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2018-03-25
I super ricchi in Italia sono 3.150 e comperano case in Liguria e Umbria
Anche i super ricchi, un popolo in prevalenza nordamericano, europeo e asiatico, sono soggetti a cali e incrementi demografici in base all'andamento dei mercati. Per esempio, se negli Usa crescono in Sud America e ai Caraibi diminuiscono. E hanno pure loro grandi paure: temono il populismo.
Tutti dati e considerazioni che potete trovare nel The wealth report di Knight Frank, che come ogni anno fotografa dati e tendenze dei grandi patrimoni, ovvero i singoli che detengono più di 50 milioni di euro di ricchezza oltre alla abitazione principale. Partiamo da un primo dato significativo, ovvero che, a seguito della ripresa economica nel 2017, la crescita dei grandi patrimoni negli ultimi 12 mesi è stata molto forte, sicuramente più che in passato, ben il 10% su base annua. Nei cinque anni precedenti si era fermata al 18% quindi con una media ponderata di poco superiore al 3% su base annua. Il dato di crescita nel 2017 poi rappresenta ovviamente una media e spaccandolo su base geografica si scopre che il popolo di super abbienti è cresciuto percentualmente di più in Russia, del 26%, che in Europa, del 10%, o nel Medioriente, solo del 3%.
Ma come sempre la cura nel raccogliere i dati e le analisi contenute nel report offrono molti spunti e fotografano tendenze interessanti, non solo per i fortunati che appartengono alla categoria, o per coloro che ambiscono a entrarci, ma anche e soprattutto per operatori economici e fornitori di servizi, dalle banche ai family office, passando per gli operatori del mondo dei beni di lusso, da quelli di consumo a quelli da collezione, che sono da una parte interessati e da una parte volano di questo fenomeno. Come dicevamo le super ricchezze sono ancora una espressione geografica con contorni ben definiti ma non più limitata al mondo occidentale. Il podio vede sul gradino più alto il Nord America con oltre 44.000 detentori di superpatrimoni seguiti dall'Asia che con oltre 35.880 membri dell'esclusivo club e che stacca di poche lunghezze la vecchia Europa, arrivata a quota 35.180. E scendendo ancora nel dettaglio si scopre che qui in Italia, con 3.150 membri, doppiamo sia Spagna che Olanda o Svezia, fermi a quota 1.500 circa, quasi pareggiamo con la Svizzera che tocca i 3.750. Ma siamo molto lontani dal Regno Unito, che ne registra oltre 5.000, e dalla Germania, locomotiva d'Europa con oltre 8.000 ricconi. Anche il Giappone vicino a quota 10.000 non se la passa male.
INFOGRAFICA
Purtroppo il report non fornisce ulteriori dettagli sui Paesi, sarebbe stato interessante capire come si distribuiscono su base geografica i detentori di grandi patrimoni in Italia. Quello che più colpisce però sono i grafici e le tendenze che, fotografando lo spazio temporale ricompresi dal 2012 al 2022, ovviamente con i prossimi quattro anni su base statistica, vedrà Stati Uniti e Asia raddoppiare nell'arco di un decennio, mentre altre aree come Russia o Sud America, che sono state colpite dalla crisi più duramente di altre e essendo andate parecchio indietro, si troveranno al punto di partenza. Se i numeri sono importanti ma lo sono ancora di più i flussi, lascia a bocca aperta il dato +722% relativo ai fondi entrati negli Usa dalla Cina, anche Francia e Regno Unito hanno raccolto molti flussi monetari ma sono dati da prendere con cautela o almeno interpretare, perché poi spesso a contare sono più le città che le nazioni. E viene il sospetto quindi che almeno in parte questa attrattività non dipenda dal sistema paese nel suo complesso ma da motivazioni fiscali e anche, tutto sommato, logistiche. Non immaginiamo un super ricco desideroso di stabilirsi a Grenoble piuttosto che a Parigi, per esempio.
Basta scorrere la classifica delle città con New York che domina tutte le categorie, dalla ricchezza complessiva ai patrimoni passando per gli investimenti. per farsi una idea di dove via, lavori e si muova questo popolo ad alta capacità di spesa. Londra segue la Grande Mela a fare la damigella di onore, o forse da contraltare nel Vecchio continente, poi ci sono varie capitali che ti spetti e non ti aspetti: Hong Kong, Singapore, Tokyo a giocarsi i buoni piazzamenti insieme a Chicago, Houston. E l'Europa? Escludendo Londra post Brexit, fanno capolino solo Parigi e in fondo alla classifica Madrid. Italia, non pervenuta. Normale poi che le università top o il lifestyle si allontani da noi e tocchi città come Londra, Melbourne, Dubai o Tel Aviv che attraggono capitali. Londra per la cronaca ha il record mondiale di hotel a 5 stelle, ben 77. Altro angolo di prospettiva quello degli investimenti immobiliari nel settore lusso, ovvero le magioni da super ricchi, qui una interessante classifica relativa alle variazioni intercorse tra dicembre 2016 e dicembre 2017 fotografa risultati e andamenti, non tutti scontati. La migliore performance di crescita si registra in Cina nel Guangzhou con un +27%, seguito da Cape Town al 19,% Amsterdam al 15%. Crescite più modeste, quasi da bond, per mercati vivaci come New York, 4%, piuttosto che Miami, ferma al 2%. In negativo piazze come Dubai, Mosca, Ibiza ma occorre sempre considerare che stiamo parlando solo degli ultimi 12 mesi.
Anche qui ci sono dati sorprendenti per il Belpaese. La Liguria registra una crescita molto elevata, un rotondo +10% per gli immobili di lusso, ma questi numeri sono anche una conseguenza di fortissimi cali negli anni passati. Roma è sostanzialmente stabile, Firenze in leggero territorio negativo mentre l'Umbria cala del 10% in un solo anno, si potrebbe ipotizzare per un minore interesse di chi la vedeva come alternativa a buon mercato per le case di lusso rispetto alla Toscana e forse anche a seguito dei continui terremoti. A proposito, questi grandi patrimoni non determinano una grande crescita di acquisti diretti di aerei privati, mentre aumentano i noleggi, del 10% in Europa solo i voli charter. In crescita invece le imbarcazioni sopra i 40 metri. Tutto perfetto e un mondo ideale? Come sempre ci sono i problemi e le ansie che riguardano tutti. Non sarà una consolazione per chi vive di stipendio, ma rimane un fatto sapere che anche i detentori di grandi patrimoni hanno paura nell'ordine di terrorismo, populismo e cybercrime e poi anche della Nord Corea. Tutto questo riporta con i piedi per terra e fa capire che in effetti sono temi importanti per tutti, ineludibili per chi abita sul pianeta terra, indipendentemente dal reddito o patrimonio.
Investimenti e collezioni di lusso: l'arte cresce più di tutti

LaPresse
Bond, azioni, case. Fin qui i gusti dei milionari sembrerebbero coincidere (in parte) con quelli delle persone normali, ma sarebbe solo una parte del film. Basta scorrere la classifica relativa all'andamento dei beni da collezione di lusso per cambiare idea: arte, monete antiche e auto storiche piuttosto che vini da collezione, diamanti e ceramiche cinesi fanno su e giù nei valori in base a gusti e decisioni di investimento. I l punto è che i detentori di grandi patrimoni esattamente come un piccolo risparmiatore devono pensare cosa fare del proprio gruzzolo, quello che cambia sono gli approcci globali, la propensione al rischio e il più ampio spettro di possibilità. I cosiddetti "luxury collectibles" sono infatti visti anche come un modo per "diversificare" e proteggersi dalle fluttuazioni dei mercati. In generale, scorrendo dati e tabelle del report di Knight Frank, si scopre che a livello di propensione e in senso allargato gli investimenti azionari registrano la più ampia preferenza, seguiti da immobili e dalla buona vecchia liquidità che, strappando un terzo posto, la dice lunga sui tempi incerti che viviamo. Nel dubbio si sta liquidi. Ma se non manca attenzione ai classici beni rifugio come l'oro e un occhio alle criptovalute. sono gli investimenti alternativi compresi in quelli dei beni da collezione di lusso ad essere molto legati a questa tipologia di investitori molto abbienti. E anche qui il report Knight Frank che cura il settore con apposito Luxury Index viene in soccorso facendo la fotografia dell'ultimo anno. L'indice cresce del 7 percento, meno della media degli ultimi 10 anni che ha fatto registrare il 126% complessivo, quasi a testimoniare una fase di stanca anche per questi investimenti alternativi o, più probabilmente, una pausa di riflessione dopo le grandi crescite degli anni passati. Il primo posto in ogni caso va all'arte, che sopravanza il vino,che a sua volta l'anno scorso aveva strappato la leadership alle auto. Le auto storiche che, bene notarlo, pur salendo solo del 2% nel 2017, rimangono leader sui dieci anni con una crescita del 334%. Ma l'arte è in grande recupero dopo anni di stanca, piu 21% negli ultimi 12 mesi grazie anche a fenomeni di grande interesse intorno all'arte moderna e contemporanea e ad un crescente interesse intorno al tema anche in nuovi mercati, vedi gli Emirati Arabi ma anche a forse anche perché, a seguito dei grandi investimenti immobiliari, poi le case devono essere arredate e i ricchi proprietari amano godersi le opere d'arte. Curiosamente la maggiore domanda per vini da collezione è guidata dall'Asia, con i vini francesi al top ma anche italiani e californiani si difendono. Diamanti a crescita zero, mobili e ceramiche cinesi in arretramento non sono stati buoni investimenti ma, come spesso si sente dire dagli esperti del settore, quando i prezzi calano ci sono buone occasioni di ingresso nel mercato. Vale per le auto ma probabilmente anche per gli altri settori, i dati medi sono indicativi ma non dicono tutto. Il mercato è sempre più selettivo come i collezionisti e i gusti si muovono facilmente così magari mentre auto molto antiche fanno fatica a strappare quotazioni record e rimangono invendute, auto relativamente moderne più vicine ai gusti dei nuovi ricchi o delle generazioni più giovani, come la MCLaren F1 degli anni 90 che ha registrato crescite impetuose solo per fare un esempio. Poi ci sono anche all'interno di questa categoria di super abbienti gli investimenti per pochi, come possedere un club sportivo di grido. I dati UBS parlano chiaro e fanno da cartina al tornasole del crescente lievitare dei valori di club e giocatori: 140 tra i top club sportivi del mondo sono posseduti da 109 miliardari, la maggior parte americani ma con i tycoon asiatici in forte crescita. Anche qui una conseguenza del mondo globalizzato, se un tempo un ricco possidente pensava alla squadra di club o sportiva del suo paese, che attirava l'attenzione dei suoi concittadini, oggi con la globalizzazione multimediale i ragazzi possono guardare i top player giocare nei campionati più interessanti e competitivi, e anche le scelte di acquisto seguono il mainstream.
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Per metterli assieme non basta uno stadio come San Siro, i detentori di patrimoni superiori ai 50 milioni sono quasi 130.000 e sono cresciuti del 10% nel 2017. Per un valore complessivo di 26.000 miliardi. Oltre ai numeri ci sono le preferenze di investimento nell'azionario, l'amore per il real estate (in Italia Liguria e Umbria) e per gli spostamenti di valuta tra le nazioni. Per capire come mettono a frutto le proprie ricchezze baste leggere il Luxury Index. Il primo posto va all'arte, che sopravanza il vino,che a sua volta l'anno scorso aveva strappato la leadership alle auto storiche. Queste ultime, pur salendo solo del 2% nel 2017, restano al top per rendimento sui dieci anni con una crescita del 334%. Nell'ultimo anno i russi sono tornati in testa alle classifiche. Anche i super ricchi, un popolo in prevalenza nordamericano, europeo e asiatico, sono soggetti a cali e incrementi demografici in base all'andamento dei mercati. Per esempio, se negli Usa crescono in Sud America e ai Caraibi diminuiscono. E hanno pure loro grandi paure: temono il populismo. Tutti dati e considerazioni che potete trovare nel The wealth report di Knight Frank, che come ogni anno fotografa dati e tendenze dei grandi patrimoni, ovvero i singoli che detengono più di 50 milioni di euro di ricchezza oltre alla abitazione principale. Partiamo da un primo dato significativo, ovvero che, a seguito della ripresa economica nel 2017, la crescita dei grandi patrimoni negli ultimi 12 mesi è stata molto forte, sicuramente più che in passato, ben il 10% su base annua. Nei cinque anni precedenti si era fermata al 18% quindi con una media ponderata di poco superiore al 3% su base annua. Il dato di crescita nel 2017 poi rappresenta ovviamente una media e spaccandolo su base geografica si scopre che il popolo di super abbienti è cresciuto percentualmente di più in Russia, del 26%, che in Europa, del 10%, o nel Medioriente, solo del 3%. Ma come sempre la cura nel raccogliere i dati e le analisi contenute nel report offrono molti spunti e fotografano tendenze interessanti, non solo per i fortunati che appartengono alla categoria, o per coloro che ambiscono a entrarci, ma anche e soprattutto per operatori economici e fornitori di servizi, dalle banche ai family office, passando per gli operatori del mondo dei beni di lusso, da quelli di consumo a quelli da collezione, che sono da una parte interessati e da una parte volano di questo fenomeno. Come dicevamo le super ricchezze sono ancora una espressione geografica con contorni ben definiti ma non più limitata al mondo occidentale. Il podio vede sul gradino più alto il Nord America con oltre 44.000 detentori di superpatrimoni seguiti dall'Asia che con oltre 35.880 membri dell'esclusivo club e che stacca di poche lunghezze la vecchia Europa, arrivata a quota 35.180. E scendendo ancora nel dettaglio si scopre che qui in Italia, con 3.150 membri, doppiamo sia Spagna che Olanda o Svezia, fermi a quota 1.500 circa, quasi pareggiamo con la Svizzera che tocca i 3.750. Ma siamo molto lontani dal Regno Unito, che ne registra oltre 5.000, e dalla Germania, locomotiva d'Europa con oltre 8.000 ricconi. Anche il Giappone vicino a quota 10.000 non se la passa male. INFOGRAFICA!function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); Purtroppo il report non fornisce ulteriori dettagli sui Paesi, sarebbe stato interessante capire come si distribuiscono su base geografica i detentori di grandi patrimoni in Italia. Quello che più colpisce però sono i grafici e le tendenze che, fotografando lo spazio temporale ricompresi dal 2012 al 2022, ovviamente con i prossimi quattro anni su base statistica, vedrà Stati Uniti e Asia raddoppiare nell'arco di un decennio, mentre altre aree come Russia o Sud America, che sono state colpite dalla crisi più duramente di altre e essendo andate parecchio indietro, si troveranno al punto di partenza. Se i numeri sono importanti ma lo sono ancora di più i flussi, lascia a bocca aperta il dato +722% relativo ai fondi entrati negli Usa dalla Cina, anche Francia e Regno Unito hanno raccolto molti flussi monetari ma sono dati da prendere con cautela o almeno interpretare, perché poi spesso a contare sono più le città che le nazioni. E viene il sospetto quindi che almeno in parte questa attrattività non dipenda dal sistema paese nel suo complesso ma da motivazioni fiscali e anche, tutto sommato, logistiche. Non immaginiamo un super ricco desideroso di stabilirsi a Grenoble piuttosto che a Parigi, per esempio. Basta scorrere la classifica delle città con New York che domina tutte le categorie, dalla ricchezza complessiva ai patrimoni passando per gli investimenti. per farsi una idea di dove via, lavori e si muova questo popolo ad alta capacità di spesa. Londra segue la Grande Mela a fare la damigella di onore, o forse da contraltare nel Vecchio continente, poi ci sono varie capitali che ti spetti e non ti aspetti: Hong Kong, Singapore, Tokyo a giocarsi i buoni piazzamenti insieme a Chicago, Houston. E l'Europa? Escludendo Londra post Brexit, fanno capolino solo Parigi e in fondo alla classifica Madrid. Italia, non pervenuta. Normale poi che le università top o il lifestyle si allontani da noi e tocchi città come Londra, Melbourne, Dubai o Tel Aviv che attraggono capitali. Londra per la cronaca ha il record mondiale di hotel a 5 stelle, ben 77. Altro angolo di prospettiva quello degli investimenti immobiliari nel settore lusso, ovvero le magioni da super ricchi, qui una interessante classifica relativa alle variazioni intercorse tra dicembre 2016 e dicembre 2017 fotografa risultati e andamenti, non tutti scontati. La migliore performance di crescita si registra in Cina nel Guangzhou con un +27%, seguito da Cape Town al 19,% Amsterdam al 15%. Crescite più modeste, quasi da bond, per mercati vivaci come New York, 4%, piuttosto che Miami, ferma al 2%. In negativo piazze come Dubai, Mosca, Ibiza ma occorre sempre considerare che stiamo parlando solo degli ultimi 12 mesi. Anche qui ci sono dati sorprendenti per il Belpaese. La Liguria registra una crescita molto elevata, un rotondo +10% per gli immobili di lusso, ma questi numeri sono anche una conseguenza di fortissimi cali negli anni passati. Roma è sostanzialmente stabile, Firenze in leggero territorio negativo mentre l'Umbria cala del 10% in un solo anno, si potrebbe ipotizzare per un minore interesse di chi la vedeva come alternativa a buon mercato per le case di lusso rispetto alla Toscana e forse anche a seguito dei continui terremoti. A proposito, questi grandi patrimoni non determinano una grande crescita di acquisti diretti di aerei privati, mentre aumentano i noleggi, del 10% in Europa solo i voli charter. In crescita invece le imbarcazioni sopra i 40 metri. Tutto perfetto e un mondo ideale? Come sempre ci sono i problemi e le ansie che riguardano tutti. Non sarà una consolazione per chi vive di stipendio, ma rimane un fatto sapere che anche i detentori di grandi patrimoni hanno paura nell'ordine di terrorismo, populismo e cybercrime e poi anche della Nord Corea. Tutto questo riporta con i piedi per terra e fa capire che in effetti sono temi importanti per tutti, ineludibili per chi abita sul pianeta terra, indipendentemente dal reddito o patrimonio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/quanti-sono-e-dove-vivono-i-super-ricchi-del-mondo-2551387973.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="investimenti-e-collezioni-di-lusso-l-arte-cresce-piu-di-tutti" data-post-id="2551387973" data-published-at="1774142272" data-use-pagination="False"> Investimenti e collezioni di lusso: l'arte cresce più di tutti LaPresse Bond, azioni, case. Fin qui i gusti dei milionari sembrerebbero coincidere (in parte) con quelli delle persone normali, ma sarebbe solo una parte del film. Basta scorrere la classifica relativa all'andamento dei beni da collezione di lusso per cambiare idea: arte, monete antiche e auto storiche piuttosto che vini da collezione, diamanti e ceramiche cinesi fanno su e giù nei valori in base a gusti e decisioni di investimento. I l punto è che i detentori di grandi patrimoni esattamente come un piccolo risparmiatore devono pensare cosa fare del proprio gruzzolo, quello che cambia sono gli approcci globali, la propensione al rischio e il più ampio spettro di possibilità. I cosiddetti "luxury collectibles" sono infatti visti anche come un modo per "diversificare" e proteggersi dalle fluttuazioni dei mercati. In generale, scorrendo dati e tabelle del report di Knight Frank, si scopre che a livello di propensione e in senso allargato gli investimenti azionari registrano la più ampia preferenza, seguiti da immobili e dalla buona vecchia liquidità che, strappando un terzo posto, la dice lunga sui tempi incerti che viviamo. Nel dubbio si sta liquidi. Ma se non manca attenzione ai classici beni rifugio come l'oro e un occhio alle criptovalute. sono gli investimenti alternativi compresi in quelli dei beni da collezione di lusso ad essere molto legati a questa tipologia di investitori molto abbienti. E anche qui il report Knight Frank che cura il settore con apposito Luxury Index viene in soccorso facendo la fotografia dell'ultimo anno. L'indice cresce del 7 percento, meno della media degli ultimi 10 anni che ha fatto registrare il 126% complessivo, quasi a testimoniare una fase di stanca anche per questi investimenti alternativi o, più probabilmente, una pausa di riflessione dopo le grandi crescite degli anni passati. Il primo posto in ogni caso va all'arte, che sopravanza il vino,che a sua volta l'anno scorso aveva strappato la leadership alle auto. Le auto storiche che, bene notarlo, pur salendo solo del 2% nel 2017, rimangono leader sui dieci anni con una crescita del 334%. Ma l'arte è in grande recupero dopo anni di stanca, piu 21% negli ultimi 12 mesi grazie anche a fenomeni di grande interesse intorno all'arte moderna e contemporanea e ad un crescente interesse intorno al tema anche in nuovi mercati, vedi gli Emirati Arabi ma anche a forse anche perché, a seguito dei grandi investimenti immobiliari, poi le case devono essere arredate e i ricchi proprietari amano godersi le opere d'arte. Curiosamente la maggiore domanda per vini da collezione è guidata dall'Asia, con i vini francesi al top ma anche italiani e californiani si difendono. Diamanti a crescita zero, mobili e ceramiche cinesi in arretramento non sono stati buoni investimenti ma, come spesso si sente dire dagli esperti del settore, quando i prezzi calano ci sono buone occasioni di ingresso nel mercato. Vale per le auto ma probabilmente anche per gli altri settori, i dati medi sono indicativi ma non dicono tutto. Il mercato è sempre più selettivo come i collezionisti e i gusti si muovono facilmente così magari mentre auto molto antiche fanno fatica a strappare quotazioni record e rimangono invendute, auto relativamente moderne più vicine ai gusti dei nuovi ricchi o delle generazioni più giovani, come la MCLaren F1 degli anni 90 che ha registrato crescite impetuose solo per fare un esempio. Poi ci sono anche all'interno di questa categoria di super abbienti gli investimenti per pochi, come possedere un club sportivo di grido. I dati UBS parlano chiaro e fanno da cartina al tornasole del crescente lievitare dei valori di club e giocatori: 140 tra i top club sportivi del mondo sono posseduti da 109 miliardari, la maggior parte americani ma con i tycoon asiatici in forte crescita. Anche qui una conseguenza del mondo globalizzato, se un tempo un ricco possidente pensava alla squadra di club o sportiva del suo paese, che attirava l'attenzione dei suoi concittadini, oggi con la globalizzazione multimediale i ragazzi possono guardare i top player giocare nei campionati più interessanti e competitivi, e anche le scelte di acquisto seguono il mainstream.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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