673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-la-famiglia-perde-in-tribunale" data-post-id="2656771673" data-published-at="1645573493" data-use-pagination="False"> Ma la famiglia perde in tribunale Quando la magistratura serve a mettere la mordacchia ai giornalisti i Renzi le si rivolgono fiduciosi. Qualche volta vincono. Ma ultimamente capita che perdano. Come è successo in due cause collegate a ben otto articoli di nostri giornalisti. A dicembre La Verità, assistita dall’avvocato Claudio Mangiafico, ha vinto un’importante causa in primo grado contro Andrea Conticini e la moglie Matilde Renzi (sorella di Matteo), per due articoli a firma Giacomo Amadori e Paolo Sebastiani in cui avevamo raccontato di come i regali ricevuti dal fu Rottamatore nella sua veste di presidente del Consiglio fossero stati trasferiti nel capannone di famiglia a Rignano sull’Arno e, forse, alcuni pezzi, nell’appartamento soprastante, quello dei due coniugi. A dicembre il giudice Liliana Anselmo ha condannato i due coniugi al pagamento delle spese di lite: 3.000 euro, oltre a Iva, cassa di previdenza avvocati e al 15 % per spese generali e rimborso spese vive se dovute. Si legge nella sentenza: «L’espressione utilizzata dai giornalisti circa la presenza di tali oggetti (preziosi o anche no) presso l’abitazione degli attori è “dubitativa” (sarebbero)» e «risulta essere proporzionata e misurata, non violenta né degradante, restando confinata nell’ambito del concetto di continenza». Inoltre la toga evidenzia come sui fatti descritti sia «stata aperta un’indagine conoscitiva interna di Palazzo Chigi». Nella sentenza è ricostruito anche il passaggio di mano di alcuni regali: «Gli attori (i coniugi, ndr) non hanno negato che determinati oggetti, ricevuti dall’allora premier Matteo Renzi come omaggi di Stato, siano stati custoditi in un luogo diverso dal caveau romano» e cioè a casa di un pensionato fiorentino, «sol perché la sua collaboratrice domestica li aveva a sua volta ottenuti da suo marito, signor Ravasio», un dipendente dei Renzi, «che, a sua volta, li aveva ottenuti da un componente della famiglia» del fu Rottamatore. Conticini e Matilde Renzi nel giudizio «non contestano, anzi sostengono […] che in effetti il signor Ravasio», sottoposto per questo a una contestazione di illecito disciplinare, «aveva “gestito” come propri degli oggetti che si trovavano in Rignano Sull’Arno, quando», sottolinea il giudice, «avrebbero dovuto trovarsi a Roma, nel caveau dedicato alla loro custodia». Quindi la Anselmo conclude: «Definitivamente si ritiene che i due articoli non realizzino condotte diffamatorie dell’onore e della reputazione degli attori». La causa è stata chiusa dopo la rinuncia all’appello degli attori a fronte della rinuncia del quotidiano a chiedere le spese legali liquidate in sentenza. Definitiva anche l’assoluzione per cinque articoli firmati da chi scrive e per uno di Franco Bechis, tutti scoop su vicende riguardanti i collegamenti tra Tiziano Renzi e alcuni dei soggetti coinvolti nelle vicende di Banca Etruria. Erano apparsi su Libero e l’avvocato che ci ha difeso con successo è stato Luca Lo Giudice. A chiamarci in causa è stato proprio il babbo e il giudice Massimo Donnarumma ha respinto le doglianze del genitore. «Il diritto di critica, a differenza del diritto di cronaca, consente l’utilizzo di un linguaggio sicuramente più pungente ed incisivo» puntualizza la toga, basta che «i fatti ed i comportamenti posti a fondamento dell’interpretazione necessariamente soggettiva siano veritieri o verosimili». Cosa che sarebbe accaduta. Gli avvocati del babbo si sono lamentati anche di questa frase: «È proprio vero che nel magico mondo di Renzi la commistione tra amicizia, politica e affari è quasi un marchio di fabbrica». Ma questo commento per il giudice «non assume una connotazione di illiceità, non rinvenendosi un superamento dei limiti della critica politica» e il giornalista, legittimamente «non condivide e critica “la commistione” cui fa riferimento». Così la proposizione non è altro che «il compendio di quanto è stato precedentemente narrato e delle relazioni societarie descritte». Il giudice specifica anche che «ciò che distingue la critica dall’insulto è la mancanza di gratuità del giudizio negativo, in quanto l’opinione sfavorevole, per essere legittima, deve essere, in qualche modo, giustificata da un ragionamento, deve esser motivata». Cosa che sarebbe accaduta. Infatti anche taluni giudizi «fortemente critici rispetto» a Tiziano Renzi sono «pur sempre espressioni argomentate» e non debordano «nell’offesa o nell’insulto». In conclusione la toga non rileva nei nostri servizi alcuna «campagna di stampa diffamatoria» e «i collegamenti» che abbiamo fatto «tra Tiziano Renzi ed imprenditori sottoposti ad indagini» sono in sé una «circostanza neutra». Quanto alle «allusioni» del faccendiere Flavio Carboni, recentemente scomparso, sui «rapporti» tra l’allora coindagato Valeriano Mureddu, Renzi senior e Pier Luigi Boschi, per il giudice sono state «correttamente virgolettate e pronunciate dal soggetto intervistato» e «il giornalista si è astenuto dal commentarle, limitandosi a riportarne pedissequamente il contenuto». Alla fine delle 12 pagine della sentenza il giudice ha respinto la richiesta di 300.000 euro di risarcimento e ha condannato Tiziano Renzi al pagamento delle spese di lite, liquidate in 12.670 euro, oltre alle spese generali, a Iva e Cpa.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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