Putin beffa l’Occidente e rinsalda l’asse del male
Vladimir Putin (Getty Images)

Inseguito da un mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, Vladimir Putin, dopo l’invasione dell’Ucraina, avrebbe dovuto essere – per lo meno nelle intenzioni dei giudici dell’Aja e dei Paesi che ne fanno parte – un reietto. Impossibilitato a viaggiare, pena l’arresto immediato, e privato di tutte le relazioni internazionali con il resto del mondo.

In realtà, più passano i mesi e più si capisce che lo zar del Cremlino è tutt’altro che isolato o ripudiato. Invece di essere un paria, scansato da tutti in quanto impresentabile, continua a esercitare un’influenza nefasta su molte questioni. Certo, non parla con Joe Biden né con la maggior parte dei rappresentanti del mondo occidentale, ma gli altri, quelli che guidano Paesi fuori dall’orbita americana, continuano ad avere con lui rapporti frequenti. In qualche caso addirittura privilegiati. Il che fa capire ancor meglio quello che abbiamo spesso cercato di spiegare, e cioè che non esiste solo l’Occidente, ma una quantità di Paesi dove i diritti umani e la democrazia non sono questioni che fanno la differenza.

L’aspetto più incredibile, ma anche più fallimentare, della presunta conventio ad excludendum decretata dagli Stati Uniti e dagli alleati europei è il ruolo che Putin sta assumendo nella crisi Mediorientale. Dopo l’annuncio che il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen sarebbe volato a Mosca per incontrare Putin, le fonti diplomatiche russe si sono incaricate di far sapere alle redazioni di giornali e tv che anche un esponente di Hamas e uno del governo iraniano avrebbero visto lo zar del Cremlino. In pratica, mentre Biden e i vertici dei principali Paesi europei sono riusciti a parlare solo con Bibi Netanyahu e gli incontri con la controparte araba sono stati disdettati dopo la reazione israeliana contro Gaza, Putin si candida ad assumere un ruolo di mediatore nella crisi mediorientale, parlando con tutti. Già, perché prima di ricevere il capo dell’Anp, i portavoce di Teheran e del Movimento di resistenza islamica, l’uomo che in teoria sarebbe stato messo al bando dal consorzio civile ha parlato con il premier israeliano. Certo, lo zar non si è mosso da Mosca e Netanyahu non è andato da lui, ma la telefonata c’è stata, nonostante le bombe continuino a cadere sull’Ucraina e sebbene Putin stia intrattenendo rapporti, politici e d’affari, con i nemici storici di Israele, ovvero gli ayatollah. L’Iran sta fornendo i droni che la Russia usa per colpire gli obiettivi nel Donbass e forse si tratta degli stessi aerei telecomandati che Hamas ha impiegato per mettere fuori uso le torri di controllo israeliane e far esplodere le postazioni militari. L’ambiguità dello zar, che ha mani in pasta anche in Siria per aver contribuito a far fuori lo Stato islamico, infatti non gli impedisce di dialogare anche con Tel Aviv, sebbene alcune sue spie siano infiltrate a Gaza.

È la politica del doppio, ma forse anche del triplo gioco, che consente a Putin, cioè a un ricercato accusato di gravi violazioni dei diritti umani, di dialogare con Recep Tayyp Erdogan (che lo ha raggiunto a Sochi) e con il presidente egiziano Al Sisi e di preparare un vertice con Narendra Modi, primo ministro indiano, senza contare il viaggio appena concluso a Pechino, dove il presidente russo ha incontrato Xi Jinping, oltre a Viktor Orban. Cioè, a quasi due anni dall’invasione dell’Ucraina, Putin è tutt’altro che fuori dai giochi. Così come nulla ha potuto il mandato di cattura della Corte penale internazionale, poco hanno fatto le sanzioni, che sono state aggirate in mille modi e non sono riuscite a mettere in ginocchio l’economia russa.

Qualcuno ha ipotizzato addirittura che ci sia la mano di Mosca nella strage di Hamas del 7 ottobre. Operazione che sarebbe servita a distrarre l’attenzione da quel che succede a Kiev. Non so se abbia fondamento la tesi dello zampino dell’ex Kgb nell’assalto dei terroristi: per ora mi sembra campata per aria, frutto delle teorie complottistiche senza il sostegno di una prova. Tuttavia, una cosa è certa: se qualcuno ci guadagna in quel che sta succedendo in Medio Oriente, questo è Putin, il quale non solo ottiene l’effetto di spostare l’interesse dell’opinione pubblica verso un altro conflitto, ma porta a casa un rallentamento del sostegno finanziario e militare alla causa ucraina. America ed Europa già faticavano a mantenere invariato il flusso di armi e denaro dopo venti mesi di guerra, ma ora inevitabilmente le risorse rischiano di essere divise su due fronti, se non a metà.

Oltre a non conoscere il ruolo di Mosca nell’assalto ai kibbutz israeliani, non so neppure se Putin riuscirà a trasformarsi in mediatore. Però su almeno un punto lo zar può dirsi soddisfatto: gli occhi del mondo ora non sono più concentrati su di lui. Non solo: grazie a quello che sta succedendo in Medio Oriente, l’asse del male si sta rinsaldando. Un filo rosso sembra legare tutti gli autocrati e i dittatorelli del globo. Se gli va male come paciere, può dunque sempre sostenere un’altra guerra.

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