In occasione della Relazione sull’attività del 2022, il presidente della Consulta, Silvana Sciarra, ha rilasciato molte dichiarazioni pubbliche e risposto alle domande dei giornalisti. Ha così colto l’occasione per esplicitare la filosofia costituzionale che anima i lavori delle nostre toghe supreme. «Un giorno non lontano», ha detto, «si dovrà fare un bilancio molto puntuale in merito a questa apertura di credito al legislatore che, purtroppo, su temi molto sensibili e socialmente rilevanti, non ha portato sempre a risultati soddisfacenti e rapidi per i cittadini». Frasi chiare, che pongono la Corte sullo stesso piano della politica, con il «piccolo» vantaggio di poter emanare atti non impugnabili, e dunque di avere il coltello decisamente dalla parte del manico rispetto a chi dovrebbe realizzare la sovranità popolare. Questa deriva è l’inevitabile sviluppo di un percorso che nasce da lontano, e cresce con l’idea che le Corti e il potere politico debbano concorrere ad «aggiornare» i valori costituzionali. È l’esatto opposto della concezione «originalista», che vede le toghe come ancorate al testo della Carta, e la cui prerogativa si esercita in un terreno differente da quello politico, e potenzialmente antagonista, come mostra la rabbia di Biden per la sentenza che in America ha cancellato l’aborto come diritto costituzionale: non perché i giudici fossero contro l’aborto, ma perché la Costituzione non lo prevede come diritto. Il confronto tra Antonin Scalia e i predecessori della Sciarra illumina le conseguenze di questa radicale differenza.
Se si ha una famiglia numerosa o se si hanno delle esigenze di spazio notevoli, il mercato automobilistico offre numerose soluzioni. Ma bisogna prepararsi a un vero e proprio salasso. C’è, però, almeno un caso in cui queste caratteristiche della vettura si sposano con un listino interessante, tanto che Iva Zanicchi potrebbe esclamare «Ok, il prezzo è giusto». Dacia Bigster promette (e mantiene) tutto questo: versatilità, spazio, comfort, concretezza, giusta tecnologia a un prezzo equo.
Partiamo subito da qui: se si sceglie la versione Essential, quella base della gamma, con 24.800 euro si porta a casa una mild hybrid con cambio manuale, frenata automatica di emergenza, riconoscimento dei segnali stradali, assistenza al parcheggio posteriore, avviso di superamento della linea di carreggiata, assistenza al mantenimento nella corsia, sistema di monitoraggio dell’attenzione del conducente e chiamata d’emergenza oltre a cerchi in lega, doppio display digitale, retrocamera posteriore, climatizzatore manuale di serie. Mica male. La casa rumena ha affidato alla Verità, per la prima prova su strada, una Journey full hybrid 155 (monta un motore benzina 4 cilindri di 1,8 litri da 109 CV, due motori elettrici, uno da 50 CV e uno starter/generatore ad alta tensione), praticamente il top della gamma con barre longitudinali sul tetto, i vetri posteriori oscurati, il portellone elettrico, il climatizzatore automatico bi-zona, il sedile di guida regolabile elettricamente e il cruise control adattivo. Il prezzo, inclusi anche altri optional presenti sul modello in prova, fanno salire il prezzo, in questo caso, oltre i 33.000 euro.
I pro
Iniziamo con i pro. Le dotazioni, come detto, anche con il modello base, sono molto ricche. Dacia Bigster è lunga 4,57 metri, larga 1,81 e alta 1,71, con un passo di 2,70 metri: insomma, ci si viaggia comodi anche in occasione di viaggi autostradali. Il punto forte, e che maggiormente la differenzia dalla sorella minore Duster, è il bagagliaio: la Bigster vanta una capacità di carico notevole, che in configurazione a cinque posti va da 612 a 702 litri (in base alle versioni), e arriva a ben 1.912-2.002 litri abbattendo il divano posteriore. Tutti i comandi sono al posto giusto, il quadro strumenti (c’è un cruscotto digitale di 7 pollici abbinato a uno schermo per il sistema multimediale a sbalzo di 10 pollici) è essenziale e intuitivo. E questo non guasta mai. Le plastiche sono per lo più rigide, ma l’assemblaggio è solido. Sorprende il motore: il 4 cilindri 1.8 full hybrid da 155 cavalli abbinato al cambio automatico tiene i consumi molto bassi, soprattutto in ambito cittadino.
A serbatoio pieno (contiene 50 litri di benzina) si possono fare oltre 800 km tra ciclo urbano e autostrada e si possono superare anche i 1.000 km di autonomia se non si schiaccia troppo il pedale dell’acceleratore e si permette un’alternanza virtuosa tra propulsione elettrica e quella fornita dal motore termico. Nel ciclo misto (urbano-extraurbano) il dato fornito dalla Casa di 4,6 litri ogni 100 km è quasi preciso. Secondo Dacia, in città, sfruttando al meglio la frenata rigenerativa che permette di ricaricare la batteria, è possibile muoversi fino all’80% del tempo in modalità elettrica. Inoltre, il motore si avvia sempre in modalità elettrica. Generosissimo, come detto, il bagagliaio, dotato di un doppio fondo dove riporre la ruota di scorta. Numerosi i vani porta oggetti, comoda la piastra per la ricarica degli smartphone nella parte bassa della consolle, con due porte usb C e una presa 12 volt. Comode le bocchettone per il clima per i sedili posteriori. Bene anche i passaruota in plastica, utili e che rimandano al mondo del fuoristrada. Ottimi i tasti fisici per la regolazione del climatizzatore.
I contro
Ci sono poche cose che non funzionano su questa vettura. Il montante C (quello tra il finestrino posteriore e il lunotto) è molto pronunciato e questo, soprattutto nelle partenza da fermo da un parcheggio, per esempio, non consente una corretta visuale di chi sopraggiunge alle spalle. Ad alte velocità, nei tratti autostradali per esempio, i fruscii diventano avvertibili all’interno dell’abitacolo. Sempre sui tratti stradali a grande velocità, i consumi aumentano: la forma squadrata della Bigster non l’aiuta certo a fendere l’aria e non bisogna dimenticare che stiamo parlando di un suv da quasi 1,4 tonnellate. A volte il passaggio della spinta tra motore elettrico e quello termico avviene in maniera un po’ brusca. Davvero economica la scelta dei tasti per l’accensione/spegnimento del display multimediale e la regolazione del volume: posti sulla sommità, piccoli e di difficile lettura. I fari abbaglianti sono ancora alogeni.
Conclusioni
Prezzo basso, consumi contenuti, spazio infinito, ampia scelta di motorizzazioni per tutti i gusti (mild hybrid, full hybrid, gpl): la Dacia Bigster ha tutto per poter dominare un mercato, quello del segmento C, davvero ricco di competitor. Il rapporto qualità/prezzo la pone, per il momento, in cima al suo segmento.
Barbara D’Urso ha aspettato quasi tre anni per presentare causa a Mediaset, l’azienda per la quale ha lavorato per oltre vent’anni. Come è noto, la sua caduta nei rapporti col Biscione è iniziata il giorno del funerale di Silvio Berlusconi quando, intervistata dai cronisti, decise di impegnare i minuti dei microfoni accesi per parlare anche del proprio programma. Tempo poche settimane e si ritrovò fuori dall’azienda.
E così, dopo tre lunghi anni, ieri la D’Urso ha deciso di fare causa a Mediaset. La conduttrice avrebbe scelto di portare il Biscione in tribunale dopo il fallimento della procedura di mediazione con la società. Tra le altre cose, la conduttrice attenderebbe le scuse per un post sui social del profilo ufficiale «Qui Mediaset» nel quale veniva insultata per aver inviato un videomessaggio alla concorrenza di Domenica In, Rai 1. Poco dopo, il commento fu rimosso e Mediaset sostenne di avere subito un hackeraggio: «Abbiamo rilevato un accesso anomalo al nostro profilo. A seguito dell’intervento tecnico necessario, potremo avere malfunzionamenti dell’account. Ci scusiamo per il disagio».
Gli avvocati contesterebbero anche il mancato corrispettivo dei diritti d’autore per i programmi da lei firmati come autrice in 16 anni di lavoro e per il format di sua proprietà Live Non è la D’Urso.
Con l’occasione la D’Urso ha deciso anche di togliersi qualche sassolino dalle scarpe denunciando di aver sempre dovuto comunicare la lista degli ospiti per avere l’approvazione di Silvia Toffanin e di Maria De Filippi. Oggi la Fascino (la società di produzione di Maria De Filippi) fa sapere che non sono mai esistite liste di ospiti preventivamente approvate per andare in altri programmi, smentendo di fatto quanto sostenuto dai legali della conduttrice.
Andrea Di Porto, avvocato di Mediaset, ha fatto sapere che «l’azienda respinge ogni addebito mosso dalla signora D’Urso» e che la ricostruzione dei fatti sia «strumentale e non corrispondente alla realtà». Pertanto «le pretese risarcitorie della conduttrice sono del tutto infondate». Mediaset, ha proseguito poi l’avvocato, «ha sempre agito nel rispetto degli obblighi assunti e in conformità con la propria linea editoriale, pertanto è fiduciosa sull’esito positivo della controversia».
La reazione di Cologno Monzese è decisamente dura: «In fase di rinnovo del contratto, nel 2023 è stata proposta a D’Urso la prosecuzione di Pomeriggio 5. Il rinnovo non si è concretizzato a fronte della pretesa da parte di D’Urso della conduzione di due prime serate, non ritenute compatibili con le esigenze di palinsesto». L’allontanamento della conduttrice non ha «niente a che fare con il cambio della linea editoriale». Infine i soldi. L’azienda sostiene che solo grazie ai contratti la conduttrice ha raggiunto «una cifra vicina ai 35 milioni di euro per i suoi anni di collaborazione con Mediaset, ai quali sono da aggiungere gli introiti ricevuti dagli investitori pubblicitari, che non sono quantificabili». Inoltre «nel 2003 Pier Silvio Berlusconi e l’azienda le affidarono la conduzione del Grande Fratello, programma di punta della rete, offrendole la possibilità di tornare in onda in un momento in cui era ferma da anni».
La D’Urso, dopo aver lasciato Mediaset, è comparsa solo poche volte in televisione. Salvo la partecipazione come concorrente di Ballando con le stelle e poche altre comparsate. Secondo molti, la D’Urso vorrebbe continuare a fare televisione, magari con un ruolo di primo piano. Ed è per questo che si pensa che sia pronta a tirare fuori qualcosa dal suo cilindro. E la causa contro Mediaset potrebbe essere solo l’inizio del suo rilancio.
Ancora una volta l'Italia è ostaggio delle assurde direttive europee. Il deficit italiano nel 2025 si attesta al 3,1%, superando dello 0,1% la soglia limite del 3% del rapporto deficit/Pil prevista dal Patto di stabilità e crescita dell'Ue, impedendo l'uscita anticipata dalla procedura di infrazione fino al 2027. Un vero e proprio «eurosuicidio». Seguiamo regole che ignorano la realtà sociale del Paese, comprimendo la crescita anziché favorirla.
Il tema dell’accesso ai social media da parte degli adolescenti è balzato recentemente al centro del dibattito europeo, sopratutto in seguito alla proposta del presidente francese Emmanuel Macron, che vorrebbe introdurre limiti molto stringenti all’utilizzo delle piattaforme digitali da parte dei più giovani. La proposta è stata ampiamente recepita dalla presidente della Commissione europea che, proprio nei giorni scorsi, ha presentato una prima «applicazione» per la verifica dell’età di chi accede ai social media, mettendola a disposizione degli Stati membri che vogliano introdurre una soglia di età minima per accedere.
Sarà uno strumento tecnico, simile alla applicazione che la Commissione aveva introdotto per garantire la libera circolazione durante la pandemia del Covid-19 alle persone vaccinate o con un test negativo. E già qui ci sarebbe parecchio da dire.
Sicuramente le intenzioni della Von der Leyen sono buone: «Credo fermamente che siano i genitori, non gli algoritmi, a dover educare i figli», aveva detto nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del settembre 2025, annunciando la creazione di un gruppo di «esperti» per consigliarla sulle possibilità di introdurre il limite di età minima. Aveva indicato come potenziale modello l’Australia, che allora aveva appena annunciato l’introduzione del divieto per i minori di 16 anni. Gli stessi concetti ripetuti qualche giorno fa.
L’obiettivo, certamente meritorio, è quello di ridurre i rischi derivanti dall’uso dei social, che sopratutto negli adolescenti stanno favorendo una serie di comportamenti aggressivi e violenti. Ma i primi dati disponibili suggeriscono che la questione è più complessa di quanto sembri, sia sul piano politico, sia su quello giuridico legale che anche su quello tecnico.
Sul piano politico, al di là della retorica, la Von der Leyen ha davanti a sé una serie di resistenze per introdurre un’età minima digitale unica nella Unione europea. Gli Stati membri che hanno già annunciato una legge sono Francia, Spagna, Austria, Grecia, Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi, e anche l’Italia sembra propensa a farlo. Ma ci sono anche diversi Paesi - in particolare i nordici e i baltici - che sono fortemente contrari: ritengono che il livello di educazione digitale dei genitori e dei loro figli sia tale da permettere loro di riconoscere e affrontare i pericoli procurati dai social media. Impedire ai bambini l’accesso alle piattaforme significherebbe tagliarli fuori dall’informazione e dalla conoscenza e scoraggiare le loro capacità future di innovare. La stessa vicepresidente della Commissione, responsabile per il Digitale, Henna Virkkunen, «costretta» a presentare la App, è tuttavia scettica sull’introduzione dell’età minima.
Nel frattempo alcuni Stati membri hanno iniziato a muoversi in ordine sparso: Francia e Grecia pensano di fissare la soglia minima a 15 anni, la Spagna a 16, mentre in Italia alcune forze politiche ipotizzano di fissarla, come in Austria, a 14 anni. Nasce ovviamente il problema di quale legislazione dovrebbe applicarsi ad un minore che viaggia nell’Ue: quella del paese in cui si trova, oppure quella dello Stato di cui ha nazionalità? O ancora quella del Paese di residenza? Oppure quella legata all’indirizzo Ip da cui si collega?
Tutto ciò rischia di produrre una frammentazione del mercato unico digitale, e le molte regole diverse distruggerebbero sul nascere ogni proposito di armonizzazione europea, senza considerare che probabilmente entrerebbero in collisione con lo stesso diritto europeo. Difficile però dare colpa agli Stati membri quando in realtà la Commissione europea nel presentare la App di fatto ammette oggettivamente l’impossibilità di mettere in campo una proposta legislativa unica europea.
L’esperienza australiana più volte richiamata dalla Von der Leyen, offre peraltro un primo esempio concreto delle difficoltà di applicazione di queste politiche. Le analisi più recenti mostrano che, nonostante le restrizioni introdotte, una larga parte degli adolescenti continua a utilizzare i social senza particolari difficoltà. Secondo i dati disponibili, circa il 70% dei ragazzi riesce ancora ad accedere alle piattaforme, mentre un’altra indagine indica che il 61% dei giovani tra i 12 e i 15 anni non ha avuto problemi a superare i blocchi. Un elemento particolarmente significativo riguarda il comportamento degli utenti: molti adolescenti utilizzano più account o trovano modalità alternative per aggirare i sistemi di controllo, dimostrando una notevole capacità di adattamento.
È difficile dire se nei palazzi di Bruxelles abbiano studiato bene i modelli ai quali si sono ispirati o abbiano invece affidato ad uno stagista di turno il compito di costruire l’App. La cosa più curiosa poi, per non definirla ridicola, è quella che, subito dopo la presentazione dell’App, sono bastati pochi secondi a un ingegnere informatico inglese, Paul Moore, per mettere in evidenza una vulnerabilità che consente a chiunque abbia accesso al dispositivo di aggirare i sistemi di sicurezza, forzando il reset del pin. Non solo: la stessa app della Commissione ha anche delle carenze che permetteranno di aggirare la verifica dell’età. Per non doverla usare basterà collegarsi attraverso una Vpn al di fuori dell’Ue o degli Stati membri che decideranno di imporre un’età minima per l’accesso ai social media.
Ovviamente la Commissione ha subito detto che correrà ai ripari, ma la figura barbina ormai è stata fatta. Alla luce di questi elementi, cresce il consenso attorno a soluzioni alternative rispetto ai blocchi generalizzati. Sempre più esperti sottolineano l’importanza di investire sull’educazione digitale, aiutando i giovani a sviluppare un uso più consapevole delle piattaforme. L’idea di fondo è che un approccio basato sulla formazione e sulla responsabilizzazione possa essere più efficace rispetto a un divieto difficile da applicare. E in ogni caso, se si vuole costruire un sistema di verifica dell’età, non solo lo si collochi in una dimensione multidisciplinare ma soprattutto la Commissione e la sua Presidente cerchino di studiare un po’ di più, evitando buchi nell’acqua.













