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2023-05-26
Preghiere sì, propaganda no. La linea delle Diocesi sui gay
Ansa
Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno.
L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».
Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».
Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».
Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona».
Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco.
Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.
Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi?
«Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».
Prego.
«Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».
Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento?
«Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».
Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano?
«Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».
Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no?
«Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
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In alcune parrocchie si sono organizzati incontri e veglie «contro l’omofobia». Il rischio è rilanciare involontariamente le parole d’ordine degli attivisti arcobaleno. Qualche vescovo però si smarca.Il presidente di Pro Vita Toni Brandi: «Un tempo queste iniziative venivano prese soprattutto dai protestanti. La Chiesa abbia più coraggio nell’indicare un ideale di salvezza».Lo speciale contiene due articoli.Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno. L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona». Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preghiere-si-propaganda-no-2660659680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2660659680" data-published-at="1685112570" data-use-pagination="False"> Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi? «Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».Prego. «Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento? «Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano? «Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no? «Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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