
Uno degli effetti collaterali più catastrofici del Covid -oltre ai lutti, al dolore, al collasso di molte strutture sanitarie e al tracollo di diverse economie - è quello di aver picconato uno degli assiomi più cristallizzati nel senso comune: «La matematica non è un'opinione». Che oggi va riletto pirandellianamente: «La matematica non è un'opinione, ma una, nessuna, centomila».
A radicarci in questa «matematica» convinzione - maturata grazie alle posizioni confliggenti degli specialisti, ai bollettini quotidiani con i conteggi effettuati in base a ondivaghi criteri (numeri veri o presunti di tamponi, test sierologici, i sintomatici, i sintomatici non ricoverati, gli asintomatici, eccetera), alle previsioni sballate dell'Oms, agli annunci e controannunci di politici, ministri, governatori, sindaci (chiudiamo tutto, riapriamo, richiudiamo, e però poi sulle zone rosse vai a capire chi dovesse avere l'ultima parola) - è arrivato il settimanale britannico The Economist.
Ultracitato in quanto «autorevole» dai sinistrati esterofili nostrani quando strillava in copertina: «Silvio Berlusconi non è adatto a guidare l'Italia», ma oggi ignorato mentre certifica numeri alla mano, con uno studio condotto dall'Eiu, il suo dipartimento di intelligence (si occupa di ricerche, analisi e previsioni demoscopiche), una controverità rispetto allo storytelling che l'esecutivo dell'Ologramma - il già «avvocato del popolo» Giuseppe Conte, pronto a materializzarsi sempre come una videoproiezione ambulante - continua a strombazzare: «Nessun altro Paese al mondo è stato bravo a gestire l'emergenza da corononavirus come noi».
«Ma ci faccia il piacere», è il commento alla Totò che arriva dalla perfida Albione. È vero: nella classifica dei 37 Paesi dell'Ocse, l'Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, all'ultimo posto c'è il Belgio. Ma noi ci ritroviamo appena un gradino sopra, al penultimo, con Spagna e Regno Unito. Parametri considerati: le misure adottate per fronteggiare l'emergenza. I tempi di reazione nell'individuare, monitorare e isolare i positivi. La gestione dei ricoveri ospedalieri (non solo quelli per Covid). I ritmi delle dimissioni. E naturalmente l'atroce rosario dei morti.
L'Economist riconosce al nostro Paese la tempestività nell'adozione del lockdown. Ma poi l'Italia ha girato a vuoto, con persone ad esempio costrette a rimanere in casa con i sintomi «da Covid», ma sottoposti al tampone «per Covid» solo a settimane di distanza. «Siamo stati bravissimi» è invece la medaglia che Conte si è appuntato al petto da solo, senza dimenticare l'alterigia nel rispondere a chi sollevava dubbi sulla bontà di talune scelte. «Se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà i decreti», è stata la replica a una giornalista, bissata dall'altra: «Se lei ritiene di poter far meglio del commissario Arcuri, la terrò presente».
Senza dimenticare la diagnosi di Matteo Renzi (che furbescamente si è guardato bene dall'evocare il fantasma di Luca Zaia, che in un sondaggio del 2 giugno del Sole 24 Ore risultava il politico più «apprezzato durante la crisi», mentre lo stesso Renzi era all'ultimo posto): «Se ci fosse stato al governo Matteo Salvini, l'Italia oggi sarebbe stata tale e quale al Brasile di Jair Bolsonaro».
Ma magari!, verrebbe da ribattere, provocazione a provocazione. Perché - fatte, come si dice, le debite proporzioni - il Brasile ha sì 1.040.000 contagiati, con circa 50.000 morti, ma su una popolazione di 210 milioni di abitanti. In Italia, i positivi sono un po' meno di 240.000, i morti 34.610, su un «bacino nazionale» di 60 milioni. So what, chiederebbero i sudditi della Regina Elisabetta, e dunque?
Certo, il Belgio si è guadagnato la maglia nera perché ha basato il computo dei trapassati non solo su quelli «conclamati», ma anche sui «sospetti» (e qui anche bisognerebbe intendersi: se a un defunto per infarto viene fatto il tampone che lo fa risultare positivo, a quale patologia va ascritta la scomparsa? A quella coronarica o a quella virale?). Risultando quindi ultimo perché... primo per numero di morti su 1 milione di abitanti: 837 (9.700 decessi su una popolazione di 11.500.000 persone).
Paradosso nel paradosso, il dato è in linea con quanto certificato da Eurostat, l'ufficio statistiche dell'Ue, per il 2016: «Le malattie respiratorie rappresentano, dopo malattie del sistema circolatorio e tumori, la terza principale causa di morte nei 28 Paesi dell'Unione, con una media di 830 decessi per milione di abitanti (sempre per il 2016, l'Oms certificava poi: «La malattia polmonare ostruttiva cronica ha provocato 3 milioni di decessi nel mondo, mentre le infezioni respiratorie inferiori - le malattie mortali più trasmissibili - ne hanno causati altri 3». Totale: 6 milioni. Morti per Covid a ieri: 463.650. Per dire).
In compenso, secondo l'accreditato sito Worldometers.info, il Belgio è solo al ventitreesimo posto quanto a casi di contagio, 60.500, subito dopo la Cina (no dico: la Cina, il Paese dove tutto è cominciato), che ha 1.439.000.000 di abitanti, ma appena 83.000 positivi con 4.600 morti, tre-morti-tre per milione di abitanti.
Con la Capitale, Pechino, solo oggi al centro di una nuova «esplosione» da coronavirus (anche se al momento, su 21.500.000 abitanti, gli infettati dal focolaio di un mercato all'ingrosso sarebbero 205), causata - tenetevi forte - da un ceppo di origine europea. Tiè.
Nella giostra dei numeri, a tenere banco sono però i 2.300.000 casi degli Usa (popolazione: 332 milioni) e i suoi 120.000 morti, «più dei caduti nella prima guerra mondiale» (116.500), va bene, ma - se proprio si devono fare paragoni - perché non ricordare allora quale era la realtà pre Covid?
«Gli Usa hanno registrato nel 2017, e per il terzo anno consecutivo, un costante declino dell'aspettativa di vita. Questo andamento negativo è inferiore, come durata, solo al quadriennio 1915-18, con la Grande guerra e la pandemia influenzale di H1N1 (la cosiddetta «spagnola»: 50 milioni di morti in tutto il pianeta)», ha scritto Saluteinternazionale.info.
«Queste statistiche devono essere considerate un campanello d'allarme: stiamo perdendo troppe vite americane, troppo presto e troppo spesso, a causa di condizioni che sono ampiamente prevenibili», commentò all'epoca Robert Redfield, direttore del Cdc, l'agenzia federale per il controllo e la prevenzione delle malattie con sede ad Atlanta. Per la cronaca: nel 2017 il presidente era Donald Trump, ma nei due anni precedenti Barack Obama.
Però, scusate, com'è che non sottoponiamo allo stesso martellante monitoraggio anche la Russia, 147 milioni di abitanti, ma «appena» 570.000 contagi, con meno di 8.000 morti (54 per milione)? Oppure l'India, 1.380.000 di anime, più di sei volte la popolazione del Brasile, ma circa un terzo dei contagiati (389.000) e un quarto dei morti (12.800)? Per tacere del continente africano, dove il coronavirus pare non esistere (la Nigeria, ad esempio, per Worldometers.com è al cinquantesimo posto quanto a contagi, meno di 20.000, e meno di 500 morti su 206 milioni di abitanti).
A proposito: se il Belgio è ultimo nella pagella dell'Economist, la nazione più virtuosa nel fronteggiare il Covid-19 è stata la Nuova Zelanda, al centoquattordicesimo posto per contagi, 1.500 casi su 5 milioni di cittadini, e 22 morti in tutto, 4 per milione di abitanti. Classifica - quella dei morti per milione - che, per tornare a noi e concludere, ci vede purtroppo quarto Paese al mondo, con 571 decessi, dietro il già citato Belgio, il Regno Unito con 626 e la Spagna con 580.
Alla luce di quanto fin qui esposto, con buona pace dell'apparato apocalittico mediatico-governativo e con il conforto dell'Economist (a proposito: è di proprietà della famiglia Agnelli-Elkann, come il polo Stampubblica), Giuseppi e i suoi ministri dovrebbero astenersi dagli autoelogi onanistici. Meno fanfare e zero fanfaluche. Perché passare dal pennacchio al pernacchio è un attimo.






