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2026-04-15
Radiografie false con l’intelligenza artificiale: l’allarme su truffe e risarcimenti
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A guardarla, sembrava vera. Ma è stato proprio questo il problema. Perché invece quella radiografia era falsa, generata dall'intelligenza artificiale. Eppure ci sono cascati tutti. Perché se un referto medico così importante può apparire autentica anche agli occhi di un medico esperto, allora il rischio non riguarda più soltanto la diagnosi. Riguarda il denaro, i risarcimenti, i contenziosi, le frodi. Riguarda un pezzo crescente della sicurezza digitale che finora è rimasto ai margini del racconto pubblico: la possibilità che immagini cliniche, file audio, video e comunicazioni manipolate con l’AI entrino nei processi assicurativi e sanitari come prove credibili, abbastanza credibili da far scattare pagamenti, perizie o decisioni sbagliate.
Il punto non è più teorico. Uno studio pubblicato su Radiology ha mostrato che immagini radiografiche sintetiche create dall’AI possono ingannare sia i radiologi sia gli stessi sistemi di intelligenza artificiale. Nel test, 17 specialisti di 12 ospedali in sei Paesi hanno esaminato 264 immagini, metà autentiche e metà artificiali: senza sapere della presenza dei falsi, sono riusciti a riconoscerli correttamente solo nel 41% dei casi; anche dopo essere stati avvertiti, l’accuratezza media si è fermata al 75%. Tradotto: il falso ha già raggiunto un livello di qualità sufficiente a entrare nella zona grigia dove una prova non è più immediatamente distinguibile da una manipolazione.
È in questa zona grigia che la cybercriminalità cambia pelle. Per anni il rischio informatico è stato associato soprattutto a intrusioni, ransomware, phishing, furti di dati. I deepfake aggiungono un livello diverso e più insidioso: non attaccano solo i sistemi, attaccano la fiducia. Non forzano una porta, si presentano come qualcosa che sembra legittimo. Una voce che chiede un bonifico urgente. Un video che conferma un ordine. Un’immagine clinica che rafforza una richiesta di rimborso. Una prova che appare tecnica e quindi, per definizione, affidabile.
Il caso di Hong Kong, dove un dipendente ha autorizzato trasferimenti per oltre 25 milioni di dollari dopo una videoconferenza con dirigenti in realtà ricostruiti artificialmente, è diventato il simbolo di questo salto. Non c’entra la sanità, ma spiega bene il meccanismo: il deepfake non serve più soltanto a ingannare l’opinione pubblica, serve a far funzionare una frode dentro procedure ordinarie. È questo il passaggio decisivo. Il falso non si limita a circolare. Entra nei processi.
Per questo la partnership tra identifAI e AmTrust Assicurazioni merita attenzione ben oltre il recinto delle notizie di settore. La compagnia ha deciso di integrare strumenti di rilevamento deepfake dentro la propria offerta cyber per imprese e organizzazioni sanitarie, con servizi di verifica per immagini, video e audio e con un’estensione specifica contro la frode digitale. È il segnale che il mercato assicurativo comincia a considerare il deepfake non come un rischio reputazionale o mediatico, ma come un rischio operativo, economico e potenzialmente assicurabile.
«L'Intelligenza Artificiale generativa» – commenta Marco Ramilli, founder di IdentifAI - «ha reso indistinguibile il vero dal falso, mettendoci di fronte a una scelta. Non possiamo più credere a tutto ciò che vediamo, ma vivere nel sospetto perpetuo è contro la nostra natura umana. Per non rassegnarci alla 'Società del Dubbio', dobbiamo costruire i nostri anticorpi digitali. Sviluppare e adottare strumenti di AI detection è il passo fondamentale per riprenderci il nostro diritto più grande: quello di fidarci ancora. identifAI nasce proprio per colmare questo gap: addestriamo modelli di visione artificiale avanzati per contrastare l'output generativo, garantendo il diritto fondamentale alla verifica dell’autenticità».
La sanità è il terreno più delicato di tutti. Perché qui l’autenticità di un’immagine non ha solo un valore informativo: può incidere su diagnosi, invalidità, responsabilità professionale, liquidazione di sinistri, cause civili. Se una radiografia falsa può sembrare plausibile, il problema non riguarda solo il medico che la interpreta. Riguarda l’intera filiera: chi produce il file, chi lo conserva, chi lo valuta, chi ci costruisce sopra una decisione clinica o un rimborso. In un contesto del genere, il deepfake non è un semplice falso digitale. È un attacco alla catena della prova.
Ed è qui che il tema diventa pienamente cyber. Perché la sicurezza non coincide più soltanto con la difesa delle reti o dei server. Coincide anche con la capacità di verificare l’autenticità di ciò che circola dentro un’organizzazione. Europol da tempo avverte che audio, video e immagini sintetiche possono essere usati per impersonation, frodi e manipolazione delle evidenze. La novità è che adesso questa minaccia sta trovando un punto di contatto diretto con assicurazioni, strutture sanitarie e processi aziendali reali.
La questione di fondo è semplice e scomoda. Per decenni il digitale è stato raccontato come il regno della tracciabilità. Oggi rischia di diventare anche il regno dell’ambiguità. Vedere non basta più. Ascoltare non basta più. Ricevere un’immagine o un documento non basta più. E quando questo accade nei settori dove una prova può generare un risarcimento o orientare una diagnosi, il problema smette di essere tecnologico in senso stretto. Diventa industriale, giuridico, assicurativo.
È questo che la vicenda identifAI-AmTrust porta alla luce. Non la promessa di una soluzione definitiva, che oggi non esiste, ma la presa d’atto che il confine tra vero e falso è ormai diventato un tema di sicurezza economica. E che la prima infrastruttura da proteggere, ormai, non è solo il sistema. È la fiducia.
Hackerare la mente, il cyber attacca dove siamo più fragili
C’è un passaggio, in questo libro, che arriva prima ancora delle singole tesi: la sensazione che il terreno della cybersicurezza si sia spostato. Non più soltanto server, reti, password, malware. Non più soltanto il perimetro tecnico da difendere. Il bersaglio vero, suggeriscono Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco in Hackerare la mente. Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria libertà digitale, è diventato l’uomo, o più precisamente la sua attenzione, la sua emotività, la sua capacità di giudizio. È una tesi molto forte, ma proprio qui sta qui uno dei pregi del volume: affronta un tema che si presta facilmente all’allarmismo con un tono invece misurato, accessibile, spesso persino didattico.
Il libro parte da una constatazione che oggi appare sempre meno evitabile: le tecnologie digitali non si limitano a raccogliere dati, organizzare informazioni o automatizzare compiti. Intervengono nel modo in cui percepiamo la realtà, reagiamo agli stimoli, interpretiamo i messaggi, prendiamo decisioni. Per questo la sicurezza, spiegano gli autori, non può più essere pensata solo come difesa di infrastrutture e archivi. Deve includere la difesa della sfera cognitiva, cioè di quello spazio fragile in cui si formano convinzioni, paure, fiducia, urgenza. Il punto, in sostanza, è che la mente umana è diventata una superficie di attacco.
Iezzi, con la sua lunga esperienza nella cybersecurity, e Fusco, che porta nel libro una sensibilità più legata al linguaggio, alla comunicazione e ai processi decisionali, costruiscono un percorso che tiene insieme tecnica e antropologia del digitale. È proprio questa doppia chiave a rendere il saggio interessante. Da una parte c’è la descrizione del contesto: phishing evoluto, chatbot, notifiche, social network, sistemi predittivi, modelli linguistici generativi. Dall’altra c’è la domanda più importante: perché tutto questo funziona? La risposta è nel titolo. Perché prima ancora di hackerare una macchina, oggi si può hackerare un comportamento.
Il cuore del libro è infatti il cognitive hacking, nozione che qui viene resa in modo chiaro anche per un lettore non specialista. Non si tratta della violazione di un dispositivo, ma dell’influenza esercitata su una persona attraverso messaggi progettati per attivare scorciatoie mentali, emozioni, riflessi automatici. Fiducia, paura, fretta, desiderio di appartenenza: sono questi, più delle vulnerabilità software, i varchi da cui passa la manipolazione contemporanea. In questo senso il saggio ha il merito di ricordare una verità spesso rimossa dal discorso pubblico sulla tecnologia: il fattore umano non è un dettaglio residuale del sistema, è il sistema.
Molto efficace è anche l’insistenza sul linguaggio. Le parole, osservano gli autori, non descrivono soltanto il mondo: lo orientano. Nel paesaggio digitale, questa intuizione diventa ancora più decisiva, perché ogni interfaccia, ogni messaggio, ogni notifica è costruita per suggerire una reazione. Un clic, una conferma, una condivisione, un acquisto, una fiducia accordata quasi automaticamente. In questo quadro l’intelligenza artificiale generativa rappresenta un salto di qualità: rende la persuasione più fluida, più precisa, più personalizzata. Le vecchie truffe si riconoscevano spesso dagli errori, dalle goffaggini, dai segnali vistosi della manipolazione. Le nuove, invece, possono essere impeccabili. E proprio per questo più pericolose.
Il merito del volume è non fermarsi alla denuncia. Hackerare la mente prova anche a offrire strumenti di orientamento. Non promette ricette semplici, e fa bene, perché il tema non si presta a soluzioni miracolose. Ma insiste su alcuni antidoti concreti: una nuova igiene comunicativa, la consapevolezza dei bias cognitivi, la capacità di rallentare davanti ai messaggi costruiti per imporre urgenza, l’esigenza di una alfabetizzazione digitale che non sia solo tecnica ma anche psicologica. È forse questa la parte più utile del libro, quella che lo rende più di un saggio di scenario: una guida civile, nel senso più ampio del termine.
Colpisce il fatto che il libro arrivi in un momento in cui il lessico della cybersicurezza appare improvvisamente insufficiente. Non basta più parlare di dati violati, account compromessi, identità rubate. O almeno non basta se non si comprende che l’attacco si è spostato anche sul piano della percezione. Da questo punto di vista la prefazione di Lorenzo Guerini e la postfazione di mons. Renzo Pegoraro ampliano il raggio della riflessione: non siamo soltanto davanti a una questione tecnica o individuale, ma a un problema che tocca la qualità della democrazia, la libertà personale, l’autonomia del giudizio. Quando gli strumenti di influenza diventano industriali, invisibili e adattivi, la difesa della mente non è più una metafora.
Il titolo del libro può sembrare provocatorio, ma alla fine coglie il punto. Perché ciò che un tempo appariva come una distorsione occasionale oggi rischia di diventare la normalità delle nostre interazioni digitali. Ed è qui che il saggio trova la sua ragion d’essere più solida: nel mostrare che la libertà, nell’ecosistema contemporaneo, non dipende soltanto dall’accesso alle informazioni, ma anche dalla capacità di riconoscere quando quelle informazioni sono costruite per portarci altrove.
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Uno studio dimostra che le radiografie generate dall’intelligenza artificiale possono ingannare anche gli specialisti. E mentre assicurazioni e imprese iniziano a dotarsi di strumenti di verifica, il cyber risk cambia natura: non colpisce solo i sistemi, ma la fiducia nelle prove.In Hackerare la mente Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco raccontano come algoritmi, linguaggio e intelligenza artificiale possano orientare scelte e percezioni. Una riflessione che aiuta a capire anche il boom di frodi digitali e contenuti manipolati.Lo speciale contiene due articoliA guardarla, sembrava vera. Ma è stato proprio questo il problema. Perché invece quella radiografia era falsa, generata dall'intelligenza artificiale. Eppure ci sono cascati tutti. Perché se un referto medico così importante può apparire autentica anche agli occhi di un medico esperto, allora il rischio non riguarda più soltanto la diagnosi. Riguarda il denaro, i risarcimenti, i contenziosi, le frodi. Riguarda un pezzo crescente della sicurezza digitale che finora è rimasto ai margini del racconto pubblico: la possibilità che immagini cliniche, file audio, video e comunicazioni manipolate con l’AI entrino nei processi assicurativi e sanitari come prove credibili, abbastanza credibili da far scattare pagamenti, perizie o decisioni sbagliate.Il punto non è più teorico. Uno studio pubblicato su Radiology ha mostrato che immagini radiografiche sintetiche create dall’AI possono ingannare sia i radiologi sia gli stessi sistemi di intelligenza artificiale. Nel test, 17 specialisti di 12 ospedali in sei Paesi hanno esaminato 264 immagini, metà autentiche e metà artificiali: senza sapere della presenza dei falsi, sono riusciti a riconoscerli correttamente solo nel 41% dei casi; anche dopo essere stati avvertiti, l’accuratezza media si è fermata al 75%. Tradotto: il falso ha già raggiunto un livello di qualità sufficiente a entrare nella zona grigia dove una prova non è più immediatamente distinguibile da una manipolazione.È in questa zona grigia che la cybercriminalità cambia pelle. Per anni il rischio informatico è stato associato soprattutto a intrusioni, ransomware, phishing, furti di dati. I deepfake aggiungono un livello diverso e più insidioso: non attaccano solo i sistemi, attaccano la fiducia. Non forzano una porta, si presentano come qualcosa che sembra legittimo. Una voce che chiede un bonifico urgente. Un video che conferma un ordine. Un’immagine clinica che rafforza una richiesta di rimborso. Una prova che appare tecnica e quindi, per definizione, affidabile.Il caso di Hong Kong, dove un dipendente ha autorizzato trasferimenti per oltre 25 milioni di dollari dopo una videoconferenza con dirigenti in realtà ricostruiti artificialmente, è diventato il simbolo di questo salto. Non c’entra la sanità, ma spiega bene il meccanismo: il deepfake non serve più soltanto a ingannare l’opinione pubblica, serve a far funzionare una frode dentro procedure ordinarie. È questo il passaggio decisivo. Il falso non si limita a circolare. Entra nei processi.Per questo la partnership tra identifAI e AmTrust Assicurazioni merita attenzione ben oltre il recinto delle notizie di settore. La compagnia ha deciso di integrare strumenti di rilevamento deepfake dentro la propria offerta cyber per imprese e organizzazioni sanitarie, con servizi di verifica per immagini, video e audio e con un’estensione specifica contro la frode digitale. È il segnale che il mercato assicurativo comincia a considerare il deepfake non come un rischio reputazionale o mediatico, ma come un rischio operativo, economico e potenzialmente assicurabile.«L'Intelligenza Artificiale generativa» – commenta Marco Ramilli, founder di IdentifAI - «ha reso indistinguibile il vero dal falso, mettendoci di fronte a una scelta. Non possiamo più credere a tutto ciò che vediamo, ma vivere nel sospetto perpetuo è contro la nostra natura umana. Per non rassegnarci alla 'Società del Dubbio', dobbiamo costruire i nostri anticorpi digitali. Sviluppare e adottare strumenti di AI detection è il passo fondamentale per riprenderci il nostro diritto più grande: quello di fidarci ancora. identifAI nasce proprio per colmare questo gap: addestriamo modelli di visione artificiale avanzati per contrastare l'output generativo, garantendo il diritto fondamentale alla verifica dell’autenticità».La sanità è il terreno più delicato di tutti. Perché qui l’autenticità di un’immagine non ha solo un valore informativo: può incidere su diagnosi, invalidità, responsabilità professionale, liquidazione di sinistri, cause civili. Se una radiografia falsa può sembrare plausibile, il problema non riguarda solo il medico che la interpreta. Riguarda l’intera filiera: chi produce il file, chi lo conserva, chi lo valuta, chi ci costruisce sopra una decisione clinica o un rimborso. In un contesto del genere, il deepfake non è un semplice falso digitale. È un attacco alla catena della prova.Ed è qui che il tema diventa pienamente cyber. Perché la sicurezza non coincide più soltanto con la difesa delle reti o dei server. Coincide anche con la capacità di verificare l’autenticità di ciò che circola dentro un’organizzazione. Europol da tempo avverte che audio, video e immagini sintetiche possono essere usati per impersonation, frodi e manipolazione delle evidenze. La novità è che adesso questa minaccia sta trovando un punto di contatto diretto con assicurazioni, strutture sanitarie e processi aziendali reali.La questione di fondo è semplice e scomoda. Per decenni il digitale è stato raccontato come il regno della tracciabilità. Oggi rischia di diventare anche il regno dell’ambiguità. Vedere non basta più. Ascoltare non basta più. Ricevere un’immagine o un documento non basta più. E quando questo accade nei settori dove una prova può generare un risarcimento o orientare una diagnosi, il problema smette di essere tecnologico in senso stretto. Diventa industriale, giuridico, assicurativo.È questo che la vicenda identifAI-AmTrust porta alla luce. Non la promessa di una soluzione definitiva, che oggi non esiste, ma la presa d’atto che il confine tra vero e falso è ormai diventato un tema di sicurezza economica. E che la prima infrastruttura da proteggere, ormai, non è solo il sistema. È la fiducia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/radiografie-false-con-lintelligenza-artificiale-lallarme-su-truffe-e-risarcimenti-2676714118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hackerare-la-mente-il-cyber-attacca-dove-siamo-piu-fragili" data-post-id="2676714118" data-published-at="1776199650" data-use-pagination="False"> Hackerare la mente, il cyber attacca dove siamo più fragili C’è un passaggio, in questo libro, che arriva prima ancora delle singole tesi: la sensazione che il terreno della cybersicurezza si sia spostato. Non più soltanto server, reti, password, malware. Non più soltanto il perimetro tecnico da difendere. Il bersaglio vero, suggeriscono Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco in Hackerare la mente. Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria libertà digitale, è diventato l’uomo, o più precisamente la sua attenzione, la sua emotività, la sua capacità di giudizio. È una tesi molto forte, ma proprio qui sta qui uno dei pregi del volume: affronta un tema che si presta facilmente all’allarmismo con un tono invece misurato, accessibile, spesso persino didattico.Il libro parte da una constatazione che oggi appare sempre meno evitabile: le tecnologie digitali non si limitano a raccogliere dati, organizzare informazioni o automatizzare compiti. Intervengono nel modo in cui percepiamo la realtà, reagiamo agli stimoli, interpretiamo i messaggi, prendiamo decisioni. Per questo la sicurezza, spiegano gli autori, non può più essere pensata solo come difesa di infrastrutture e archivi. Deve includere la difesa della sfera cognitiva, cioè di quello spazio fragile in cui si formano convinzioni, paure, fiducia, urgenza. Il punto, in sostanza, è che la mente umana è diventata una superficie di attacco.Iezzi, con la sua lunga esperienza nella cybersecurity, e Fusco, che porta nel libro una sensibilità più legata al linguaggio, alla comunicazione e ai processi decisionali, costruiscono un percorso che tiene insieme tecnica e antropologia del digitale. È proprio questa doppia chiave a rendere il saggio interessante. Da una parte c’è la descrizione del contesto: phishing evoluto, chatbot, notifiche, social network, sistemi predittivi, modelli linguistici generativi. Dall’altra c’è la domanda più importante: perché tutto questo funziona? La risposta è nel titolo. Perché prima ancora di hackerare una macchina, oggi si può hackerare un comportamento.Il cuore del libro è infatti il cognitive hacking, nozione che qui viene resa in modo chiaro anche per un lettore non specialista. Non si tratta della violazione di un dispositivo, ma dell’influenza esercitata su una persona attraverso messaggi progettati per attivare scorciatoie mentali, emozioni, riflessi automatici. Fiducia, paura, fretta, desiderio di appartenenza: sono questi, più delle vulnerabilità software, i varchi da cui passa la manipolazione contemporanea. In questo senso il saggio ha il merito di ricordare una verità spesso rimossa dal discorso pubblico sulla tecnologia: il fattore umano non è un dettaglio residuale del sistema, è il sistema.Molto efficace è anche l’insistenza sul linguaggio. Le parole, osservano gli autori, non descrivono soltanto il mondo: lo orientano. Nel paesaggio digitale, questa intuizione diventa ancora più decisiva, perché ogni interfaccia, ogni messaggio, ogni notifica è costruita per suggerire una reazione. Un clic, una conferma, una condivisione, un acquisto, una fiducia accordata quasi automaticamente. In questo quadro l’intelligenza artificiale generativa rappresenta un salto di qualità: rende la persuasione più fluida, più precisa, più personalizzata. Le vecchie truffe si riconoscevano spesso dagli errori, dalle goffaggini, dai segnali vistosi della manipolazione. Le nuove, invece, possono essere impeccabili. E proprio per questo più pericolose.Il merito del volume è non fermarsi alla denuncia. Hackerare la mente prova anche a offrire strumenti di orientamento. Non promette ricette semplici, e fa bene, perché il tema non si presta a soluzioni miracolose. Ma insiste su alcuni antidoti concreti: una nuova igiene comunicativa, la consapevolezza dei bias cognitivi, la capacità di rallentare davanti ai messaggi costruiti per imporre urgenza, l’esigenza di una alfabetizzazione digitale che non sia solo tecnica ma anche psicologica. È forse questa la parte più utile del libro, quella che lo rende più di un saggio di scenario: una guida civile, nel senso più ampio del termine.Colpisce il fatto che il libro arrivi in un momento in cui il lessico della cybersicurezza appare improvvisamente insufficiente. Non basta più parlare di dati violati, account compromessi, identità rubate. O almeno non basta se non si comprende che l’attacco si è spostato anche sul piano della percezione. Da questo punto di vista la prefazione di Lorenzo Guerini e la postfazione di mons. Renzo Pegoraro ampliano il raggio della riflessione: non siamo soltanto davanti a una questione tecnica o individuale, ma a un problema che tocca la qualità della democrazia, la libertà personale, l’autonomia del giudizio. Quando gli strumenti di influenza diventano industriali, invisibili e adattivi, la difesa della mente non è più una metafora.Il titolo del libro può sembrare provocatorio, ma alla fine coglie il punto. Perché ciò che un tempo appariva come una distorsione occasionale oggi rischia di diventare la normalità delle nostre interazioni digitali. Ed è qui che il saggio trova la sua ragion d’essere più solida: nel mostrare che la libertà, nell’ecosistema contemporaneo, non dipende soltanto dall’accesso alle informazioni, ma anche dalla capacità di riconoscere quando quelle informazioni sono costruite per portarci altrove.
Imagoeconomica
Che è già stato rimesso in libertà. E anche questa non è fiction. Ma un copione reale che si ripete troppo spesso. L’ennesimo caso di un aggressore che nel giro di poche ore si ritrova a piede libero. Libero magari di colpire di nuovo. Come farebbe presagire il suo curriculum che vanta precedenti per lesioni personali e invasione di terreni. E che ora, dopo i fatti di sabato sera, si arricchisce di due denunce: lesioni personali aggravate e porto abusivo d’armi. A quanto pare non abbastanza però per far scattare eventuali misure cautelari. Così come non deve essere bastato il sangue davanti alla quale si sono trovati gli agenti dell’Upgsp. (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) della Questura quando sono arrivati sul posto attorno alle 23, in seguito ad una segnalazione. Un uomo sanguinante riverso a terra e una donna con profonde ferite al volto. È lei che avrebbe indicato agli agenti il presunto responsabile dell’aggressione, il trentaseienne tunisino, che in quel momento si stava allontanando rapidamente dal luogo dell’accaduto. Secondo quanto riferito dalla Polizia di Stato, tutto sarebbe scaturito da una lite tra l’uomo e la coppia che passeggiava nei pressi del lago. Poi la discussione sarebbe degenerata fino a trasformarsi in aggressione. Pur di colpire, l’uomo, armato di coltello serramanico, avrebbe inseguito i due fino a raggiungerli e sferrare i colpi. Contro ginocchio, fianco e gluteo nel caso di lui, e poi fendendo il viso di lei. Secondo alcune ricostruzioni, una volta aggrediti i due, l’uomo avrebbe cercato di disfarsi di un oggetto gettandolo sotto un’autovettura parcheggiata. Oggetto che poi si sarebbe rivelato essere un coltello a serramanico, sequestrato dagli agenti come prova dell’aggressione. Una volta fermato, l’uomo avrebbe opposto resistenza. Prima cercando di darsi alla fuga, poi vestendo le parti della presunta vittima. Avrebbe infatti tentato di giustificare il proprio comportamento lamentandosi di essere stato colpito agli occhi da uno spray urticante durante una colluttazione. Salvo poi dichiarare di non sapere chi lo avesse utilizzato contro di lui. Una serie di dettagli che stando a quanto comunicato dalla questura, le forze dell’ordine starebbero ora cercando di approfondire proseguendo le indagini, così da chiarire ulteriormente la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità aggiuntive.
Certo è che l’episodio ha destato particolare preoccupazione tra i residenti di Como per la violenza con cui si è consumata la lite, per il coinvolgimento dell’arma da taglio e per la scelta di denunciare l’uomo in stato di libertà. «Vergogna», è uno dei commenti più frequenti che si leggono a compendio degli articoli pubblicati dai giornali locali. «Ogni giorno questo continuo stillicidio di crimini... Basta. Vanno puniti severamente», scrive un altro residente della provincia di Como, notando come il profilo del presunto aggressore confermi un trend costante, quello che vede gli stranieri commettere più reati degli italiani, specialmente nei casi di aggressioni con lama dove il tasso di coinvolgimento degli stranieri sarebbe di circa 6,5 volte più alto. Chiaramente in proporzione e quindi considerando che gli stranieri rappresentano il 10% della popolazione.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Viminale, solo a Como, i cittadini stranieri rappresenterebbero il 43% delle segnalazioni relative a persone denunciate, arrestate o fermate dalle forze di polizia. Spesso e volentieri poi rimesse subito in libertà. Come raccontano i casi di cronaca in tutto il territorio nazionale. Tra i casi più recenti quello di due giovani tunisini che lo scorso gennaio erano stati accusati di aver aggredito un rider nella zona della stazione Termini a Roma. Nonostante il giudice avesse convalidato il fermo, poi la richiesta di custodia cautelare in carcere era stata respinta per mancanza di «gravi indizi di colpevolezza» sufficienti a giustificare la detenzione preventiva. A febbraio era stata la volta di una maxi aggressione tra stranieri avvenuta a Castrovillari. Sei persone erano state identificate e denunciate ma non era stata applicata nessuna misura restrittiva. Uno dei casi più eclatanti resta però quello di un cittadino straniero di 38 anni accusato di aver picchiato e rapinato un cinquantenne che viveva in un camper a Rimini. Già noto per maltrattamenti, il presunto aggressore finisce in manette ma viene scarcerato poco dopo su decisione del giudice per le indagini preliminari. A quanto pare, a detta della toga, non si sarebbe configurata una rapina ma una «semplice» aggressione con un coltello. Era l’aprile del 2023, e da allora, le aggressioni all’arma bianca non sono certo diminuite, ma con circa 30.000 episodi violenti nel biennio 2024/2025, sono aumentate del 5.5%. Chissà perché.
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Condividevano un appartamento ed erano conoscenti. Ma - da quanto si è appreso - l’uomo avrebbe approfittato proprio dell’assenza del marito della giovane mamma per approfittare di lei. La ragazza si è trovata a vivere un dramma. Quel giovane con cui condivideva la casa, gli spazi e le giornate l’avrebbe brutalmente violentata davanti agli occhi del suo piccolo di soli tre mesi di vita. Un incubo.
Quando la giovanissima mamma è riuscita a divincolarsi e l’uomo è scappata, ha potuto avvisare le forze dell’ordine. I carabinieri sono giunti sul posto e hanno trovato la ragazza in evidente stato di choc. La diciassettenne si è recata in ospedale dove è stata sottoposta alle cure del caso e soprattutto a una serie di analisi. La giovane bengalese ha denunciato la violenza subita e ai militari ha raccontato quanto accaduto indicando il suo coinquilino come l’autore dello stupro. Intanto, i carabinieri hanno avviato le indagini e sono alla ricerca di riscontri che possano individuare nel coinquilino bengalese il responsabile della violenza. L’attività investigativa procede, adesso, ad ampio raggio. Sono in corso verifiche pure per accertare le condizioni in cui i tre bengalesi vivevano e la situazione della giovanissima vittima già mamma a diciassettenne anni. Lo stupro di Marghera ha riacceso i riflettori su diverse problematiche che riguardano sia le condizioni di vita degli stranieri in Italia che nuovamente la questione della sicurezza. Sono tanti gli interrogativi che, adesso, preoccupano i residenti di Marghera, ma anche le istituzioni e i cittadini. Non sono rimasti indifferenti all’accaduto i rappresentanti della Lega e, in particolare, il consigliere comunale di Venezia, Alex Bazzaro e l’europarlamentare Anna Maria Cisint. «Un episodio inaccettabile, uno stupro vergognoso che ha avuto come preda una minorenne bengalese. Un’altra vittima della violenza dell’Islam radicale e probabilmente del sistema marcio basato sulle ospitalità. Lo stesso schema che ho già visto a Monfalcone. Una minorenne bengalese già con figli: mi chiedo, una sposa bambina?», ha commentato Cisint. Il consigliere comunale di Venezia va oltre evidenziando la gravità dell’accaduto perché la giovane diciassettenne è stata «stuprata dall’ospite, anche lui islamico». Per Bazzarro, è la punta dell’iceberg di una situazione molto più grave: «Una presenza dietro alla quale spesso si nasconde un mercato nero di subaffitti illegali e posti letto abusivi. Un mercato islamico dell’orrore, dove la donna viene doppiamente svenduta: prima come sposa e madre a soli diciassette e anni, poi viene data in pasto agli ospiti abusivi. Secondo i due esponenti leghisti «per loro la donna vale zero, un oggetto da mercificare. Questa è la pseudo-cultura che la sinistra vuole portare anche nel Comune di Venezia. Per noi questi soggetti devono essere reimpacchettati e spediti da dove sono venuti». Non è la prima volta che la cronaca racconta episodi di violenze e abusi perpetrati da cittadini stranieri ai danni di donne, giovani e adulti. Da Nord a Sud negli ultimi mesi, si è assistito a un’escalation di episodi di violenza e di brutalità. I cittadini si sentono sempre più insicuri e chiedono maggiori controlli e più attenzione verso chi arriva in Italia e delinque. Negli scorsi mesi alcune donne sono state stuprate a Roma mentre facevano una passeggiata nel parco. Episodi diversi per i quali le forze dell’ordine hanno individuato un unico responsabile, un cittadino straniero che girovaga seminando terrore e paura.
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