Premier sotto assedio dei suoi alleati. Le nuove regole scontentano tutti

«Si alla pizza prosciutto e funghi, no all'eucaristia». A quel punto anche don Abbondio getta il breviario nel lago. E dall'ultimo missionario francescano al più sofisticato dei cardinali, esce allo scoperto il fastidio cattolico nei confronti di Giuseppe Conte, colui che dal Vaticano era stato battezzato premier della salvezza, legante chimico della dolce alleanza a sinistra. «Si alla visita alla zia, no a quella alla fidanzata». A quel punto anche Matteo Renzi, che nella scienza del cavillo è docente universitario, può legittimamente indignarsi: «Conte tiene il Paese agli arresti domiciliari. Chi è lo Stato per vietare di andare a trovare la propria ragazza?».
Contestazione generale. Dopo il decreto sulla fase 2 che in realtà è una fase 1 e mezzo, la gestione degli alleati sta diventando un incubo. Il premier è assediato, messo alle corde. Questa volta la crisi comincia in parrocchia. Riaprono le pizzerie (solo asporto), non i luoghi di culto; sono stati benedetti gli assembramenti laici (25 aprile), vietati quelli religiosi a Pasqua. Dopo due mesi di anonime sepolture e di chiese usate come morgue, 15 parenti al massimo potranno accompagnare le vittime del coronavirus all'ultimo viaggio, purché all'aperto. Un protocollo sovietico che ha scatenato la reazione della Conferenza episcopale guidata dal mite cardinale Gualtiero Bassetti con un comunicato nel quale si sottolinea che «i vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto». Una frase pesantissima che fa immediatamente suonare l'allarme su Palazzo Chigi. Il supporto ufficiale del potere ecclesiastico è ritenuto dall'esecutivo giallorosso un valore puramente estetico ma legittimante. E poiché dai tempi del fascismo non veniva evocata una simile compromissione della libertà di culto per colpa della politica (ben altro rispetto ai rosari di Matteo Salvini), con la velocità del lampo Rocco Casalino fa uscire la risposta: «La presidenza del Consiglio conferma che nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza». Traduzione: state buoni se potete. Imbarazzo evidente e silenzioso fra i ferventi sostenitori del Conte bis, da Avvenire ai sacerdoti tweetstar, ai gesuiti bergogliani guidati da padre Antonio Spadaro.
La smagliatura è partita. Mentre il Movimento 5 stelle tace, Pd e Italia viva prendono le distanze da Conte. Il solitamente ortodosso Graziano Delrio parte all'attacco: «Il divieto va rivisto, la sollecitazione della Cei va raccolta. Bisogna consentire la partecipazione dei fedeli alle funzioni nel pieno rispetto del distanziamento». Il costituzionalista dem Stefano Ceccanti presenta un emendamento per cambiare il decreto. Il ministro della Famiglia, la renziana Elena Bonetti, twitta indignata: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si potrà celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile, va cambiata». Un altro ministro, Teresa Bellanova, è contrario alle scelte del premier alleato. Glielo aveva già detto con una certa veemenza durante il vertice di maggioranza e lo ribadisce: «Non permettere la possibilità di un momento di spiritualità dà la misura di un approccio sbagliato». Se per approvare il decreto servisse un passaggio parlamentare, il governo andrebbe a casa.
Anche sulle riaperture lontane di negozi, bar e ristoranti monta il malumore. Tutti tranne Conte - impegnato a guardarsi allo specchio e a ripetere che «l'Europa ci ammira» - notano un Paese agonizzante soprattutto nel commercio. Andrea Marcucci, presidente dei senatori del Pd: «La chiusura per un altro mese può creare condizioni di non riapertura. C'è il rischio che si disperda un patrimonio enorme, ci vuole un intervento più deciso».
Poi interviene Renzi, che boccia il decreto per intero: «Non si può continuare a tenere il Paese agli arresti domiciliari e non si possono considerare gli italiani come bambini. Non tocca allo Stato dire se puoi incontrare tizio o caio. Ormai ci sono più consulenti che contagiati in alcune regioni. Questo dirò al premier in Senato giovedì». E a chi gli fa notare che poteva incidere in sede di stesura del documento, il re dei cavilli risponde che «trattandosi di decreto del presidente del Consiglio e non di decreto legge, non si poteva discutere». Riassumendo, lui continua a firmare i provvedimenti e a contestare con profilo bronzeo ciò che ha firmato.
La rissa in maggioranza si allarga e si accendono fuochi ovunque. Tre ministri - Roberto Speranza (Salute), Stefano Patuanelli (Sviluppo economico), Paola De Micheli (Trasporti) - hanno inviato una lettera al quarto, Luciana Lamorgese (Interno), per contestare la discrezionalità dei prefetti nella chiusura di alcune filiere industriali ritenute strategiche. La fibrillazione partita in sacrestia è forte, il premier si guarda attorno e si percepisce più solo. Perfino l'Arcigay è sul piede di guerra. «Inaccettabile la parola congiunti, lo Stato ridefinisce la gerarchia degli affetti». È appena passato il 25 aprile e tira già aria da 8 settembre.






