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2023-05-26
Preghiere sì, propaganda no. La linea delle Diocesi sui gay
Ansa
Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno.
L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».
Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».
Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».
Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona».
Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco.
Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.
Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi?
«Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».
Prego.
«Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».
Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento?
«Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».
Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano?
«Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».
Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no?
«Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
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In alcune parrocchie si sono organizzati incontri e veglie «contro l’omofobia». Il rischio è rilanciare involontariamente le parole d’ordine degli attivisti arcobaleno. Qualche vescovo però si smarca.Il presidente di Pro Vita Toni Brandi: «Un tempo queste iniziative venivano prese soprattutto dai protestanti. La Chiesa abbia più coraggio nell’indicare un ideale di salvezza».Lo speciale contiene due articoli.Le veglie e gli incontri parrocchiali contro l’omotransfobia? Per la quasi totalità delle Diocesi italiane in cui si sono tenuti recentemente vanno bene, benché siano assist a quelle associazioni e sigle Lgbt che, dall’identità di genere all’utero in affitto, spingono per un’agenda in netta antitesi al magistero della Chiesa e alle stesse, ripetute prese di posizione di papa Francesco al riguardo. Prova ne sia, per stare al caso più recente, l’incontro «con genitori cristiani con figl* Lgbt+», eloquente fin dal titolo, tenutosi martedì sera alla parrocchia di Gesù Redentore di Modena. Per questo, su segnalazione dei fedeli di varie regioni, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha preso carta e penna contattando 20 Diocesi italiane nelle quali si sono appunto svolti tali eventi arcobaleno. L’associazione presieduta da Toni Brandi ha inviato via pec una comunicazione, seguita da un successivo sollecito, in cui chiedeva non solo spiegazioni sugli eventi verificatisi, ma anche - pur nella piena condivisione della necessità di combattere ogni violenza e discriminazione - di prendere le distanze da essi, nella misura in cui si prestano ad essere sponde alle rivendicazioni Lgbt. Per la precisione, a ciascuna delle 20 Diocesi è stato ricordato che gli «eventi contro “l’omotransbifobia”, anche quando non promuovono le conseguenze più estreme dell’ideologia di genere, si fondano comunque su una visione della sessualità in contrapposizione con il Magistero della Chiesa, rigettando quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito di “castità e omosessualità” ai nn. 2357, 2358 e 2359».Ad essere contattate, complessivamente, sono state le Diocesi di: Agrigento, Bari-Bitonto, Bergamo, Bologna, Chiavari, Civitavecchia, Cosenza, Genova, Lecce, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Ragusa, Reggio-Emilia, Treviso, Venezia-Mestre, Vicenza. Ora, nella stragrande maggioranza dei casi, a Pro Vita & Famiglia non è stata fornita alcun tipo di risposta. Silenzio totale. A parlare in modo chiaro sulle veglie Lgbt è stata, in sostanza, solo la diocesi di Bari-Bitonto, guidata dal mons. Giuseppe Satriano. Con riferimento ad un «incontro di preghiera» contro l’omofobia tenutosi lo scorso 14 maggio, la curia barese ha ci ha tenuto «a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto» e che, pur lavorando in una prospettiva pastorale di «maggiore inclusività», «non si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da papa Francesco “colonizzazione ideologica”».Assai più sfumata la posizione, invece, assunta della Diocesi di Lecce, guidata da mons. Michele Seccia, che da un lato ha detto sì a «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione», mentre dall’altro, ha comunque voluto precisare che «non corrisponde al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche». Ci sono poi stati vescovi che, pur non prendendo alcuna distanza esplicita dal linguaggio gender, a Pro vita & famiglia hanno voluto comunque dare qualche forma di rassicurazione. Per esempio, mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, ha difeso «la possibilità di offrire ai nostri fratelli e sorelle cosiddetti “Lgbtqia+” e alle loro famiglie di pregare insieme e di continuare a sentirsi parte integrante della comunità ecclesiale»; al tempo stesso ha espresso scuse «se sia passato un messaggio diverso» impegnandosi a «vigilare perché iniziative come questa non si prestino a interpretazioni ambigue né a manipolazioni di sorta».Dalla segreteria dell’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, è arrivata invece una risposta più breve che, semplicemente, ha voluto far presente a Brandi che Tasca «accoglie con gratitudine» le sue parole «che testimoniano un impegno associativo non solo a livello nazionale, ma anche attento alle realtà territoriali di tale tematica». Alla ricerca di una mediazione è invece la posizione di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova che, pur difendendo i momenti di preghiera tenutisi, ha risposto all’associazione pro family di non voler «alimentare nessuna cultura transgender o ideologia del gender, ma solamente accompagnare il cammino di fede di ogni persona». Da parte sua mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, a Pro Vita & Famiglia ha voluto puntualizzare che la veglia pro Lgbt svoltasi nella sua diocesi è stata un’iniziativa della Comunità valdese e che, come tale, non è stata sponsorizzata dai canali diocesani. Un altro gruppo di Diocesi – quelle di Milano, Treviso e Ragusa – ha invece semplicemente risposto di aver ricevuto la comunicazione dell’associazione pro family, dando conferma di essere a conoscenza delle veglie contestate; da tutte le altre contattate, come già si diceva, non è arrivata lacuna risposta. Un atteggiamento che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava – e magari ancora spera – che la doverosa accoglienza che cristianamente va assicurata a chiunque, a prescindere dal suo orientamento, non diventi però legittimazione di rivendicazioni, quelle del movimento Lgbt, che di evangelico, per usare un eufemismo, hanno ben poco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preghiere-si-propaganda-no-2660659680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2660659680" data-published-at="1685112570" data-use-pagination="False"> Aver scoperto che quasi nessun vescovo ritiene di dover prendere le distanze dalle veglie contro l’omotransfobia che si sono tenute nelle loro diocesi ha lasciato amarezza a Toni Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia onlus che ha provato a stimolare 20 curie locali a prendere provvedimenti. Ciò nonostante, il leader pro family non intende certo rassegnarsi, ma continuare la sua battaglia. La Verità lo ha avvicinato per raccogliere le sue impressioni.Presidente Brandi, vi aspettavate simili riscontri alla vostra azione di sollecito delle Diocesi? «Desidero anzitutto, se permette, fare una premessa sull’origine della giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio».Prego. «Tutti o comunque molti sapranno che nel 1998 fu ucciso un giovane omosessuale, Matthew Shepard, da due altri giovani. Fu un grande scandalo in America e tutti gridarono contro la cosiddetta omofobia, contro la quale fu così indetta una giornata apposita. Quello che pochi sanno è che un altro giornalista, famoso produttore tv e anch’egli omosessuale, Stephen Jimenez, ha fatto una ricerca di 13 anni pubblicando poi un volume, The book of Matthew, con l’intenzione di mostrare che era un crimine omofobico salvo poi dover arrivare alla conclusione che, in realtà, era tutta una questione di droga e che Shepard era stato ucciso da due omosessuali. Già questo la dice lunga sull’origine della lotta contro quella che è chiamata oggi l’omotranslesbobifobia».Tornando alle veglie Lgbt, come avete accolto l’atteggiamento delle curie alle vostre richieste di chiarimento? «Con grande tristezza. Nel 2017 vi erano quattro o cinque Diocesi cattoliche che fecero questa specie di veglia e la maggioranza erano iniziative, invece, di valdesi, evangelici, metodisti e protestanti. Parliamo di decine di manifestazioni. Adesso siamo invece arrivati – e non sono le sole – ad almeno 20 Diocesi cattoliche che vanno contro il magistero della Chiesa, perché si tratta di veglie organizzate da strutture Lgbtqia+ che non nascondono le loro azioni e pratiche omosessuali e in favore di una varietà di generi, il tutto in aperta contrarietà alla morale cattolica che, indirettamente, queste Diocesi finiscono con l’appoggiare».Quale atteggiamento invece andrebbe invece tenuto a livello pastorale e diocesano? «Per esempio quello dell’associazione Courage International, riconosciuta dalla Chiesa e che opera in tutto il mondo e che aiuta i nostri fratelli omosessuali, le nostre sorelle lesbiche e i nostri fratelli transgender nei loro percorsi. Perché lo scopo della Chiesa è sempre quello di accompagnare in un percorso di castità che, in definitiva, mira alla cosa più importante per ciascuno: la salvezza delle anime. Quella che è fondamentale è dunque una assistenza nel pentimento per le proprie azioni e, soprattutto, nel proposito di non peccare più. Ricordo, a questo proposito, l’adultera a cui Gesù disse: “Vai e, d’ora in poi, non peccare più”».Però non tutti i vescovi, in realtà, hanno appoggiato queste iniziative. Per esempio, dalla Diocesi di Bari è arrivata una presa di posizione nel senso da voi auspicato, no? «Certamente. Ricordo a questo proposito che papa Paolo VI al suo amico Jean Guitton disse che quello che conta è che ci sia ancora un manipolo di fedeli al magistero. Non rammento le parole esatte, ma il concetto è questo. Per cui anche quand’anche rimanesse un solo pastore disposto a chiamare le cose con il loro nome, ecco, noi saremo sempre al suo fianco».
Il declino della Nazionale e della Serie A: siamo passati da dei giocatori che toccavano vette altissime a un sistema che naturalizza chiunque pur di non investire sui nostri figli, mentre gli atleti degli sport invernali sputano sangue per un decimo degli stipendi dei calciatori.
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Accelerano le iniziative del Vecchio continente per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche perché il presidente americano Donald Trump, nei giorni scorsi, ha dichiarato che chi «riceve petrolio» dal canale marittimo «se lo dovrà andare a prendere» visto che a Washington «non serve».
Poco prima dell’inizio della riunione virtuale della Coalizione di Hormuz, ospitata dal governo britannico, il premier laburista Keir Starmer si è confrontato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Palazzo Chigi ha reso noto che i due, durante il colloquio telefonico, hanno discusso «l’impatto della crisi sulla stabilità regionale e sui mercati energetici mondiali», considerando soprattutto «le ricadute per le economie nazionali».
Nel vertice, che ha visto la presenza di oltre 40 Paesi, non è stata però presa una decisione volta a trovare una soluzione immediata. Nel comunicato del ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, che ha presieduto l’incontro virtuale, si legge che sono state affrontate «diverse aree di possibile azione collettiva», ovvero «l’aumento della pressione diplomatica internazionale» sull’Iran; la valutazione di «misure economiche e politiche coordinate come le sanzioni»; «la collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale per il rilascio delle navi e dei marinai e il ripristino della navigazione»; e «l’adozione di accordi congiunti per sostenere una maggiore fiducia nel mercato e nelle operazioni». Cooper, separatamente, ha dichiarato che nel Regno Unito si sta discutendo con i responsabili della pianificazione militare delle attività di sminamento dello Stretto, una volta ripristinata la stabilità.
La posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si affida al «quadro multilaterale dell’Onu». In particolare, per garantire il passaggio sicuro delle navi il nostro Paese si è detto disponibile a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, ma resta essenziale il mandato delle Nazioni Unite. Il ruolo del Palazzo di vetro è fondamentale anche per «creare un corridoio umanitario per i fertilizzanti e per evitare una nuova crisi alimentare, a cominciare dai Paesi africani», ha scritto il vicepremier su X. Il 30% del commercio globale di fertilizzanti, infatti, arriva proprio dal Golfo. Questa proposta è stata condivisa durante il vertice anche dal ministro olandese e dal viceministro degli Emirati Arabi Uniti. Peraltro, Tajani, prima del videocollegamento, aveva sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz abbia un impatto diretto anche sui flussi migratori.
La questione della riapertura del canale marittimo sarà anche al centro di una riunione del G7 che si terrà la prossima settimana insieme ai Paesi del Golfo. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux: ha rivelato che ieri si è tenuto un colloquio telefonico «per preparare l’incontro». Confavreux ha poi specificato che le attività di Parigi si muovono lungo l’asse «diplomatico» ma anche «operativo». E a tal proposito ha ricordato la riunione di fine marzo dei capi militari di 35 Paesi per costituire un’eventuale coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto, nonostante Parigi abbia riaffermato la sua linea «strettamente difensiva». Tra l’altro, le tensioni tra la Francia e gli Stati Uniti sono sempre più evidenti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è intervenuto sulla crisi in Medio Oriente scagliandosi contro Trump: «Dobbiamo essere seri, e quando si vuole essere seri non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima». Ha poi aggiunto che l’operazione auspicata dal tycoon di «liberare» lo Stretto con la forza è «irrealistica». Ma secondo Politico non sarebbe impossibile qualora si agisse in un quadro di legalità. Poche ore prima dell’invettiva del capo dell’Eliseo, il quotidiano ha svelato che la Francia starebbe svolgendo un ruolo di consulenza per il Bahrein in merito a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu. L’iniziativa mira a ottenere l’autorizzazione all’uso della forza per riaprire lo Stretto. Ed è in questo contesto che sarebbe avvenuto l’incontro, lo scorso 25 marzo, tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, e il suo omologo del Bahrein. Va detto che la bozza redatta da un Paese non membro del Consiglio di sicurezza, che in questo caso sarebbe il Bahrein, deve essere proposta da un membro del Consiglio per poter essere votata, quindi in questo contesto la Francia o gli Stati Uniti. Qualora il progetto fosse confermato e dovesse procedere, l’ostacolo principale sarebbe la Russia.
Chi ormai ha completato la bozza è l’Iran, ma in merito al protocollo per un nuovo regime di navigazione nello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha puntualizzato che «una volta pronta», Teheran «avvierà i negoziati con l’Oman così da poter redigere un protocollo congiunto». Per «monitorare il transito» e «garantire un passaggio sicuro», l’iniziativa prevede che, una volta terminata la guerra, le navi avranno bisogno di ottenere in anticipo le licenze e i permessi richiesti, oltre agli accordi necessari con Teheran e Mascate.
Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito
Un razzo ha colpito nel pomeriggio la base di Shama, nel Sud del Libano, sede del contingente italiano e del settore Ovest della missione Unifil. Non si registrano feriti tra i militari italiani, mentre i danni risultano limitati ad alcune infrastrutture logistiche. L’origine del lancio è ancora in fase di accertamento e non è stato possibile stabilire con certezza la responsabilità dell’attacco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in costante contatto con il Capo di Stato maggiore della Difesa, con il comandante del Covi e con il responsabile del contingente italiano per ricevere aggiornamenti continui sull’evoluzione della situazione e sulle condizioni del personale dispiegato nell’area. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente tensione lungo il confine settentrionale di Israele. Nelle stesse ore, due persone sono rimaste leggermente ferite dopo il lancio di circa 150 razzi da parte di Hezbollah contro il Nord del Paese. La risposta israeliana non si è fatta attendere: l’esercito ha colpito decine di obiettivi in Libano riconducibili al movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Sul piano diplomatico, l’Iran continua a respingere l’ipotesi di negoziati sostanziali con gli Stati Uniti. Secondo valutazioni di intelligence, Teheran ritiene di trovarsi in una posizione favorevole e non considera credibili le aperture negoziali provenienti da Washington. La leadership iraniana non avrebbe quindi intenzione di accettare richieste di de-escalation, ritenendo che il proseguimento del confronto possa rafforzare la propria posizione regionale. Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre smentito che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia rimasta ferita durante i raid statunitensi e israeliani. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che il leader «è in perfetta salute» e che la sua assenza dalla scena pubblica «rientra nelle normali misure adottate in tempo di guerra». Nel frattempo nuovi attacchi sono stati registrati in Iran. In un’ampia ondata di raid su Teheran, l’aviazione israeliana ha colpito una base del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e diversi centri di comando di alto livello. Il ponte strategico B1 sulla direttrice verso la capitale è stato bombardato e distrutto dalle forze Usa, mentre a Tabriz è stato centrato e messo fuori uso un sito di missili balistici. Con un attacco mirato nella zona di Kermanshah, l’aviazione israeliana ha eliminato Makram Atimi, comandante di un’unità missilistica centrale nell’Iran occidentale. L’agenzia iraniana Fars ha confermato la morte del comandante delle forze speciali terrestri delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammadali Fathalizadeh. Le Forze di Difesa israeliane hanno a loro volta annunciato anche l’uccisione del generale Jamshid Eshaghi e il bombardamento di diversi quartier generali legati alla gestione delle finanze militari.
A Mashhad un bombardamento ha colpito un serbatoio di carburante nell’area aeroportuale, provocando un incendio ma senza causare vittime. Più grave il bilancio nella provincia di Alborz, dove un attacco congiunto statunitense e israeliano ha colpito il ponte autostradale tra Karaj e Teheran, causando due morti e diversi feriti, oltre a danni in altre zone urbane. Secondo i media statali, il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche avrebbe preso di mira un centro di cloud computing collegato ad Amazon in Bahrein come rappresaglia. Nei giorni precedenti Teheran aveva annunciato l’intenzione di colpire sedi di aziende statunitensi presenti nella regione. Le due principali acciaierie iraniane hanno inoltre sospeso le attività a causa dei bombardamenti, stimando tempi di ripresa compresi tra sei mesi e un anno. In risposta ai raid, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito impianti siderurgici e di alluminio legati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un avvertimento e minacciando ritorsioni più dure. Contemporaneamente sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme dopo il lancio di missili balistici dall’Iran, mentre i sistemi di difesa israeliani sono entrati in funzione per intercettare i vettori.
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