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2021-07-29
La protesta continua. Fiaccolate in 12 città contro il foglio verde
Ansa
«La più grande stupidata che uno possa fare è etichettare la manifestazione come no vax. Le persone presenti (ieri, ndr) a Piazza del Popolo vogliono tutelare la libertà di scelta. Mentre il fanatico dell'obbligo vaccinale vuole imporre qualcosa a qualcuno, noi insistiamo per evitare diktat». Affermazioni dell'onorevole della Lega, Claudio Borghi che ha partecipato all'evento promosso dalla onlus «Libertà di scelta», compagine che ha più riprese si è detta contraria all'obbligatorietà del green pass. «Sono convinto», prosegue il rappresentante del Carroccio, «che tanti di quelli presenti ieri sera fossero regolarmente vaccinati. Però, ribadisco, rifiutano l'imposizione. Poi c'è un'altra categoria che va rispettata parimenti, ossia quelli che non vogliono l'obbligo vaccinale surrettizio dei bambini. Perché il green pass lo è (in determinati casi, in base all'ultimo decreto, tutti i cittadini con un'età superiore ai dodici anni dovranno esibirlo, ndr). Mi spiego: a tanti genitori è stato somministrato il siero e non hanno avuto nessun problema a farsi iniettare la loro dose, eppure allo stesso tempo non hanno intenzione di far vaccinare i figli con un antidoto ancora sperimentale».
Sono scesi in piazza a centinaia per protestare contro l'obbligatorietà del green pass. Come detto, a Roma, in Piazza del Popolo e contemporaneamente anche altre undici città hanno ospitato eventi analoghi, da Milano a Palermo. Tra gli slogan: «Libertà, libertà» e l'attacco a quella che viene definita «tirannia sanitaria». Che per chi ha protestato deriva dalla ultime misure volute dal governo Draghi, in particolare il decreto legge Covid, entrato in vigore il 23 luglio scorso, che estende l'obbligo di green pass dal prossimo 6 agosto per determinati luoghi ed eventi. Ad esempio per svolgere attività sportiva al chiuso (piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e centri benessere) sarà obbligatorio esibire il documento. Senza dimenticare che il decreto prevede che «quando non è possibile assicurare il rispetto delle condizioni previste dai protocolli, gli eventi e le competizioni sportive si svolgono senza la presenza di pubblico». Tra le misure più contestate, la presentazione del green pass per chi vuole andare in un ristorante al chiuso (massimo sei persone al tavolo) e negli altri locali come bar, pub, pasticcerie e gelaterie dove non è possibile consumare all'aperto. La carta verde è stata resa obbligatoria anche numerose attività del tempo libero: spettacoli aperti al pubblico, musei, istituti e luoghi della cultura, mostre, sagre, fiere, convegni e congressi, centri termali, parchi tematici e di divertimento, centri culturali, centri sociali e ricreativi limitatamente alle attività al chiuso, sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casinò.
Uno dei capitoli più delicati riguarda la possibilità, al momento più che plausibile, che il governo introduca l'obbligo di certificazione vaccinale per salire su navi, treni e aerei dal prossimo 6 agosto. Sul punto il leghista Borghi è netto: «Sostenere questa ipotesi durante la stagione turistica…Le manifestazioni hanno avuto il merito di far sì che non fossero prese decisioni affrettate sui trasporti». Tra i manifestanti vip di Piazza del Popolo anche Pillon, Bagnai, Siri, Paragone e il critico d'arte, Vittorio Sgarbi: «Mi sembra che non ci siano dubbi sul fatto che il green pass avrebbe significato se avessimo certezza assoluta dell'immunità dei vaccini. Che senso ha «imporre» un siero i cui risultati non sono sperimentati». E ancora: «Per cui se io mi vaccino lo faccio perché ritengo di dovermi difendere da qualcosa, se un altro, invece, ha paura dell'antidoto mica devo costringerlo ad «ammalarsi» di vaccino». Dunque «il green pass è intimamente contraddittorio perché porta con sé una certezza che invece non c'è». «Ci troviamo in una posizione antinomica, perché la persona anziana ha paura del covid, al contrario di quella giovane che non si fida del vaccino». Nonostante l'inizio della manifestazione a Roma sia stato fissato per le 20, già alle 19 sono centinaia le persone arrivate in Piazza del Popolo. La prima coppia di manifestanti che fermiamo per capire i motivi della protesta non ha tanta voglia di parlare. Poco dopo da uno degli organizzatori riceviamo il volantino di due pagine della manifestazione, si intitola: «Covid-19/21/22/23…ovvero..la strategia del terrore». Questo l'incipit: «Il virus - creato in laboratorio - esplode nella stessa città della Sars del 2002 e si diffonde in maniera innaturale in tutti e due gli emisferi. 358 milioni di euro sono i finanziamenti all'Ema di cui 307 da case farmaceutiche anche la nostra Aifa e la stessa Oms risultano finanziate per oltre 80% da «privati». Controllori pagati dai controllati». Al secondo tentativo riusciamo a parlare con Stefano: «Noi andiamo oltre la verità che ci viene proposta ogni giorno dai media mainstream. Non so cosa mettono dentro i vaccini. Il green pass? È contro la libertà e serve a poco: per esempio in Olanda l'avevano introdotto, ma i positivi sono aumentati ugualmente, quindi hanno imposto anche il tampone».
Bimba muore: genitori non vaccinati alla gogna
«Uccisa dalla Delta a undici anni, tutta la sua famiglia non era vaccinata». «La famiglia non era vaccinata». «In famiglia nessuno si era immunizzato». Dalle pagine della Stampa a quella di Repubblica fino ad Avvenire, sulla tragedia della piccola Ariele - l'undicenne morta di Covid lunedì, all'ospedale Di Cristina di Palermo - ieri si sono abbattuti fior di titoloni. E tutti a senso unico, volti cioè a criminalizzare i genitori della bambina, facendoli passare come degli irresponsabili no vax.
Peccato che le cose non stavano esattamente così: la situazione era un po' più complessa. Sono infatti bastate poche ore perché, sulla vicenda, emergessero elementi che hanno gettato sulla stessa una luce ben diversa; tanto per cominciare, rispetto alle condizioni della povera Ariele. Sì, perché, a prescindere dal Covid, la piccola purtroppo presentava già una salute precaria, essendo affetta da una malattia metabolica rara.
La variante Delta ha insomma agito in un quadro già critico. Non solo: non è vero neppure che la famiglia della bambina avversasse i vaccini. «Basta strumentalizzazioni sulla morte di nostra figlia: non siamo no vax», hanno infatti dovuto spiegare i genitori delle piccola, già distrutti dal loro lutto. A conferma del colossale granchio mediatico, i familiari della bambina siciliana hanno rimarcato che volevano procedere con la vaccinazione.
«Ci stavamo organizzando per vaccinarci tutti», ha chiarito la madre, «le altre mie figlie più grandi, del resto, hanno sempre fatto i vaccini pediatrici consigliati». Quindi l'intenzione di vaccinarsi c'era. Poi, sia per le condizioni critiche della piccola, sia a seguito di casi come quelli di Camilla Canepa - la diciottenne ligure morta a giugno dopo il vaccino con AstraZeneca - si era ritenuto di temporeggiare.
Il caso ha però voluto che, di ritorno da un soggiorno in Spagna, una delle sorelle dell'undicenne sia risultata positiva. «Le mie figlie sono risultate tutte positive, io e mio marito siamo stati sempre negativi», ricostruisce ancora la madre di Ariele, la quale ha visto peggiorare rapidamente le sue condizioni: «L'11 luglio la sua saturazione è crollata e abbiamo chiamato il 118. Ha resistito per sedici giorni, sedata e intubata». L'epilogo della vicenda, purtroppo, è noto. «Sarebbe stato bello», ha concluso la donna in replica al presidente della Regione, Musumeci - che, sulla base delle prime ricostruzioni della storia, si era accodato alle imprecisioni dei media, definendo la famiglia «no vax» -, «che si fosse esposto allo stesso modo quando con altre mamme lottavamo per avere un reparto di Malattie metaboliche o quando abbiamo chiesto la possibilità per mia figlia e i bambini con diagnosi infausta di avere le cure compassionevoli con le cellule staminali». In realtà, sarebbe stato bello pure che certi giornali e titolisti ci avessero pensato bene, anziché aggiungere dolore al dolore, prima di strumentalizzare una vicenda che non esigeva che una cosa, rispettosa e rara. Silenzio.
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Ieri i cortei organizzati da Libertà di scelta. Presenti a Roma anche senatori leghisti. Claudio Borghi: «Insistiamo per evitare i diktat».Bimba muore: l'undicenne di Palermo deceduta col Covid aveva una grave malattia metabolica.Lo speciale contiene due articoli.«La più grande stupidata che uno possa fare è etichettare la manifestazione come no vax. Le persone presenti (ieri, ndr) a Piazza del Popolo vogliono tutelare la libertà di scelta. Mentre il fanatico dell'obbligo vaccinale vuole imporre qualcosa a qualcuno, noi insistiamo per evitare diktat». Affermazioni dell'onorevole della Lega, Claudio Borghi che ha partecipato all'evento promosso dalla onlus «Libertà di scelta», compagine che ha più riprese si è detta contraria all'obbligatorietà del green pass. «Sono convinto», prosegue il rappresentante del Carroccio, «che tanti di quelli presenti ieri sera fossero regolarmente vaccinati. Però, ribadisco, rifiutano l'imposizione. Poi c'è un'altra categoria che va rispettata parimenti, ossia quelli che non vogliono l'obbligo vaccinale surrettizio dei bambini. Perché il green pass lo è (in determinati casi, in base all'ultimo decreto, tutti i cittadini con un'età superiore ai dodici anni dovranno esibirlo, ndr). Mi spiego: a tanti genitori è stato somministrato il siero e non hanno avuto nessun problema a farsi iniettare la loro dose, eppure allo stesso tempo non hanno intenzione di far vaccinare i figli con un antidoto ancora sperimentale». Sono scesi in piazza a centinaia per protestare contro l'obbligatorietà del green pass. Come detto, a Roma, in Piazza del Popolo e contemporaneamente anche altre undici città hanno ospitato eventi analoghi, da Milano a Palermo. Tra gli slogan: «Libertà, libertà» e l'attacco a quella che viene definita «tirannia sanitaria». Che per chi ha protestato deriva dalla ultime misure volute dal governo Draghi, in particolare il decreto legge Covid, entrato in vigore il 23 luglio scorso, che estende l'obbligo di green pass dal prossimo 6 agosto per determinati luoghi ed eventi. Ad esempio per svolgere attività sportiva al chiuso (piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e centri benessere) sarà obbligatorio esibire il documento. Senza dimenticare che il decreto prevede che «quando non è possibile assicurare il rispetto delle condizioni previste dai protocolli, gli eventi e le competizioni sportive si svolgono senza la presenza di pubblico». Tra le misure più contestate, la presentazione del green pass per chi vuole andare in un ristorante al chiuso (massimo sei persone al tavolo) e negli altri locali come bar, pub, pasticcerie e gelaterie dove non è possibile consumare all'aperto. La carta verde è stata resa obbligatoria anche numerose attività del tempo libero: spettacoli aperti al pubblico, musei, istituti e luoghi della cultura, mostre, sagre, fiere, convegni e congressi, centri termali, parchi tematici e di divertimento, centri culturali, centri sociali e ricreativi limitatamente alle attività al chiuso, sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casinò.Uno dei capitoli più delicati riguarda la possibilità, al momento più che plausibile, che il governo introduca l'obbligo di certificazione vaccinale per salire su navi, treni e aerei dal prossimo 6 agosto. Sul punto il leghista Borghi è netto: «Sostenere questa ipotesi durante la stagione turistica…Le manifestazioni hanno avuto il merito di far sì che non fossero prese decisioni affrettate sui trasporti». Tra i manifestanti vip di Piazza del Popolo anche Pillon, Bagnai, Siri, Paragone e il critico d'arte, Vittorio Sgarbi: «Mi sembra che non ci siano dubbi sul fatto che il green pass avrebbe significato se avessimo certezza assoluta dell'immunità dei vaccini. Che senso ha «imporre» un siero i cui risultati non sono sperimentati». E ancora: «Per cui se io mi vaccino lo faccio perché ritengo di dovermi difendere da qualcosa, se un altro, invece, ha paura dell'antidoto mica devo costringerlo ad «ammalarsi» di vaccino». Dunque «il green pass è intimamente contraddittorio perché porta con sé una certezza che invece non c'è». «Ci troviamo in una posizione antinomica, perché la persona anziana ha paura del covid, al contrario di quella giovane che non si fida del vaccino». Nonostante l'inizio della manifestazione a Roma sia stato fissato per le 20, già alle 19 sono centinaia le persone arrivate in Piazza del Popolo. La prima coppia di manifestanti che fermiamo per capire i motivi della protesta non ha tanta voglia di parlare. Poco dopo da uno degli organizzatori riceviamo il volantino di due pagine della manifestazione, si intitola: «Covid-19/21/22/23…ovvero..la strategia del terrore». Questo l'incipit: «Il virus - creato in laboratorio - esplode nella stessa città della Sars del 2002 e si diffonde in maniera innaturale in tutti e due gli emisferi. 358 milioni di euro sono i finanziamenti all'Ema di cui 307 da case farmaceutiche anche la nostra Aifa e la stessa Oms risultano finanziate per oltre 80% da «privati». Controllori pagati dai controllati». Al secondo tentativo riusciamo a parlare con Stefano: «Noi andiamo oltre la verità che ci viene proposta ogni giorno dai media mainstream. Non so cosa mettono dentro i vaccini. Il green pass? È contro la libertà e serve a poco: per esempio in Olanda l'avevano introdotto, ma i positivi sono aumentati ugualmente, quindi hanno imposto anche il tampone». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/protesta-citta-contro-foglio-verde-2654223731.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bimba-muore-genitori-non-vaccinati-alla-gogna" data-post-id="2654223731" data-published-at="1627536190" data-use-pagination="False"> Bimba muore: genitori non vaccinati alla gogna «Uccisa dalla Delta a undici anni, tutta la sua famiglia non era vaccinata». «La famiglia non era vaccinata». «In famiglia nessuno si era immunizzato». Dalle pagine della Stampa a quella di Repubblica fino ad Avvenire, sulla tragedia della piccola Ariele - l'undicenne morta di Covid lunedì, all'ospedale Di Cristina di Palermo - ieri si sono abbattuti fior di titoloni. E tutti a senso unico, volti cioè a criminalizzare i genitori della bambina, facendoli passare come degli irresponsabili no vax. Peccato che le cose non stavano esattamente così: la situazione era un po' più complessa. Sono infatti bastate poche ore perché, sulla vicenda, emergessero elementi che hanno gettato sulla stessa una luce ben diversa; tanto per cominciare, rispetto alle condizioni della povera Ariele. Sì, perché, a prescindere dal Covid, la piccola purtroppo presentava già una salute precaria, essendo affetta da una malattia metabolica rara. La variante Delta ha insomma agito in un quadro già critico. Non solo: non è vero neppure che la famiglia della bambina avversasse i vaccini. «Basta strumentalizzazioni sulla morte di nostra figlia: non siamo no vax», hanno infatti dovuto spiegare i genitori delle piccola, già distrutti dal loro lutto. A conferma del colossale granchio mediatico, i familiari della bambina siciliana hanno rimarcato che volevano procedere con la vaccinazione. «Ci stavamo organizzando per vaccinarci tutti», ha chiarito la madre, «le altre mie figlie più grandi, del resto, hanno sempre fatto i vaccini pediatrici consigliati». Quindi l'intenzione di vaccinarsi c'era. Poi, sia per le condizioni critiche della piccola, sia a seguito di casi come quelli di Camilla Canepa - la diciottenne ligure morta a giugno dopo il vaccino con AstraZeneca - si era ritenuto di temporeggiare. Il caso ha però voluto che, di ritorno da un soggiorno in Spagna, una delle sorelle dell'undicenne sia risultata positiva. «Le mie figlie sono risultate tutte positive, io e mio marito siamo stati sempre negativi», ricostruisce ancora la madre di Ariele, la quale ha visto peggiorare rapidamente le sue condizioni: «L'11 luglio la sua saturazione è crollata e abbiamo chiamato il 118. Ha resistito per sedici giorni, sedata e intubata». L'epilogo della vicenda, purtroppo, è noto. «Sarebbe stato bello», ha concluso la donna in replica al presidente della Regione, Musumeci - che, sulla base delle prime ricostruzioni della storia, si era accodato alle imprecisioni dei media, definendo la famiglia «no vax» -, «che si fosse esposto allo stesso modo quando con altre mamme lottavamo per avere un reparto di Malattie metaboliche o quando abbiamo chiesto la possibilità per mia figlia e i bambini con diagnosi infausta di avere le cure compassionevoli con le cellule staminali». In realtà, sarebbe stato bello pure che certi giornali e titolisti ci avessero pensato bene, anziché aggiungere dolore al dolore, prima di strumentalizzare una vicenda che non esigeva che una cosa, rispettosa e rara. Silenzio.
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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