Il trionfo globale del carbone. Assalto AI alle reti elettriche. Shale oil, parte il consolidamento negli USA. Aumentano i conflitti commerciali sulle risorse critiche. Volatilità sui mercati dei metalli.
L’uranio torna in auge nella transizione, il Vietnam apre nuove centrali a carbone, in Cina l’anno scorso 47 GW di nuovi impianti a carbone, il rame oscilla tra problemi di offerta e di domanda, gli attacchi nel Mar Rosso fanno risalire i prezzi del petrolio.
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Il greggio non schizza in alto nonostante le tensioni: l’Opec e gli Usa hanno interesse a tenerlo basso. Una ritorsione di Gerusalemme e il blocco nel cruciale punto di passaggio fiaccherebbero l’Occidente.
Prezzi del petrolio poco mossi, ieri, alla riapertura dei mercati dopo l’attacco missilistico su Israele da parte dell’Iran nella notte tra sabato e domenica. Il future sul petrolio Brent è salito fino a 91,15 dollari al barile all’apertura, per poi assestarsi sotto i 90 $/bbl, in calo rispetto alla chiusura di venerdì scorso.
Il fatto che Israele non abbia reagito con una rappresaglia, al momento, ha evitato la temuta impennata dei prezzi, ma la tensione resta alta, in Medio Oriente come sui mercati. Dal punto di vista dei fondamentali, vi sono però diversi elementi che contribuiscono a ridurre la volatilità dei prezzi.
Il primo è che non vi è l’interesse dell’Iran, né degli Usa, ad arrivare ad uno scontro armato diretto. Il secondo elemento è che dal punto di vista commerciale, i Paesi del Golfo Persico vorrebbero continuare ad esportare greggio e gas liquefatto senza problemi. Per essere più precisi, Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi e Kuwait sono impegnati con l’Opec a moderare l’offerta per portare i prezzi ad un livello stabile in maniera strutturale. Questi Paesi stanno gradualmente producendo meno petrolio per fare in modo che il prezzo resti dov’è, al limite un poco più alto. Ma senza esagerare, per non provocare recessione. A marzo, secondo l’Iea, i quattro Paesi hanno prodotto 18,97 milioni di barili al giorno, mentre l’obiettivo di produzione fissato è di 18,30. Un surplus di produzione che l’Opec vorrebbe eliminare, agendo sul fondamentale fisico dell’offerta per manovrare i prezzi. Un nuovo focolaio di guerra farebbe balzare i prezzi molto oltre i 100 dollari al barile, ma vanificherebbe allo stesso tempo il tentativo del cartello di controllare l’offerta in maniera strutturale, poiché si scatenerebbe la corsa a produrre anche da parte dei Paesi non-Opec. La suddivisione degli obiettivi di riduzione della produzione tra membri dell’Opec e il conseguente bilanciamento tra costi e benefici è affare molto delicato. Oggi, strategicamente, non c’è un interesse del cartello di produttori a sconvolgere equilibri tanto faticosamente raggiunti, a cui un Paese importante nell’area come l’Arabia Saudita sta lavorando alacremente. Dell’Opec, peraltro, fa parte anche l’Iran, che produce 3,25 milioni di barili al giorno ma non è soggetto a quote limitanti. Inoltre, un prezzo sopra i 100 dollari al barile per troppo tempo colpirebbe l’economia e farebbe scendere la domanda, cosa che l’Opec non vuole.
Dall’altra parte dell’Oceano, il presidente americano Joe Biden non ha certo desiderio di vedere un’altra impennata dei prezzi della benzina, che dal punto di vista elettorale sarebbe per i democratici un pessimo viatico in vista delle elezioni per la Casa Bianca di novembre.
D’altra parte però, vi sono due elementi da tenere presenti. Il primo è che Israele non ha risposto subito all’attacco iraniano, è vero, ma ha promesso che prima o poi lo farà, e questo può accadere in qualunque momento.
Il secondo è che resta aperta l’ipotesi di un blocco selettivo del traffico marittimo nello stretto di Hormuz. In quelle acque, venerdì scorso le Guardie della rivoluzione iraniane hanno assaltato e fermato una nave container riconducibile ad un armatore israeliano.
Il vascello partito da Abu Dhabi, la Msc Aries, che batte bandiera portoghese e ha un equipaggio indiano, era diretta in India. Sono in corso colloqui tra il governo indiano e quello iraniano per il rilascio di 17 membri dell’equipaggio.
Lo stretto di Hormuz è una vera e propria autostrada del mare, su cui viaggia gran parte dell’export di petrolio, gas e prodotti petroliferi da Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar e lo stesso Iran verso il resto del mondo. Il passaggio è talmente profondo che vi può transitare qualunque nave, nel punto più stretto misura 30 miglia ma per la navigazione è ridotto a poche miglia di larghezza. Le quantità di greggio che passano per queste acque rappresentano circa il 21 % della produzione mondiale (quasi 22 milioni di barili al giorno), e sfila da qui tutto il gas liquido esportato dal Qatar, i cui maggiori clienti sono europei.
Un blocco selettivo del traffico marittimo a Hormuz avrebbe certamente impatto sui prezzi, anche se minore rispetto a quello che si avrebbe in caso di azioni di guerra. Si aggiungerebbe alle difficoltà sulle rotte all’ingresso sud del Mar Rosso, dove le azioni degli Houti contro il traffico marittimo proseguono. La missione navale occidentale Aspides la settimana scorsa ha infatti sventato altri undici attacchi, secondo fonti diplomatiche europee.
Con uno sbarramento sullo stretto di Hormuz, Israele si troverebbe con i corridoi marittimi a Sud chiusi o rallentati, e a quel punto per Israele l’unica via marittima percorribile resterebbe quella mediterranea.
Ne risulta che il Medio Oriente diventa un punto focale ancora più rilevante e l’area di tensione si allarga ancora di più. L’impatto sull’Europa, in caso di restrizioni al traffico via mare nella zona, sarebbe molto forte, sia in termini di prezzo che di disponibilità della materia prima, gas compreso. Per i propri fabbisogni, l’Europa dovrebbe contare ancora di più sugli Stati Uniti, che già è diventato il principale fornitore europeo di Lng. Anche l’export di prodotti petroliferi raffinati e distillati avrebbe delle conseguenze, considerato che Arabia Saudita ed Emirati arabi sono forti esportatori. Senza un cessate il fuoco a Gaza la fine delle tensioni nell’area si allontana sempre di più, portando con sé conseguenze pesanti.
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Proteste a Praga contro il caro bollette (Ansa)
Siccome l’embargo del petrolio russo non ha funzionato, il G7 ci riprova con il tetto al prezzo del greggio esportato da Mosca. Come in precedenza con le sanzioni economiche, prima fra tutte l’esclusione dal circuito delle transizioni finanziarie internazionali, questa sarebbe l’arma finale dell’Occidente contro Vladimir Putin.
Una mossa inaspettata, capace di imprimere una svolta al conflitto in Ucraina: o per lo meno questo è ciò che raccontano sui principali giornali. «Una misura del genere può realizzare uno strangolamento finanziario della Russia più efficace di qualsiasi altra sanzione» ha scritto sul Corriere della Sera Federico Fubini, spiegando che la decisione produrrà effetti devastanti, più del tetto al prezzo del gas che la Ue auspica ma non si decide a imporre. Lo zar del Cremlino, a seguito del blocco delle quotazioni dei barili russi, vedrebbe infatti ridursi gli introiti con cui in questi mesi ha finanziato la sua macchina da guerra e alla fine sarebbe ricondotto a più miti consigli, costretto ad accettare una tregua, se non addirittura la resa.
Dal canto nostro, noi non siamo esperti di geopolitica come Fubini, già noto per aver azzeccato le previsioni ai tempi del Conte uno, quando anticipò procedure d’infrazione europee che mai arrivarono. D’altro canto, non siamo neppure operatori sul mercato delle materie prime o strateghi di complesse operazioni finanziarie. Tuttavia, essendo semplici cronisti, siamo abituati a verificare ciò che viene dato per certo e, soprattutto, a non berci come acqua fresca qualsiasi assicurazione. Da quando le truppe di Mosca hanno sorpassato il confine dell’Ucraina e preso d’assalto Kiev, quasi nessuna delle promesse spacciate dai grandi della Terra è stata mantenuta. L’esclusione dal circuito Swift, come detto, non è servita a mettere con le spalle al muro Putin e nemmeno l’embargo del petrolio ha raggiunto gli scopi che l’Occidente si era prefisso. Tralascio le previsioni che assicuravano il default russo in poche settimane, se non addirittura giorni, come ebbe a confidare sempre al Corriere della Sera Enrico Letta. I sequestri dei patrimoni degli oligarchi e il congelamento delle riserve di Mosca hanno prodotto gli stessi risultati di cui sopra, cioè niente o quasi, al punto che dopo oltre sei mesi di guerra nessuno sa prevedere quando finirà, mentre a tutti è chiaro che il conflitto stia facendo danni irreparabili alle economie occidentali, come mai era accaduto in precedenza.
Tornando al tetto al petrolio, da giorni cerchiamo di capire che cosa accadrà qualora la Russia decida di non sottostare all’imposizione del G7. Detto in altre parole, proviamo a immaginare le conseguenze nel caso in cui Putin blocchi le esportazioni di greggio. Certo, l’economia russa ne risentirebbe e non poco, ma che accadrebbe sul mercato se mancassero i 10 milioni di barili al giorno che la Russia esporta? La risposta degli esperti (veri) non lascia dubbi. Il calo dell’offerta, in costanza di una domanda crescente intorno ai 100 milioni di barili, provocherebbe un aumento dei prezzi. Nessuno è in grado di definire con certezza di quanto aumenterebbero, ma si parla di 200, forse addirittura 300 dollari al barile, che se confrontati con le attuali quotazioni, intorno ai 90 dollari, sarebbero un’ulteriore botta per le già fragili economie dei Paesi occidentali. Cioè, come con gli interventi sul prezzo del gas, si rischia uno sconquasso e anziché fermare Putin il pericolo è fermare il Pil dell’Europa, provocando una grande recessione.
Del resto, che all’interno dell’area euro si faccia poco affidamento su misure come il price cap energetico, lo dimostra un fatto, ossia che Germania e Francia, ossia la spina dorsale della Ue, stiano varando misure a sostegno di piccole e medie imprese, senza dimenticare le famiglie. In molti Paesi europei, di fronte al caro bollette e al pericolo di tensioni sociali (a Praga e in Germania protestano, in Gran Bretagna il movimento che invita a non pagare luce e gas si sta diffondendo) si stanno varando aiuti per decine e decine di miliardi. E in Italia? I consumatori possono stare tranquilli: il Pd ha deciso di scendere in piazza. Sarà forse Enrico Letta a pagare le bollette di pensionati e imprese? Oppure verrà il giorno che le piazze chiederanno conto di errori e omissioni alla politica?
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Il ricorso alle scorte Usa non ha congelato la febbre dei prezzi. Ma il mercato teme un nuovo lockdown per l'ultima variante.
Venerdì 26 novembre i prezzi del petrolio sui mercati mondiali hanno subito un tracollo, perdendo oltre il 13% a causa dei timori sull'insorgere della nuova variante Covid. Un calo di dieci dollari al barile in un giorno solo non si vedeva dai tempi dei primi lockdown, nel marzo del 2020. Il brusco ribasso è stato favorito anche dai volumi sottili commerciati negli Stati Uniti, per via del lungo ponte festivo di Thanksgiving. Anche gli altri prodotti petroliferi quotati hanno visto un calo robusto, con il future sulla benzina che è sceso del 12% riportando i prezzi sui livelli minimi dello scorso agosto.
Per il presidente americano Joe Biden, in affanno proprio sui prezzi della benzina negli Usa, una boccata di ossigeno. Giusto martedì scorso la Casa Bianca aveva ordinato il rilascio di 50 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche (Strategic petroleum reserve, Spr), con consegne tra metà dicembre e fine aprile 2022.
Con questa mossa, Biden puntava proprio a ridurre il prezzo del petrolio sui mercati all'ingrosso, favorendo la discesa del prezzo della benzina, che in Usa a novembre ha raggiunto in media i 3,5 dollari al gallone (90 centesimi di dollaro al litro), con punte di 1,24 dollari al litro in California. Negli ultimi sette anni il prezzo della benzina alla pompa è rimasto ben al di sotto dei 3 dollari al gallone, grazie anche al grande impulso alla produzione nazionale dato a suo tempo dall'amministrazione Trump. Un prezzo che in Italia, dove oltre il 60% del prezzo alla pompa è costituito da accise e imposte, sembra un miraggio, ma che negli Usa è considerato alto.
All'annuncio del rilascio la reazione del mercato è stata immediata, ma diversa da quella che ci si attendeva. Il future sul greggio americano era infatti salito di oltre due dollari al barile, assestandosi poi poco sotto ai 79 dollari al barile. Il rilascio dalle Spr era ampiamente atteso e il mercato lo aveva già in qualche modo prezzato, considerando che negli ultimi dieci giorni il prezzo era sceso di 8 dollari. L'annuncio però ha svelato l'unica incognita residua, ovvero i volumi in gioco, e la quantità immessa sul mercato si è dimostrata inferiore a quanto il mercato stesso si aspettava.
Al 19 novembre scorso, secondo i dati del Dipartimento dell'energia americano, la Spr poteva contare su 604 milioni di barili. Il rilascio annunciato martedì scorso rappresenta quindi poco più dell'8% delle riserve.
La mole di greggio rimessa in circolo dall'azione di Biden non era però sembrata sufficiente a frenare la corsa dei prezzi. Innanzitutto, come dimostra la vicenda del carbone cinese, aumentare e detenere riserve strategiche da parte dei governi rappresenta un valore in sé, mentre rilasciarle è un segno di debolezza. Inoltre, paradossalmente, il calo dei prezzi allontana ancora il momento in cui la produzione marginale di petrolio può tornare ad essere economicamente vantaggiosa e contribuire così a sostenere l'offerta in difficoltà, facendo scendere i prezzi in maniera strutturale.
Già dallo scorso agosto l'allarme per i prezzi della benzina aveva spinto Joe Biden a chiedere ai Paesi dell'Opec e alleati (Opec+) di aumentare la produzione per contenere il prezzo della benzina negli Stati Uniti. Rinnovato l'appello nelle scorse settimane e ricevuto un secco diniego, una settimana fa la Casa Bianca ha coinvolto la Federal trade commission (Ftc). Con una lettera, il presidente ha chiesto all'autorità indipendente che vigila sulla regolarità dei mercati di accertarsi che non vi siano comportamenti scorretti da parte degli operatori tali da mantenere artificiosamente alti i prezzi della benzina. Un tentativo di scaricare la colpa dei rincari sulla perfida speculazione, in modo simile a quanto accaduto in Europa con i prezzi del gas. La Commissione europea in ottobre aveva chiesto ad Acer e Esma, i regolatori del settore dell'energia e del settore finanziario, di verificare che sui mercati all'ingrosso di gas, energia elettrica e CO2 non vi fossero state speculazioni. Le due autorità questa settimana hanno pubblicato le risultanze preliminari dell'indagine, da cui non emergono comportamenti tali da dare adito a sospetti di abusi di mercato.
È facile pensare che anche nel caso della Ftc e della benzina americana le indagini non porteranno ad alcunché. A mantenere il prezzo della benzina su valori vicino ai massimi erano soprattutto le difficoltà della raffinazione, della logistica e il calo degli investimenti nella produzione, a fronte di una domanda che si è ripresa molto velocemente, sia pure restando al di sotto di quella del 2019. Qui sta tutto il paradosso nell'azione di Joe Biden, che da una parte spinge per la transizione energetica, disincentivando i combustibili fossili a colpi di ordini esecutivi, dall'altra pretende che l'offerta degli stessi si adegui rapidamente e a costi bassi alle richieste della domanda. Uno strabismo che sta generando più di un problema e che molti osservatori valutano già in chiave elettorale. Le elezioni di midterm, infatti, si terranno tra un anno ma la partita è già cominciata. Per i democratici sarebbe assai deleterio presentarsi di fronte ai cittadini portando in dote i prezzi della benzina alle stelle e un'inflazione galoppante.
Ora però la nuova variante Omicron spariglia le carte ed apre a nuovi scenari. Il rilascio di una quota di riserve strategiche Usa indebolisce lo stimolo all'Opec+ a tornare sul mercato con quantitativi importanti, è vero. Ma se si dovesse tornare a lockdown generalizzati, il calo della domanda che ne conseguirebbe farebbe crollare ulteriormente il prezzo, riavviando il ciclo che abbiamo già visto negli ultimi 18 mesi e riproponendo il problema più avanti.
Proprio quando la politica energetica americana si stava avvitando in una spirale da cui sembrava difficile uscire, con l'offerta in seria difficoltà e con forti spinte sui prezzi, ecco che arriva il terrore pandemico a eliminare la domanda in eccesso e a frenare i prezzi. Quello dei lockdown in giro per il mondo è uno scenario che in pubblico nessuno si augura. In privato, chissà.
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