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2022-02-23
Riesce l’assalto di Renzi contro i pm. L’Aula si schiera col fu Rottamatore
Matteo Renzi (Ansa)
Nell’ottavo anniversario della sua nomina a presidente del Consiglio, ieri, Matteo Renzi si è goduto una giornata di grandi soddisfazioni, vissuta con il piglio del padre costituente.
Il Senato doveva decidere se sollevare davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzioni per l’utilizzo di comunicazioni Whatsapp di Renzi da parte della Procura di Firenze senza la previa autorizzazione di Palazzo Madama. E l’Aula ha dato un netto responso favorevole all’ex premier con 167 sì e 76 no. Al fianco del fu Rottamatore il centrodestra e anche il Pd di Enrico Letta che ha visto spaccato l’asse con il Movimento 5 stelle e Leu. Un altro regalo per Renzi. Che, per quanto riguarda l’inchiesta Open, in attesa dell’udienza preliminare, ha già incassato cinque sentenze favorevoli della Cassazione sull’illegittimità dei sequestri. Un filotto a cui manca solo l’iscrizione per abuso d’ufficio a Genova dei magistrati che lo accusano di finanziamento illecito.
Ma anche questo risultato sembra alla portata, dopo la presentazione da parte dello stesso leader di Italia viva di una denuncia contro i suoi accusatori, Giuseppe Creazzo, Luca Turco e Antonino Nastasi. Ieri, in modo sibillino, il procuratore facente funzioni del capoluogo ligure, Francesco Pinto, ci ha detto: «Se abbiamo fatto le iscrizioni? Formalmente non ancora. Siamo ancora in fase di identificazione».
L’altro ieri Renzi aveva annunciato: «Sto preparando un intervento dei miei, di quelli che restano. Farò tremare il Senato!».
Non ne ha avuto bisogno. Ha fatto un discorso meno infervorato e sguaiato del solito, quasi da uomo delle istituzioni. Non era più quello del 2019, quello che intervenne in Aula dopo le perquisizioni a carico dei suoi finanziatori e dei suoi collaboratori. Ieri è stato quasi serafico. E anche gli applausi sono stati contenuti.
Ha recitato la sua parte sapendo di avere quasi in tasca la vittoria contro i pm che ritengono che i milioni di euro inviati a Open siano un finanziamento non dichiarato diretto proprio e solo a lui, al politico Matteo Renzi e non alla sua fondazione.
Certo ai pm il senatore non ha risparmiato attacchi, ma questa volta non è sceso sul piano personale, forse per non sentirsi dare dell’eversore. Per lui il voto sul conflitto di attribuzioni non aveva niente a che vedere con la sua posizione di imputato, con la Leopolda o la fondazione. Concetto che ha ribadito più volte. «Oggi non parliamo di me, parliamo di noi, di voi. […] parliamo di Costituzione» ha spiegato ai colleghi, ergendosi a difensore delle guarentigie dei parlamentari.
Ha giocato come il gatto con il topo: «Si vergogni chi pensa che qui stiamo attaccando la magistratura. Noi stiamo rispettando la magistratura al punto da citare la Corte di cassazione». Ha ricordato che per gli ermellini durante l’indagine ci sarebbe stato «un inutile sacrificio di diritti» e «una non consentita funzione esplorativa», la cosiddetta «pesca a strascico». Ha rivendicato che tutti i denari destinati alla fondazione sono arrivati tramite bonifici, in modo trasparente. Ha riaffermato un suo vecchio cavallo di battaglia: «L’indagine qui non è sui soldi, l’indagine qui è su che cosa è un partito e su cosa non lo è». Per lui la situazione è peggiore che durante Tangentopoli: allora interrogavano i tesorieri, adesso i pm «si determinano come i nuovi segretari organizzativi perché forse i partiti non sono più messi bene come prima».
Ha evidenziato, con una punta di malizia, che l’accusa punta sulla testimonianza di alcuni suoi ex colleghi del Pd, mentre la difesa sfodera le sentenze della Cassazione. Ha ribadito che la legge deve essere uguale per tutti e che quindi la sua denuncia a Genova non è un atto «eversivo», bensì un richiamo al rispetto delle norme da parte dei «custodi della legge» che, come i politici, non hanno diritto all’«impunità».
Mentre spiegava che il punto della questione non è il fatto che la sua sfera personale sia stata data «in pasto» ai giornali e non solo, dalle lettere personali (come quella di babbo Tiziano) al conto corrente, ha, però, gridato che «non è consentito a nessuno di violentare la vita delle altre persone». Ha definito il mondo dei media «corresponsabile» della Guerra dei trent’anni tra politica e magistratura, soprattutto quando per la presunta «gazzetta della Procura», «la velina» dei pm «vale più della sentenza della Cassazione».
L’attacco ai magistrati fiorentini è andato avanti: «Si ritengono depositari di una imprecisata verità fattuale, sostituti del potere politico nell’organizzazione delle forme della politica, ispiratori di articoli, commenti e veline, ma addirittura si ritengono padri e madri costituenti pronti a disattendere il dettato costituzionale». Poi ha giurato di non voler scappare dal processo, perché in aula andrà «a testa alta», udienza dopo udienza, a dire che «siamo di fronte a uno scandalo». La sua richiesta di sollevare il conflitto di attribuzioni avrebbe un unico obiettivo, quello di ribadire che son reato «rubare», «l’abuso d’ufficio», «non rispettare la Costituzione», «violare il segreto istruttorio», «diffamare», mentre non lo è «fare politica». In sostanza i mariuoli sono i pm di Firenze e alcuni giornalisti, non i politici, non lui. Che continua «a difendere l’idea che la politica non faccia schifo» e che intende combattere i populisti politici, ma soprattutto «coloro i quali che violano le regole della Costituzione perché pensano di fare paura a chi invece paura non ha». Per capire a chi si riferisca, citofonare Procura di Firenze.
Ma la famiglia perde in tribunale
Quando la magistratura serve a mettere la mordacchia ai giornalisti i Renzi le si rivolgono fiduciosi. Qualche volta vincono. Ma ultimamente capita che perdano. Come è successo in due cause collegate a ben otto articoli di nostri giornalisti. A dicembre La Verità, assistita dall’avvocato Claudio Mangiafico, ha vinto un’importante causa in primo grado contro Andrea Conticini e la moglie Matilde Renzi (sorella di Matteo), per due articoli a firma Giacomo Amadori e Paolo Sebastiani in cui avevamo raccontato di come i regali ricevuti dal fu Rottamatore nella sua veste di presidente del Consiglio fossero stati trasferiti nel capannone di famiglia a Rignano sull’Arno e, forse, alcuni pezzi, nell’appartamento soprastante, quello dei due coniugi.
A dicembre il giudice Liliana Anselmo ha condannato i due coniugi al pagamento delle spese di lite: 3.000 euro, oltre a Iva, cassa di previdenza avvocati e al 15 % per spese generali e rimborso spese vive se dovute.
Si legge nella sentenza: «L’espressione utilizzata dai giornalisti circa la presenza di tali oggetti (preziosi o anche no) presso l’abitazione degli attori è “dubitativa” (sarebbero)» e «risulta essere proporzionata e misurata, non violenta né degradante, restando confinata nell’ambito del concetto di continenza». Inoltre la toga evidenzia come sui fatti descritti sia «stata aperta un’indagine conoscitiva interna di Palazzo Chigi».
Nella sentenza è ricostruito anche il passaggio di mano di alcuni regali: «Gli attori (i coniugi, ndr) non hanno negato che determinati oggetti, ricevuti dall’allora premier Matteo Renzi come omaggi di Stato, siano stati custoditi in un luogo diverso dal caveau romano» e cioè a casa di un pensionato fiorentino, «sol perché la sua collaboratrice domestica li aveva a sua volta ottenuti da suo marito, signor Ravasio», un dipendente dei Renzi, «che, a sua volta, li aveva ottenuti da un componente della famiglia» del fu Rottamatore.
Conticini e Matilde Renzi nel giudizio «non contestano, anzi sostengono […] che in effetti il signor Ravasio», sottoposto per questo a una contestazione di illecito disciplinare, «aveva “gestito” come propri degli oggetti che si trovavano in Rignano Sull’Arno, quando», sottolinea il giudice, «avrebbero dovuto trovarsi a Roma, nel caveau dedicato alla loro custodia». Quindi la Anselmo conclude: «Definitivamente si ritiene che i due articoli non realizzino condotte diffamatorie dell’onore e della reputazione degli attori».
La causa è stata chiusa dopo la rinuncia all’appello degli attori a fronte della rinuncia del quotidiano a chiedere le spese legali liquidate in sentenza.
Definitiva anche l’assoluzione per cinque articoli firmati da chi scrive e per uno di Franco Bechis, tutti scoop su vicende riguardanti i collegamenti tra Tiziano Renzi e alcuni dei soggetti coinvolti nelle vicende di Banca Etruria. Erano apparsi su Libero e l’avvocato che ci ha difeso con successo è stato Luca Lo Giudice.
A chiamarci in causa è stato proprio il babbo e il giudice Massimo Donnarumma ha respinto le doglianze del genitore.
«Il diritto di critica, a differenza del diritto di cronaca, consente l’utilizzo di un linguaggio sicuramente più pungente ed incisivo» puntualizza la toga, basta che «i fatti ed i comportamenti posti a fondamento dell’interpretazione necessariamente soggettiva siano veritieri o verosimili». Cosa che sarebbe accaduta.
Gli avvocati del babbo si sono lamentati anche di questa frase: «È proprio vero che nel magico mondo di Renzi la commistione tra amicizia, politica e affari è quasi un marchio di fabbrica». Ma questo commento per il giudice «non assume una connotazione di illiceità, non rinvenendosi un superamento dei limiti della critica politica» e il giornalista, legittimamente «non condivide e critica “la commistione” cui fa riferimento». Così la proposizione non è altro che «il compendio di quanto è stato precedentemente narrato e delle relazioni societarie descritte».
Il giudice specifica anche che «ciò che distingue la critica dall’insulto è la mancanza di gratuità del giudizio negativo, in quanto l’opinione sfavorevole, per essere legittima, deve essere, in qualche modo, giustificata da un ragionamento, deve esser motivata». Cosa che sarebbe accaduta. Infatti anche taluni giudizi «fortemente critici rispetto» a Tiziano Renzi sono «pur sempre espressioni argomentate» e non debordano «nell’offesa o nell’insulto». In conclusione la toga non rileva nei nostri servizi alcuna «campagna di stampa diffamatoria» e «i collegamenti» che abbiamo fatto «tra Tiziano Renzi ed imprenditori sottoposti ad indagini» sono in sé una «circostanza neutra».
Quanto alle «allusioni» del faccendiere Flavio Carboni, recentemente scomparso, sui «rapporti» tra l’allora coindagato Valeriano Mureddu, Renzi senior e Pier Luigi Boschi, per il giudice sono state «correttamente virgolettate e pronunciate dal soggetto intervistato» e «il giornalista si è astenuto dal commentarle, limitandosi a riportarne pedissequamente il contenuto».
Alla fine delle 12 pagine della sentenza il giudice ha respinto la richiesta di 300.000 euro di risarcimento e ha condannato Tiziano Renzi al pagamento delle spese di lite, liquidate in 12.670 euro, oltre alle spese generali, a Iva e Cpa.
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Italia viva, Pd e centrodestra votano per il conflitto di attribuzione. Sui messaggi usati nell’inchiesta Open deciderà la Consulta. L’attacco del senatore semplice: «Non si può violentare la vita delle persone».Il giudice dà torto ad Andrea Conticini e alla moglie Matilde, sorella dell’ex premier, per i nostri articoli sui regali di Stato finiti a Rignano. Sconfitto pure babbo Tiziano.Lo speciale contiene due articoliNell’ottavo anniversario della sua nomina a presidente del Consiglio, ieri, Matteo Renzi si è goduto una giornata di grandi soddisfazioni, vissuta con il piglio del padre costituente. Il Senato doveva decidere se sollevare davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzioni per l’utilizzo di comunicazioni Whatsapp di Renzi da parte della Procura di Firenze senza la previa autorizzazione di Palazzo Madama. E l’Aula ha dato un netto responso favorevole all’ex premier con 167 sì e 76 no. Al fianco del fu Rottamatore il centrodestra e anche il Pd di Enrico Letta che ha visto spaccato l’asse con il Movimento 5 stelle e Leu. Un altro regalo per Renzi. Che, per quanto riguarda l’inchiesta Open, in attesa dell’udienza preliminare, ha già incassato cinque sentenze favorevoli della Cassazione sull’illegittimità dei sequestri. Un filotto a cui manca solo l’iscrizione per abuso d’ufficio a Genova dei magistrati che lo accusano di finanziamento illecito. Ma anche questo risultato sembra alla portata, dopo la presentazione da parte dello stesso leader di Italia viva di una denuncia contro i suoi accusatori, Giuseppe Creazzo, Luca Turco e Antonino Nastasi. Ieri, in modo sibillino, il procuratore facente funzioni del capoluogo ligure, Francesco Pinto, ci ha detto: «Se abbiamo fatto le iscrizioni? Formalmente non ancora. Siamo ancora in fase di identificazione». L’altro ieri Renzi aveva annunciato: «Sto preparando un intervento dei miei, di quelli che restano. Farò tremare il Senato!». Non ne ha avuto bisogno. Ha fatto un discorso meno infervorato e sguaiato del solito, quasi da uomo delle istituzioni. Non era più quello del 2019, quello che intervenne in Aula dopo le perquisizioni a carico dei suoi finanziatori e dei suoi collaboratori. Ieri è stato quasi serafico. E anche gli applausi sono stati contenuti. Ha recitato la sua parte sapendo di avere quasi in tasca la vittoria contro i pm che ritengono che i milioni di euro inviati a Open siano un finanziamento non dichiarato diretto proprio e solo a lui, al politico Matteo Renzi e non alla sua fondazione. Certo ai pm il senatore non ha risparmiato attacchi, ma questa volta non è sceso sul piano personale, forse per non sentirsi dare dell’eversore. Per lui il voto sul conflitto di attribuzioni non aveva niente a che vedere con la sua posizione di imputato, con la Leopolda o la fondazione. Concetto che ha ribadito più volte. «Oggi non parliamo di me, parliamo di noi, di voi. […] parliamo di Costituzione» ha spiegato ai colleghi, ergendosi a difensore delle guarentigie dei parlamentari. Ha giocato come il gatto con il topo: «Si vergogni chi pensa che qui stiamo attaccando la magistratura. Noi stiamo rispettando la magistratura al punto da citare la Corte di cassazione». Ha ricordato che per gli ermellini durante l’indagine ci sarebbe stato «un inutile sacrificio di diritti» e «una non consentita funzione esplorativa», la cosiddetta «pesca a strascico». Ha rivendicato che tutti i denari destinati alla fondazione sono arrivati tramite bonifici, in modo trasparente. Ha riaffermato un suo vecchio cavallo di battaglia: «L’indagine qui non è sui soldi, l’indagine qui è su che cosa è un partito e su cosa non lo è». Per lui la situazione è peggiore che durante Tangentopoli: allora interrogavano i tesorieri, adesso i pm «si determinano come i nuovi segretari organizzativi perché forse i partiti non sono più messi bene come prima».Ha evidenziato, con una punta di malizia, che l’accusa punta sulla testimonianza di alcuni suoi ex colleghi del Pd, mentre la difesa sfodera le sentenze della Cassazione. Ha ribadito che la legge deve essere uguale per tutti e che quindi la sua denuncia a Genova non è un atto «eversivo», bensì un richiamo al rispetto delle norme da parte dei «custodi della legge» che, come i politici, non hanno diritto all’«impunità».Mentre spiegava che il punto della questione non è il fatto che la sua sfera personale sia stata data «in pasto» ai giornali e non solo, dalle lettere personali (come quella di babbo Tiziano) al conto corrente, ha, però, gridato che «non è consentito a nessuno di violentare la vita delle altre persone». Ha definito il mondo dei media «corresponsabile» della Guerra dei trent’anni tra politica e magistratura, soprattutto quando per la presunta «gazzetta della Procura», «la velina» dei pm «vale più della sentenza della Cassazione».L’attacco ai magistrati fiorentini è andato avanti: «Si ritengono depositari di una imprecisata verità fattuale, sostituti del potere politico nell’organizzazione delle forme della politica, ispiratori di articoli, commenti e veline, ma addirittura si ritengono padri e madri costituenti pronti a disattendere il dettato costituzionale». Poi ha giurato di non voler scappare dal processo, perché in aula andrà «a testa alta», udienza dopo udienza, a dire che «siamo di fronte a uno scandalo». La sua richiesta di sollevare il conflitto di attribuzioni avrebbe un unico obiettivo, quello di ribadire che son reato «rubare», «l’abuso d’ufficio», «non rispettare la Costituzione», «violare il segreto istruttorio», «diffamare», mentre non lo è «fare politica». In sostanza i mariuoli sono i pm di Firenze e alcuni giornalisti, non i politici, non lui. Che continua «a difendere l’idea che la politica non faccia schifo» e che intende combattere i populisti politici, ma soprattutto «coloro i quali che violano le regole della Costituzione perché pensano di fare paura a chi invece paura non ha». Per capire a chi si riferisca, citofonare Procura di Firenze.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riesce-lassalto-di-renzi-contro-i-pm-laula-si-schiera-col-fu-rottamatore-2656771673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-la-famiglia-perde-in-tribunale" data-post-id="2656771673" data-published-at="1645573493" data-use-pagination="False"> Ma la famiglia perde in tribunale Quando la magistratura serve a mettere la mordacchia ai giornalisti i Renzi le si rivolgono fiduciosi. Qualche volta vincono. Ma ultimamente capita che perdano. Come è successo in due cause collegate a ben otto articoli di nostri giornalisti. A dicembre La Verità, assistita dall’avvocato Claudio Mangiafico, ha vinto un’importante causa in primo grado contro Andrea Conticini e la moglie Matilde Renzi (sorella di Matteo), per due articoli a firma Giacomo Amadori e Paolo Sebastiani in cui avevamo raccontato di come i regali ricevuti dal fu Rottamatore nella sua veste di presidente del Consiglio fossero stati trasferiti nel capannone di famiglia a Rignano sull’Arno e, forse, alcuni pezzi, nell’appartamento soprastante, quello dei due coniugi. A dicembre il giudice Liliana Anselmo ha condannato i due coniugi al pagamento delle spese di lite: 3.000 euro, oltre a Iva, cassa di previdenza avvocati e al 15 % per spese generali e rimborso spese vive se dovute. Si legge nella sentenza: «L’espressione utilizzata dai giornalisti circa la presenza di tali oggetti (preziosi o anche no) presso l’abitazione degli attori è “dubitativa” (sarebbero)» e «risulta essere proporzionata e misurata, non violenta né degradante, restando confinata nell’ambito del concetto di continenza». Inoltre la toga evidenzia come sui fatti descritti sia «stata aperta un’indagine conoscitiva interna di Palazzo Chigi». Nella sentenza è ricostruito anche il passaggio di mano di alcuni regali: «Gli attori (i coniugi, ndr) non hanno negato che determinati oggetti, ricevuti dall’allora premier Matteo Renzi come omaggi di Stato, siano stati custoditi in un luogo diverso dal caveau romano» e cioè a casa di un pensionato fiorentino, «sol perché la sua collaboratrice domestica li aveva a sua volta ottenuti da suo marito, signor Ravasio», un dipendente dei Renzi, «che, a sua volta, li aveva ottenuti da un componente della famiglia» del fu Rottamatore. Conticini e Matilde Renzi nel giudizio «non contestano, anzi sostengono […] che in effetti il signor Ravasio», sottoposto per questo a una contestazione di illecito disciplinare, «aveva “gestito” come propri degli oggetti che si trovavano in Rignano Sull’Arno, quando», sottolinea il giudice, «avrebbero dovuto trovarsi a Roma, nel caveau dedicato alla loro custodia». Quindi la Anselmo conclude: «Definitivamente si ritiene che i due articoli non realizzino condotte diffamatorie dell’onore e della reputazione degli attori». La causa è stata chiusa dopo la rinuncia all’appello degli attori a fronte della rinuncia del quotidiano a chiedere le spese legali liquidate in sentenza. Definitiva anche l’assoluzione per cinque articoli firmati da chi scrive e per uno di Franco Bechis, tutti scoop su vicende riguardanti i collegamenti tra Tiziano Renzi e alcuni dei soggetti coinvolti nelle vicende di Banca Etruria. Erano apparsi su Libero e l’avvocato che ci ha difeso con successo è stato Luca Lo Giudice. A chiamarci in causa è stato proprio il babbo e il giudice Massimo Donnarumma ha respinto le doglianze del genitore. «Il diritto di critica, a differenza del diritto di cronaca, consente l’utilizzo di un linguaggio sicuramente più pungente ed incisivo» puntualizza la toga, basta che «i fatti ed i comportamenti posti a fondamento dell’interpretazione necessariamente soggettiva siano veritieri o verosimili». Cosa che sarebbe accaduta. Gli avvocati del babbo si sono lamentati anche di questa frase: «È proprio vero che nel magico mondo di Renzi la commistione tra amicizia, politica e affari è quasi un marchio di fabbrica». Ma questo commento per il giudice «non assume una connotazione di illiceità, non rinvenendosi un superamento dei limiti della critica politica» e il giornalista, legittimamente «non condivide e critica “la commistione” cui fa riferimento». Così la proposizione non è altro che «il compendio di quanto è stato precedentemente narrato e delle relazioni societarie descritte». Il giudice specifica anche che «ciò che distingue la critica dall’insulto è la mancanza di gratuità del giudizio negativo, in quanto l’opinione sfavorevole, per essere legittima, deve essere, in qualche modo, giustificata da un ragionamento, deve esser motivata». Cosa che sarebbe accaduta. Infatti anche taluni giudizi «fortemente critici rispetto» a Tiziano Renzi sono «pur sempre espressioni argomentate» e non debordano «nell’offesa o nell’insulto». In conclusione la toga non rileva nei nostri servizi alcuna «campagna di stampa diffamatoria» e «i collegamenti» che abbiamo fatto «tra Tiziano Renzi ed imprenditori sottoposti ad indagini» sono in sé una «circostanza neutra». Quanto alle «allusioni» del faccendiere Flavio Carboni, recentemente scomparso, sui «rapporti» tra l’allora coindagato Valeriano Mureddu, Renzi senior e Pier Luigi Boschi, per il giudice sono state «correttamente virgolettate e pronunciate dal soggetto intervistato» e «il giornalista si è astenuto dal commentarle, limitandosi a riportarne pedissequamente il contenuto». Alla fine delle 12 pagine della sentenza il giudice ha respinto la richiesta di 300.000 euro di risarcimento e ha condannato Tiziano Renzi al pagamento delle spese di lite, liquidate in 12.670 euro, oltre alle spese generali, a Iva e Cpa.
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
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«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
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