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2026-04-15
Radiografie false con l’intelligenza artificiale: l’allarme su truffe e risarcimenti
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A guardarla, sembrava vera. Ma è stato proprio questo il problema. Perché invece quella radiografia era falsa, generata dall'intelligenza artificiale. Eppure ci sono cascati tutti. Perché se un referto medico così importante può apparire autentica anche agli occhi di un medico esperto, allora il rischio non riguarda più soltanto la diagnosi. Riguarda il denaro, i risarcimenti, i contenziosi, le frodi. Riguarda un pezzo crescente della sicurezza digitale che finora è rimasto ai margini del racconto pubblico: la possibilità che immagini cliniche, file audio, video e comunicazioni manipolate con l’AI entrino nei processi assicurativi e sanitari come prove credibili, abbastanza credibili da far scattare pagamenti, perizie o decisioni sbagliate.
Il punto non è più teorico. Uno studio pubblicato su Radiology ha mostrato che immagini radiografiche sintetiche create dall’AI possono ingannare sia i radiologi sia gli stessi sistemi di intelligenza artificiale. Nel test, 17 specialisti di 12 ospedali in sei Paesi hanno esaminato 264 immagini, metà autentiche e metà artificiali: senza sapere della presenza dei falsi, sono riusciti a riconoscerli correttamente solo nel 41% dei casi; anche dopo essere stati avvertiti, l’accuratezza media si è fermata al 75%. Tradotto: il falso ha già raggiunto un livello di qualità sufficiente a entrare nella zona grigia dove una prova non è più immediatamente distinguibile da una manipolazione.
È in questa zona grigia che la cybercriminalità cambia pelle. Per anni il rischio informatico è stato associato soprattutto a intrusioni, ransomware, phishing, furti di dati. I deepfake aggiungono un livello diverso e più insidioso: non attaccano solo i sistemi, attaccano la fiducia. Non forzano una porta, si presentano come qualcosa che sembra legittimo. Una voce che chiede un bonifico urgente. Un video che conferma un ordine. Un’immagine clinica che rafforza una richiesta di rimborso. Una prova che appare tecnica e quindi, per definizione, affidabile.
Il caso di Hong Kong, dove un dipendente ha autorizzato trasferimenti per oltre 25 milioni di dollari dopo una videoconferenza con dirigenti in realtà ricostruiti artificialmente, è diventato il simbolo di questo salto. Non c’entra la sanità, ma spiega bene il meccanismo: il deepfake non serve più soltanto a ingannare l’opinione pubblica, serve a far funzionare una frode dentro procedure ordinarie. È questo il passaggio decisivo. Il falso non si limita a circolare. Entra nei processi.
Per questo la partnership tra identifAI e AmTrust Assicurazioni merita attenzione ben oltre il recinto delle notizie di settore. La compagnia ha deciso di integrare strumenti di rilevamento deepfake dentro la propria offerta cyber per imprese e organizzazioni sanitarie, con servizi di verifica per immagini, video e audio e con un’estensione specifica contro la frode digitale. È il segnale che il mercato assicurativo comincia a considerare il deepfake non come un rischio reputazionale o mediatico, ma come un rischio operativo, economico e potenzialmente assicurabile.
«L'Intelligenza Artificiale generativa» – commenta Marco Ramilli, founder di IdentifAI - «ha reso indistinguibile il vero dal falso, mettendoci di fronte a una scelta. Non possiamo più credere a tutto ciò che vediamo, ma vivere nel sospetto perpetuo è contro la nostra natura umana. Per non rassegnarci alla 'Società del Dubbio', dobbiamo costruire i nostri anticorpi digitali. Sviluppare e adottare strumenti di AI detection è il passo fondamentale per riprenderci il nostro diritto più grande: quello di fidarci ancora. identifAI nasce proprio per colmare questo gap: addestriamo modelli di visione artificiale avanzati per contrastare l'output generativo, garantendo il diritto fondamentale alla verifica dell’autenticità».
La sanità è il terreno più delicato di tutti. Perché qui l’autenticità di un’immagine non ha solo un valore informativo: può incidere su diagnosi, invalidità, responsabilità professionale, liquidazione di sinistri, cause civili. Se una radiografia falsa può sembrare plausibile, il problema non riguarda solo il medico che la interpreta. Riguarda l’intera filiera: chi produce il file, chi lo conserva, chi lo valuta, chi ci costruisce sopra una decisione clinica o un rimborso. In un contesto del genere, il deepfake non è un semplice falso digitale. È un attacco alla catena della prova.
Ed è qui che il tema diventa pienamente cyber. Perché la sicurezza non coincide più soltanto con la difesa delle reti o dei server. Coincide anche con la capacità di verificare l’autenticità di ciò che circola dentro un’organizzazione. Europol da tempo avverte che audio, video e immagini sintetiche possono essere usati per impersonation, frodi e manipolazione delle evidenze. La novità è che adesso questa minaccia sta trovando un punto di contatto diretto con assicurazioni, strutture sanitarie e processi aziendali reali.
La questione di fondo è semplice e scomoda. Per decenni il digitale è stato raccontato come il regno della tracciabilità. Oggi rischia di diventare anche il regno dell’ambiguità. Vedere non basta più. Ascoltare non basta più. Ricevere un’immagine o un documento non basta più. E quando questo accade nei settori dove una prova può generare un risarcimento o orientare una diagnosi, il problema smette di essere tecnologico in senso stretto. Diventa industriale, giuridico, assicurativo.
È questo che la vicenda identifAI-AmTrust porta alla luce. Non la promessa di una soluzione definitiva, che oggi non esiste, ma la presa d’atto che il confine tra vero e falso è ormai diventato un tema di sicurezza economica. E che la prima infrastruttura da proteggere, ormai, non è solo il sistema. È la fiducia.
Hackerare la mente, il cyber attacca dove siamo più fragili
C’è un passaggio, in questo libro, che arriva prima ancora delle singole tesi: la sensazione che il terreno della cybersicurezza si sia spostato. Non più soltanto server, reti, password, malware. Non più soltanto il perimetro tecnico da difendere. Il bersaglio vero, suggeriscono Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco in Hackerare la mente. Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria libertà digitale, è diventato l’uomo, o più precisamente la sua attenzione, la sua emotività, la sua capacità di giudizio. È una tesi molto forte, ma proprio qui sta qui uno dei pregi del volume: affronta un tema che si presta facilmente all’allarmismo con un tono invece misurato, accessibile, spesso persino didattico.
Il libro parte da una constatazione che oggi appare sempre meno evitabile: le tecnologie digitali non si limitano a raccogliere dati, organizzare informazioni o automatizzare compiti. Intervengono nel modo in cui percepiamo la realtà, reagiamo agli stimoli, interpretiamo i messaggi, prendiamo decisioni. Per questo la sicurezza, spiegano gli autori, non può più essere pensata solo come difesa di infrastrutture e archivi. Deve includere la difesa della sfera cognitiva, cioè di quello spazio fragile in cui si formano convinzioni, paure, fiducia, urgenza. Il punto, in sostanza, è che la mente umana è diventata una superficie di attacco.
Iezzi, con la sua lunga esperienza nella cybersecurity, e Fusco, che porta nel libro una sensibilità più legata al linguaggio, alla comunicazione e ai processi decisionali, costruiscono un percorso che tiene insieme tecnica e antropologia del digitale. È proprio questa doppia chiave a rendere il saggio interessante. Da una parte c’è la descrizione del contesto: phishing evoluto, chatbot, notifiche, social network, sistemi predittivi, modelli linguistici generativi. Dall’altra c’è la domanda più importante: perché tutto questo funziona? La risposta è nel titolo. Perché prima ancora di hackerare una macchina, oggi si può hackerare un comportamento.
Il cuore del libro è infatti il cognitive hacking, nozione che qui viene resa in modo chiaro anche per un lettore non specialista. Non si tratta della violazione di un dispositivo, ma dell’influenza esercitata su una persona attraverso messaggi progettati per attivare scorciatoie mentali, emozioni, riflessi automatici. Fiducia, paura, fretta, desiderio di appartenenza: sono questi, più delle vulnerabilità software, i varchi da cui passa la manipolazione contemporanea. In questo senso il saggio ha il merito di ricordare una verità spesso rimossa dal discorso pubblico sulla tecnologia: il fattore umano non è un dettaglio residuale del sistema, è il sistema.
Molto efficace è anche l’insistenza sul linguaggio. Le parole, osservano gli autori, non descrivono soltanto il mondo: lo orientano. Nel paesaggio digitale, questa intuizione diventa ancora più decisiva, perché ogni interfaccia, ogni messaggio, ogni notifica è costruita per suggerire una reazione. Un clic, una conferma, una condivisione, un acquisto, una fiducia accordata quasi automaticamente. In questo quadro l’intelligenza artificiale generativa rappresenta un salto di qualità: rende la persuasione più fluida, più precisa, più personalizzata. Le vecchie truffe si riconoscevano spesso dagli errori, dalle goffaggini, dai segnali vistosi della manipolazione. Le nuove, invece, possono essere impeccabili. E proprio per questo più pericolose.
Il merito del volume è non fermarsi alla denuncia. Hackerare la mente prova anche a offrire strumenti di orientamento. Non promette ricette semplici, e fa bene, perché il tema non si presta a soluzioni miracolose. Ma insiste su alcuni antidoti concreti: una nuova igiene comunicativa, la consapevolezza dei bias cognitivi, la capacità di rallentare davanti ai messaggi costruiti per imporre urgenza, l’esigenza di una alfabetizzazione digitale che non sia solo tecnica ma anche psicologica. È forse questa la parte più utile del libro, quella che lo rende più di un saggio di scenario: una guida civile, nel senso più ampio del termine.
Colpisce il fatto che il libro arrivi in un momento in cui il lessico della cybersicurezza appare improvvisamente insufficiente. Non basta più parlare di dati violati, account compromessi, identità rubate. O almeno non basta se non si comprende che l’attacco si è spostato anche sul piano della percezione. Da questo punto di vista la prefazione di Lorenzo Guerini e la postfazione di mons. Renzo Pegoraro ampliano il raggio della riflessione: non siamo soltanto davanti a una questione tecnica o individuale, ma a un problema che tocca la qualità della democrazia, la libertà personale, l’autonomia del giudizio. Quando gli strumenti di influenza diventano industriali, invisibili e adattivi, la difesa della mente non è più una metafora.
Il titolo del libro può sembrare provocatorio, ma alla fine coglie il punto. Perché ciò che un tempo appariva come una distorsione occasionale oggi rischia di diventare la normalità delle nostre interazioni digitali. Ed è qui che il saggio trova la sua ragion d’essere più solida: nel mostrare che la libertà, nell’ecosistema contemporaneo, non dipende soltanto dall’accesso alle informazioni, ma anche dalla capacità di riconoscere quando quelle informazioni sono costruite per portarci altrove.
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Uno studio dimostra che le radiografie generate dall’intelligenza artificiale possono ingannare anche gli specialisti. E mentre assicurazioni e imprese iniziano a dotarsi di strumenti di verifica, il cyber risk cambia natura: non colpisce solo i sistemi, ma la fiducia nelle prove.In Hackerare la mente Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco raccontano come algoritmi, linguaggio e intelligenza artificiale possano orientare scelte e percezioni. Una riflessione che aiuta a capire anche il boom di frodi digitali e contenuti manipolati.Lo speciale contiene due articoliA guardarla, sembrava vera. Ma è stato proprio questo il problema. Perché invece quella radiografia era falsa, generata dall'intelligenza artificiale. Eppure ci sono cascati tutti. Perché se un referto medico così importante può apparire autentica anche agli occhi di un medico esperto, allora il rischio non riguarda più soltanto la diagnosi. Riguarda il denaro, i risarcimenti, i contenziosi, le frodi. Riguarda un pezzo crescente della sicurezza digitale che finora è rimasto ai margini del racconto pubblico: la possibilità che immagini cliniche, file audio, video e comunicazioni manipolate con l’AI entrino nei processi assicurativi e sanitari come prove credibili, abbastanza credibili da far scattare pagamenti, perizie o decisioni sbagliate.Il punto non è più teorico. Uno studio pubblicato su Radiology ha mostrato che immagini radiografiche sintetiche create dall’AI possono ingannare sia i radiologi sia gli stessi sistemi di intelligenza artificiale. Nel test, 17 specialisti di 12 ospedali in sei Paesi hanno esaminato 264 immagini, metà autentiche e metà artificiali: senza sapere della presenza dei falsi, sono riusciti a riconoscerli correttamente solo nel 41% dei casi; anche dopo essere stati avvertiti, l’accuratezza media si è fermata al 75%. Tradotto: il falso ha già raggiunto un livello di qualità sufficiente a entrare nella zona grigia dove una prova non è più immediatamente distinguibile da una manipolazione.È in questa zona grigia che la cybercriminalità cambia pelle. Per anni il rischio informatico è stato associato soprattutto a intrusioni, ransomware, phishing, furti di dati. I deepfake aggiungono un livello diverso e più insidioso: non attaccano solo i sistemi, attaccano la fiducia. Non forzano una porta, si presentano come qualcosa che sembra legittimo. Una voce che chiede un bonifico urgente. Un video che conferma un ordine. Un’immagine clinica che rafforza una richiesta di rimborso. Una prova che appare tecnica e quindi, per definizione, affidabile.Il caso di Hong Kong, dove un dipendente ha autorizzato trasferimenti per oltre 25 milioni di dollari dopo una videoconferenza con dirigenti in realtà ricostruiti artificialmente, è diventato il simbolo di questo salto. Non c’entra la sanità, ma spiega bene il meccanismo: il deepfake non serve più soltanto a ingannare l’opinione pubblica, serve a far funzionare una frode dentro procedure ordinarie. È questo il passaggio decisivo. Il falso non si limita a circolare. Entra nei processi.Per questo la partnership tra identifAI e AmTrust Assicurazioni merita attenzione ben oltre il recinto delle notizie di settore. La compagnia ha deciso di integrare strumenti di rilevamento deepfake dentro la propria offerta cyber per imprese e organizzazioni sanitarie, con servizi di verifica per immagini, video e audio e con un’estensione specifica contro la frode digitale. È il segnale che il mercato assicurativo comincia a considerare il deepfake non come un rischio reputazionale o mediatico, ma come un rischio operativo, economico e potenzialmente assicurabile.«L'Intelligenza Artificiale generativa» – commenta Marco Ramilli, founder di IdentifAI - «ha reso indistinguibile il vero dal falso, mettendoci di fronte a una scelta. Non possiamo più credere a tutto ciò che vediamo, ma vivere nel sospetto perpetuo è contro la nostra natura umana. Per non rassegnarci alla 'Società del Dubbio', dobbiamo costruire i nostri anticorpi digitali. Sviluppare e adottare strumenti di AI detection è il passo fondamentale per riprenderci il nostro diritto più grande: quello di fidarci ancora. identifAI nasce proprio per colmare questo gap: addestriamo modelli di visione artificiale avanzati per contrastare l'output generativo, garantendo il diritto fondamentale alla verifica dell’autenticità».La sanità è il terreno più delicato di tutti. Perché qui l’autenticità di un’immagine non ha solo un valore informativo: può incidere su diagnosi, invalidità, responsabilità professionale, liquidazione di sinistri, cause civili. Se una radiografia falsa può sembrare plausibile, il problema non riguarda solo il medico che la interpreta. Riguarda l’intera filiera: chi produce il file, chi lo conserva, chi lo valuta, chi ci costruisce sopra una decisione clinica o un rimborso. In un contesto del genere, il deepfake non è un semplice falso digitale. È un attacco alla catena della prova.Ed è qui che il tema diventa pienamente cyber. Perché la sicurezza non coincide più soltanto con la difesa delle reti o dei server. Coincide anche con la capacità di verificare l’autenticità di ciò che circola dentro un’organizzazione. Europol da tempo avverte che audio, video e immagini sintetiche possono essere usati per impersonation, frodi e manipolazione delle evidenze. La novità è che adesso questa minaccia sta trovando un punto di contatto diretto con assicurazioni, strutture sanitarie e processi aziendali reali.La questione di fondo è semplice e scomoda. Per decenni il digitale è stato raccontato come il regno della tracciabilità. Oggi rischia di diventare anche il regno dell’ambiguità. Vedere non basta più. Ascoltare non basta più. Ricevere un’immagine o un documento non basta più. E quando questo accade nei settori dove una prova può generare un risarcimento o orientare una diagnosi, il problema smette di essere tecnologico in senso stretto. Diventa industriale, giuridico, assicurativo.È questo che la vicenda identifAI-AmTrust porta alla luce. Non la promessa di una soluzione definitiva, che oggi non esiste, ma la presa d’atto che il confine tra vero e falso è ormai diventato un tema di sicurezza economica. E che la prima infrastruttura da proteggere, ormai, non è solo il sistema. È la fiducia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/radiografie-false-con-lintelligenza-artificiale-lallarme-su-truffe-e-risarcimenti-2676714118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hackerare-la-mente-il-cyber-attacca-dove-siamo-piu-fragili" data-post-id="2676714118" data-published-at="1776199650" data-use-pagination="False"> Hackerare la mente, il cyber attacca dove siamo più fragili C’è un passaggio, in questo libro, che arriva prima ancora delle singole tesi: la sensazione che il terreno della cybersicurezza si sia spostato. Non più soltanto server, reti, password, malware. Non più soltanto il perimetro tecnico da difendere. Il bersaglio vero, suggeriscono Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco in Hackerare la mente. Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria libertà digitale, è diventato l’uomo, o più precisamente la sua attenzione, la sua emotività, la sua capacità di giudizio. È una tesi molto forte, ma proprio qui sta qui uno dei pregi del volume: affronta un tema che si presta facilmente all’allarmismo con un tono invece misurato, accessibile, spesso persino didattico.Il libro parte da una constatazione che oggi appare sempre meno evitabile: le tecnologie digitali non si limitano a raccogliere dati, organizzare informazioni o automatizzare compiti. Intervengono nel modo in cui percepiamo la realtà, reagiamo agli stimoli, interpretiamo i messaggi, prendiamo decisioni. Per questo la sicurezza, spiegano gli autori, non può più essere pensata solo come difesa di infrastrutture e archivi. Deve includere la difesa della sfera cognitiva, cioè di quello spazio fragile in cui si formano convinzioni, paure, fiducia, urgenza. Il punto, in sostanza, è che la mente umana è diventata una superficie di attacco.Iezzi, con la sua lunga esperienza nella cybersecurity, e Fusco, che porta nel libro una sensibilità più legata al linguaggio, alla comunicazione e ai processi decisionali, costruiscono un percorso che tiene insieme tecnica e antropologia del digitale. È proprio questa doppia chiave a rendere il saggio interessante. Da una parte c’è la descrizione del contesto: phishing evoluto, chatbot, notifiche, social network, sistemi predittivi, modelli linguistici generativi. Dall’altra c’è la domanda più importante: perché tutto questo funziona? La risposta è nel titolo. Perché prima ancora di hackerare una macchina, oggi si può hackerare un comportamento.Il cuore del libro è infatti il cognitive hacking, nozione che qui viene resa in modo chiaro anche per un lettore non specialista. Non si tratta della violazione di un dispositivo, ma dell’influenza esercitata su una persona attraverso messaggi progettati per attivare scorciatoie mentali, emozioni, riflessi automatici. Fiducia, paura, fretta, desiderio di appartenenza: sono questi, più delle vulnerabilità software, i varchi da cui passa la manipolazione contemporanea. In questo senso il saggio ha il merito di ricordare una verità spesso rimossa dal discorso pubblico sulla tecnologia: il fattore umano non è un dettaglio residuale del sistema, è il sistema.Molto efficace è anche l’insistenza sul linguaggio. Le parole, osservano gli autori, non descrivono soltanto il mondo: lo orientano. Nel paesaggio digitale, questa intuizione diventa ancora più decisiva, perché ogni interfaccia, ogni messaggio, ogni notifica è costruita per suggerire una reazione. Un clic, una conferma, una condivisione, un acquisto, una fiducia accordata quasi automaticamente. In questo quadro l’intelligenza artificiale generativa rappresenta un salto di qualità: rende la persuasione più fluida, più precisa, più personalizzata. Le vecchie truffe si riconoscevano spesso dagli errori, dalle goffaggini, dai segnali vistosi della manipolazione. Le nuove, invece, possono essere impeccabili. E proprio per questo più pericolose.Il merito del volume è non fermarsi alla denuncia. Hackerare la mente prova anche a offrire strumenti di orientamento. Non promette ricette semplici, e fa bene, perché il tema non si presta a soluzioni miracolose. Ma insiste su alcuni antidoti concreti: una nuova igiene comunicativa, la consapevolezza dei bias cognitivi, la capacità di rallentare davanti ai messaggi costruiti per imporre urgenza, l’esigenza di una alfabetizzazione digitale che non sia solo tecnica ma anche psicologica. È forse questa la parte più utile del libro, quella che lo rende più di un saggio di scenario: una guida civile, nel senso più ampio del termine.Colpisce il fatto che il libro arrivi in un momento in cui il lessico della cybersicurezza appare improvvisamente insufficiente. Non basta più parlare di dati violati, account compromessi, identità rubate. O almeno non basta se non si comprende che l’attacco si è spostato anche sul piano della percezione. Da questo punto di vista la prefazione di Lorenzo Guerini e la postfazione di mons. Renzo Pegoraro ampliano il raggio della riflessione: non siamo soltanto davanti a una questione tecnica o individuale, ma a un problema che tocca la qualità della democrazia, la libertà personale, l’autonomia del giudizio. Quando gli strumenti di influenza diventano industriali, invisibili e adattivi, la difesa della mente non è più una metafora.Il titolo del libro può sembrare provocatorio, ma alla fine coglie il punto. Perché ciò che un tempo appariva come una distorsione occasionale oggi rischia di diventare la normalità delle nostre interazioni digitali. Ed è qui che il saggio trova la sua ragion d’essere più solida: nel mostrare che la libertà, nell’ecosistema contemporaneo, non dipende soltanto dall’accesso alle informazioni, ma anche dalla capacità di riconoscere quando quelle informazioni sono costruite per portarci altrove.
(Ansa)
Ma c’è poco da stare allegri. Quello che salterà in aria, infatti, sarà con buona probabilità il primo anticipo d’estate degli italiani, oltre all’importante pezzo di economia italiana che ruota attorno al turismo. E di tutto ciò dovremo ringraziare le Milizie rossoverdi, gli estremisti scioperaioli, i kamikaze della contestazione senza se e senza ma. Ma soprattutto senza senso.
Si comincia stasera alle 21 con uno sciopero di treni, bus e metropolitane che proseguirà fino alle 21 di domani. Ovviamente, come da consuetudine, di venerdì, così da garantire il weekend lunghissimo a chi protesta e rovinarlo a chi deve partire. Ottimo, no? Proprio alla vigilia di quello che è ritenuto da tutti gli operatori del settore uno dei weekend più importanti dell’anno, con il maggior numero di spostamenti, che cosa viene in mente ai sindacati Usi Cit, Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas (ma, si badi bene, aderiscono anche Usi 1912, Sbm, Fisi, Fi-si)? Di certificare la propria esistenza in vita rompendo l’anima agli italiani. Certo: altrimenti chi si sarebbe mai accorto dell’esistenza di Sgb, Sbm e Adl Varese? Solo il rischio di rimanere con la valigia in mano in stazione davanti alla scritta «treno cancellato» ti fa considerare per un attimo l’esistenza di Usi Cit e Usi 1912, qualsiasi cosa essi siano. Per non dire della fondamentale differenza tra Fisi e Fi-si, su cui occorrerà un apposito trattato di storia del sindacato.
Eppure siamo qui a parlarne. Quindi hanno ottenuto il loro effetto: minacciare la serenità degli italiani che già attraversano un momento duro, tra guerra, benzina alle stelle, inflazioni e allarmismi vari. Perché togliere loro pure il sogno di tre giorni di svago? Il ritorno da mammà? Una passeggiata in montagna? La prima tintarella in spiaggia? Come se non bastasse, alla follia rossa Cub si aggiunge la follia verde degli ambientalisti, in questo caso austriaci, che nella giornata di sabato bloccheranno il Brennero dalle 11 alle 19, con gravi conseguenze sul traffico in Italia. La A22 resterà infatti chiusa da Vipiteno in su dalle 10.30 alle 20 e si prevedono ulteriori blocchi in caso di (probabilissimi) ingorghi. Tanto che il sindaco di Bolzano ha già di «limitare gli spostamenti e l’uso dell’auto privata». Meglio prendere il treno, ovvio. Ammesso che non sia ancora in sciopero.
Riassumendo, nei prossimi due giorni succederà questo:
1 si cercheranno di bloccare treni, bus e metro;
2 in ogni caso si creeranno disagi a chi usa i mezzi;
3 si paralizzerà sicuramente la A22, cioè una delle più importanti autostrade italiane;
4 si renderà off limits una delle zone a più alta intensità turistica, dall’Alto Adige fino a Verona;
5si renderà di fatto impossibile l’uso dell’automobile ai cittadini della zona;
6 si inviteranno i turisti a dirigersi altrove, dove il senno, almeno quello, non è andato in sciopero. E tutto questo perché? Qui viene il bello. Perché, è ovvio, il diritto di manifestare e di protestare è sacrosanto. Ma ci sarà pure un limite alla follia.
Cominciamo dagli ambientalisti. Protestano per l’inquinamento provocato dal traffico. E che fanno? Aumentano l’inquinamento provocato dal traffico. Grazie al loro blocco si creerà un maxi ingorgo transnazionale con effetti devastanti anche sull’ambiente, oltre che sull’economia. Non esiste un’altra forma di protesta? Possibile che le loro menti ecologiche non possano produrre qualcosa di meno dannoso per quell’ambiente che dicono di proteggere? E che non si rendano conto che, in un’Europa che fatica a stare in piedi, bloccare i commerci e il turismo in un modo così rozzo e brutale significa, di fatto, suicidarsi?
Ancor meglio però le motivazioni dello sciopero generale del trasporto di venerdì. Cito testualmente. L’astensione del lavoro viene proclamata «contro la guerra e l’aumento delle spese militari; contro lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà e il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato; contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi a Israele; contro l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa; contro politiche repressive dei diversi decreti Sicurezza; contro gli abusi della Commissione di garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della logistica; contro l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso; contro le morti sul lavoro». Per l’amore del cielo, tutto legittimo, si capisce: ma perché non metterci dentro anche la solidarietà con Cuba? E i bimbi nelle miniere in Sierra Leone?
Quando ero piccolo mia mamma mi insegnava: se vuoi ottenere qualcosa, chiedi una cosa per volta. Questi sindacalisti non hanno avuto una mamma? Come si fa a mettere insieme i decreti Sicurezza e il genocidio in Palestina, le politiche sulla casa e la guerra? E soprattutto: se si sa che non si riuscirà a ottenere nulla, perché bombardare il ponte degli italiani, insieme agli ambientalisti? Per il gusto di fare i guastafeste? Per vocazione tafazziana? O perché, a forza di bloccare treni e strade, gli si sono bloccati pure i cervelli?
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Perché lì siamo, agli incroci. L’energia è una «minaccia esistenziale», per dirla con Orsini, quindi vorremmo sapere che direzione intende prendere il governo Meloni ai seguenti incroci: 1) gas e petrolio russo, sì o no?; 2) se l’Europa fa melina su energia e burocrazia, l’Italia eserciterà il diritto di veto come pistola sul tavolo, sì o no?; 3) siamo disposti a bloccare le vendite di petrolio o suoi derivati fuori dall’Italia, sì o no?
Entriamo nello specifico, ricordando quello che Confindustria ha lasciato sull’agenda del premier (ma tu guarda se la Meloni deve pure fare il lavoro per conto di Urso, sul cui conto gli industriali ne hanno dette di tutti i colori, a ragione), in un quadro generale economico peggiorato negli ultimi dodici mesi, appesantito dalle guerre e da quella burocrazia «lunare» targata Ue. Negli ultimi tempi, su entrambe le questioni abbiamo ascoltato interventi netti, precisi e condivisibili da parte di Confindustria (con Orsini) e di Coldiretti (con Gesmundo), segno che l’Europa rischia di tenere tutti incollati nella sua stessa colla burocratica.
Chi fa impresa non può limitarsi a sognare l’Europa che verrà, ma deve fare i conti con quello che oggi passa il ricco convento di Bruxelles. Chi sta al governo, di contro, deve decidersi: se gli imprenditori hanno ragione nell’analisi, allora deve andare in Europa col coltello tra i denti anche a costo di svelare che il re è nudo; se invece ha paura di violare questo santuario, eviti finti annunci. La questione è troppo seria per concedersi alla manipolazione delle idee. È pura manipolazione, per esempio, la questione delle sanzioni sull’energia dalla Russia. Sono mesi che ci sorbiamo la morale sul fatto che non possiamo comprare energia da Putin per evitare di finanziare la sua guerra. Nel frattempo, la macchina delle forniture non si è mai fermata! E fa ridere che la propaganda anti Putin se la prenda ora con Buttafuoco ora con la coppia Pirlo-Materazzi o con i cantanti che tengono i concerti a Mosca. Nel mese di aprile, nella zona Ue abbiamo comprato 1,7 miliardi tra gas e petrolio: la parte del leone l’hanno fatta i francesi (la TotalEnergies è nell’azionariato di Novatek e di Yamal Lng, sebbene non riesca a riscuotere i dividendi) con acquisti di gnl per un valore di 413 milioni; poi l’Ungheria, che ha comprato gas e greggio per 380 milioni; il Belgio con 363 milioni di gas naturale; la Slovacchia con 228 milioni di gas e greggio; la Spagna con 181 milioni di gnl. Tutti accordi legali perché per tutto aprile 2026 erano ancora valide le importazioni basate su contratti a lungo termine. Ovviamente l’acquisto bulimico di gas e di petrolio nasce dalla necessità di affrontare le crisi di Hormuz e cripta i carichi di navi fantasma con carichi importanti che arrivano in Europa, Italia compresa. Allora perché continuiamo a far finta di nulla: c’è una retorica da difendere? Beh, è una retorica impregnata di ipocrisia visto che ovunque si sta comprando dai russi tutta l’energia possibile!
Questo è dunque uno di quegli incroci strategici: finora l’Europa ha finanziato Putin acquistando gas e petrolio forse persino più di quel che abbiamo girato all’Ucraina per difendersi. E comunque non si può pensare di sacrificare la crescita economica (l’industria italiana vale il 15% del Pil e milioni di posti di lavoro) perché non vogliamo ammettere che abbiamo bisogno di energia; a meno che non si dica che hanno diritto di stare in piedi solo le industrie del comparto Difesa.
Secondo incrocio: dall’energia alla burocrazia, stupida, fanatica, «lunare» dell’Unione europea. Lo sentiamo dire da tempo ma i burocrati di Bruxelles scoppiano di salute. Del resto, che aspettarsi da una Europa che tiene in vita due Parlamenti (e mezzo) con un surplus di costi vergognoso? «L’Europa è sempre più necessaria, ma deve cambiare strada e marciare», ha spiegato il presidente di Confindustria Orsini senza tuttavia aggiungere che l’Europa non può bloccare la crescita, come accade con la tassa sulle emissioni (Ets). Capisco l’esigenza di Orsini di chiedere all’Europa di farsi mercato unico dell’energia, ma se in un mercato di squali (l’America fa affari con la Russia; la Cina ha comprato energia russa per 7,3 miliardi; l’India per 5 miliardi; la Turchia per 3 miliardi) l’Europa ci va come la Vispa Teresa allora stiamo freschi. Se l’energia è davvero una «minaccia esistenziale» - e lo è - occorrono decisioni, non giri di minuetto. Se l’Europa mostra la faccia dura con l’Italia (la seconda manifattura del Continente e l’ottava nel mondo, nonostante tutto), il governo minacci seriamente l’uso del potere di veto.
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Nel riquadro, la locandina del centro culturale «Islam è Luce» di Udine (iStock)
Invece quell’annuncio risulta sorprendente, anche perché il supporto carcerario è compreso all’interno di un pacchetto che prevede «insegnamenti sull’Islam, dialogo interreligioso, madrassa (la scuola islamica per bambini), memorizzazione del Corano, 5 salat (le preghiere quotidiane), l’appello all’Islam, consigli matrimoniali, l’accompagnamento di extracomunitari in questura, in Comune, all’Asl e ai colloqui di lavoro in caso di problemi». Segue numero di telefono.
Il patronato alternativo è il core business dell’associazione «Islam è luce», che nel «nome di Allah il misericordioso e compassionevole» si è installata nel quartiere della stazione di Udine, zona semicentrale afflitta da degrado e spaccio, con numerosi profughi e migranti ospitati nelle case dell’Arci oppure abbandonati per strada dall’amministrazione piddina. Anche nel capoluogo friulano il grande abbraccio progressista è la causa di una situazione ormai fuori controllo. E la presenza islamica è importante con problemi di ordine pubblico sempre più pressanti. Le modalità sono identiche ovunque: i comitati cittadini denunciano, la polizia interviene, la sinistra stigmatizza e dopo un mese tutto torna come prima.
Così quel negozio disadorno e senza insegne, con il cartello solitario sulla porta, in realtà è la quarta moschea abusiva della città friulana, allestita da un gruppo di cittadini africani guidati da un addetto alle pulizia italiano (ma ghanese di nascita): Baba Cracki. Secondo gli organizzatori non ci sarebbe nulla di strano; quelle visite in carcere hanno lo scopo di portare conforto, consulenze legali e spirituali ai musulmani che scontano una pena.
È però prudente non sentirsi rassicurati dopo le vicende di Modena e Reggio Emilia. Ed è difficile non far suonare il campanello d’allarme dopo una notizia che arriva da fonti del Viminale: gli stranieri arrestati durante il governo di Giorgia Meloni per atti di terrorismo e radicalizzazione sono stati 68, un numero molto alto rispetto al passato. Un dato che comprende i radicalizzati che già hanno attraversato la frontiera della violenza e coloro che hanno espresso (attraverso scritti, ricerche internet, contatti con amici nel sottobosco dell’illegalità) la volontà di seguirli. È un fenomeno da non sottovalutare e gli investigatori aggiungono che uno dei luoghi di reclutamento è il carcere.
L’emergenza (che fino a prova contraria non riguarda la vicenda di Udine) è ufficiale: uno straniero di fede musulmana ogni 115 residenti in Italia è attualmente detenuto in un carcere italiano. Lo ha portato alla luce l’ultima relazione sul tema del guardasigilli Carlo Nordio. Il ministero della Giustizia ricostruisce così: «I cittadini provenienti dai paesi islamici sono 13.814 su un totale di 63.198 detenuti. E poiché i residenti stranieri di fede musulmana sono circa 1,6 milioni (dato rilevato dalla Fondazione Ismu, iniziative e studi sulla multietnicità), il rapporto è questo: 13.814 detenuti su 1.600.000 residenti. I praticanti, sui 13.814, sono 7.477». C’è un altro dato importante, che impone la necessità di mantenere alta l’attenzione: fra i detenuti ci sono 36 imam «che conducono la preghiera all’interno dei penitenziari». E fanno proseliti: al 30 settembre scorso risultano convertiti all’Islam 37 detenuti.
In questo contesto la deriva jihadista non è scontata ma neppure da banalizzare. Sempre secondo il rapporto di via Arenula i detenuti musulmani «attenzionati» in prigione dai nuclei specializzati della polizia penitenziaria sono 194. Con una ripartizione di tre livelli. 1) Rischio alto: 65 sono detenuti per reati connessi al terrorismo internazionale o di particolare interesse per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione o reclutamento. 2) Rischio medio: 61 sono coloro i quali, all’interno del penitenziario, hanno posto in essere più atteggiamenti che fanno presupporre una vicinanza all’ideologia jihadista. 3) Rischio basso: 68 sono i casi in cui le notizie raccolte negli istituti di pena risultano generiche e richiedono un ulteriore approfondimento.
Sono tenuti sotto controllo anche i detenuti delle carceri minorili, spesso immigrati di seconda generazione che si compattano in gang o giovanissimi senza fissa dimora e privi di riferimenti. Quindi facilmente arruolabili. Uno studio del ministero degli Esteri con «The Siracusa international institute» sottolinea che l’ambiente carcerario offre «opportunità di contatto con altri detenuti radicalizzati e può creare o amplificare le condizioni conduttive alla radicalizzazione». E al di là della sociologia spicciola, con il ruolo centrale degli imam.
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