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Più fotografato che mangiato: è il cibo l’ultima frontiera del porno

Sullo schermo compare un petto di pollo crudo, disteso su un tagliere. La telecamera indugia con voluttà sulla carne florida. «Ecco, questa è la quintessenza dell'immagine porno», sentenzia Barbara Nitke. E lei sa quello che dice, perché ha lavorato come fotografa sul set di oltre trecento film hard, e i suoi scatti sono raccolti in volume. Perché una professionista che di solito immortala scene di sesso senza limiti sta commentando un programma televisivo di cucina? Semplice, glielo ha chiesto Frederick Kaufman, il giornalista di Harper's Magazine che nel 2005 ha indicato al mondo la «nuova frontiera della pornografia»: il cibo.

A dire il vero, non è lui ad aver coniato il termine food porn, sulla cui origine ancora si discute. A quanto pare, la prima ad averlo utilizzato è la saggista americana Rosalind Coward nel suo pamphlet Female Desire del 1984. Commentando il modo in cui il cibo veniva presentato in televisione e sulle riviste, notava come apparisse sempre provocante, sensuale. Le pietanze erano ritratte come fossero modelle su una rivista glamour o, appunto, attrici in un film hard. Veniva esaltata la componente del desiderio suscitato dagli alimenti. In compenso, era completamente trascurato il processo che portava alla produzione di un pasto.

Ciò che la Coward raccontava oltre trent'anni fa è esattamente ciò che ora va in onda sui nostri canali televisivi, che viene esibito sulle riviste patinate e sui social network. Siamo sommersi da cooking show in cui scorrono piatti lussuriosi, più che appetitosi. Critici gastronomici che girano il mondo ingozzandosi di spaghetti umidi di sugo, chef armati di coltello che ci spalancano davanti agli occhi rosee bistecche, pesci candidi, polli gonfi di ripieno. E noi, a casa, scrutiamo assatanati, ossessionati. «C'è troppa egoistica compiacenza nelle scene attuali di “come si gradisce il cibo"», scrive l'antropologo Franco La Cecla in Babel Food (Il Mulino). «Mi scandalizza vedere nei film dove il cibo è protagonista (...) la faccia che fa chi mette il primo boccone tra le fauci, gli occhi al cielo, l'espressione di chi sta per avere un orgasmo, i sospiri, ma via! Non è così questa è simulazione del godimento, una volta di più pornografia».

Del resto, le inquadrature scelte dai vari format sono mutuate dal cinema porno, le luci sono accecanti come quelle di un set hard. Lo scopo è quello di sedurre lo spettatore, facendogli però dimenticare l'importanza degli ingredienti di un piatto, il fatto che contenga certe sostanze piuttosto che altre, il fatto che sia necessario un certo tipo di percorso prima di servirlo. Se vedo un hamburger grondante di formaggio inquadrato nel minimo particolare, non mi concentro sulla carne che contiene, sugli animali e gli allevamenti che l'hanno prodotta, sul lavoro degli uomini che l'hanno cucinata. C'è solo il feticcio del cibo, che fa crescere lo share, visto che tutti ci incolliamo alla tivù appena inizia Masterchef.

«Ci limitiamo a osservare e vogliamo essere sedotti: questa è una caratteristica tipica della pornografia», spiega Rossano Baronciani, docente di Etica della comunicazione all'Accademia di Belle arti di Urbino e autore del saggio La società pornografica (appena uscito per Effequ editore), in cui dedica un capitolo al food porn e al modo in cui viene realizzato. «Un altro aspetto è l'idea stessa della luce. La pornografia vuole una luce accecante gettata su dettagli. L'erotismo vuole la penombra, Amore si rivela a Psiche al buio. La pornografia vuole gettare una luce accecante su tutto. Il problema di fondo rimane tutto ciò che va in ombra: quando illumino fortemente qualcosa il buio che si crea attorno è ancora più nero rispetto al buio tradizionale».

La parte che va in ombra, nel caso del cibo, è proprio il processo di produzione, che per lo più è industrializzato e poco sano. Non solo: tendiamo a nascondere il fatto che mangiare è un atto sociale. Ed è, anche, un atto culturale, perché la cucina è parte costitutiva dell'identità. Tuttavia «il cibo smette di essere cultura nel momento in cui prende il primo posto», scrive ancora Franco La Cecla. «Oscura con la sua prepotenza e i suoi selfie i volti di chi prepara da mangiare e di chi mangia insieme».

Da un lato c'è il voyeurismo dello spettatore di cooking show. Dall'altro c'è l'esibizionismo delle migliaia di persone che si fotografano al ristorante, che pubblicano le immagini dei piatti sui social, perché tutti li vedano, sbavino e mettano «like». La conseguenza è che, oggi, il cibo è ovunque. Un po' come il sesso. Una recente ricerca inglese dimostra che gli adolescenti, a furia di compulsare siti come YouPorn, smettono di avere rapporti veri. Il saggista Wilhelm Schmid, in Sexout, spiega che la sovraesposizione del sesso spegne la passione nelle coppie. Ecco perché in questa esibizione sfrenata del cibo c'è qualcosa di anoressico, di malato. Sono gli anoressici ad attribuire eccessiva importanza al mangiare.

«Potremmo parlare anche di bulimia, che è la stessa patologia uguale e contraria», dice Rossano Baronciani. «È l'ingurgitamento compulsivo di cibo per poi rigettare tutto». E quando si rigurgita, ogni cosa va persa. « Il cibo appartiene alla sfera del sacro e nasce per essere condiviso», continua Baronciani. «Non c'è condivisione nel postare foto di un piatto su Facebook. Anzi, quel piatto viene messo in rete proprio perché non può essere condiviso, ma può solo alimentare l'eccitazione dello sguardo e la bramosia. Siamo di fronte a una grande abbuffata, ora affidata all'immagine. Ma l'immagine non ha a che fare con la vita, è una rappresentazione di morte. Creiamo immagini estremamente lucide, patinate, invoglianti in cui il consumatore possa essere catturato. I programmi come Masterchef non sono la causa di questo fenomeno: certificano la tendenza della massa».

Guardare il cibo in questo modo ci allontana da esso. Ci allontana dal mangiare, perché poi la linea bisogna mantenerla. Oppure ci fa dimenticare che il piatto finito è la conclusione di un lungo percorso, di cui faremmo meglio a conoscere i vari passaggi. Il food porn è una forma di voyeurismo che contribuisce a isolarci. «Mangiare non è un atto di piacere solitario», spiega Franco La Cecla. «È un'amicizia condivisa, dove il cibo rimane un pretesto e non va mai messo in primo piano, altrimenti è una forma di onanismo simulato». Un onanismo che non rende ciechi, ma può fare parecchi danni.