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2023-05-26
Preghiere sì, propaganda no. La linea delle Diocesi sui gay
Ansa
Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno.
L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».
Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».
Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».
Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona».
Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco.
Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.
Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi?
«Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».
Prego.
«Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».
Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento?
«Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».
Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano?
«Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».
Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no?
«Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
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In alcune parrocchie si sono organizzati incontri e veglie «contro l’omofobia». Il rischio è rilanciare involontariamente le parole d’ordine degli attivisti arcobaleno. Qualche vescovo però si smarca.Il presidente di Pro Vita Toni Brandi: «Un tempo queste iniziative venivano prese soprattutto dai protestanti. La Chiesa abbia più coraggio nell’indicare un ideale di salvezza».Lo speciale contiene due articoli.Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno. L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona». Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preghiere-si-propaganda-no-2660659680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2660659680" data-published-at="1685112570" data-use-pagination="False"> Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi? «Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».Prego. «Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento? «Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano? «Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no? «Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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