Prosegue la volatilità sui mercati dell’energia, nel flusso di notizie contrastanti sull’andamento della campagna militare e su possibili sforzi diplomatici. Ieri le quotazioni hanno subito una correzione, con cali marcati sia per il greggio sia per la benzina, sulla scia delle aspettative di una possibile apertura diplomatica tra Stati Uniti e Iran.
L’ipotesi di un accordo, che includerebbe limiti al programma nucleare iraniano e la riapertura dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, ha innescato prese di profitto diffuse, almeno fino a un certo punto della giornata.
A rafforzare la pressione ribassista si sono aggiunti, sempre ieri, i dati sulle scorte statunitensi. Le scorte commerciali di petrolio greggio negli Stati Uniti (escluse quelle della Riserva strategica di petrolio) sono aumentate di 6,9 milioni di barili rispetto alla settimana precedente. Con 456,2 milioni di barili, le scorte di petrolio greggio negli Stati Uniti sono ora lievemente al di sopra della media quinquennale per questo periodo dell’anno. Le scorte totali di benzina sono invece diminuite di 2,6 milioni di barili rispetto alla settimana scorsa, ma sono il 3% al di sopra della media quinquennale per questo periodo dell’anno. Sia le scorte di benzina raffinata che quelle di componenti per la miscelazione sono diminuite la settimana scorsa.
Questo segnale non drammatico sul lato delle scorte ha contribuito a raffreddare temporaneamente il mercato. Tuttavia, la fase negativa è stata assai smorzata quando Teheran ha respinto la proposta americana, giudicando impraticabile un cessate il fuoco alle condizioni attuali e dopo la notizia di un nuovo attacco presso la centrale nucleare di Bushehr. Il rischio di un allargamento del conflitto nel Medio Oriente continua a sostenere i prezzi, cui si aggiunge l’effetto dei danni alle infrastrutture energetiche nell’area. Ieri Saudi Aramco, la compagnia petrolifera araba, ha annunciato un aumento delle esportazioni di greggio attraverso il porto di Yanbu nel Mar Rosso, che consente di evitare lo Stretto di Hormuz bloccato. Negli ultimi cinque giorni, le spedizioni sono state attorno ad una media di 4,4 milioni di barili al giorno, vicini all’obiettivo di 5 milioni di barili al giorno. Nel frattempo, però, secondo alcune stime circa il 40% della produzione di petrolio russo destinata all’esportazione sarebbe bloccata dopo gli attacchi ucraini con droni sugli impianti russi in questi giorni.
Da Tokyo, le grandi compagnie del gas avvisano che la domanda nipponica di gas potrebbe diminuire se la guerra in Iran dovesse continuare a limitare l’approvvigionamento di nafta agli impianti petrolchimici in Giappone. In pratica, se le fabbriche di materiali plastici fossero costrette a ridurre la produzione a causa della carenza di materie prime, anche i consumi di gas industriali calerebbero. Si comincia quindi a parlare apertamente di distruzione della domanda, il che è molto preoccupante.
In Europa i prezzi della benzina restano alti e i governi cercano di trovare dei rimedi. A parte i casi di reali comportamenti scorretti e a parte la gestione fiscale propria di ogni Paese, va detto però che il prezzo di gasolio e benzina si è impennato già alla fonte, cioè a bocca di raffineria. Per capire che cosa sta succedendo, guardiamo al cosiddetto crack spread, un modo semplice per misurare di quanto sia aumentato il costo della benzina e del gasolio rispetto al costo del barile di petrolio greggio.
È un indicatore molto grezzo della redditività dell’attività di raffinazione, che parte dall’assunto che in media da tre barili di petrolio greggio si ottengono circa due barili di benzina e uno di diesel. Si usa questa proporzione per costruire un indicatore sintetico e approssimativo dei margini di raffinazione. È calcolato utilizzando la somma del valore dei prodotti ottenuti, da cui si sottrae il costo del petrolio greggio. Il risultato è un numero espresso in dollari per barile, che non rappresenta il margine reale di una singola raffineria, ma una stima standardizzata che consente di capire in tempo reale se il settore sta guadagnando molto o poco.
Se il crack spread è alto significa che benzina e diesel valgono molto più del greggio. In altre parole, trasformare petrolio in carburanti è particolarmente redditizio. Se è basso, accade il contrario e i margini si comprimono. Questo indicatore è utile perché fotografa una fase precisa del mercato energetico, dando una idea della capacità di trasformare il petrolio in prodotti utilizzabili, perché nessuno utilizza il greggio direttamente così com’è. Il petrolio viene sempre trasformato. Nei momenti di tensione, come durante l’attuale crisi nel Golfo Persico, può accadere che il prezzo del greggio salga, ma che i prezzi dei prodotti raffinati salgano ancora di più. Questo indica che la raffinazione e la logistica stanno diventando il vero collo di bottiglia. Per questo il crack spread è osservato con attenzione da trader, compagnie petrolifere e governi. Quando si allarga e cresce di valore indica profitti per le raffinerie, ma anche prezzi più alti per consumatori e imprese. È uno di quei numeri che, pur restando poco noto al grande pubblico, racconta molto di ciò che accade dietro il prezzo alla pompa.
Ebbene, il crack spread segnala che anche se il prezzo del petrolio greggio è calato un po’, i prezzi di benzina e gasolio restano alti, con la raffinazione che incamera margini cospicui. Il prezzo di gasolio e benzina, cioè, arriva alla pompa già alto e potrebbe restare tale ancora per diverso tempo.






