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2023-05-26
Preghiere sì, propaganda no. La linea delle Diocesi sui gay
Ansa
Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno.
L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».
Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».
Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».
Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona».
Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco.
Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.
Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi?
«Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».
Prego.
«Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».
Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento?
«Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».
Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano?
«Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».
Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no?
«Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
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In alcune parrocchie si sono organizzati incontri e veglie «contro l’omofobia». Il rischio è rilanciare involontariamente le parole d’ordine degli attivisti arcobaleno. Qualche vescovo però si smarca.Il presidente di Pro Vita Toni Brandi: «Un tempo queste iniziative venivano prese soprattutto dai protestanti. La Chiesa abbia più coraggio nell’indicare un ideale di salvezza».Lo speciale contiene due articoli.Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno. L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona». Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preghiere-si-propaganda-no-2660659680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2660659680" data-published-at="1685112570" data-use-pagination="False"> Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi? «Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».Prego. «Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento? «Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano? «Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no? «Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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