Inseguito dai pm e in crisi di consensi. Ma per la Schlein il modello è Sánchez
Elly Schlein (Ansa)
La leader del Pd accusa Giorgia Meloni sui dazi: eppure aveva detto che non doveva muoversi lei, bensì lasciar fare alla Ue.

In cerca di popolarità, Elly Schlein imita un motivetto iconico di Raffella Carrà e in una lunga e mai puntuta intervista a Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera ripete per una pagina: «Pedro, Pedro, Pedro, Pe/ praticamene il meglio dell’Ue». Il Pedro in questione è Sánchez, il premier spagnolo con cui la Schlein condivide idealità e precarietà. Lei è assediata dalle correnti del Pd; lui è rincorso dalle Procure che indagano per tangenti il Psoe, compresa Begoña Gomez coniugata Sánchez, e hanno arrestato il numero tre del partito Santos Cerdán. C’è anche lo scandaletto sessuale: Francisco Salazar, l’alter ego di Sánchez, è inquisito per abusi e il Psoe ora ha un codice etico che vieta ai dirigenti di andare a prostitute. Sánchez per tentare di resistere sta facendo anche un «ricatto» politico a Ursula von der Leyen minacciano di rompere la maggioranza Ursula. Elly Schlein – che a Bruxelles ha ammonito: «Siamo molto scontenti di questa Commissione, i nostri voti non sono garantiti» – si puntella con l’amico spagnolo sotto sfratto dalla Moncloa, visto che il 60% degli spagnoli vuole che si dimetta.

Sostiene la segretaria del Pd che Giorgia Meloni è sdraiata a tappetino ai piedi di Donald Trump sui dazi, sulle armi, sulla politica industriale. È vero che le temperature sono alte, ma ci si aspetterebbe che la segretaria del Pd ragionasse a mente fredda: dire tutto e il suo contrario non aiuta. Neppure fa una bella figura sulle tariffe autostradali perché il pasticcio se lo sono cotto e mangiato nel centrodestra senza che il Pd dicesse un fiato, e sulla crisi Ilva, sull’energia e la politica industriale a lei tocca fare ammuina sennò riemergono i fantasmi dei governi passati, quando il Pd occupava il potere senza consenso. Emblematico un passaggio dell’intervista in cui si vede che la Schlein – come avrebbe scandito Nanni Moretti – «dice cose, vede gente». A domanda – la ricetta per l’Italia quale dovrebbe essere – risponde: «Meloni non ha messo in campo uno straccio di politiche industriali: ci sono stati 25 mesi di calo della produzione consecutivi. Sulle auto – che sono le più in crisi – hanno tagliato di netto l’80% delle risorse stanziate da Draghi. Il piano transizione 5.0 è arrivato con nove mesi di ritardo, c’era industria 4.0 che funzionava (strizzatina d’occhio a Carlo Calenda; campo largo necesse est, ndr) ma ci hanno messo la bandierina e ora è un flop. L’11 e il 12 luglio faremo con Andrea Orlando una due giorni tutta sull’industria. E sull’energia lei non ci ascolta, ma va separato il prezzo dell’energia da quello del gas tassando gli extraprofitti».

Viene facile obbiettarle che il Green deal difeso dalla spagnola Ribera e promosso dalla Von der Leyen è quello che ha ammazzato, «complice» il Pd, l’auto in Europa. Il piano del Pd per l’industria però è tutto qui, al netto che non si sa cosa sia un extraprofitto.

Sui dazi la Schlein dà il meglio di sé. Sostiene: «Meloni pur di non infastidire Donald Trump ne ha sempre minimizzato l’effetto. È stata imbarazzante. Così come l’incapacità della Meloni di dire no ai suoi alleati ideologici sul 5% della spesa militare». La Meli le ricorda che Paolo Gentiloni (Pd) è d’accordo col riarmo e allora lei parte all’assalto con Pedro. «C’è un’economia che in Europa sta galoppando ed è quella spagnola. Hanno fatto un accordo imprese-sindacati per ridurre i contratti precari e aumentare del 50% il salario minimo. Sul prezzo dell’energia hanno fatto delle vere politiche industriali e sulle spese militari la Meloni avrebbe dovuto tenere la linea di Madrid: non missili sì welfare». La Spagna ha avuto un gigantesco black out perché è sbagliato il piano energetico (solo rinnovabili): la disoccupazione è risalita (7,4%), il debito pubblico (1.668 miliardi di euro) è in preoccupante ascesa con la Borsa che va male da inizio anno e sulle spese militari Sánchez ha fato il gioco delle tre carte: sì al 5% purché non si sappia in giro. Ma non ditelo a Elly che è molto preoccupata perché se salta Madrid i socialisti in Europa rischiano di contare meno di zero: potrebbe saltare Teresa Ribera e anche il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, col Ppe indotto a stringere maggioranza con i conservatori e Giorgia Meloni in consonanza con i suoi «alleati ideologici». Una prospettiva che atterrisce Elly Schlein a cui tutto sommato dell’Italia interessa il giusto se arriva a dire – come ha detto nell’intervista al Corriere – che «è un ossessione di Meloni mettere le mani in tasca degli italiani: dopo che abbiamo denunciato il caso tariffe autostradali è partito un imbarazzante scaricabarile» e «bisogna cambiare una legge ingiusta senza prendere in giro gli italiani di nuova generazione». A menare per i fondelli quelli di vecchia data ci pensa Elly, che di riforma del fisco non vuole saperne e che, stando ai dazi, prima intima alla Meloni di non trattare da sola con Trump e ora le rimprovera che di fronte a un’Europa imbelle non cura gli interessi nazionali. Per fortuna che c’è «Pedro, Pedro, Pedro, Pe: praticamente il meglio dell’Ue»…

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