La figura di Ignác Semmelweis si staglia come un presagio. Medico ungherese dell’Ottocento, nella clinica ostetrica di Vienna vide ciò che i suoi colleghi rifiutavano di vedere: erano le mani dei medici, reduci dalle autopsie, che portavano alle partorienti povere la febbre puerperale, la malattia che le uccideva. L’obbligo di lavarsi le mani avrebbe salvato migliaia di madri. Ma la verità, incrinò l’orgoglio e fu trovata intollerabile. Semmelweis fu deriso, isolato, descritto come ossessivo, instabile, fino a essere rinchiuso in manicomio. La sua follia non era clinica, ma politica: aveva osato accusare il sistema. Da allora, la storia ha affinato quel meccanismo. Il manicomio, in teoria luogo di cura, è sempre stato un possibile spazio di esclusione. Nel Novecento, questa pratica trova una delle sue espressioni più crude nell’Unione Sovietica. Qui la psichiatria viene piegata apertamente a strumento di repressione. Nasce la «schizofrenia lenta», una diagnosi elastica, perfetta per spiegare l’inspiegabile: perché mai un cittadino sano dovrebbe criticare il socialismo reale? Solo un malato poteva rifiutare l’evidenza ideologica che il Paese fondato da Lenin era il migliore dei mondi possibili. È lo stesso principio applicato alla casa del bosco: solo persone disturbate possono rifiutare il nostro magnifico stile di vita, che porta un ragazzo su cinque alla depressione grave e aumenta i suicidi ogni anno. Dissidenti, scrittori, credenti, attivisti per i diritti umani vennero rinchiusi in ospedali psichiatrici speciali, sedati, isolati, spezzati. Non erano più nemici politici, ma pazienti. E con un paziente non si dibatte, non si discute; lo si cura, cioè lo si annienta. L’accusa di pazzia, in questo contesto, è l’apoteosi del potere: nega all’avversario persino la dignità dello scontro. Se il dissenso è malattia, il regime è salute. Se la critica è sintomo, l’obbedienza è guarigione. È esattamente lo schema della famiglia del bosco, che vede le assistenti sociali col broncio perché la donna di cui stanno cercando di distruggere la maternità dopo averle sottratto i figli «non collabora».
La psichiatria occupa una posizione peculiare nel panorama delle scienze mediche: pur operando all’interno della medicina, non dispone di un controllo diretto e sistematico sull’anatomia patologica delle condizioni che studia. A differenza di altre specialità, essa raramente può fondare le proprie diagnosi su riscontri oggettivi quali l’autopsia, l’analisi istologica di un vetrino o un esame ematochimico specifico e dirimente. Se la glicemia è alta abbiamo il diabete. Qual è l’esame che ci dice che c’è una malattia mentale? Questa assenza di marcatori biologici univoci rende la diagnosi psichiatrica prevalentemente clinica e interpretativa, basata su criteri comportamentali e narrativi, e quindi rende possibile la falsificazione. Tale caratteristica non implica automaticamente l’inconsistenza della disciplina, ma ne evidenzia una vulnerabilità strutturale: la maggiore esposizione a fattori culturali, sociali e politici. Le categorie diagnostiche, infatti, non emergono direttamente dall’osservazione di lesioni o agenti patogeni, bensì da cornici teoriche che interpretano il disagio psichico all’interno di determinati contesti storici. Emblematico è il ruolo dell’American Psychiatric Association (Apa) nella redazione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Dsm). L’umanità è passata dal dogma dell’infallibilità del Papa al dogma dell’infallibilità dell’Apa. Le decisioni su cosa debba essere considerato disturbo mentale avvengono attraverso commissioni di esperti e processi di consenso che includono votazioni, quindi un sistema totalmente ascientifico e facilmente suggestionabile da lobby. Il metodo scientifico sperimentale è fondato sulla falsificabilità e sulla replicabilità dei dati: qui non c’è niente del genere. L’Apa ha stabilito che un uomo dissociato dalla realtà del suo corpo di uomo è in realtà un tizio perfettamente sano di mente, solo capitato per dispetto di un Dio maligno nel corpo sbagliato. Mentre fiumi di quattrini arrivano alle case farmaceutiche per bloccanti della pubertà, un professore irlandese che ha rifiutato di uniformarsi alla menzogna, Enoch Burk, è finito incarcerato per una serie infinita di giorni, e in Italia Vladimir Guadagno, nome d’arte Luxuria, dichiara che coloro che lo ritengono un uomo sono matti e vanno «curati».
Questo modello decisionale solleva interrogativi epistemologici rilevanti: fino a che punto la definizione di «salute mentale» riflette dati naturali e fino a che punto incorpora norme sociali e valori condivisi? Ritenere Vladimiro Guadagno un uomo è un valore condiviso? La verità è un valore condiviso, un reato o una forma di follia? È stato fatto un Tso, trattamento sanitario obbligatorio, a un valoroso liceale che dopo aver consultato la (vera) letteratura medica si era reso conto che le mascherine erano dannose oltre che prive di utilità. Perché è sbagliato sottoporre a perizia psichiatrica una famiglia che vive nel bosco? La scelta di vivere nel bosco, fuori dai modelli abitativi e sociali dominanti, può apparire inquietante, incomprensibile o persino provocatoria, ma trasformare questa diversità in oggetto di perizia psichiatrica rappresenta non solo un errore grave, ma un arbitrio, sia sul piano scientifico sia su quello giuridico e culturale. È un passaggio che confonde il dissenso o l’alterità con la patologia, riattivando un riflesso antico e pericoloso: medicalizzare ciò che non si conforma. La psichiatria, per sua stessa natura, dovrebbe intervenire in presenza di una sofferenza psichica individuale, di un’incapacità di intendere e di volere, o di un rischio concreto e documentabile per sé o per gli altri. Vivere nel bosco, adottare uno stile di vita austero, rifiutare il consumo o l’urbanizzazione non soddisfa nessuno di questi criteri. È una scelta esistenziale, non un sintomo. Sottoporla a perizia significa trasformare una differenza culturale in un presunto disturbo mentale. Il problema è epistemologico prima ancora che etico. Ciò che è considerato «sano» deve coincidere con ciò che è socialmente accettabile, esattamente come nell’Urss di Breznev. La deportazione imposta ai bambini ha sicuramente causato scompensi che saranno imputati invece allo stile della famiglia. È un cortocircuito che svuota la psichiatria della sua funzione terapeutica e la trasforma in strumento di controllo sociale. Ricorrere alla perizia psichiatrica in assenza di reati o pericoli accertati equivale a una sospensione simbolica di questi diritti: la famiglia nonè trattata da cittadina, ma da potenziale paziente. E un paziente, per definizione, non discute alla pari: è valutato, classificato, corretto. La famiglia nel bosco diventa allora un caso esemplare non di devianza, ma di intolleranza istituzionale verso ciò che sfugge alle categorie dominanti. Sottoporre una famiglia a perizia psichiatrica perché vive nel bosco confonde la cura col controllo, la scienza con la norma, la salute con l’obbedienza. È un errore che non protegge la società, ma ne rivela le paure.