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2023-05-26
Preghiere sì, propaganda no. La linea delle Diocesi sui gay
Ansa
Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno.
L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».
Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».
Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».
Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona».
Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco.
Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.
Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi?
«Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».
Prego.
«Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».
Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento?
«Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».
Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano?
«Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».
Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no?
«Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
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In alcune parrocchie si sono organizzati incontri e veglie «contro l’omofobia». Il rischio è rilanciare involontariamente le parole d’ordine degli attivisti arcobaleno. Qualche vescovo però si smarca.Il presidente di Pro Vita Toni Brandi: «Un tempo queste iniziative venivano prese soprattutto dai protestanti. La Chiesa abbia più coraggio nell’indicare un ideale di salvezza».Lo speciale contiene due articoli.Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno. L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona». Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preghiere-si-propaganda-no-2660659680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2660659680" data-published-at="1685112570" data-use-pagination="False"> Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi? «Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».Prego. «Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento? «Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano? «Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no? «Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
Donald Trump (Ansa)
«Oggi la nostra frontiera è sicura, il nostro spirito è rinato, l’inflazione sta crollando, i redditi stanno aumentando rapidamente, l’economia è in piena espansione come mai prima d’ora, i nostri nemici sono spaventati», ha affermato, per poi aggiungere che «l’America è di nuovo rispettata, forse come mai prima d’ora».
Trump si è poi mosso su vari livelli. In primis, ha scelto di focalizzarsi sui principali temi al centro della campagna elettorale per le prossime elezioni di metà mandato: a partire dall’inflazione. «L’amministrazione Biden e i suoi alleati al Congresso ci hanno regalato la peggiore inflazione nella storia del nostro Paese. Ma, in dodici mesi, la mia amministrazione ha portato l’inflazione di fondo al livello più basso in oltre cinque anni. E negli ultimi tre mesi del 2025, è scesa all’1,7%», ha detto. Un altro fronte caldo è stato poi quello della sanità e della previdenza sociale. «Proteggeremo sempre la previdenza sociale, Medicare, Medicaid», ha dichiarato. «Voglio interrompere tutti i pagamenti alle grandi compagnie assicurative e invece dare quei soldi direttamente ai cittadini, in modo che possano acquistare la propria assistenza sanitaria, che sarà migliore a un costo molto più basso», ha anche affermato. Il presidente, oltre a sottolineare di aver vietato alle grandi società di Wall Street di acquistare migliaia di case unifamiliari, ha altresì orgogliosamente rivendicato il suo uso dei dazi. «Ho usato questi dazi, ho incassato centinaia di miliardi di dollari per concludere ottimi affari per il nostro Paese, sia economicamente che per la sicurezza nazionale», ha affermato, tornando poi a lamentarsi della sentenza della Corte Suprema che ha recentemente cassato una parte delle tariffe da lui decretate: una sentenza che l’inquilino della Casa Bianca, martedì, ha bollato come «davvero infelice» e «deludente».
Tra l’altro, sempre guardando al voto di Midterm, il presidente si è concentrato sulla lotta all’immigrazione clandestina. «Invito ogni parlamentare a unirsi alla mia amministrazione e a riaffermare un principio fondamentale. Se siete d’accordo con questa affermazione, allora alzatevi in piedi e mostrate il vostro sostegno: il primo dovere del governo americano è proteggere i cittadini americani, non gli immigrati clandestini», ha dichiarato, rivolgendosi ai parlamentari. Se i repubblicani si sono alzati in piedi, i democratici sono rimasti seduti, scatenando la dura reazione del presidente. «Dovreste vergognarvi di voi stessi», ha tuonato Trump in direzione dei dem. «Ecco perché vi chiedo anche di porre fine alle mortali città santuario che proteggono i criminali e di imporre pene severe per i funzionari pubblici che bloccano l’espulsione di immigrati clandestini», ha proseguito.
Non sono poi mancati dei riferimenti alla questione del gender. «Sicuramente possiamo tutti concordare che a nessuno Stato può essere permesso di strappare i bambini dalle braccia dei genitori e farli passare a un nuovo genere contro la loro volontà», ha dichiarato. Infine, il presidente è tornato a invocare la tutela dell’integrità del processo elettorale. «Tutti gli elettori devono mostrare un documento di cittadinanza per poter votare», ha detto, chiedendo che il Congresso approvi il Save America Act: un disegno di legge che imporrebbe di esibire documenti d’identità per poter votare.
Tuttavia, se l’orizzonte delle Midterm ha dominato, Trump, nel suo discorso di martedì sera, si è mosso anche su altri due piani: uno interno e uno internazionale. Per quanto riguarda il primo, il presidente ha sotterraneamente guardato alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Ha definito JD Vance un «grande vicepresidente», conferendogli l’incarico di supervisionare le attività di contrasto alle frodi. Al contempo, però, il presidente ha elogiato Marco Rubio. «Hai fatto un ottimo lavoro, grande segretario di Stato. Penso che passerà alla storia come il migliore di sempre», ha dichiarato Trump. L’inquilino della Casa Bianca è ben conscio che saranno verosimilmente Vance e Rubio a contendersi la nomination presidenziale repubblicana del 2028. E, in questo quadro, un po’ vuole alimentare la loro rivalità per spingere entrambi all’efficienza, un po’ vuole però evitare che lo scontro possa deragliare in una guerra fratricida che spacchi il partito.
L’ultimo piano in cui si è mosso Trump è stato quello della politica estera. Oltre a rivendicare la cattura di Nicolàs Maduro e ad auspicare la fine del conflitto russo-ucraino, il presidente si è concentrato soprattutto sul dossier iraniano. «Gli iraniani vogliono raggiungere un accordo, ma non abbiamo sentito quelle parole segrete: “Non avremo mai un’arma nucleare”. La mia preferenza è risolvere questo problema attraverso la diplomazia. Ma una cosa è certa: non permetterò mai a colui che è di gran lunga il principale sponsor del terrorismo al mondo di avere un’arma nucleare», ha dichiarato, riferendosi al regime khomeinista. Insomma, Trump, nel suo discorso, si è mosso tra Midterm, primarie presidenziali e scenario internazionale. Le sfide future sono numerose. E il presidente si sta già preparando a difendere la propria eredità politica.
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Ansa
Il capo della polizia Vittorio Pisani è stato tranchat: l’assistente capo Carmelo Cinturrino, il poliziotto infedele del Rogoredo, è da considerarsi un ex poliziotto. Così infatti il prefetto ha spiegato al Corriere: «Subito dopo il fermo disposto all’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla polizia di Stato». Procedimento disciplinare e procedimento penale corrono su binari differenti con velocità diverse per natura. «Sì, di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo, mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato».
Non si può perdere tempo quando i fatti sono così chiari da potere, e quindi dovere, intervenire su fatti di cronaca così impattanti. E la fermezza è talmente un valore che il capo della polizia, come del resto già precedentemente aveva fatto il ministro Piantedosi, sgombra il campo dalle chiacchiere politiche: nessuno scudo avrebbe potuto salvare il poliziotto infedele. «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».
Ma allora uno si pone alcune domande: com’è possibile che le azioni disciplinari siano tanto diverse se uno indossa una divisa o una toga? I dati ci dicono che di fronte a errori gravissimi da parte della magistratura - errori per i quali lo Stato è costretto a pagare risarcimenti salati perché la vittima è stata in carcere senza aver commesso nulla - il magistrato che sbaglia non paga, anzi viene pure promosso! Ci volevano il referendum sulla riforma della giustizia e i vent’anni dalla assoluzione definitiva di Enzo Tortora (della cui tragedia si consiglia quantomeno la fiction di Bellocchio, Portobello) per ricordarci che le vittime sono tali perché qualcuno ha rovinato loro la vita? Certo, Cinturrino ha ucciso, è in galera ed è ormai un ex poliziotto; ma certi magistrati, anche se non hanno ucciso, hanno rovinato la vita delle loro vittime, sbattendole in galera e annientandone relazioni e posizioni; ecco, costoro non solo non pagano, ma restano in attività e sono persino promossi con avanzamenti di carriera.
E non è tutto, state attenti. Primo fatto: l’assistente capo Cinturrino colpevole di aver ucciso una persona e di aver alterato la scena del crimine nel tentativo di salvarsi si trova giustamente in galera, privato della libertà per effetto di una misura cautelare sacrosanta, oltre che - dicevamo - la destituzione dalla polizia. Secondo fatto: a Torino alcune manifestazioni sono sfociate in disordini gravi, nel corso dell’ultima abbiamo visto cosa hanno combinato alcune «personcine a modo» a un poliziotto preso a martellate. Ricapitolando: il poliziotto infedele che ha sparato e ucciso e che - dicono - avesse un martelletto per fare ancor più male (da qui il soprannome Thor) è in galera e senza più la divisa; chi invece mena e martella i poliziotti fedeli al massimo si becca gli arresti domiciliari con l’obbligo di firma.
Ha ragione il capo della polizia quando fa notare che «la polizia ha effettuato alcuni fermi, la Procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui. Per i disordini dello scorso anno, sempre a Torino, le indagini della polizia giudiziaria e le richieste della Procura hanno trovato parziale riscontro, con arresti domiciliari e obbligo di firma. Certo, nel rispetto dei ruoli non posso non rimanere perplesso sull’efficacia cautelare di un obbligo di firma emesso nei confronti di un indagato, già destinatario per altre tre volte di analoga misura. Ma la valutazione delle esigenze cautelari è competenza esclusiva del pm e del gip, e questo avverrà anche per le indagini sui fatti del 31 gennaio che sono tuttora in corso».
Complimenti al prefetto Parisi per l’eleganza istituzionale del linguaggio, ma qui c’è da diventare matti nel cercare il senso di certe scelte compiute dalla magistratura, il quasi doppiopesismo (o chiamatelo voi): com’è possibile non dare il carcere preventivo e dare ancora i domiciliari con obbligo di firma a chi continua a creare disordini nonostante quell’obbligo?
Cinturrino rimane a San Vittore
Il ricorso al Tribunale del Riesame sarà il prossimo passo della difesa di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo detenuto a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il suo avvocato, Piero Porciani, impugnerà l’ordinanza con cui il gip Domenico Santoro, pur non convalidando il fermo, ha disposto la custodia cautelare in carcere ritenendo sussistenti gravi indizi e concrete esigenze cautelari.
Il giudice Santoro fonda la decisione su tre pilastri: gravità indiziaria, rischio di inquinamento probatorio e pericolo di reiterazione del reato. Il giudice richiama il «quadro allarmante» emerso dagli atti circa i metodi operativi attribuiti a Cinturrino negli anni precedenti: condotte aggressive, uso abituale della forza, clima di soggezione nel bosco di Rogoredo, episodi riferiti da più persone sentite a sommarie informazioni, tra cui anche frequentatori abituali dell’area. Non si tratta, secondo il gip, di un errore isolato legato a una singola operazione, ma di un modus operandi che - se confermato - dimostrerebbe una pericolosità attuale. La reiterazione, dunque, non viene collegata a un rischio generico, ma alla possibilità concreta che, rimesso in libertà, l’indagato possa tornare a esercitare la propria funzione con modalità ritenute incompatibili con le regole giuridiche e deontologiche. Accanto a questo, Santoro valorizza il pericolo di inquinamento probatorio: la gestione immediatamente successiva allo sparo, il ritardo nell’allertare i soccorsi, la capacità dimostrata di incidere sulla narrazione degli eventi e la circostanza che più agenti abbiano modificato le loro dichiarazioni solo in un secondo momento. Un quadro che, per il giudice, rende il carcere l’unica misura idonea allo stato degli atti.
Nel corso dell’interrogatorio di convalida, Cinturrino ha ammesso che tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi sono passati «una ventina di minuti», spiegando di essere stato «confuso» e «non in me». Ha raccontato di aver chiamato prima via radio e poi il 118 dal cellulare, e di aver posizionato la pistola a circa 15 centimetri dal corpo «per pararmi». Ha sostenuto che i colleghi - in particolare Davide Picciotto - fossero dietro di lui e che «secondo me hanno visto che avevo la pistola», aggiungendo che almeno Picciotto «lo sapeva». Cinturrino ha respinto «ogni infamità», definendo «menzogne» le accuse e sostenendo che il suo tenore di vita è dimostrabile. Ha detto che molti colleghi lo hanno chiamato per esprimere indignazione, di aver sempre lavorato in coppia e fatto arresti con tutti, aggiungendo che «tutti volevano venire in macchina con me». Ha infine negato l’uso di droghe, affermando di bere solo «una birra o un cocktail» quando esce con la fidanzata. Di segno opposto le dichiarazioni rese nei secondi interrogatori del 19 febbraio da Picciotto, Gaetano Raimondi e Luigi Ramundo (accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso). Picciotto ha raccontato di aver avuto paura che l’assistente capo potesse «sparargli alle spalle» mentre eseguiva l’ordine di andare al commissariato. Raimondi ha confermato quel clima, affermando che nel bosco «se ne parlava» di «Luca Corvetto» (soprannome di Cinturrino) e che il collega «non era tutto pulito e lineare», pur senza che nessuno avesse mai formalizzato segnalazioni negli anni precedenti. Il capo della polizia Vittorio Pisani ha chiarito che Cinturrino sarà destituito e non può più essere considerato un appartenente alla Polizia, mentre su Rogoredo resta da verificare «la posizione degli altri poliziotti coinvolti», per i quali potrebbero emergere «ulteriori contestazioni». Ha annunciato che l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria, escludendo tensioni tra polizia e magistratura: «Ognuno svolge il proprio ruolo». Sul piano istituzionale, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rivendicato che «le prime ricostruzioni sono state superate dal lavoro puntuale di polizia e Procura», ringraziando la Questura di Milano per il rigore dimostrato.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 26 febbraio con Carlo Cambi
Ansa
È dentro questo quadro - consegne pagate in media tra i 3 e i 5 euro e costi interamente scaricati sui rider - che la Procura di Milano è intervenuta. Dopo Glovo/Foodinho, la Procura diretta da Marcello Viola ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza anche per Deliveroo Italy S.r.l., ipotizzando il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravato. Nel decreto firmato dal pm Paolo Storari risultano indagati l’amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi e la società, anche ai sensi del d.lgs 231/2001. I rider coinvolti sarebbero circa 3.000 a Milano e 20.000 in tutta Italia.
L’inchiesta si estende anche ai rapporti a valle: i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno acquisito documenti presso McDonald’s, Burger King, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc, non indagate ma legate a Deliveroo da rapporti contrattuali, per verificare se i modelli organizzativi siano idonei a prevenire forme di sfruttamento.
Per la Procura la leva è economica: compensi «in alcuni casi inferiori fino a circa il 90%» rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva, con un richiamo diretto all’articolo 36 della Costituzione sull’«esistenza libera e dignitosa». Dai verbali emerge che, a fronte di un impegno spesso a tempo pieno, molti rider dichiarano redditi mensili tra i 600 e gli 800 euro, livelli che la Procura colloca stabilmente sotto le soglie di povertà Istat.
Il cuore del provvedimento, come già nel «modello Glovo», non è però il singolo responsabile, ma una «politica di impresa» e un contesto organizzativo che consentono allo sfruttamento di riprodursi anche cambiando i vertici. Per questo la risposta non è solo penale: è il controllo giudiziario ex art. 3 della legge 199/2016, affidato al Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri di Milano, con la nomina dell’amministratore giudiziario, l’avvocato Jean Paule Castagno, incaricata di verificare le condizioni lavorative e imporre nuovi assetti organizzativi.
Le dichiarazioni raccolte dalla Procura sono definite «sostanzialmente omogenee» e descrivono un’attività che non appare come lavoro autonomo, ma come esecuzione di consegne governate dalla piattaforma. Nei verbali compaiono storie precise: S.U., M.A., K.H., tutti lavoratori immigrati titolari di partita Iva e formalmente autonomi, ma inseriti in un sistema in cui il compenso è deciso dall’app. Uno riferisce di percepire «mediamente circa 4 euro per ciascuna consegna», un altro indica «tra 3 e 5 euro», sempre in base ai chilometri stabiliti dalla piattaforma.
A queste testimonianze la Procura affianca i dati fiscali. Su 55 rider esaminati, 52 risultano a partita Iva. Analizzando le fatture del 2025 di 37 lavoratori, emerge che 27 (73%) sono sotto la soglia di povertà considerando il reddito complessivo; la percentuale sale a 30 su 37 (81,1%) se si guarda al solo fatturato Deliveroo. Il confronto con il contratto nazionale logistica è ancora più netto: risultano sottosoglia 32 rider su 37 (86,5%) sul reddito totale e 35 su 37 (94,6%) sul solo fatturato Deliveroo.
Colpisce anche la composizione della forza lavoro: la larga maggioranza dei rider esaminati è composta da cittadini stranieri, spesso con famiglia a carico. In molti casi si tratta di lavoratori apparentemente in regola, titolari di partita Iva; ma già in altre inchieste erano state segnalate pratiche diffuse di cessione o utilizzo promiscuo degli account, che rendono più opaca la reale posizione giuridica di chi effettua le consegne. Non è lavoro nero in senso classico, ma un sistema che, anche quando appare regolare, espone i lavoratori alla povertà. Lo dicono i rider stessi: «Sono costretto ad accettare la paga di Deliveroo… a fine mese non mi avanza nulla»; «La paga non è sufficiente», racconta un altro, padre di tre figli. Intanto Elly Schlein, leader dem, chiede una legge specifica per i rider e il salario minimo, sostenendo che sotto i 9 euro l’ora è sfruttamento e che la politica non può lasciare soli i giudici nell’applicare l’articolo 36 della Costituzione. Resta però il fatto che quando il Partito democratico era al governo una riforma organica sul salario minimo o sui rider non è mai arrivata.
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