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2018-06-01
Il Friuli Venezia Giulia si libera dal giogo Lgbt
ANSA
Dalle nostre parti domina un equivoco che merita di essere sciolto. Ovvero l'idea che rispettare le persone omosessuali significhi accettare ogni richiesta proveniente dalle associazioni Lgbti. Tendiamo a confondere il diritto di uomini e donne a non essere maltrattati o discriminati con le pretese di organizzazioni che hanno precisi obiettivi politici e che seguono una ideologia non solo discutibile, ma probabilmente nemmeno rappresentativa dell'intero universo gay. Tale sovrapposizione è pericolosa, e fornisce alle varie associazioni un notevole potere di ricatto: «Non fai quello che chiediamo? Allora sei omofobo». Guardiamo che cosa è accaduto a Chiara Appendino. Il sindaco di Torino non può certo essere accusato di omofobia, anzi, nelle scorse settimane è diventato il paladino del fronte Lgbti. Ha guidato la ribellione dei Comuni italiani che intendono registrare i bimbi di coppie gay come figli di due madri o due padri, ha persino scavalcato la legge sull'utero in affitto. Eppure, agli attivisti arcobaleno non basta.
Nei giorni scorsi, l'Appendino ha firmato un protocollo d'intesa con il governatore di San Pietroburgo, Georgy Poltavchenko. Un accordo importante, per altro in controtendenza rispetto alle solite paranoie antirusse che dominano dalle nostre parti. Ebbene, ai leader gay la cosa non è andata giù. Secondo Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino pride, l'accordo con i russi è «oltremodo offensivo: come è noto la Russia del presidente Putin è tra le nazioni più omo-transfobiche e il governatore Georgy Poltavchenko è colui che non perse un solo secondo, nel 2012, nel firmare una orrenda legge contro la cosiddetta “propaganda gay"». Battaglia, ovviamente, invita il sindaco torinese a «riconsiderare questa scelta» e a schierarsi nettamente «contro l'omo-transfobia». Curioso: la Appendino si è esposta come nessuno mai per accontentare le associazioni, ma dopo un paio di settimane già le sventolano sotto il naso lo spauracchio dell'omofobia. Il ricatto funziona sempre nello stesso modo: se non si offrono prebende alle associazioni arcobaleno, ecco che scatta l'accusa.
Ne sa qualcosa un'altra pentastellata, ovvero Virginia Raggi. Il sindaco di Roma, in queste ore, subisce il fuoco di fila di una marea di associazioni che la accusano di non avere iscritto all'anagrafe la figlia di una coppia lesbica, probabilmente nata all'estero. In realtà, il Comune di Roma, settimane fa, ha registrato il figlio di due gay nato in Canada da madre surrogata. Può anche darsi che, nel caso delle due lesbiche, l'amministrazione stia solo prendendo tempo, trattandosi di una questione complessa e non proprio in linea con le leggi vigenti. Ma poco importa: per gli attivisti arcobaleno, l'infrazione è già diventata regola. Non chiedono, pretendono che la Raggi li accontenti e firmi subito le pratiche agognate dalle due mamme. Le intimano di non «negare, ancora una volta, i diritti dei più deboli: i bambini», come ha detto Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride, quasi che davvero ci fossero in gioco i bisogni dei più piccoli e non i desideri delle mamme.
Fortuna che, nel nostro Paese, c'è un'istituzione decisa a sottrarsi al ricatto, in totale controtendenza rispetto al resto d'Italia. È la Regione Friuli Venezia Giulia governata dal leghista Massimiliano Fedriga, fresco di vittoria alle elezioni. L'amministrazione regionale ha deliberato di uscire da Re.a.dy, la Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.
Re.a.dy è nata nel 2006 per volontà del Comune di Roma e di quello di Torino. Ne fanno parte numerosi Comuni, Province e Regioni italiane, i quali hanno firmato una carta di intenti impegnandosi a «promuovere sul piano locale politiche che sappiano rispondere ai bisogni delle persone Lgbti, contribuendo a migliorarne la qualità della vita e creando un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi». L'intento politico di questa rete è evidente e dichiarato, visto che Re.a.dy vuole battersi per «il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt nei confronti del governo centrale, sulla base delle numerose affermazioni contenute nelle risoluzioni e nei trattati dell'Unione europea». Attualmente, del network arcobaleno fanno parte 118 soggetti, di cui otto Regioni: Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Puglia e Toscana.
Fino all'altro giorno, c'era pure il Friuli Venezia Giulia, ma l'assessore alla Famiglia, Alessia Rosolen, ha deciso di tirarsi fuori. «La nostra decisione», spiega alla Verità, «nasce dalla discriminazione che è stata fatta quando si è deciso di affidare l'educazione al rispetto della diversità esclusivamente alle associazioni Lgbti». Già, perché le amministrazioni precedenti avevano deliberato di entrare nella rete e di affidare all'Arcigay il compito di formare gli studenti friulani sui temi «dell'inclusione sociale, delle pari opportunità e della non discriminazione».
L'opinione della Rosolen è totalmente condivisibile: «Sono in primis le famiglie e poi le istituzioni scolastiche a dover insegnare ai ragazzi il rispetto di ogni tipo di diversità. Famiglie e scuole hanno tutti gli strumenti necessari per farlo. Tra l'altro, la diversità non si limita all'orientamento sessuale». L'azione delle associazioni Lgbti, secondo l'assessore, è un «indebito indottrinamento». Come prevedibile, gli attivisti arcobaleno hanno protestato, e persino il Pd ha parlato di «primo passo verso l'intolleranza».
Qui, però, razzismo e discriminazione non c'entrano proprio nulla. Per quale motivo un'istituzione pubblica dovrebbe affidare compiti educativi ad organizzazioni con evidenti scopi politici? Senza contare, tra l'altro, che l'ideologia Lgbti ormai è capillarmente diffusa. Basti guardare quanti libri e film trattano l'argomento, sempre dalla stessa prospettiva. A breve, per dire, sarà disponibile anche in Italia la serie Netflix Alex Strangelove, una specie di inno alla «fluidità sessuale». Se dai media mainstream arrivano di continuo messaggio di questo tipo, perché pure la scuola dovrebbe riproporre l'indottrinamento?
Anche il Comune di Sesto San Giovanni, l'anno scorso, ha deciso di uscire da Re.a.dy. Sarebbe interessante che altre amministrazioni di centrodestra (ad esempio quella che guida la Liguria) seguissero l'esempio. Si tratterebbe di un atto concreto e potente contro il pensiero unico.
Francesco Borgonovo
Il botteghino si tinge di arcobaleno
Viva le donne, anzi no. Mentre Michela Murgia, ultima giapponese del femminismo, continua la sua campagna solitaria contro la mancanza di firme femminili in prima pagina nei principali giornali italiani, Natalia Aspesi in prima pagina su Repubblica ci finisce, ma per scrivere questo: «Escono quasi contemporaneamente in questi giorni una serie di film dove le donne non hanno alcun ruolo se non quello di moglie abbandonata, mamma o nonna. Oppure amica. Oppure innamorata clandestina. Oppure non si sa».
Contrordine, compagne: l'assenza di donne ora è un segno di progresso. A patto che gli uomini che restano siano un po' fru fru. Il pensiero unico funziona così, vittima grande scaccia vittima piccola: la donna scaccia l'uomo, il gay scaccia la donna, il trans scaccia il gay, il trans nero scaccia il trans bianco, e così via, con l'unico soggetto destinato a ricevere solo contumelie identificato nel maschio bianco eterosessuale. La Aspesi festeggia l'uscita nelle sale di una serie di pellicole a tema gay o gender. A cominciare da Favola, l'adattamento cinematografico dello spettacolo teatrale Favola. C'era una volta una bambina, e dico c'era perché ora non c'è più, scritto e interpretato dall'attore Filippo Timi. Al centro del film, una casalinga dalla sessualità incerta nei cotonati anni Cinquanta. Ma non solo: c'è The happy prince, sugli ultimi amori del vecchio Oscar Wilde, c'è L' arte della fuga, sui dilemmi amorosi di un giovanotto francese di buona famiglia, c'è La terra di Dio, sulla relazione tra un contadino inglese e uno rumeno, c'è Sposami, stupido!, su uno studente extracomunitario che sposa un amico maschio. E così via. Il cinema parla di amori omosex, evviva, il progresso è salvo.
E se per raggiungere questo traguardo di civiltà abbiamo dovuto relegare le donne fuori dalla trama, o nei panni di comprimarie stereotipate, beh, allora si tratterà di danni collaterali nel trionfo dell'ideologia occidentale. Aspesi, comunque, è raggiante: «Le cinestorie omosessuali non sono più un genere, ma si ritrovano in ogni genere, storico, sofisticato, rustico, drammatico, comico, melò». Una volta il cinema a trama gay doveva essere ben recensito per ragioni politiche. Oggi, invece, «finalmente si può dire “è una porcheria", sia pure con una certa prudenza difensiva», assicura la giornalista. Lo spirito del tempo è talmente avanzato che la giornalista di Repubblica può persino reclamare la visione di un po' di carne nuda. «Non si vuole essere pecorecci, ma certamente la natica dovrebbe essere un must in storie tra maschi (e non solo)». Immaginate un paludato editoriale su un giornalone liberal che si lamentasse di un film in cui le forme della protagonista femminile siano troppo nascoste: l'intero circuito mondiale del Me too si trasferirebbe sotto la redazione. In tutto questo delirio zeppo di cortocircuiti e contraddizioni, resta se non altro una logica conseguenza da trarre che ha un sapore rassicurante: se i film che hanno per protagonisti gli omosessuali sono usciti dal circuito del cinema di nicchia, se sono per tutti, se queste pellicole sono ormai entrate nel circuito della normalità, allora questo significa che la nostra società è «progredita», quindi l'eterno allarme sull'omofobia montante può serenamente rientrare. Non tutto il male vien per nuocere.
Adriano Scianca
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La Regione guidata da Massimiliano Fedriga decide di uscire dalla rete Re.a.dy, che vincola le pubbliche amministrazioni alle associazioni gay. Un modo efficace per rifiutare il pensiero unico. L'assessore Alessia Rosolen: «Non accettiamo l'indottrinamento».Intanto, i cinema d'Italia si riempiono di pellicole omosex. Da Favola a L'arte della fuga, il grande schermo celebra gli amori tra uomini.Lo speciale contiene due articoliDalle nostre parti domina un equivoco che merita di essere sciolto. Ovvero l'idea che rispettare le persone omosessuali significhi accettare ogni richiesta proveniente dalle associazioni Lgbti. Tendiamo a confondere il diritto di uomini e donne a non essere maltrattati o discriminati con le pretese di organizzazioni che hanno precisi obiettivi politici e che seguono una ideologia non solo discutibile, ma probabilmente nemmeno rappresentativa dell'intero universo gay. Tale sovrapposizione è pericolosa, e fornisce alle varie associazioni un notevole potere di ricatto: «Non fai quello che chiediamo? Allora sei omofobo». Guardiamo che cosa è accaduto a Chiara Appendino. Il sindaco di Torino non può certo essere accusato di omofobia, anzi, nelle scorse settimane è diventato il paladino del fronte Lgbti. Ha guidato la ribellione dei Comuni italiani che intendono registrare i bimbi di coppie gay come figli di due madri o due padri, ha persino scavalcato la legge sull'utero in affitto. Eppure, agli attivisti arcobaleno non basta. Nei giorni scorsi, l'Appendino ha firmato un protocollo d'intesa con il governatore di San Pietroburgo, Georgy Poltavchenko. Un accordo importante, per altro in controtendenza rispetto alle solite paranoie antirusse che dominano dalle nostre parti. Ebbene, ai leader gay la cosa non è andata giù. Secondo Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino pride, l'accordo con i russi è «oltremodo offensivo: come è noto la Russia del presidente Putin è tra le nazioni più omo-transfobiche e il governatore Georgy Poltavchenko è colui che non perse un solo secondo, nel 2012, nel firmare una orrenda legge contro la cosiddetta “propaganda gay"». Battaglia, ovviamente, invita il sindaco torinese a «riconsiderare questa scelta» e a schierarsi nettamente «contro l'omo-transfobia». Curioso: la Appendino si è esposta come nessuno mai per accontentare le associazioni, ma dopo un paio di settimane già le sventolano sotto il naso lo spauracchio dell'omofobia. Il ricatto funziona sempre nello stesso modo: se non si offrono prebende alle associazioni arcobaleno, ecco che scatta l'accusa. Ne sa qualcosa un'altra pentastellata, ovvero Virginia Raggi. Il sindaco di Roma, in queste ore, subisce il fuoco di fila di una marea di associazioni che la accusano di non avere iscritto all'anagrafe la figlia di una coppia lesbica, probabilmente nata all'estero. In realtà, il Comune di Roma, settimane fa, ha registrato il figlio di due gay nato in Canada da madre surrogata. Può anche darsi che, nel caso delle due lesbiche, l'amministrazione stia solo prendendo tempo, trattandosi di una questione complessa e non proprio in linea con le leggi vigenti. Ma poco importa: per gli attivisti arcobaleno, l'infrazione è già diventata regola. Non chiedono, pretendono che la Raggi li accontenti e firmi subito le pratiche agognate dalle due mamme. Le intimano di non «negare, ancora una volta, i diritti dei più deboli: i bambini», come ha detto Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride, quasi che davvero ci fossero in gioco i bisogni dei più piccoli e non i desideri delle mamme. Fortuna che, nel nostro Paese, c'è un'istituzione decisa a sottrarsi al ricatto, in totale controtendenza rispetto al resto d'Italia. È la Regione Friuli Venezia Giulia governata dal leghista Massimiliano Fedriga, fresco di vittoria alle elezioni. L'amministrazione regionale ha deliberato di uscire da Re.a.dy, la Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Re.a.dy è nata nel 2006 per volontà del Comune di Roma e di quello di Torino. Ne fanno parte numerosi Comuni, Province e Regioni italiane, i quali hanno firmato una carta di intenti impegnandosi a «promuovere sul piano locale politiche che sappiano rispondere ai bisogni delle persone Lgbti, contribuendo a migliorarne la qualità della vita e creando un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi». L'intento politico di questa rete è evidente e dichiarato, visto che Re.a.dy vuole battersi per «il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt nei confronti del governo centrale, sulla base delle numerose affermazioni contenute nelle risoluzioni e nei trattati dell'Unione europea». Attualmente, del network arcobaleno fanno parte 118 soggetti, di cui otto Regioni: Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Puglia e Toscana. Fino all'altro giorno, c'era pure il Friuli Venezia Giulia, ma l'assessore alla Famiglia, Alessia Rosolen, ha deciso di tirarsi fuori. «La nostra decisione», spiega alla Verità, «nasce dalla discriminazione che è stata fatta quando si è deciso di affidare l'educazione al rispetto della diversità esclusivamente alle associazioni Lgbti». Già, perché le amministrazioni precedenti avevano deliberato di entrare nella rete e di affidare all'Arcigay il compito di formare gli studenti friulani sui temi «dell'inclusione sociale, delle pari opportunità e della non discriminazione». L'opinione della Rosolen è totalmente condivisibile: «Sono in primis le famiglie e poi le istituzioni scolastiche a dover insegnare ai ragazzi il rispetto di ogni tipo di diversità. Famiglie e scuole hanno tutti gli strumenti necessari per farlo. Tra l'altro, la diversità non si limita all'orientamento sessuale». L'azione delle associazioni Lgbti, secondo l'assessore, è un «indebito indottrinamento». Come prevedibile, gli attivisti arcobaleno hanno protestato, e persino il Pd ha parlato di «primo passo verso l'intolleranza». Qui, però, razzismo e discriminazione non c'entrano proprio nulla. Per quale motivo un'istituzione pubblica dovrebbe affidare compiti educativi ad organizzazioni con evidenti scopi politici? Senza contare, tra l'altro, che l'ideologia Lgbti ormai è capillarmente diffusa. Basti guardare quanti libri e film trattano l'argomento, sempre dalla stessa prospettiva. A breve, per dire, sarà disponibile anche in Italia la serie Netflix Alex Strangelove, una specie di inno alla «fluidità sessuale». Se dai media mainstream arrivano di continuo messaggio di questo tipo, perché pure la scuola dovrebbe riproporre l'indottrinamento? Anche il Comune di Sesto San Giovanni, l'anno scorso, ha deciso di uscire da Re.a.dy. Sarebbe interessante che altre amministrazioni di centrodestra (ad esempio quella che guida la Liguria) seguissero l'esempio. Si tratterebbe di un atto concreto e potente contro il pensiero unico. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ready-friuli-2573977343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-botteghino-si-tinge-di-arcobaleno" data-post-id="2573977343" data-published-at="1774142429" data-use-pagination="False"> Il botteghino si tinge di arcobaleno Viva le donne, anzi no. Mentre Michela Murgia, ultima giapponese del femminismo, continua la sua campagna solitaria contro la mancanza di firme femminili in prima pagina nei principali giornali italiani, Natalia Aspesi in prima pagina su Repubblica ci finisce, ma per scrivere questo: «Escono quasi contemporaneamente in questi giorni una serie di film dove le donne non hanno alcun ruolo se non quello di moglie abbandonata, mamma o nonna. Oppure amica. Oppure innamorata clandestina. Oppure non si sa». Contrordine, compagne: l'assenza di donne ora è un segno di progresso. A patto che gli uomini che restano siano un po' fru fru. Il pensiero unico funziona così, vittima grande scaccia vittima piccola: la donna scaccia l'uomo, il gay scaccia la donna, il trans scaccia il gay, il trans nero scaccia il trans bianco, e così via, con l'unico soggetto destinato a ricevere solo contumelie identificato nel maschio bianco eterosessuale. La Aspesi festeggia l'uscita nelle sale di una serie di pellicole a tema gay o gender. A cominciare da Favola, l'adattamento cinematografico dello spettacolo teatrale Favola. C'era una volta una bambina, e dico c'era perché ora non c'è più, scritto e interpretato dall'attore Filippo Timi. Al centro del film, una casalinga dalla sessualità incerta nei cotonati anni Cinquanta. Ma non solo: c'è The happy prince, sugli ultimi amori del vecchio Oscar Wilde, c'è L' arte della fuga, sui dilemmi amorosi di un giovanotto francese di buona famiglia, c'è La terra di Dio, sulla relazione tra un contadino inglese e uno rumeno, c'è Sposami, stupido!, su uno studente extracomunitario che sposa un amico maschio. E così via. Il cinema parla di amori omosex, evviva, il progresso è salvo. E se per raggiungere questo traguardo di civiltà abbiamo dovuto relegare le donne fuori dalla trama, o nei panni di comprimarie stereotipate, beh, allora si tratterà di danni collaterali nel trionfo dell'ideologia occidentale. Aspesi, comunque, è raggiante: «Le cinestorie omosessuali non sono più un genere, ma si ritrovano in ogni genere, storico, sofisticato, rustico, drammatico, comico, melò». Una volta il cinema a trama gay doveva essere ben recensito per ragioni politiche. Oggi, invece, «finalmente si può dire “è una porcheria", sia pure con una certa prudenza difensiva», assicura la giornalista. Lo spirito del tempo è talmente avanzato che la giornalista di Repubblica può persino reclamare la visione di un po' di carne nuda. «Non si vuole essere pecorecci, ma certamente la natica dovrebbe essere un must in storie tra maschi (e non solo)». Immaginate un paludato editoriale su un giornalone liberal che si lamentasse di un film in cui le forme della protagonista femminile siano troppo nascoste: l'intero circuito mondiale del Me too si trasferirebbe sotto la redazione. In tutto questo delirio zeppo di cortocircuiti e contraddizioni, resta se non altro una logica conseguenza da trarre che ha un sapore rassicurante: se i film che hanno per protagonisti gli omosessuali sono usciti dal circuito del cinema di nicchia, se sono per tutti, se queste pellicole sono ormai entrate nel circuito della normalità, allora questo significa che la nostra società è «progredita», quindi l'eterno allarme sull'omofobia montante può serenamente rientrare. Non tutto il male vien per nuocere. Adriano Scianca
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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