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2025-12-22
Presepi manipolati. Gli sfregi al Natale: da Gesù «bambina» alla stalla gommone
Il presepe allestito a Chicago. Gesù bambino con le fascette ai polsi in segno di protesta contro l'ICE di Trump
Lo scrittore Giovannino Guareschi se ne costruì uno di cartone nel lager dov’era internato. Il nonno e il padre di Pupi Avati rischiarono di farsi fermare dai nazisti, nel Natale 1943, pur di reperire il materiale per allestirlo per quel bimbo che un giorno avrebbe fatto il regista. La poetessa Alda Merini ricordava con nostalgia di quando, fanciulla, «pregava davanti alla statuina» di Gesù. C’è poco da fare: il presepe è nel cuore degli italiani. Che, nonostante il vento della secolarizzazione, continuano a prepararlo nelle loro case. Purtroppo la riproduzione della Natività è però anche soggetta, ormai da diversi anni, a manipolazioni ideologiche di non poco conto, che piegano l’allestimento della grotta di Betlemme dove nacque il Bambinello a istanze immigrazioniste, pro Lgbt e chi più ne ha più ne metta.
Quest’anno in Italia il primato della creatività, si fa per dire, l’ha avuto don Vitaliano Della Sala, il quale in una chiesa a Capocastello di Mercogliano, Avellino, ha predisposto un presepe per «Gesù Bambina». «Voglio far discutere, lanciare un messaggio, la Chiesa deve trasformarsi», ha dichiarato il sacerdote da anni protagonista di iniziative di tenore provocatorio, «ho pensato di mettere nel presepe Gesù femmina perché dobbiamo avviare una discussione sul ruolo delle donne, servono donne sacerdoti, Dio si incarna anche nelle donne, io non sono contro il presepe, ma lo reinterpreto». Ecco, che don Della Sala «reinterpreti» il presepe non c’è dubbio; viene però da chiedersi se davvero sia così originale «reinterpretarlo», dato che lo si fa ormai quasi ovunque.
Si guardi per esempio alla Grand-Place, la piazza centrale di Bruxelles, dove quest’anno è stato allestito un presepe «inclusivo» ideato dell’architetto d’interni Victoria-Maria Geyer nel quale, al posto dei volti delle statuine principali, ci sono pezzi di stoffa multicolore per creare, appunto, «un mix inclusivo di tonalità della pelle». Ancora più creativi sono stati presso la Lake Street Church, a Chicago, dove si è pensato bene di predisporre un presepe per protestare contro le azioni di rimpatrio dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione. Per questo San Giuseppe e Maria sono presentati con una maschera antigas e Gesù Bambino con le mani legate da una fascetta, sdraiato su una coperta termica, mentre attorno a loro vigilano centurioni moderni, dotati di occhiali scuri e gilet verdi con la scritta «Ice».
Michael Dorgan di Fox News ha puntualizzato che le fascette sui polsi di Gesù Bambino «fanno riferimento diretto ai bambini che sono stati legati con le fascette dagli agenti durante un raid in un condominio di Chicago all’inizio di quest’anno». Sta di fatto che, stavolta, l’America non ha inventato nulla. Già dieci anni or sono, infatti, in Italia si allestivano allegramente presepi «rivisitati» per inneggiare all’accoglienza. Il riferimento è al presepe allestito nel 2015 all’interno del Tempio civico di Busto Arsizio: raffigurava immagini di profughi in cammino, padri e madri con bambini in braccio, barconi in mare e, al posto Gesù Bambino, in attesa della notte santa era stata deposta la foto di una mamma siriana. Per rafforzare il messaggio, l’anno successivo nel presepe preparato alla Casa della Carità via Brambilla, a Milano, si potevano vedere - alle spalle di Maria, Giuseppe e del Bambinello - decine di passaporti da ogni parte del mondo e di diversi colori, alcuni nuovi altri sgualciti a seguito delle traversie dei viaggi compiuti dai proprietari.
Quei primi tentativi di adattare la Natività alla causa immigrazionista hanno fatto scuola. Lo si è visto nei tanti presepi «per l’accoglienza» allestiti negli anni successivi, a partire da quello visto nel 2017 in piazza Zapelloni a Castenaso, nel Bolognese: il presepe - realizzato sulla base di un’idea venuta all’allora sindaco della cittadina emiliana, Stefano Sermenghi - vedeva l’inserimento di un gommone. E non per suggerire l’idea che Maria e Giuseppe potessero sognare vacanze marittime, bensì, come precisato da Sermenghi, per lanciare un segnale in favore di «un’accoglienza positiva nei confronti di chi arriva». Da allora in avanti la stessa idea del gommone è divenuta oggetto di rivisitazioni. Nel 2018 infatti a Trento, per l’esattezza davanti alla chiesa del Santissimo in via Corso 3 Novembre, la famiglia di Gesù si è trovata ospitata su una zattera; nel 2020 nel piazzale della chiesa di San Massimo, in via XX Settembre a Collegno, Torino, la Natività è invece stata accolta su un già più robusto barcone. Evoluto poi, nel 2022, in imbarcazione delle Ong, nel presepe allestito sul sagrato della parrocchia di San Bartolomeo della Beverara, quartiere Navile a Bologna.
Sbaglierebbe chi ritenesse però le rivisitazioni della grotta di Betlemme dove nacque il Bambinello possibili solo in chiave immigrazionista. C’è infatti, da tempo, anche la variante arcobaleno. Una delle prime in assoluto fu quella realizzata nel lontano 2012 in Colombia dall’analista politico Andrés Vásquez Moreno e dall’imprenditore Felipe Cárdenas Gonzalez, i quali - uniti civilmente allora da quattro anni - l’avevano allestita nella loro abitazione di Cartagena de Indias per sponsorizzare la legalizzazione del matrimonio gay; effettivamente arrivata, con una sentenza della Corte costituzionale, nel 2016. L’anno dopo, nel 2017, un altro presepe gay con due san Giuseppe vestiti ambedue di rosa fu poi postato su Twitter - attribuendolo all’inventiva dei suoi vicini di casa - dalla comica queer Cameron Esposito, «raggiante» per quell’avvistamento.
Manco a dirlo, il presepe Lgbt è da tempo presente anche da noi. Uno con «due mamme», per esempio, lo aveva allestito nel 2023 il già citato e infaticabile don Della Sala, sempre lui, di fatto eliminando - forse in omaggio alla lotta al patriarcato, chissà - la figura di San Giuseppe. Analogamente, lo stesso anno il partito politico +Europa aveva pubblicato sui suoi social un’immagine che ritraeva diverse natività alternative: tra queste una con due uomini e una con due donne, ma anche un’immagine di una ’mamma single’ e un’altra con una coppia bianca e un bambino nero. Il tutto accompagnato dalla scritta: «Il bello delle tradizioni è che possono cambiare».
Un’idea che non è chiaro quali consensi abbia portato a +Europa, di certo gli ha fatto perdere un’iscritta, uscita dal partito sbattendo la porta. Si tratta di Anita Likmeta, imprenditrice e scrittrice italiana nata in Albania, che su Facebook aveva reagito con queste parole alle manipolazioni del presepe: «Se +Europa pensa di difendere la diversità con ammiccamenti ipocriti alla tradizione, io per il ruolo della Madonna lesbica non sono disponibile. Addio a +Europa e buon suicidio politico (non assistito)!». La chiosa non sarà piaciuta a Marco Cappato, grande sostenitore della morte assistita, ma certo era graffiante. Proprio come graffiante, almeno nelle intenzioni dei collettivi studenteschi che l’avevano allestito nel 2015 a Torino, doveva essere un presepe «anti Lega» che ritraeva rispettivamente Matteo Salvini e Carlo Giovanardi come asinello e bue con accanto l’ex presidente della Regione Piemonte Roberto Cota nei panni di «pecorella» a vegliare su un Bambinello di colore con due Giuseppe. In quel caso, ci fu dunque una tragica sintesi della politicizzazione del presepe, della sua «reinterpretazione» sia in chiave Lgbt sia pro migranti. Un piccolo grande capolavoro ideologico, da allora mai più replicato. Sempre con un occhio all’ideologia, quest’anno l’Istituto di studi teologici e storico-sociali di Terni ha adagiato Gesù in una mangiatoia di colore rosso per richiamare «la lotta ai femminicidi». C’è invece chi i presepi li distrugge: è il caso del gruppo di ragazzi che ha vandalizzato quello allestito nella piazza centrale di Carnago, in provincia di Varese, per poi vantarsene sui social.
La tradizione inizia da san Francesco
Tutti, o comunque molti, sanno che il presepe è una invenzione di san Francesco d’Assisi. Meno nota risulta invece la storia che ha portato il Poverello a questa rivoluzionaria iniziativa, che da secoli attraversa la storia d’Italia e della cristianità, delle quali è divenuta un simbolo, in particolare durante il periodo natalizio. Da quanto riportano più fonti, tutto ebbe inizio da un viaggio in Terra Santa compiuto dall’Assisiate nel 1223. Un pellegrinaggio che gli lasciò dentro, una volta rimpatriato, il desiderio di realizzare qualcosa che rievocasse Betlemme; un desiderio che egli sentì di poter trasformare in realtà in un luogo che proprio Betlemme gli ricordava, vale a dire Greccio.
Peraltro, a Greccio Francesco sapeva di poter contare su un’amicizia significativa: quella col signore e castellano locale, il nobile Giovanni Velita. Secondo quanto riferiscono le Fonti francescane, circa due settimane prima della solennità natalizia il Poverello - galvanizzato anche dal fatto che poco prima, il 29 novembre, da papa Onorio III con la bolla Solet annuere aveva dato l’approvazione della Regola scritta per i confratelli - convocò Velita dandogli disposizioni ben precise. «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù», furono le parole dell’Assisiate - che anche per questa iniziativa aveva richiesto e ottenuto una approvazione papale -, «precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».
Da quanto ci è dato sapere, il signore di Greccio - servendosi d’una nicchia naturale - non realizzò propriamente un «presepe vivente», limitandosi a predisporre una greppia, colma di fieno, il bue e l’asino. Tuttavia, pare che l’impegno sia stato apprezzato anche dal Cielo che proprio la notte del 24 dicembre sembra abbia mandato in quel di Greccio una forte nevicata. Fu così quella santa notte si narra si sia creata una atmosfera incantevole e fiabesca, col bosco illuminato dalle fiaccole dei fedeli e dei frati accorsi per ammirare il presepe che, con tutte quelle presenze, di fatto sì divenne a tutti gli effetti «vivente». La cosa colpì molto i religiosi e lo stesso Poverello ne fu estasiato. «In quella scena commovente», ebbe infatti a commentare, «risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme».
Va però precisato come quello realizzato da Giovanni Velita, più che un presepe in senso oggi comune, fosse una primigenia rappresentazione della Natività. Dunque, si potrebbe dire - per quanto indubbiamente riuscito - solo un primo e parziale esperimento, rispetto a quello che poi sarebbe divenuto il simbolo tanto caro agli italiani. Una svolta maggiore in tal senso la si è avuta quando, circa 70 anni più tardi rispetto a quella «prima volta» di Greccio, papa Niccolò IV, il primo pontefice francescano, commissionò allo scultore Arnolfo di Cambio quello che è ritenuto il primo presepe artistico in marmo della storia, creato per la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Un piccolo grande capolavoro ancora oggi conservato e visibile, ma che senza dubbio non sarebbe mai stato realizzato se, come dicevamo, decenni prima san Francesco d’Assisi non avesse maturato un desiderio e, in definitiva, un progetto che avrebbe segnato una svolta epocale.
«L’incarnazione di Dio è un mistero che non ha bisogno di aggiunte»
Non c’è modo migliore per provare a capire il fenomeno dei «presepi manipolati» che provare a parlare con un intellettuale che ben conosca anche la storia e i contributi sociali del cristianesimo. La Verità ha contattato Giacomo Samek Lodovici, professore associato di filosofia morale presso l’Università Cattolica di Milano nonché autore di più di 70 contributi scientifici - di etica fondamentale, di etica applicata, di antropologia filosofica -, di sei monografie e di testi proprio legati al tema, come Cristianesimo: ti siamo tutti debitori (Ida 2019).
Professore, ogni anno assistiamo a tentativi di «reinterpretare» il presepe, per renderlo più inclusivo, per così dire, verso le minoranze, siano esse gli immigrati o le persone Lgbt. Come giudica queste iniziative?
«Premesso che non posso giudicare le intenzioni di chiunque modifica il presepio, io non sono favorevole: queste versioni del presepe, come minimo, annacquano la sua finalità. L’inventore del presepe, cioè san Francesco, mise in scena il primo presepe vivente per aiutare la gente a comprendere in modo concreto il significato del Natale. Lo scopo del presepe è rammemorare, contemplare, e a qualcuno far conoscere per la prima volta, o comunque molto meglio, la nascita di Cristo, la nascita del Dio incarnato. Il presepe “attualizzato” viene, almeno in parte, depauperato del suo significato religioso. Talora viene trasformato in uno strumento politico».
Cosa non comprendono del presepe quanti ne presentano versioni «aggiornate»?
«Io non posso mettermi nella loro testa, però molti mi sembra che non colgano che questi presepi distolgono l’attenzione verso altri temi, giusti o sbagliati che siano, invece che concentrarla sull’inesauribile profondità del tema centrale del presepe: Cristo è vero Dio e vero uomo. Per farsi un’idea dell’inesauribilità di questo tema basti citare un solo esempio tra i tanti possibili: la terza parte della Summa Theologiae di san Tommaso d’Aquino. E la nascita di Gesù ha un ben preciso motivo, anch’esso da contemplare all’infinito: Cristo si incarna per poi versare il suo sangue per amore smisurato verso ogni persona, lasciandosi flagellare e crocifiggere. Ce n’è abbastanza per soffermarsi interminabilmente sul presepe, senza aggiungere altri temi».
La statuina di Gesù Bambino rappresenta solo, si fa per dire, un ornamento religioso o testimonia un elemento di civiltà?
«Il cristianesimo, a volte tradito da pessimi cristiani, ha introdotto per primo nella cultura, o ha rinforzato, alcuni cruciali concetti generatori di umanesimo e civiltà. Ad esempio il cristianesimo ha introdotto l’affermazione della dignità di ogni essere umano, anche delle donne. I Greci negavano la dignità alle donne, ai bambini, agli stranieri e giustificavano la schiavitù. Invece il cristianesimo include tutti nel gruppo degli esseri umani dotati di dignità incommensurabile. Gli stoici hanno sì riconosciuto l’uguaglianza di ogni uomo, però hanno sminuito la dignità umana per vari motivi lunghi da riassumere. Questo lascito del cristianesimo circa la dignità umana lo conferma anche Nietzsche, certo non sospettabile di simpatie cristiane, che critica l’affermazione cristiana della dignità umana; altri autori atei o agnostici invece l’hanno molto apprezzata, per esempio Karl Popper e Jürgen Habermas. Ma potrei menzionare altri concetti decisivi introdotti o valorizzati dal cristianesimo».
Quali? Alcuni esprimono inclusività?
«Per esempio la doverosità della premura verso tutti i malati - non solo verso quelli del proprio gruppo, religione, eccetera -, la doverosità della solidarietà verso tutti i poveri - non solo verso quelli del proprio gruppo, religione, eccetera - e la doverosità della sollecitudine verso tutti coloro che subiscono oppressioni e ingiustizie. Ma non sono stato minimamente esaustivo sui concetti cruciali che il cristianesimo ha introdotto o rinforzato; talora - lo ripeto - tradito da pessimi cristiani».
Quali valori invece discendono, per così dire, dalle statuine - e in definitiva dalle figure - di Maria e Giuseppe?
«Sui valori incarnati dalla Madonna e contemplabili già nel presepe ci sono interi trattati. Mi limito solo a un punto: l’eccezionale valorizzazione di una donna rilevata anche da un ateo come Jean-Paul Sartre, in una sua opera teatrale di Natale. Ecco in che modo egli descrive come mettere in scena la Natività, che si può contemplare nel presepe: «La Vergine guarda il bambino […], il Cristo è suo figlio, carne della sua carne […]. L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrirà il seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. […] Lo stringe fra le braccia e dice: “Bambino mio”». E, prosegue Sartre, Maria pensa: “Questo Dio è mio figlio. È fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la mia, mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio”. Quanto a san Giuseppe, anche qui senza poter essere esaustivo, egli incarna svariati valori, contemplabili nel presepio e a partire dal presepio: la fede in Dio, l’obbedienza a Dio, la fortezza, la premura e la responsabilità verso Maria e Gesù, l’umiltà silenziosa, la laboriosità».
Inoltre la presenza di pastori, di Re Magi e altre figure testimonia come il presepe sia costitutivamente «inclusivo», senza bisogno di adattamenti di sorta. Concorda?
«Sì, perché i pastori sono dei poveri e i Magi sono personaggi stranieri che rappresentano tutti i popoli e quindi si può contemplare nel presepe che Gesù non è venuto solo per qualcuno, ma per tutte le persone della Terra».
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Spunta anche la mangiatoia rossa «contro i femminicidi» E nel Varesotto un gruppo di giovani devasta le statuine.Il primo a voler dare una rappresentazione concreta delle condizioni in cui è venuto al mondo il Salvatore fu San Francesco, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa.Il professore di filosofia morale Giacomo Samek Lodovici: «Chi modifica l’iconografia della natività, di Giuseppe, di Maria e di loro figlio perde di vista il tema centrale della solennità. Che è così profondo da potercisi soffermare all’infinito».Lo speciale contiene tre articoli.Lo scrittore Giovannino Guareschi se ne costruì uno di cartone nel lager dov’era internato. Il nonno e il padre di Pupi Avati rischiarono di farsi fermare dai nazisti, nel Natale 1943, pur di reperire il materiale per allestirlo per quel bimbo che un giorno avrebbe fatto il regista. La poetessa Alda Merini ricordava con nostalgia di quando, fanciulla, «pregava davanti alla statuina» di Gesù. C’è poco da fare: il presepe è nel cuore degli italiani. Che, nonostante il vento della secolarizzazione, continuano a prepararlo nelle loro case. Purtroppo la riproduzione della Natività è però anche soggetta, ormai da diversi anni, a manipolazioni ideologiche di non poco conto, che piegano l’allestimento della grotta di Betlemme dove nacque il Bambinello a istanze immigrazioniste, pro Lgbt e chi più ne ha più ne metta.Quest’anno in Italia il primato della creatività, si fa per dire, l’ha avuto don Vitaliano Della Sala, il quale in una chiesa a Capocastello di Mercogliano, Avellino, ha predisposto un presepe per «Gesù Bambina». «Voglio far discutere, lanciare un messaggio, la Chiesa deve trasformarsi», ha dichiarato il sacerdote da anni protagonista di iniziative di tenore provocatorio, «ho pensato di mettere nel presepe Gesù femmina perché dobbiamo avviare una discussione sul ruolo delle donne, servono donne sacerdoti, Dio si incarna anche nelle donne, io non sono contro il presepe, ma lo reinterpreto». Ecco, che don Della Sala «reinterpreti» il presepe non c’è dubbio; viene però da chiedersi se davvero sia così originale «reinterpretarlo», dato che lo si fa ormai quasi ovunque.Si guardi per esempio alla Grand-Place, la piazza centrale di Bruxelles, dove quest’anno è stato allestito un presepe «inclusivo» ideato dell’architetto d’interni Victoria-Maria Geyer nel quale, al posto dei volti delle statuine principali, ci sono pezzi di stoffa multicolore per creare, appunto, «un mix inclusivo di tonalità della pelle». Ancora più creativi sono stati presso la Lake Street Church, a Chicago, dove si è pensato bene di predisporre un presepe per protestare contro le azioni di rimpatrio dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione. Per questo San Giuseppe e Maria sono presentati con una maschera antigas e Gesù Bambino con le mani legate da una fascetta, sdraiato su una coperta termica, mentre attorno a loro vigilano centurioni moderni, dotati di occhiali scuri e gilet verdi con la scritta «Ice».Michael Dorgan di Fox News ha puntualizzato che le fascette sui polsi di Gesù Bambino «fanno riferimento diretto ai bambini che sono stati legati con le fascette dagli agenti durante un raid in un condominio di Chicago all’inizio di quest’anno». Sta di fatto che, stavolta, l’America non ha inventato nulla. Già dieci anni or sono, infatti, in Italia si allestivano allegramente presepi «rivisitati» per inneggiare all’accoglienza. Il riferimento è al presepe allestito nel 2015 all’interno del Tempio civico di Busto Arsizio: raffigurava immagini di profughi in cammino, padri e madri con bambini in braccio, barconi in mare e, al posto Gesù Bambino, in attesa della notte santa era stata deposta la foto di una mamma siriana. Per rafforzare il messaggio, l’anno successivo nel presepe preparato alla Casa della Carità via Brambilla, a Milano, si potevano vedere - alle spalle di Maria, Giuseppe e del Bambinello - decine di passaporti da ogni parte del mondo e di diversi colori, alcuni nuovi altri sgualciti a seguito delle traversie dei viaggi compiuti dai proprietari. Quei primi tentativi di adattare la Natività alla causa immigrazionista hanno fatto scuola. Lo si è visto nei tanti presepi «per l’accoglienza» allestiti negli anni successivi, a partire da quello visto nel 2017 in piazza Zapelloni a Castenaso, nel Bolognese: il presepe - realizzato sulla base di un’idea venuta all’allora sindaco della cittadina emiliana, Stefano Sermenghi - vedeva l’inserimento di un gommone. E non per suggerire l’idea che Maria e Giuseppe potessero sognare vacanze marittime, bensì, come precisato da Sermenghi, per lanciare un segnale in favore di «un’accoglienza positiva nei confronti di chi arriva». Da allora in avanti la stessa idea del gommone è divenuta oggetto di rivisitazioni. Nel 2018 infatti a Trento, per l’esattezza davanti alla chiesa del Santissimo in via Corso 3 Novembre, la famiglia di Gesù si è trovata ospitata su una zattera; nel 2020 nel piazzale della chiesa di San Massimo, in via XX Settembre a Collegno, Torino, la Natività è invece stata accolta su un già più robusto barcone. Evoluto poi, nel 2022, in imbarcazione delle Ong, nel presepe allestito sul sagrato della parrocchia di San Bartolomeo della Beverara, quartiere Navile a Bologna.Sbaglierebbe chi ritenesse però le rivisitazioni della grotta di Betlemme dove nacque il Bambinello possibili solo in chiave immigrazionista. C’è infatti, da tempo, anche la variante arcobaleno. Una delle prime in assoluto fu quella realizzata nel lontano 2012 in Colombia dall’analista politico Andrés Vásquez Moreno e dall’imprenditore Felipe Cárdenas Gonzalez, i quali - uniti civilmente allora da quattro anni - l’avevano allestita nella loro abitazione di Cartagena de Indias per sponsorizzare la legalizzazione del matrimonio gay; effettivamente arrivata, con una sentenza della Corte costituzionale, nel 2016. L’anno dopo, nel 2017, un altro presepe gay con due san Giuseppe vestiti ambedue di rosa fu poi postato su Twitter - attribuendolo all’inventiva dei suoi vicini di casa - dalla comica queer Cameron Esposito, «raggiante» per quell’avvistamento.Manco a dirlo, il presepe Lgbt è da tempo presente anche da noi. Uno con «due mamme», per esempio, lo aveva allestito nel 2023 il già citato e infaticabile don Della Sala, sempre lui, di fatto eliminando - forse in omaggio alla lotta al patriarcato, chissà - la figura di San Giuseppe. Analogamente, lo stesso anno il partito politico +Europa aveva pubblicato sui suoi social un’immagine che ritraeva diverse natività alternative: tra queste una con due uomini e una con due donne, ma anche un’immagine di una ’mamma single’ e un’altra con una coppia bianca e un bambino nero. Il tutto accompagnato dalla scritta: «Il bello delle tradizioni è che possono cambiare».Un’idea che non è chiaro quali consensi abbia portato a +Europa, di certo gli ha fatto perdere un’iscritta, uscita dal partito sbattendo la porta. Si tratta di Anita Likmeta, imprenditrice e scrittrice italiana nata in Albania, che su Facebook aveva reagito con queste parole alle manipolazioni del presepe: «Se +Europa pensa di difendere la diversità con ammiccamenti ipocriti alla tradizione, io per il ruolo della Madonna lesbica non sono disponibile. Addio a +Europa e buon suicidio politico (non assistito)!». La chiosa non sarà piaciuta a Marco Cappato, grande sostenitore della morte assistita, ma certo era graffiante. Proprio come graffiante, almeno nelle intenzioni dei collettivi studenteschi che l’avevano allestito nel 2015 a Torino, doveva essere un presepe «anti Lega» che ritraeva rispettivamente Matteo Salvini e Carlo Giovanardi come asinello e bue con accanto l’ex presidente della Regione Piemonte Roberto Cota nei panni di «pecorella» a vegliare su un Bambinello di colore con due Giuseppe. In quel caso, ci fu dunque una tragica sintesi della politicizzazione del presepe, della sua «reinterpretazione» sia in chiave Lgbt sia pro migranti. Un piccolo grande capolavoro ideologico, da allora mai più replicato. Sempre con un occhio all’ideologia, quest’anno l’Istituto di studi teologici e storico-sociali di Terni ha adagiato Gesù in una mangiatoia di colore rosso per richiamare «la lotta ai femminicidi». C’è invece chi i presepi li distrugge: è il caso del gruppo di ragazzi che ha vandalizzato quello allestito nella piazza centrale di Carnago, in provincia di Varese, per poi vantarsene sui social.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/presepi-oltraggio-2674818578.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tradizione-inizia-da-san-francesco" data-post-id="2674818578" data-published-at="1766359368" data-use-pagination="False"> La tradizione inizia da san Francesco Tutti, o comunque molti, sanno che il presepe è una invenzione di san Francesco d’Assisi. Meno nota risulta invece la storia che ha portato il Poverello a questa rivoluzionaria iniziativa, che da secoli attraversa la storia d’Italia e della cristianità, delle quali è divenuta un simbolo, in particolare durante il periodo natalizio. Da quanto riportano più fonti, tutto ebbe inizio da un viaggio in Terra Santa compiuto dall’Assisiate nel 1223. Un pellegrinaggio che gli lasciò dentro, una volta rimpatriato, il desiderio di realizzare qualcosa che rievocasse Betlemme; un desiderio che egli sentì di poter trasformare in realtà in un luogo che proprio Betlemme gli ricordava, vale a dire Greccio.Peraltro, a Greccio Francesco sapeva di poter contare su un’amicizia significativa: quella col signore e castellano locale, il nobile Giovanni Velita. Secondo quanto riferiscono le Fonti francescane, circa due settimane prima della solennità natalizia il Poverello - galvanizzato anche dal fatto che poco prima, il 29 novembre, da papa Onorio III con la bolla Solet annuere aveva dato l’approvazione della Regola scritta per i confratelli - convocò Velita dandogli disposizioni ben precise. «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù», furono le parole dell’Assisiate - che anche per questa iniziativa aveva richiesto e ottenuto una approvazione papale -, «precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».Da quanto ci è dato sapere, il signore di Greccio - servendosi d’una nicchia naturale - non realizzò propriamente un «presepe vivente», limitandosi a predisporre una greppia, colma di fieno, il bue e l’asino. Tuttavia, pare che l’impegno sia stato apprezzato anche dal Cielo che proprio la notte del 24 dicembre sembra abbia mandato in quel di Greccio una forte nevicata. Fu così quella santa notte si narra si sia creata una atmosfera incantevole e fiabesca, col bosco illuminato dalle fiaccole dei fedeli e dei frati accorsi per ammirare il presepe che, con tutte quelle presenze, di fatto sì divenne a tutti gli effetti «vivente». La cosa colpì molto i religiosi e lo stesso Poverello ne fu estasiato. «In quella scena commovente», ebbe infatti a commentare, «risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme».Va però precisato come quello realizzato da Giovanni Velita, più che un presepe in senso oggi comune, fosse una primigenia rappresentazione della Natività. Dunque, si potrebbe dire - per quanto indubbiamente riuscito - solo un primo e parziale esperimento, rispetto a quello che poi sarebbe divenuto il simbolo tanto caro agli italiani. Una svolta maggiore in tal senso la si è avuta quando, circa 70 anni più tardi rispetto a quella «prima volta» di Greccio, papa Niccolò IV, il primo pontefice francescano, commissionò allo scultore Arnolfo di Cambio quello che è ritenuto il primo presepe artistico in marmo della storia, creato per la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Un piccolo grande capolavoro ancora oggi conservato e visibile, ma che senza dubbio non sarebbe mai stato realizzato se, come dicevamo, decenni prima san Francesco d’Assisi non avesse maturato un desiderio e, in definitiva, un progetto che avrebbe segnato una svolta epocale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/presepi-oltraggio-2674818578.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lincarnazione-di-dio-e-un-mistero-che-non-ha-bisogno-di-aggiunte" data-post-id="2674818578" data-published-at="1766359368" data-use-pagination="False"> «L’incarnazione di Dio è un mistero che non ha bisogno di aggiunte» Non c’è modo migliore per provare a capire il fenomeno dei «presepi manipolati» che provare a parlare con un intellettuale che ben conosca anche la storia e i contributi sociali del cristianesimo. La Verità ha contattato Giacomo Samek Lodovici, professore associato di filosofia morale presso l’Università Cattolica di Milano nonché autore di più di 70 contributi scientifici - di etica fondamentale, di etica applicata, di antropologia filosofica -, di sei monografie e di testi proprio legati al tema, come Cristianesimo: ti siamo tutti debitori (Ida 2019).Professore, ogni anno assistiamo a tentativi di «reinterpretare» il presepe, per renderlo più inclusivo, per così dire, verso le minoranze, siano esse gli immigrati o le persone Lgbt. Come giudica queste iniziative?«Premesso che non posso giudicare le intenzioni di chiunque modifica il presepio, io non sono favorevole: queste versioni del presepe, come minimo, annacquano la sua finalità. L’inventore del presepe, cioè san Francesco, mise in scena il primo presepe vivente per aiutare la gente a comprendere in modo concreto il significato del Natale. Lo scopo del presepe è rammemorare, contemplare, e a qualcuno far conoscere per la prima volta, o comunque molto meglio, la nascita di Cristo, la nascita del Dio incarnato. Il presepe “attualizzato” viene, almeno in parte, depauperato del suo significato religioso. Talora viene trasformato in uno strumento politico».Cosa non comprendono del presepe quanti ne presentano versioni «aggiornate»?«Io non posso mettermi nella loro testa, però molti mi sembra che non colgano che questi presepi distolgono l’attenzione verso altri temi, giusti o sbagliati che siano, invece che concentrarla sull’inesauribile profondità del tema centrale del presepe: Cristo è vero Dio e vero uomo. Per farsi un’idea dell’inesauribilità di questo tema basti citare un solo esempio tra i tanti possibili: la terza parte della Summa Theologiae di san Tommaso d’Aquino. E la nascita di Gesù ha un ben preciso motivo, anch’esso da contemplare all’infinito: Cristo si incarna per poi versare il suo sangue per amore smisurato verso ogni persona, lasciandosi flagellare e crocifiggere. Ce n’è abbastanza per soffermarsi interminabilmente sul presepe, senza aggiungere altri temi».La statuina di Gesù Bambino rappresenta solo, si fa per dire, un ornamento religioso o testimonia un elemento di civiltà?«Il cristianesimo, a volte tradito da pessimi cristiani, ha introdotto per primo nella cultura, o ha rinforzato, alcuni cruciali concetti generatori di umanesimo e civiltà. Ad esempio il cristianesimo ha introdotto l’affermazione della dignità di ogni essere umano, anche delle donne. I Greci negavano la dignità alle donne, ai bambini, agli stranieri e giustificavano la schiavitù. Invece il cristianesimo include tutti nel gruppo degli esseri umani dotati di dignità incommensurabile. Gli stoici hanno sì riconosciuto l’uguaglianza di ogni uomo, però hanno sminuito la dignità umana per vari motivi lunghi da riassumere. Questo lascito del cristianesimo circa la dignità umana lo conferma anche Nietzsche, certo non sospettabile di simpatie cristiane, che critica l’affermazione cristiana della dignità umana; altri autori atei o agnostici invece l’hanno molto apprezzata, per esempio Karl Popper e Jürgen Habermas. Ma potrei menzionare altri concetti decisivi introdotti o valorizzati dal cristianesimo».Quali? Alcuni esprimono inclusività?«Per esempio la doverosità della premura verso tutti i malati - non solo verso quelli del proprio gruppo, religione, eccetera -, la doverosità della solidarietà verso tutti i poveri - non solo verso quelli del proprio gruppo, religione, eccetera - e la doverosità della sollecitudine verso tutti coloro che subiscono oppressioni e ingiustizie. Ma non sono stato minimamente esaustivo sui concetti cruciali che il cristianesimo ha introdotto o rinforzato; talora - lo ripeto - tradito da pessimi cristiani».Quali valori invece discendono, per così dire, dalle statuine - e in definitiva dalle figure - di Maria e Giuseppe?«Sui valori incarnati dalla Madonna e contemplabili già nel presepe ci sono interi trattati. Mi limito solo a un punto: l’eccezionale valorizzazione di una donna rilevata anche da un ateo come Jean-Paul Sartre, in una sua opera teatrale di Natale. Ecco in che modo egli descrive come mettere in scena la Natività, che si può contemplare nel presepe: «La Vergine guarda il bambino […], il Cristo è suo figlio, carne della sua carne […]. L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrirà il seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. […] Lo stringe fra le braccia e dice: “Bambino mio”». E, prosegue Sartre, Maria pensa: “Questo Dio è mio figlio. È fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la mia, mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio”. Quanto a san Giuseppe, anche qui senza poter essere esaustivo, egli incarna svariati valori, contemplabili nel presepio e a partire dal presepio: la fede in Dio, l’obbedienza a Dio, la fortezza, la premura e la responsabilità verso Maria e Gesù, l’umiltà silenziosa, la laboriosità».Inoltre la presenza di pastori, di Re Magi e altre figure testimonia come il presepe sia costitutivamente «inclusivo», senza bisogno di adattamenti di sorta. Concorda?«Sì, perché i pastori sono dei poveri e i Magi sono personaggi stranieri che rappresentano tutti i popoli e quindi si può contemplare nel presepe che Gesù non è venuto solo per qualcuno, ma per tutte le persone della Terra».
Una lunga scia di scooter ha attraversato il centro della Capitale trasformando Roma in un museo a cielo aperto dedicato alla Vespa. Circa 25.000 esemplari, arrivati da 67 Paesi, hanno preso parte alla grande parata organizzata per celebrare gli 80 anni del marchio nato nel 1946, dando vita a quello che viene definito il più grande raduno mai realizzato.
Il momento più atteso della manifestazione Vespa Roma 2026 – 80 Years of an Icon è andato in scena nella mattinata di sabato. A dare il via al corteo è stato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, mentre in testa alla sfilata hanno sfilato i presidenti dei Vespa Club dei 67 Paesi rappresentati. Il percorso ha preso il via dalle Terme di Caracalla per poi attraversare alcuni dei luoghi simbolo della città: il Colosseo, Piazza Venezia, l'Altare della Patria e i Fori Imperiali.
Lungo il tragitto migliaia di persone si sono fermate ad applaudire, fotografare e riprendere il passaggio delle Vespa. Alla parata hanno partecipato modelli di ogni epoca, ripercorrendo ottant'anni di storia del celebre scooter italiano. Dai rarissimi esemplari della Vespa 98 del 1946 alle «faro basso» degli anni Cinquanta, passando per le VBB degli anni Sessanta, fino a modelli diventati simbolo come ET3, GTR, Rally e la PX. Presenti anche le più recenti Primavera e Gts, molte delle quali arrivate a Roma dopo lunghi viaggi percorsi su strada dai loro proprietari.
Le celebrazioni proseguiranno fino a domani al Vespa Village, allestito al Foro Italico. L'area ospita eventi aperti al pubblico, intrattenimento musicale con Radio Deejay, una mostra fotografica, una selezione di Vespa storiche provenienti dal Museo Piaggio, l'esposizione della gamma attuale e uno spazio dedicato alle collezioni realizzate per l'80° anniversario del marchio.
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Il musicologo jazz Luca Bragalini racconta l’emozionante scoperta di alcune opere inedite del grande sassofonista Gerry Mulligan. Un’avventura partita dal Conservatorio di Brescia e finita in gloria tra gli scatoloni della Library of Congress di Washington.
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L'intelligenza artificiale non è più soltanto una rivoluzione tecnologica. È diventata uno dei principali strumenti attraverso cui si misureranno la competitività economica, la sicurezza nazionale e l'influenza geopolitica dei prossimi decenni.
Il dibattito internazionale continua a essere dominato dal confronto tra Stati Uniti e Cina. Da una parte Silicon Valley e le grandi piattaforme private. Dall'altra il modello cinese, fortemente sostenuto e controllato dallo Stato. Esiste però una terza via che sta emergendo con crescente forza e che l'Europa farebbe bene a osservare con maggiore attenzione. È quella dell'India.
Negli ultimi dieci anni Nuova Delhi ha costruito il più grande ecosistema digitale pubblico esistente al mondo. L'identità digitale Aadhaar, il sistema dei pagamenti UPI, DigiLocker, ONDC e le piattaforme dedicate alle lingue indiane rappresentano un'infrastruttura sulla quale l'intelligenza artificiale può essere sviluppata e utilizzata su scala nazionale.
L'India non punta semplicemente a produrre nuovi modelli linguistici. Sta costruendo un modello di sviluppo dell'intelligenza artificiale capace di rispondere ai bisogni di oltre un miliardo e quattrocento milioni di cittadini, operando in decine di lingue diverse e affrontando problemi concreti nei settori della sanità, dell'agricoltura, dell'istruzione, della finanza e della pubblica amministrazione.
Questa impostazione rende l'India un interlocutore naturale per l'Europa e, in particolare, per l'Italia.
Il nostro Paese rappresenta una delle principali potenze manifatturiere del continente. Possiede eccellenze nella robotica, nell'automazione industriale, nell'aerospazio, nella meccanica di precisione, nelle scienze della vita e nella ricerca universitaria. L'India offre invece una disponibilità unica di competenze informatiche, sviluppo software, capacità di elaborazione dei dati e un mercato sufficientemente vasto da trasformare rapidamente l'innovazione in applicazioni concrete.
Le due economie sono complementari.
È proprio questa complementarità che dovrebbe trasformare l'intelligenza artificiale in uno dei pilastri del partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi.
La cooperazione potrebbe svilupparsi su numerosi livelli.
Le università potrebbero creare laboratori comuni dedicati all'intelligenza artificiale affidabile, trasparente e spiegabile. Le imprese italiane potrebbero integrare le competenze software indiane nelle proprie produzioni manifatturiere, aumentando produttività e competitività senza rinunciare alla qualità che contraddistingue il Made in Italy.
Particolarmente interessante sarebbe il coinvolgimento delle piccole e medie imprese.
L'economia italiana è costruita proprio sul tessuto delle PMI, che spesso dispongono di eccellenze tecnologiche ma non delle risorse necessarie per sviluppare autonomamente soluzioni basate sull'intelligenza artificiale. La collaborazione con partner indiani potrebbe consentire una rapida diffusione dell'AI all'interno del sistema produttivo italiano, senza dipendere esclusivamente dalle grandi piattaforme americane o cinesi.
Anche la cooperazione nel settore della difesa assume una rilevanza crescente.
L'intelligenza artificiale è destinata a trasformare la logistica militare, la cybersicurezza, la manutenzione predittiva, i sistemi autonomi e la protezione delle infrastrutture critiche. In un momento nel quale Italia e India stanno rafforzando la loro cooperazione nell'Indo-Pacifico e nel Mediterraneo, la dimensione tecnologica diventa parte integrante della sicurezza nazionale.
Esiste poi una prospettiva ancora più ampia.L'Italia, attraverso il Piano Mattei, intende rafforzare la propria presenza nel continente africano. L'India vanta da decenni relazioni consolidate con numerosi Paesi del Sud globale. Una cooperazione italo-indiana sull'intelligenza artificiale potrebbe contribuire allo sviluppo di tecnologie destinate all'agricoltura, alla sanità, all'istruzione e alla pubblica amministrazione africana, offrendo un'alternativa concreta sia al modello tecnologico americano sia a quello cinese.
L'intelligenza artificiale sarà probabilmente la tecnologia che definirà i rapporti di forza del XXI secolo.
Per questa ragione il partenariato tra Italia e India non dovrebbe limitarsi all'interscambio commerciale o agli investimenti industriali. Dovrebbe evolversi verso una vera alleanza tecnologica.
L'India ha dimostrato di possedere il capitale umano, le infrastrutture digitali e la capacità di innovazione necessari per diventare una delle grandi potenze mondiali dell'intelligenza artificiale.
L'Italia dispone dell'eccellenza industriale, della ricerca scientifica e della capacità manifatturiera per trasformare questa innovazione in valore economico.
Se sapranno unire queste rispettive eccellenze, Roma e Nuova Delhi potranno contribuire non soltanto a utilizzare l'intelligenza artificiale, ma anche a definirne le regole, gli standard e la visione democratica in un mondo sempre più dominato dalla competizione tecnologica.
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