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2024-03-10
Pure l’Africa boccia il Trattato pandemico. «L’Oms per capriccio ci può isolare in casa»
Tedros Ghebreyesus (Ansa)
Il re è nudo, dissero alla fine gli scienziati africani. Il comunicato del Gruppo di lavoro panafricano su epidemie e pandemie, firmato dal coordinatore generale Pedrito Cambrao dell’Università Zambeze del Mozambico, dal direttore sanitario Wellington Oyibo e dal coordinatore dei social media Reginald Oduor è un duro atto d’accusa contro le autorità internazionali, il Trattato pandemico, gli emendamenti al Regolamento sanitario internazionale (Rsi) e la gestione occidentale del Covid. Secondo il gruppo, l’attuale bozza di Trattato e il nuovo Rsi puzzano di «imperialismo sanitario»: il potere di imporre globalmente nuovi lockdown, definiti «misura colonialista», non porterà l’Africa da nessuna parte, anzi.
È da queste premesse che il gruppo di scienziati sta esortando i rispettivi governi a chiedere una revisione del ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel dar forma al nuovo Trattato e alla nuova versione del Rsi, prima della loro finalizzazione all’Assemblea mondiale della sanità, che si terrà a Ginevra il prossimo 27 maggio.
Il loro appello è un duro j’accuse contro le istituzioni occidentali e la gestione pandemica. In particolare, il gruppo panafricano chiede una revisione dell’articolo 12, del nuovo paragrafo 6 e del nuovo articolo 13 del Rsi recentemente modificato, che autorizza il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, a determinare «in qualsiasi momento» che una malattia è un’emergenza di salute pubblica di rilevanza internazionale o una pandemia.
Oyibo, parassitologo presso l’Università di Lagos e direttore della consulenza sanitaria del gruppo, ha dichiarato che l’impatto delle misure restrittive già usate in pandemia è «simile all’uso di un bazooka per uccidere una formica». E questo, dice, farà sì che l’Africa perda l’opportunità di sviluppare soluzioni uniche alle sue sfide sanitarie uniche, e rafforzare il proprio sistema sanitario: «I lockdown erano basati sul censo e sono stati uno strumento non scientifico. Sono stati particolarmente dannosi per gli africani, che si guadagnano da vivere con un reddito di sussistenza. Come si può pensare di rinchiuderli per diversi mesi?», ha dichiarato lo scienziato, che è anche direttore del Centro per la ricerca interdisciplinare sulla malaria e le malattie tropicali rare presso l’Università di Lagos. «I casi di Covid sono stati bassi in Africa», ha dichiarato, «eppure l’autorità sanitaria globale vorrebbe che tutta l’Africa fosse vaccinata. Ma l’Africa ha le sue malattie come il colera, la febbre gialla, la malaria e altre ancora che uccidono più del Covid».
«Ai Paesi africani», si legge nel documento, «verrà chiesto di contribuire finanziariamente alla “preparazione alla pandemia” per aiutare i Paesi ricchi, distogliendo risorse dalle loro principali urgenze sanitarie come la malaria, la Tbc e la carestia», senza contare che «è prevista la vaccinazione di massa contro il Covid della giovane popolazione africana, nota per essere a rischio molto basso e già in possesso dell’immunità».
Secondo gli scienziati, anche che gli articoli 23 e 36 degli emendamenti al Regolamento sanitario internazionale, che riguardano i moduli obbligatori di localizzazione digitale dei passeggeri e i certificati obbligatori di vaccinazione, sono problematici e vanno contro il Codice di etica medica di Norimberga, che sostiene il consenso volontario.
«Le raccomandazioni elencate dalla direzione generale dell’Oms, che i Paesi africani si devono “impegnare” a seguire», accusano gli scienziati africani, «includono la chiusura delle frontiere, i lockdown e l’obbligo di vaccinazione contro i principi del consenso medico informato e dell’etica, come è già accaduto in pandemia. I Paesi africani», si legge ancora nel documento, «dovranno accettare di censurare le informazioni contrarie alle tesi dell’Oms», punto fortemente criticato. Secondo il gruppo, l’articolo 44 del Regolamento sanitario internazionale, che si occupa di contrastare la diffusione di presunte fake news, «costituisce censura ed è una violazione del diritto alla libertà di parola».
«Gli organismi globali e i Paesi ricchi non sono gli arbitri della conoscenza scientifica», ha lamentato Reginald Oduor, docente presso il dipartimento di filosofia dell’Università di Nairobi, in Kenya, «è imperialismo sanitario pensare che le innovazioni mediche e la conoscenza sul Covid o su altre pandemie debbano provenire da Ginevra o dai Paesi sviluppati». Non è un caso che, alla fine del documento, la frase “La perdita della sovranità sanitaria da parte delle nazioni africane potrebbe precorrere la perdita di sovranità nazionale e politica» sia evidenziata in neretto. Un atto d’accusa, quello del Pan-Africa epidemic and pandemic working group, non soltanto sanitario ma politico, insomma: la risposta pandemica, spiegano gli scienziati del gruppo, ha centralizzato il controllo con la scusa di «proteggere tutti».
Non è questo, forse, il mantra ribadito a ogni riunione del Wef, perorando la causa dei vaccini anti Covid «a tutti»? Sarà forse per questo che il gruppo sottolinea nel documento l’assenza di imparzialità ai vertici dell’Oms, «finanziato dall’industria farmaceutica di Stati Uniti e Germania e dalla Fondazione Bill e Melinda Gates. Quel Bill Gates che noi ci ostiniamo ancora a chiamare «filantropo».
Incredibile Bassetti: «Lockdown inutile, troppo lungo e “politico”»
Sono passati quattro anni dal 9 marzo 2020, quando l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, annunciò all’Italia il lockdown contro l’emergenza Covid. «Le nostre abitudini vanno cambiate ora, dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa. Lo dobbiamo fare subito e ci riusciremo solo se ci adatteremo a queste norme più stringenti», avvertì l’ex premier con aria sussiegosa, anticipando la penosa stagione dei tanti «è consentito». Cominciò allora la più severa delle restrizioni, la clausura, inizialmente fissata a quindici giorni e poi via via prolungata a trenta, sessanta e poi settanta giorni. L’Italia riaprì cautamente il 18 maggio 2020 (per poi richiudere a ottobre con le zone a colori, prolungate fino all’estate del 2021, ndr), decisamente più a lungo rispetto alle chiusure imposte in altri Paesi come Israele (due settimane), Stati Uniti (un mese), Germania (neanche un mese), Austria (meno di un mese) o Svezia, dove il lockdown neanche si fece.Non abbiamo dovuto aspettare quattro anni, però, per sapere che i lockdown e tutta la santabarbara del terrore organizzata dal trio Conte-Speranza-Draghi per fermare la diffusione del virus, dalle zone a colori alla chiusura delle scuole, dai coprifuoco alle mascherine, passando per droni, tamponificio e orgia vaccinale di massa, sono state nel migliore dei casi inutili, se non dannose. Eppure, c’è ancora chi non le rinnega, come l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, docente di Igiene all’Università del Salento: «Fu un misto di ansia ma anche un sollievo perché sapevo che solo quella misura avrebbe potuto rallentare la progressione della pandemia», ha ribadito ieri l’ex consigliere del governatore della Puglia, Michele Emiliano. «Il lockdown», continua Lopalco, «diede il tempo alla maggior parte delle Regioni italiane, soprattutto del Sud, di organizzare la risposta ospedaliera all’ondata pandemica».Come no: il report Ocse Health at a Glance 2023 ha fatto precipitare l’Italia in fondo alla classifica, con 325 morti Covid ogni 100.000 abitanti rispetto alla media Ocse di 225 decessi.«Decretare il lockdown è stata una decisione drammatica, presa in circostanze drammatiche», sentenzia Walter Ricciardi, all’epoca consigliere scientifico di Roberto Speranza e oggi docente di Igiene alla Cattolica , «ma assolutamente obbligata per evitare che ci fosse una tragedia ancora maggiore. Dovrebbe essere ricordata come misura eccezionale, nella speranza che le lezioni apprese ci portino a evitarla nel futuro, anche se non mi pare che si vada verso questa direzione: la memoria appare quanto mai corta». Soprattutto la sua. Ha invece il sapore della beffa il commento di Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova. «Il lockdown fu una decisione giusta per i primi due mesi del 2020», ha sottolineato l’infettivologo, ancora non aggiornato sulle migliaia di studi che, già dal 2021, hanno certificato la fallacia dei confinamenti. «È stato però esageratamente prolungato, con una decisione politica mascherata da scelta scientifica del Cts. Si vestiva di scienza quello che invece decideva la politica, ricordiamoci la Dad, il coprifuoco, l’obbligo della mascherina all’aperto, la chiusura dei ristoranti. Misure che, oggi, ho difficoltà a comprendere», ha commentato Bassetti, che allora però sembrò averle comprese benissimo: si tratta dello stesso Bassetti che l’11 giugno dichiarava «Non credo che si possa fare un liberi tutti» e che il 12 maggio, a ridosso delle prime riaperture, chiedeva «tanta cautela» e predicava affinché si mantenessero le distanze di sicurezza di un metro e mezzo-due metri «e quando non si possono mantenere, vestire sempre le mascherine chirurgiche». «Questi sono strumenti che diventano determinanti», chiosava allora Bassetti, oggi pentito sulla via di Damasco. La conversione quattro anni dopo non ha il sapore della presa in giro?
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Gli scienziati del Continente nero: «Vogliono vaccinazioni di massa contro il coronavirus anche se i casi sono stati pochi». Virostar scatenate nell’anniversario delle chiusure: ora Ricciardi parla di «dramma». Lo speciale contiene due articoli. Il re è nudo, dissero alla fine gli scienziati africani. Il comunicato del Gruppo di lavoro panafricano su epidemie e pandemie, firmato dal coordinatore generale Pedrito Cambrao dell’Università Zambeze del Mozambico, dal direttore sanitario Wellington Oyibo e dal coordinatore dei social media Reginald Oduor è un duro atto d’accusa contro le autorità internazionali, il Trattato pandemico, gli emendamenti al Regolamento sanitario internazionale (Rsi) e la gestione occidentale del Covid. Secondo il gruppo, l’attuale bozza di Trattato e il nuovo Rsi puzzano di «imperialismo sanitario»: il potere di imporre globalmente nuovi lockdown, definiti «misura colonialista», non porterà l’Africa da nessuna parte, anzi.È da queste premesse che il gruppo di scienziati sta esortando i rispettivi governi a chiedere una revisione del ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel dar forma al nuovo Trattato e alla nuova versione del Rsi, prima della loro finalizzazione all’Assemblea mondiale della sanità, che si terrà a Ginevra il prossimo 27 maggio.Il loro appello è un duro j’accuse contro le istituzioni occidentali e la gestione pandemica. In particolare, il gruppo panafricano chiede una revisione dell’articolo 12, del nuovo paragrafo 6 e del nuovo articolo 13 del Rsi recentemente modificato, che autorizza il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, a determinare «in qualsiasi momento» che una malattia è un’emergenza di salute pubblica di rilevanza internazionale o una pandemia.Oyibo, parassitologo presso l’Università di Lagos e direttore della consulenza sanitaria del gruppo, ha dichiarato che l’impatto delle misure restrittive già usate in pandemia è «simile all’uso di un bazooka per uccidere una formica». E questo, dice, farà sì che l’Africa perda l’opportunità di sviluppare soluzioni uniche alle sue sfide sanitarie uniche, e rafforzare il proprio sistema sanitario: «I lockdown erano basati sul censo e sono stati uno strumento non scientifico. Sono stati particolarmente dannosi per gli africani, che si guadagnano da vivere con un reddito di sussistenza. Come si può pensare di rinchiuderli per diversi mesi?», ha dichiarato lo scienziato, che è anche direttore del Centro per la ricerca interdisciplinare sulla malaria e le malattie tropicali rare presso l’Università di Lagos. «I casi di Covid sono stati bassi in Africa», ha dichiarato, «eppure l’autorità sanitaria globale vorrebbe che tutta l’Africa fosse vaccinata. Ma l’Africa ha le sue malattie come il colera, la febbre gialla, la malaria e altre ancora che uccidono più del Covid».«Ai Paesi africani», si legge nel documento, «verrà chiesto di contribuire finanziariamente alla “preparazione alla pandemia” per aiutare i Paesi ricchi, distogliendo risorse dalle loro principali urgenze sanitarie come la malaria, la Tbc e la carestia», senza contare che «è prevista la vaccinazione di massa contro il Covid della giovane popolazione africana, nota per essere a rischio molto basso e già in possesso dell’immunità».Secondo gli scienziati, anche che gli articoli 23 e 36 degli emendamenti al Regolamento sanitario internazionale, che riguardano i moduli obbligatori di localizzazione digitale dei passeggeri e i certificati obbligatori di vaccinazione, sono problematici e vanno contro il Codice di etica medica di Norimberga, che sostiene il consenso volontario.«Le raccomandazioni elencate dalla direzione generale dell’Oms, che i Paesi africani si devono “impegnare” a seguire», accusano gli scienziati africani, «includono la chiusura delle frontiere, i lockdown e l’obbligo di vaccinazione contro i principi del consenso medico informato e dell’etica, come è già accaduto in pandemia. I Paesi africani», si legge ancora nel documento, «dovranno accettare di censurare le informazioni contrarie alle tesi dell’Oms», punto fortemente criticato. Secondo il gruppo, l’articolo 44 del Regolamento sanitario internazionale, che si occupa di contrastare la diffusione di presunte fake news, «costituisce censura ed è una violazione del diritto alla libertà di parola».«Gli organismi globali e i Paesi ricchi non sono gli arbitri della conoscenza scientifica», ha lamentato Reginald Oduor, docente presso il dipartimento di filosofia dell’Università di Nairobi, in Kenya, «è imperialismo sanitario pensare che le innovazioni mediche e la conoscenza sul Covid o su altre pandemie debbano provenire da Ginevra o dai Paesi sviluppati». Non è un caso che, alla fine del documento, la frase “La perdita della sovranità sanitaria da parte delle nazioni africane potrebbe precorrere la perdita di sovranità nazionale e politica» sia evidenziata in neretto. Un atto d’accusa, quello del Pan-Africa epidemic and pandemic working group, non soltanto sanitario ma politico, insomma: la risposta pandemica, spiegano gli scienziati del gruppo, ha centralizzato il controllo con la scusa di «proteggere tutti».Non è questo, forse, il mantra ribadito a ogni riunione del Wef, perorando la causa dei vaccini anti Covid «a tutti»? Sarà forse per questo che il gruppo sottolinea nel documento l’assenza di imparzialità ai vertici dell’Oms, «finanziato dall’industria farmaceutica di Stati Uniti e Germania e dalla Fondazione Bill e Melinda Gates. 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Cominciò allora la più severa delle restrizioni, la clausura, inizialmente fissata a quindici giorni e poi via via prolungata a trenta, sessanta e poi settanta giorni. L’Italia riaprì cautamente il 18 maggio 2020 (per poi richiudere a ottobre con le zone a colori, prolungate fino all’estate del 2021, ndr), decisamente più a lungo rispetto alle chiusure imposte in altri Paesi come Israele (due settimane), Stati Uniti (un mese), Germania (neanche un mese), Austria (meno di un mese) o Svezia, dove il lockdown neanche si fece.Non abbiamo dovuto aspettare quattro anni, però, per sapere che i lockdown e tutta la santabarbara del terrore organizzata dal trio Conte-Speranza-Draghi per fermare la diffusione del virus, dalle zone a colori alla chiusura delle scuole, dai coprifuoco alle mascherine, passando per droni, tamponificio e orgia vaccinale di massa, sono state nel migliore dei casi inutili, se non dannose. Eppure, c’è ancora chi non le rinnega, come l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, docente di Igiene all’Università del Salento: «Fu un misto di ansia ma anche un sollievo perché sapevo che solo quella misura avrebbe potuto rallentare la progressione della pandemia», ha ribadito ieri l’ex consigliere del governatore della Puglia, Michele Emiliano. «Il lockdown», continua Lopalco, «diede il tempo alla maggior parte delle Regioni italiane, soprattutto del Sud, di organizzare la risposta ospedaliera all’ondata pandemica».Come no: il report Ocse Health at a Glance 2023 ha fatto precipitare l’Italia in fondo alla classifica, con 325 morti Covid ogni 100.000 abitanti rispetto alla media Ocse di 225 decessi.«Decretare il lockdown è stata una decisione drammatica, presa in circostanze drammatiche», sentenzia Walter Ricciardi, all’epoca consigliere scientifico di Roberto Speranza e oggi docente di Igiene alla Cattolica , «ma assolutamente obbligata per evitare che ci fosse una tragedia ancora maggiore. Dovrebbe essere ricordata come misura eccezionale, nella speranza che le lezioni apprese ci portino a evitarla nel futuro, anche se non mi pare che si vada verso questa direzione: la memoria appare quanto mai corta». Soprattutto la sua. Ha invece il sapore della beffa il commento di Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova. «Il lockdown fu una decisione giusta per i primi due mesi del 2020», ha sottolineato l’infettivologo, ancora non aggiornato sulle migliaia di studi che, già dal 2021, hanno certificato la fallacia dei confinamenti. «È stato però esageratamente prolungato, con una decisione politica mascherata da scelta scientifica del Cts. Si vestiva di scienza quello che invece decideva la politica, ricordiamoci la Dad, il coprifuoco, l’obbligo della mascherina all’aperto, la chiusura dei ristoranti. Misure che, oggi, ho difficoltà a comprendere», ha commentato Bassetti, che allora però sembrò averle comprese benissimo: si tratta dello stesso Bassetti che l’11 giugno dichiarava «Non credo che si possa fare un liberi tutti» e che il 12 maggio, a ridosso delle prime riaperture, chiedeva «tanta cautela» e predicava affinché si mantenessero le distanze di sicurezza di un metro e mezzo-due metri «e quando non si possono mantenere, vestire sempre le mascherine chirurgiche». «Questi sono strumenti che diventano determinanti», chiosava allora Bassetti, oggi pentito sulla via di Damasco. La conversione quattro anni dopo non ha il sapore della presa in giro?
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.