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2018-06-01
Il Friuli Venezia Giulia si libera dal giogo Lgbt
ANSA
Dalle nostre parti domina un equivoco che merita di essere sciolto. Ovvero l'idea che rispettare le persone omosessuali significhi accettare ogni richiesta proveniente dalle associazioni Lgbti. Tendiamo a confondere il diritto di uomini e donne a non essere maltrattati o discriminati con le pretese di organizzazioni che hanno precisi obiettivi politici e che seguono una ideologia non solo discutibile, ma probabilmente nemmeno rappresentativa dell'intero universo gay. Tale sovrapposizione è pericolosa, e fornisce alle varie associazioni un notevole potere di ricatto: «Non fai quello che chiediamo? Allora sei omofobo». Guardiamo che cosa è accaduto a Chiara Appendino. Il sindaco di Torino non può certo essere accusato di omofobia, anzi, nelle scorse settimane è diventato il paladino del fronte Lgbti. Ha guidato la ribellione dei Comuni italiani che intendono registrare i bimbi di coppie gay come figli di due madri o due padri, ha persino scavalcato la legge sull'utero in affitto. Eppure, agli attivisti arcobaleno non basta.
Nei giorni scorsi, l'Appendino ha firmato un protocollo d'intesa con il governatore di San Pietroburgo, Georgy Poltavchenko. Un accordo importante, per altro in controtendenza rispetto alle solite paranoie antirusse che dominano dalle nostre parti. Ebbene, ai leader gay la cosa non è andata giù. Secondo Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino pride, l'accordo con i russi è «oltremodo offensivo: come è noto la Russia del presidente Putin è tra le nazioni più omo-transfobiche e il governatore Georgy Poltavchenko è colui che non perse un solo secondo, nel 2012, nel firmare una orrenda legge contro la cosiddetta “propaganda gay"». Battaglia, ovviamente, invita il sindaco torinese a «riconsiderare questa scelta» e a schierarsi nettamente «contro l'omo-transfobia». Curioso: la Appendino si è esposta come nessuno mai per accontentare le associazioni, ma dopo un paio di settimane già le sventolano sotto il naso lo spauracchio dell'omofobia. Il ricatto funziona sempre nello stesso modo: se non si offrono prebende alle associazioni arcobaleno, ecco che scatta l'accusa.
Ne sa qualcosa un'altra pentastellata, ovvero Virginia Raggi. Il sindaco di Roma, in queste ore, subisce il fuoco di fila di una marea di associazioni che la accusano di non avere iscritto all'anagrafe la figlia di una coppia lesbica, probabilmente nata all'estero. In realtà, il Comune di Roma, settimane fa, ha registrato il figlio di due gay nato in Canada da madre surrogata. Può anche darsi che, nel caso delle due lesbiche, l'amministrazione stia solo prendendo tempo, trattandosi di una questione complessa e non proprio in linea con le leggi vigenti. Ma poco importa: per gli attivisti arcobaleno, l'infrazione è già diventata regola. Non chiedono, pretendono che la Raggi li accontenti e firmi subito le pratiche agognate dalle due mamme. Le intimano di non «negare, ancora una volta, i diritti dei più deboli: i bambini», come ha detto Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride, quasi che davvero ci fossero in gioco i bisogni dei più piccoli e non i desideri delle mamme.
Fortuna che, nel nostro Paese, c'è un'istituzione decisa a sottrarsi al ricatto, in totale controtendenza rispetto al resto d'Italia. È la Regione Friuli Venezia Giulia governata dal leghista Massimiliano Fedriga, fresco di vittoria alle elezioni. L'amministrazione regionale ha deliberato di uscire da Re.a.dy, la Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.
Re.a.dy è nata nel 2006 per volontà del Comune di Roma e di quello di Torino. Ne fanno parte numerosi Comuni, Province e Regioni italiane, i quali hanno firmato una carta di intenti impegnandosi a «promuovere sul piano locale politiche che sappiano rispondere ai bisogni delle persone Lgbti, contribuendo a migliorarne la qualità della vita e creando un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi». L'intento politico di questa rete è evidente e dichiarato, visto che Re.a.dy vuole battersi per «il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt nei confronti del governo centrale, sulla base delle numerose affermazioni contenute nelle risoluzioni e nei trattati dell'Unione europea». Attualmente, del network arcobaleno fanno parte 118 soggetti, di cui otto Regioni: Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Puglia e Toscana.
Fino all'altro giorno, c'era pure il Friuli Venezia Giulia, ma l'assessore alla Famiglia, Alessia Rosolen, ha deciso di tirarsi fuori. «La nostra decisione», spiega alla Verità, «nasce dalla discriminazione che è stata fatta quando si è deciso di affidare l'educazione al rispetto della diversità esclusivamente alle associazioni Lgbti». Già, perché le amministrazioni precedenti avevano deliberato di entrare nella rete e di affidare all'Arcigay il compito di formare gli studenti friulani sui temi «dell'inclusione sociale, delle pari opportunità e della non discriminazione».
L'opinione della Rosolen è totalmente condivisibile: «Sono in primis le famiglie e poi le istituzioni scolastiche a dover insegnare ai ragazzi il rispetto di ogni tipo di diversità. Famiglie e scuole hanno tutti gli strumenti necessari per farlo. Tra l'altro, la diversità non si limita all'orientamento sessuale». L'azione delle associazioni Lgbti, secondo l'assessore, è un «indebito indottrinamento». Come prevedibile, gli attivisti arcobaleno hanno protestato, e persino il Pd ha parlato di «primo passo verso l'intolleranza».
Qui, però, razzismo e discriminazione non c'entrano proprio nulla. Per quale motivo un'istituzione pubblica dovrebbe affidare compiti educativi ad organizzazioni con evidenti scopi politici? Senza contare, tra l'altro, che l'ideologia Lgbti ormai è capillarmente diffusa. Basti guardare quanti libri e film trattano l'argomento, sempre dalla stessa prospettiva. A breve, per dire, sarà disponibile anche in Italia la serie Netflix Alex Strangelove, una specie di inno alla «fluidità sessuale». Se dai media mainstream arrivano di continuo messaggio di questo tipo, perché pure la scuola dovrebbe riproporre l'indottrinamento?
Anche il Comune di Sesto San Giovanni, l'anno scorso, ha deciso di uscire da Re.a.dy. Sarebbe interessante che altre amministrazioni di centrodestra (ad esempio quella che guida la Liguria) seguissero l'esempio. Si tratterebbe di un atto concreto e potente contro il pensiero unico.
Francesco Borgonovo
Il botteghino si tinge di arcobaleno
Viva le donne, anzi no. Mentre Michela Murgia, ultima giapponese del femminismo, continua la sua campagna solitaria contro la mancanza di firme femminili in prima pagina nei principali giornali italiani, Natalia Aspesi in prima pagina su Repubblica ci finisce, ma per scrivere questo: «Escono quasi contemporaneamente in questi giorni una serie di film dove le donne non hanno alcun ruolo se non quello di moglie abbandonata, mamma o nonna. Oppure amica. Oppure innamorata clandestina. Oppure non si sa».
Contrordine, compagne: l'assenza di donne ora è un segno di progresso. A patto che gli uomini che restano siano un po' fru fru. Il pensiero unico funziona così, vittima grande scaccia vittima piccola: la donna scaccia l'uomo, il gay scaccia la donna, il trans scaccia il gay, il trans nero scaccia il trans bianco, e così via, con l'unico soggetto destinato a ricevere solo contumelie identificato nel maschio bianco eterosessuale. La Aspesi festeggia l'uscita nelle sale di una serie di pellicole a tema gay o gender. A cominciare da Favola, l'adattamento cinematografico dello spettacolo teatrale Favola. C'era una volta una bambina, e dico c'era perché ora non c'è più, scritto e interpretato dall'attore Filippo Timi. Al centro del film, una casalinga dalla sessualità incerta nei cotonati anni Cinquanta. Ma non solo: c'è The happy prince, sugli ultimi amori del vecchio Oscar Wilde, c'è L' arte della fuga, sui dilemmi amorosi di un giovanotto francese di buona famiglia, c'è La terra di Dio, sulla relazione tra un contadino inglese e uno rumeno, c'è Sposami, stupido!, su uno studente extracomunitario che sposa un amico maschio. E così via. Il cinema parla di amori omosex, evviva, il progresso è salvo.
E se per raggiungere questo traguardo di civiltà abbiamo dovuto relegare le donne fuori dalla trama, o nei panni di comprimarie stereotipate, beh, allora si tratterà di danni collaterali nel trionfo dell'ideologia occidentale. Aspesi, comunque, è raggiante: «Le cinestorie omosessuali non sono più un genere, ma si ritrovano in ogni genere, storico, sofisticato, rustico, drammatico, comico, melò». Una volta il cinema a trama gay doveva essere ben recensito per ragioni politiche. Oggi, invece, «finalmente si può dire “è una porcheria", sia pure con una certa prudenza difensiva», assicura la giornalista. Lo spirito del tempo è talmente avanzato che la giornalista di Repubblica può persino reclamare la visione di un po' di carne nuda. «Non si vuole essere pecorecci, ma certamente la natica dovrebbe essere un must in storie tra maschi (e non solo)». Immaginate un paludato editoriale su un giornalone liberal che si lamentasse di un film in cui le forme della protagonista femminile siano troppo nascoste: l'intero circuito mondiale del Me too si trasferirebbe sotto la redazione. In tutto questo delirio zeppo di cortocircuiti e contraddizioni, resta se non altro una logica conseguenza da trarre che ha un sapore rassicurante: se i film che hanno per protagonisti gli omosessuali sono usciti dal circuito del cinema di nicchia, se sono per tutti, se queste pellicole sono ormai entrate nel circuito della normalità, allora questo significa che la nostra società è «progredita», quindi l'eterno allarme sull'omofobia montante può serenamente rientrare. Non tutto il male vien per nuocere.
Adriano Scianca
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La Regione guidata da Massimiliano Fedriga decide di uscire dalla rete Re.a.dy, che vincola le pubbliche amministrazioni alle associazioni gay. Un modo efficace per rifiutare il pensiero unico. L'assessore Alessia Rosolen: «Non accettiamo l'indottrinamento».Intanto, i cinema d'Italia si riempiono di pellicole omosex. Da Favola a L'arte della fuga, il grande schermo celebra gli amori tra uomini.Lo speciale contiene due articoliDalle nostre parti domina un equivoco che merita di essere sciolto. Ovvero l'idea che rispettare le persone omosessuali significhi accettare ogni richiesta proveniente dalle associazioni Lgbti. Tendiamo a confondere il diritto di uomini e donne a non essere maltrattati o discriminati con le pretese di organizzazioni che hanno precisi obiettivi politici e che seguono una ideologia non solo discutibile, ma probabilmente nemmeno rappresentativa dell'intero universo gay. Tale sovrapposizione è pericolosa, e fornisce alle varie associazioni un notevole potere di ricatto: «Non fai quello che chiediamo? Allora sei omofobo». Guardiamo che cosa è accaduto a Chiara Appendino. Il sindaco di Torino non può certo essere accusato di omofobia, anzi, nelle scorse settimane è diventato il paladino del fronte Lgbti. Ha guidato la ribellione dei Comuni italiani che intendono registrare i bimbi di coppie gay come figli di due madri o due padri, ha persino scavalcato la legge sull'utero in affitto. Eppure, agli attivisti arcobaleno non basta. Nei giorni scorsi, l'Appendino ha firmato un protocollo d'intesa con il governatore di San Pietroburgo, Georgy Poltavchenko. Un accordo importante, per altro in controtendenza rispetto alle solite paranoie antirusse che dominano dalle nostre parti. Ebbene, ai leader gay la cosa non è andata giù. Secondo Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino pride, l'accordo con i russi è «oltremodo offensivo: come è noto la Russia del presidente Putin è tra le nazioni più omo-transfobiche e il governatore Georgy Poltavchenko è colui che non perse un solo secondo, nel 2012, nel firmare una orrenda legge contro la cosiddetta “propaganda gay"». Battaglia, ovviamente, invita il sindaco torinese a «riconsiderare questa scelta» e a schierarsi nettamente «contro l'omo-transfobia». Curioso: la Appendino si è esposta come nessuno mai per accontentare le associazioni, ma dopo un paio di settimane già le sventolano sotto il naso lo spauracchio dell'omofobia. Il ricatto funziona sempre nello stesso modo: se non si offrono prebende alle associazioni arcobaleno, ecco che scatta l'accusa. Ne sa qualcosa un'altra pentastellata, ovvero Virginia Raggi. Il sindaco di Roma, in queste ore, subisce il fuoco di fila di una marea di associazioni che la accusano di non avere iscritto all'anagrafe la figlia di una coppia lesbica, probabilmente nata all'estero. In realtà, il Comune di Roma, settimane fa, ha registrato il figlio di due gay nato in Canada da madre surrogata. Può anche darsi che, nel caso delle due lesbiche, l'amministrazione stia solo prendendo tempo, trattandosi di una questione complessa e non proprio in linea con le leggi vigenti. Ma poco importa: per gli attivisti arcobaleno, l'infrazione è già diventata regola. Non chiedono, pretendono che la Raggi li accontenti e firmi subito le pratiche agognate dalle due mamme. Le intimano di non «negare, ancora una volta, i diritti dei più deboli: i bambini», come ha detto Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride, quasi che davvero ci fossero in gioco i bisogni dei più piccoli e non i desideri delle mamme. Fortuna che, nel nostro Paese, c'è un'istituzione decisa a sottrarsi al ricatto, in totale controtendenza rispetto al resto d'Italia. È la Regione Friuli Venezia Giulia governata dal leghista Massimiliano Fedriga, fresco di vittoria alle elezioni. L'amministrazione regionale ha deliberato di uscire da Re.a.dy, la Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Re.a.dy è nata nel 2006 per volontà del Comune di Roma e di quello di Torino. Ne fanno parte numerosi Comuni, Province e Regioni italiane, i quali hanno firmato una carta di intenti impegnandosi a «promuovere sul piano locale politiche che sappiano rispondere ai bisogni delle persone Lgbti, contribuendo a migliorarne la qualità della vita e creando un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi». L'intento politico di questa rete è evidente e dichiarato, visto che Re.a.dy vuole battersi per «il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt nei confronti del governo centrale, sulla base delle numerose affermazioni contenute nelle risoluzioni e nei trattati dell'Unione europea». Attualmente, del network arcobaleno fanno parte 118 soggetti, di cui otto Regioni: Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Puglia e Toscana. Fino all'altro giorno, c'era pure il Friuli Venezia Giulia, ma l'assessore alla Famiglia, Alessia Rosolen, ha deciso di tirarsi fuori. «La nostra decisione», spiega alla Verità, «nasce dalla discriminazione che è stata fatta quando si è deciso di affidare l'educazione al rispetto della diversità esclusivamente alle associazioni Lgbti». Già, perché le amministrazioni precedenti avevano deliberato di entrare nella rete e di affidare all'Arcigay il compito di formare gli studenti friulani sui temi «dell'inclusione sociale, delle pari opportunità e della non discriminazione». L'opinione della Rosolen è totalmente condivisibile: «Sono in primis le famiglie e poi le istituzioni scolastiche a dover insegnare ai ragazzi il rispetto di ogni tipo di diversità. Famiglie e scuole hanno tutti gli strumenti necessari per farlo. Tra l'altro, la diversità non si limita all'orientamento sessuale». L'azione delle associazioni Lgbti, secondo l'assessore, è un «indebito indottrinamento». Come prevedibile, gli attivisti arcobaleno hanno protestato, e persino il Pd ha parlato di «primo passo verso l'intolleranza». Qui, però, razzismo e discriminazione non c'entrano proprio nulla. Per quale motivo un'istituzione pubblica dovrebbe affidare compiti educativi ad organizzazioni con evidenti scopi politici? Senza contare, tra l'altro, che l'ideologia Lgbti ormai è capillarmente diffusa. Basti guardare quanti libri e film trattano l'argomento, sempre dalla stessa prospettiva. A breve, per dire, sarà disponibile anche in Italia la serie Netflix Alex Strangelove, una specie di inno alla «fluidità sessuale». Se dai media mainstream arrivano di continuo messaggio di questo tipo, perché pure la scuola dovrebbe riproporre l'indottrinamento? Anche il Comune di Sesto San Giovanni, l'anno scorso, ha deciso di uscire da Re.a.dy. Sarebbe interessante che altre amministrazioni di centrodestra (ad esempio quella che guida la Liguria) seguissero l'esempio. Si tratterebbe di un atto concreto e potente contro il pensiero unico. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ready-friuli-2573977343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-botteghino-si-tinge-di-arcobaleno" data-post-id="2573977343" data-published-at="1767842124" data-use-pagination="False"> Il botteghino si tinge di arcobaleno Viva le donne, anzi no. Mentre Michela Murgia, ultima giapponese del femminismo, continua la sua campagna solitaria contro la mancanza di firme femminili in prima pagina nei principali giornali italiani, Natalia Aspesi in prima pagina su Repubblica ci finisce, ma per scrivere questo: «Escono quasi contemporaneamente in questi giorni una serie di film dove le donne non hanno alcun ruolo se non quello di moglie abbandonata, mamma o nonna. Oppure amica. Oppure innamorata clandestina. Oppure non si sa». Contrordine, compagne: l'assenza di donne ora è un segno di progresso. A patto che gli uomini che restano siano un po' fru fru. Il pensiero unico funziona così, vittima grande scaccia vittima piccola: la donna scaccia l'uomo, il gay scaccia la donna, il trans scaccia il gay, il trans nero scaccia il trans bianco, e così via, con l'unico soggetto destinato a ricevere solo contumelie identificato nel maschio bianco eterosessuale. La Aspesi festeggia l'uscita nelle sale di una serie di pellicole a tema gay o gender. A cominciare da Favola, l'adattamento cinematografico dello spettacolo teatrale Favola. C'era una volta una bambina, e dico c'era perché ora non c'è più, scritto e interpretato dall'attore Filippo Timi. Al centro del film, una casalinga dalla sessualità incerta nei cotonati anni Cinquanta. Ma non solo: c'è The happy prince, sugli ultimi amori del vecchio Oscar Wilde, c'è L' arte della fuga, sui dilemmi amorosi di un giovanotto francese di buona famiglia, c'è La terra di Dio, sulla relazione tra un contadino inglese e uno rumeno, c'è Sposami, stupido!, su uno studente extracomunitario che sposa un amico maschio. E così via. Il cinema parla di amori omosex, evviva, il progresso è salvo. E se per raggiungere questo traguardo di civiltà abbiamo dovuto relegare le donne fuori dalla trama, o nei panni di comprimarie stereotipate, beh, allora si tratterà di danni collaterali nel trionfo dell'ideologia occidentale. Aspesi, comunque, è raggiante: «Le cinestorie omosessuali non sono più un genere, ma si ritrovano in ogni genere, storico, sofisticato, rustico, drammatico, comico, melò». Una volta il cinema a trama gay doveva essere ben recensito per ragioni politiche. Oggi, invece, «finalmente si può dire “è una porcheria", sia pure con una certa prudenza difensiva», assicura la giornalista. Lo spirito del tempo è talmente avanzato che la giornalista di Repubblica può persino reclamare la visione di un po' di carne nuda. «Non si vuole essere pecorecci, ma certamente la natica dovrebbe essere un must in storie tra maschi (e non solo)». Immaginate un paludato editoriale su un giornalone liberal che si lamentasse di un film in cui le forme della protagonista femminile siano troppo nascoste: l'intero circuito mondiale del Me too si trasferirebbe sotto la redazione. In tutto questo delirio zeppo di cortocircuiti e contraddizioni, resta se non altro una logica conseguenza da trarre che ha un sapore rassicurante: se i film che hanno per protagonisti gli omosessuali sono usciti dal circuito del cinema di nicchia, se sono per tutti, se queste pellicole sono ormai entrate nel circuito della normalità, allora questo significa che la nostra società è «progredita», quindi l'eterno allarme sull'omofobia montante può serenamente rientrare. Non tutto il male vien per nuocere. Adriano Scianca
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.