Nel suo ultimo libro I servizi segreti e la guerra lei parla di «fallimento dell’intelligence».
«Ci hanno raccontato, dalla caduta del Muro in poi, dall’Iraq all’Afghanistan, che la guerra si combatte con l’intelligence. In realtà i servizi, la guerra dovrebbero anzitutto prevenirla. E questo non sta più accadendo. I servizi segreti, nel mondo, sono diventati lo specchio di una classe politica inaffidabile. E hanno totalmente fallito. Tutti. Chi più, chi meno».
A cosa si riferisce?
«In Ucraina è scoppiata la più grande guerra europea dal ’45. A Gaza c’è il più lungo conflitto della storia, con il rischio di un secondo conflitto, tra Israele e Turchia. E nel novero delle débâcle aggiungo anche la pandemia del Covid, che è stata una “guerra” in qualche modo prevedibile, a cui nessuno era preparato. Tre eventi senza precedenti, per disinnescare i quali nulla è stato approntato, nulla è stato predisposto».
Nemmeno in Ucraina?
«I servizi hanno fallito nel loro compito principale, si sono concentrati tutti nelle proprie specialità. I russi hanno martellato sulla guerra psicologica contro l’Europa, gli americani si sono concentrati sulla logistica, versando a Kiev un fiume di armamenti, ma senza alcuna prospettiva politica. Di fatto, gli americani considerano la guerra in Ucraina come un fastidioso grattacapo che li distrae dallo scontro vero: quello con la Cina».
Intanto proseguono le trattative a tre, Trump-Putin-Zelensky. L’accordo sembra a un passo. Quale sarà il punto d’arrivo?
«La Russia sta vincendo la “piccola guerra” con l’Ucraina, e otterrà probabilmente delle concessioni territoriali, a partire dal Donbass. Ma sta perdendo la “grande guerra”, quella che riguarda la sua posizione nell’ordine mondiale».
Quale sarebbe questa grande guerra?
«Ottenere un riconoscimento mondiale come potenza globale, in un nuovo equilibrio tripolare: Russia, Cina e Usa, tutte e tre sullo stesso piano. L’Ucraina doveva essere un mezzo per arrivare a questo fine, con un’annessione, o con l’installazione di un uomo di fiducia di Putin a Kiev. Una squillante vittoria in Ucraina avrebbe reso chiaro a tutti che la Russia è nel club delle superpotenze. E anche lo “Stato profondo” russo condivide questo sentimento sciovinista».
Sta andando diversamente?
«Questa operazione, al momento, sembra fallita. E al momento la Russia, lungi dall’essere la terza potenza alla guida del mondo, sembra più l’assistente in seconda della Cina».
Putin avanzerà pretese in futuro su altre latitudini, come paventa qualcuno?
«Pensare che il progetto di Putin sia quello di estendersi fino a Lisbona o Londra è una sciocchezza. Se anche volessero, non potrebbero: gli manca il fiato per farlo. Gli arsenali sono scarichi, e le condizioni economiche del Paese non sono buone».
Un crac russo alle porte?
«Non dico questo, perché sono processi lunghi, e Mosca dispone di riserve finanziarie occulte molto cospicue, che le hanno permesso di resistere finora».
E allora?
«Per Mosca il concetto di “sicurezza” coincide con la riunificazione del Russkij mir, cioè il grande spazio imperiale in cui nessuno deve mettere becco, una zona di influenza a cui i russi non rinunceranno mai. È questo il progetto strategico di Mosca in vista di un riconoscimento globale, anche se tutto ciò non significa necessariamente imbarcarsi in una nuova campagna militare».
Le prossime insidie, dunque?
«Più che una guerra convenzionale, temo una grande campagna di destabilizzazione, che può assumere le forme della guerra cyber. Mi preoccupa molto la presenza della Wagner in Africa, un continente che può scoppiare da un momento all’altro, con tutte le catastrofi migratorie che possiamo immaginare».
La leadership ucraina ha commesso errori?
«Sono riusciti a intuire le mosse dei russi, ma i loro servizi non dispongono di grandi mezzi materiali, e scontano il vizio, diciamo così, di spendere male i soldi. In aggiunta, i loro vertici politici hanno commesso l’errore di privilegiare fin dall’inizio il rapporto con gli Usa, impostando il problema solo sul piano militare, senza muoversi diplomaticamente né con l’Europa, né con la Cina».
Con quali risultati?
«Quando Biden ha lasciato lo scettro a Trump, si sono ritrovati spiazzati. Continuo ad essere dichiaratamente filo-ucraino, e considero Zelensky un uomo coraggioso. Ma sul piano politico, è un disastro. Non ha la formazione giusta né l’intuito necessario. In Ucraina non c’è una guerra dei buoni contro i cattivi. Semmai, la guerra è tra i cattivi e i pessimi».
La strada per la ricostruzione ucraina sarà complicata?
«Sarà difficile rimettere in piedi uno Stato con una superficie grande una volta e mezzo la Francia, ma con popolazione dimezzata, ridotta a 20 milioni di persone. Molti ucraini sono scappati, un po’ per paura, un po’ perché non vogliono arruolarsi».
I leader europei non fanno che lanciare appelli per prepararsi a un conflitto duraturo con la Russia. Una nuova cortina di ferro sembra calare sul vecchio continente. Almeno a parole.
«Il linguaggio militaresco di certi leader europei, obiettivamente, fa ridere. Le minacce psicologiche su Mosca non attecchiscono. In particolare, non funzionano le minacce che arrivano da un continente anagraficamente anziano, che certo non accetterà l’arruolamento dei pochi giovani rimasti».
Una difesa comune europea è pensabile?
«Difficile immaginare un’Europa che scende in guerra. Non siamo capaci nemmeno di allestire uno stato maggiore comune, figuriamoci stabilire una strategia condivisa».
E un servizio di informazioni coordinato?
«Meno che mai. Nessun servizio segreto nazionale sarebbe disposto a cedere informazioni a un Paese alleato. E il coordinamento delle informazioni, in teoria, è un passo indispensabile, nella difesa comune».
Quindi, è contrario al riarmo?
«Un riarmo è necessario, ma non così. Non disordinatamente, ognuno per conto proprio. Non comprando armi dagli Stati Uniti, ma semmai tentando di ricostruire quell’industria militare che abbiamo dissennatamente distrutto 30 anni fa. Le armi, ancor prima che a combattere, dovrebbero essere un mezzo per acquisire autonomia politica».
E la Nato?
«Di fatto, non esiste più da decenni, per mancanza di nemici. Ben prima di Trump, i presidenti democratici ritennero che il fronte atlantico non fosse più così decisivo. È l’Indopacifico la priorità: da tempo la posizione di India, Giappone e Nuova Zelanda, agli occhi degli americani, è più importante di quella europea nel suo complesso».
Qualcuno considera l’allargamento della Nato avvenuto in passato come una mossa ostile nei confronti di Mosca.
«Se “provocazione” c’è stata, fu del tutto involontaria, frutto di inconsapevolezza politica imperdonabile. Gli Stati Uniti hanno promosso un allargamento della Nato fondamentalmente per questioni commerciali, trascurando i contraccolpi politici che si sarebbero generati a Mosca. Nel contempo hanno commesso una serie di errori. Primo tra tutti, lasciare l’arsenale atomico a una Russia in ginocchio dopo la dissoluzione dell’Urss, e poi convincere l’Ucraina a cedere un pezzo di quell’arsenale a Mosca».
Uno sguardo a Washington?
«L’intelligence americana è confusa, perché confuso è il quadro politico negli Usa. Prima c’erano due tribù: quelli delle coste, e quelli degli Stati interni. Adesso le tribù sono almeno cinque: est, ovest, Stati centrali, il sud latino e cattolico, e il nord che vorrebbe annettersi al Canada. E nessuno riconosce l’altro come “americano”. La guerra civile non è più così improbabile. E il ritorno al potere di uno come Trump, non aiuta».
E l’Italia?
«Se avesse una classe politica presentabile, sia a destra che a sinistra, l’Italia potrebbe avere un ruolo cruciale come potenza culturale. Non è un aspetto da trascurare. Non esiste solo il potere militare ed economico, ma ad alcuni Paesi è riconosciuto un ruolo di agente di influenza, fondato su una storia di mediazione e autorevolezza. Se l’Italia raggiungesse questo traguardo, otterrebbe vantaggi straordinari».