In occasione della Relazione sull’attività del 2022, il presidente della Consulta, Silvana Sciarra, ha rilasciato molte dichiarazioni pubbliche e risposto alle domande dei giornalisti. Ha così colto l’occasione per esplicitare la filosofia costituzionale che anima i lavori delle nostre toghe supreme. «Un giorno non lontano», ha detto, «si dovrà fare un bilancio molto puntuale in merito a questa apertura di credito al legislatore che, purtroppo, su temi molto sensibili e socialmente rilevanti, non ha portato sempre a risultati soddisfacenti e rapidi per i cittadini». Frasi chiare, che pongono la Corte sullo stesso piano della politica, con il «piccolo» vantaggio di poter emanare atti non impugnabili, e dunque di avere il coltello decisamente dalla parte del manico rispetto a chi dovrebbe realizzare la sovranità popolare. Questa deriva è l’inevitabile sviluppo di un percorso che nasce da lontano, e cresce con l’idea che le Corti e il potere politico debbano concorrere ad «aggiornare» i valori costituzionali. È l’esatto opposto della concezione «originalista», che vede le toghe come ancorate al testo della Carta, e la cui prerogativa si esercita in un terreno differente da quello politico, e potenzialmente antagonista, come mostra la rabbia di Biden per la sentenza che in America ha cancellato l’aborto come diritto costituzionale: non perché i giudici fossero contro l’aborto, ma perché la Costituzione non lo prevede come diritto. Il confronto tra Antonin Scalia e i predecessori della Sciarra illumina le conseguenze di questa radicale differenza.
C’era una volta l’Europa.
Adesso ce ne sono almeno due. C’è quella della Londra multietnica e multiculturale, con il 15% di residenti musulmani e con il sindaco Sadiq Khan, di origini pakistane, islamico, che posta sui social le sue foto del pellegrinaggio alla Mecca. E c’è quella dell’Ungheria che difende le sue radici cristiane. Anche costringendo il nuovo premier, Péter Magyar, quello che doveva riportare il sereno nei burrascosi rapporti con l’Ue dei laicisti militanti, a rimangiarsi la proposta di modificare la Carta fondamentale della repubblica, purgandola dai riferimenti alla «cultura cristiana».
Il mayor della City, sui social, si è detto «davvero onorato e fortunato per aver potuto praticare lo Hajj», il pellegrinaggio musulmano nella città santa, che tutti i fedeli devono compiere almeno una volta nella vita. «Alhamdulliah», ha scritto Khan: «Sia resa grazia a Dio». «Lo Hajj», ha continuato il sindaco laburista, in carica da dieci anni, «è un viaggio che genera un profondo cambiamento nella vita e che simboleggia eguaglianza, unità e la nostra umanità collettiva. Lo Hajj, nella sua sostanza, simboleggia l’umiltà, il perdono e la rinascita attraverso il miglioramento di sé. Ovviamente», ha promesso Khan, «ricorderò tutti i bisognosi di Londra e del mondo nelle mie preghiere e nelle mie due», le suppliche personali che i credenti rivolgono ad Allah.
Nulla di strano, nulla di riprovevole: il primo cittadino della capitale britannica non ha mai fatto mistero della propria appartenenza religiosa e non ha certo reso la città meno liberale, meno laica e meno gay friendly per il fatto di essere un seguace di Maometto. La sua visita alla Mecca è piuttosto l’emblema di una trasformazione demografica e culturale del Regno Unito. Ed è un episodio che arriva a pochi giorni dalla bizzarra cerimonia di insediamento del collega di Birmingham, la seconda città più popolosa del Paese: il Lord mayor, Zaker Choudri, di origini pakistane come Khan, si è portato in Consiglio comunale un officiante islamico, che ha deliziato l’assemblea intonando una litania. Sono fotografie di una grande metamorfosi; istantanee di una sottomissione che, per usare una formula adesso tanto di moda, non abbiamo visto arrivare. Non c’è stato bisogno di jihad, men che meno di attentati. È successo e basta, sotto i migliori auspici della politica progressista, che ci catechizzava sull’urgenza di spalancare i confini, di allargare gli orizzonti, di diventare inclusivi e di abbandonare le nostre mentalità chiuse e passatiste.
Quello della globalizzazione, tramutatasi nel grimaldello di un colonialismo al contrario, non è però l’unico modello possibile. La musica cambia parecchio, se da Londra ci si sposta più a Est. Stesso continente, altro mondo. In terra magiara, infatti, le petizioni popolari da oltre 40.000 firme e le proteste di Fidesz, il partito dello sconfitto Viktor Orbán, che comunque occupa 52 seggi in un Parlamento tutto sbilanciato a destra, hanno costretto Tisza, lo schieramento del nuovo primo ministro, a rinunciare a una delle sue promesse elettorali. Ossia, rimuovere un paragrafo che era stato aggiunto alla Costituzione, nel 2024, dall’Ufficio per la protezione della sovranità, anch’esso in predicato di essere abolito, che recita: «È dovere di tutti i corpi dello Stato proteggere l’identità costituzionale e la cultura cristiana». Magyar in persona ha dovuto farsi garante di una modifica all’emendamento abrogativo, la cui paternità, peraltro, spettava a suo cognato, il deputato Márton Melléthei-Barna.
Il premier non avrà perso il sonno per questo: nella foga di celebrare il rientro di Budapest nei ranghi europeisti, si dimentica troppo spesso che Magyar non è certo la colonna ungherese del campo largo. È un conservatore, già esponente di Fidesz, con una vita privata chiacchierata per via di presunte soperchierie sulla ex moglie, impegnato in un’opera di «de-orbanizzazione» del Paese, funzionale più all’obiettivo di dargli un’impronta personale che rispondente ad autentiche prese di posizione etiche.
Gli eurocrati potranno consolarsi con un’altra retromarcia, stavolta rispetto agli strappi di Orbán: il Parlamento magiaro, infatti, ha bloccato le procedure di ritiro dalla Corte penale internazionale, avviate dal precedente esecutivo, in polemica con l’incriminazione di Benjamin Netanyahu.
L’Ungheria non è l’unico Stato, nella parte orientale del Vecchio continente, ad aver mantenuto vivi i riferimenti al fondamento religioso della civiltà europea. Il preambolo della Costituzione polacca, ad esempio, riconosce «il ruolo del cristianesimo nel preservare la nazione». La Carta slovacca rivendica «l’eredità spirituale di Cirillo e Metodio», gli «apostoli degli slavi», i due fratelli bizantini, evangelizzatori delle regioni storiche di Pannonia e Moravia e inventori dell’alfabeto glagolitico. In modo più generico, la Repubblica Ceca allude alla «ricchezza spirituale» della sua cultura. Tali richiami hanno già provocato frizioni con le istituzioni Ue, fedeli - loro sì, in un senso paradossalmente e fanaticamente religioso - al principio della laïcité. D’altronde, quando Giorgia Meloni, durante una manifestazione del centrodestra a Roma, nel 2019, si permise di definirsi «cristiana», venne fuori un putiferio. Perché c’è Europa ed Europa. C’è l’Europa di chi si vergogna della Storia da cui proviene. C’è l’Europa di chi ne va fiero. E c’è l’Europa di chi occupa con il Corano il vuoto lasciato dal nichilismo. C’è l’Europa di San Francesco, che provava a convertire il Sultano. E c’è l’Europa dei volenterosi, sul piede di guerra con la Russia e felici dei loro sindaci che cantano insieme ai muezzin e vanno in pellegrinaggio alla Mecca. Non è nemmeno un’Europa islamizzata. È solo un’Europa che non crede più in niente.
Quante volte sentiamo ripetere che bisogna ascoltare i giovani?
Dopo ogni episodio di violenza, il ritornello è il medesimo: non li stiamo abbastanza a sentire. C’è persino chi rinuncia a sporgere denuncia dopo avere subito un pestaggio, come i professori di Parma che ritengono «più educativo» evitare le vie legali agli studenti che li hanno presi a cinghiate sghignazzando. E allora apriamo bene le orecchie e ascoltiamo che cosa ci dicono alcuni di questi ragazzi. Anzi, basta sentirne uno solo, che però può facilmente fungere da rappresentante di una generazione. Parliamo di Adam Sayf Viacava, classe 1999, in arte Sayf. Musicista, trombettista, rapper, è arrivato secondo al festival di Sanremo dopo Sal Da Vinci, e si è distinto per un tormentone nemmeno troppo banale, anzi ricco di sprazzi di intelligenza. Sayf parla bene, è garbato e sa essere profondo. Ha successo, e sa esprimersi con diversi linguaggi. Soprattutto, però, Sayf è rappresentativo non solo dei giovani italiani ma soprattutto dei cosiddetti «nuovi italiani», le seconde e terze generazioni, magari nate in Italia da genitori stranieri o giunte qui durante l’infanzia. Sayf in realtà è un caso un po’ particolare: è figlio di un padre italiano e una madre tunisina.
Proprio a Sanremo ha voluto abbracciarla davanti alle telecamere, con un po’ di emozione e un pizzico di italica ruffianeria. Poco importa. Quel che conta è che egli sa che cosa significhi vivere sospeso tra due culture, essere un «italiano ma anche». È lui stesso a dirlo, e questo basta a smentire tutti i fenomeni che, nei talk show televisivi, se la prendono con la destra accusandola di volere «la purezza del sangue». È inutile cercare scuse: la cultura sarà pure liquida, ma è un liquido denso, che non si assorbe e non si elimina facilmente. Ed è ovvio che chi arriva da fuori o cresce in una famiglia con usi e costumi - per dire - magrebini sia diverso da chi è italiano di antico conio. È un fatto, non un'opinione.
Sayf dimostra di esserne conscio. Lo fa parlando a Gianluca Gazzoli nel podcast Bsmt. Il conduttore gli domanda: «Le tue origini, come sono state vissute? Non mi ricordo se l’hai detto in un’intervista. Oggi essere di seconda generazione può essere una cosa figa, una cosa diversa. Magari invece in passato era un po’ più penalizzante, quando eri piccolino». Sayf per tutta risposta sorride. «Prima magari era più figo essere metà inglese. Era diverso», dice. «C’è da dire che io non ho la faccia dello stereotipo del tunisino, quindi non l’ho mai patita tanto. Grazie a Dio non ho mai subito il pregiudizio diretto, quello basato esclusivamente sul canone estetico. L’ho subito magari nel tempo perché avevo i rasta, dalle forze dell’ordine, perché magari sei preso di mira, “ha i dread e si fuma le canne”. Però non l’ho mai subito direttamente. Quindi nel senso mi sono salvato». E fin qui è il solito discorso sulle difficoltà a essere accettato. Ma poco dopo Sayf sorprende. «Da piccolo mi vergognavo di sta cosa qua tanto. Infatti anche litigavo con mia madre, ma da bambino le dicevo: ma siamo in Italia, dobbiamo parlare italiano. Non ho mai voluto imparare a leggere l’arabo, a scrivere l’arabo, perché mi vergognavo, perché non era una cosa vista bene. Perché poi nei telegiornali i terroristi erano tutti arabi... Perché non so, sei diverso, ti stai accollando di essere diverso e in quel momento avevo un po’ l’idea di poter scegliere in realtà, perché mio padre è italiano, mia madre è tunisina e quindi è come dire: da che parte stai? Giù in Tunisia che magari ti chiedono: ma tu ti sentivi italiano o più tunisino?». A modo suo, Sayf chiarisce la tensione che inevitabilmente e drammaticamente queste generazioni vivono. Sei italiano o tunisino? Non è una domanda razzista, è un dubbio che si pone chi è sospeso fra due mondi. Del resto in Tunisia lui ci ha passato molto tempo: «Sempre, da quando sono nato a sei mesi ero in Tunisia, ho tutti i parenti da parte di mia madre, sono cresciuto anche un po’ giù, non so come dire». Ed ecco la parte più suggestiva del discorso. Sayf spiega che cosa faccia scattare la molla identitaria. Essere tunisino, per lui che non voleva parlare arabo, a un certo punto «è diventato un motivo di orgoglio... Anche per tutto quel peso che uno si porta dietro, di sentirsi un emarginato, di sentirsi uno di quelli sotto la soglia di povertà. [...] Allora, per riscatto, ancora di più prende valore dire “no ma invece io sono anche tunisino”». Ecco il punto. Da bambino che vuole essere italiano passa a ragazzo che si sente orgogliosamente tunisino. Perché? Per riscatto. Perché non gli piace come si trova. Per aver qualche cosa di diverso e più figo. È una scappatoia identitaria: l’Italia mi delude? Posso diventare altro, perché in fondo lo sono. Ed è così che l’assimilazione diventa impossibile. In alcuni casi, l’adesione all’altro diventa odio per l’Italia e l’Europa, diventa violenza e sopraffazione. È la realtà dell’immigrazione sul lungo periodo: ascoltate bene Sayf.
Bruxelles riesce sempre a sorprenderci.
E proprio mentre pensavamo che l’harakiri perfetto sull’automotive fosse stato compiuto, sono arrivati dei numeri, elaborati da uno studio di Dataforce ripreso dal quotidiano Milano Finanza, che dimostrano come al peggio non ci sia mai fine. Ricordate le multe sulle emissioni? Quelle di cui da anni si lamentano le principali case del Vecchio continente? Quelle che l’Europa aveva deciso di rendere più flessibili per dare una dimostrazione minima di resipiscenza rispetto al disastro green perpetrato a danno di uno dei settori centrali per l’industria europea? Bene, alla fine siamo arrivati a una spalmatura (per gli anni 2025-2027 il calcolo delle emissioni è stato dilazionato sul triennio anziché anno per anno) che non equivale a una cancellazione, anzi. Per cui a breve (inizio 2028) i nodi arriveranno al pettine.
E porteranno un’altra mazzata a danno dei produttori tradizionali di automotive, mentre si tradurranno nell’ennesimo regalo per i cinesi. Secondo l’analisi della società di ricerche di mercato specializzata, da gennaio 2025 ad aprile 2026, quindi il primo periodo della spalmatura, il sistema automobilistico dell’Ue avrebbe accumulato 12,8 miliardi di euro di debiti e 9,7 miliardi di crediti. Un saldo negativo che supera i 3 miliardi.
Ma la notizia peggiore non è questa. Il vero problema è che sono penalizzati soprattutto i produttori che stanno provando a fare retromarcia sull’elettrico convertendosi all’ibrido. I numeri dicono che Volkswagen ha già in pancia 2,3 miliardi di sanzioni. Stellantis la segue con multe potenziali superiori a 1,2 miliardi di euro e poi ci sono Mercedes-Benz (poco meno di 1 miliardo) e Nissan.
Meglio fermarsi. Perché arrivati a questo punto urge riepilogare un po’ di puntate precedenti per capire meglio la fiera dell’assurdo messa in piedi da Bruxelles. Prima gli strateghi europei hanno ideato il Green deal imponendo una conversione all’elettrico con tempistiche irrealistiche. Poi quando si sono resi conto che il mercato non reggeva, che i più grandi produttori mondiali stavano andando a ramengo e che avevano regalato l’intero settore e la sua filiera alla Cina che da anni detiene il semi-monopolio delle materie prime verdi, hanno provato a metterci delle pezze. A colori, ovviamente.
Perché il nuovo sistema delle multe penalizza proprio chi, puntando sulle ibride, sta provando a uscire dal pantano nel quale era finito a causa delle norme ideologiche e insensate di Bruxelles.
A vantaggio di chi? Neanche a dirlo dei cinesi, che sono infatti i veri vincitori del sistema sanzionatorio revisionato. A parte Tesla che primeggia dall’alto di oltre 2 miliardi di crediti accumulati tra il 2025 e il primo scorcio del 2026, tutti gli altri grandi beneficiari sono asiatici. Non poteva mancare Byd che ha superato quota 1,5 miliardi di attivi, seguita da Geely (1,4 miliardi), Leapmotor (oltre mezzo miliardo di attivo con appena 57.000 auto immatricolate) e Xiaopeng (250 milioni). Le multe le pagheranno i singoli costruttori, ma Dataforce ha anche stilato una classifica per Paese. La distribuzione geografica delle multe. Ne viene fuori che l’Italia primeggia: a fine aprile, infatti, eravamo in negativo di 3,8 miliardi di euro, avendo raggiunto un livello di emissioni medie di CO2 di 111,8 g/km (18,2 in più della media prevista di 93,6). Poi c’è la Germania con 2,8 miliardi di sanzioni e un livello medio di emissioni di 101,7 g/km.
Al contrario, i Paesi del Nord Europa dominano la classifica dei crediti, anche perché sono da tempo orientati verso l’elettrico e hanno caratteristiche geografiche e di densità di popolazione ben diverse.
Insomma, tutto abbastanza scontato, anche il fatto che il masochismo europeo non conosca limiti e che Bruxelles stia perseverando, come evidenzia Dataforce «nel trasferimento di miliardi di valore dalla sua industria dell’auto a quella di operatori extra-europei, in particolare Tesla e i gruppi cinesi più avanzati nell’elettrificazione».
A Perugia magistrati e rappresentanti locali dell’avvocatura provano a siglare la pace dopo che, sulla Verità, l’ex pm Alessandro Cannevale, oggi legale, ha denunciato la realizzazione di decine di intercettazioni illegittime (durate, come vedremo, oltre 30 ore complessive) dentro al carcere di Capanne.
L’ex procuratore di Spoleto assiste la collega Daniela Paccoi, indagata in un’inchiesta per droga insieme con un suo cliente ristretto in carcere. Ma le captazioni non hanno riguardato solo i colloqui tra i due nella casa circondariale (in questo caso le intercettazioni erano autorizzate dal gip), ma hanno registrato circa 70 conversazioni tra avvocati e detenuti non coinvolti nel procedimento. Uno scandalo che ha convinto l’Unione delle Camere penali italiane a indire uno sciopero di cinque giorni e una manifestazione nazionale proprio nel capoluogo umbro, prevista per l’11 giugno.
In un comunicato congiunto, il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, e i presidenti delle sezioni locali dell’Ordine degli avvocati e dell’associazione dei penalisti, rispettivamente Carlo Orlando e Luca Gentili, hanno «assicurato la massima attenzione sui fatti emersi di recente, i quali risultano tuttora in fase di verifica, anche da parte degli organi istituzionali competenti, tempestivamente interessati dallo stesso procuratore generale». Sottani e gli avvocati hanno concordato sul fatto che «eventuali responsabilità saranno accertate nelle sedi proprie» e, seppur senza nominarlo espressamente, hanno criticato la scelta di Cannevale di denunciare sul nostro giornale la vicenda: «Il clamore mediatico, come in ogni caso, non giova a un sereno e rigoroso accertamento dei fatti», si legge nel comunicato.
L’avvocato, tirato per la toga, non vede, però, controindicazioni nella battaglia che ha lanciato dalle pagine della Verità e non pare condividere la pace «preventiva» stipulata dagli organi di rappresentanza degli avvocati perugini: «Questi ultimi non hanno il potere, diciamo, di “rimettere la mia querela”, né io ho sentito il bisogno di chiedere udienza al pg o di sottrarre la vicenda al dibattito pubblico. Infatti ritengo che i fatti siano già accertati quanto basta. Purtroppo il procuratore generale, nei suoi comunicati, non ha neppure ipotizzato l’adozione di misure idonee a evitare che i decreti d’intercettazione possano portare ad attività non autorizzate nel carcere di Perugia. Il che mi convince sempre più di avere fatto benissimo a rivolgermi alla Verità».
Dalle indagini difensive di Cannevale e delle sue colleghe Silvia Lorusso, Silvia Egidi e Maria Luce Fagiolo stanno emergendo particolari sempre più inquietanti: «Abbiamo calcolato la durata complessiva delle intercettazioni illegittime, perché non autorizzate dal giudice. Sono stati registrati complessivamente 31 ore e 26 minuti di colloqui difensivi effettivi, escludendo i tempi nei quali veniva registrata la sala vuota, prima o dopo il colloquio». Ma il presidente della Camera penale di Perugia, Gentili, in un’intervista a Radio Radicale ha parlato di registrazioni di pochi minuti… «I colloqui intercettati illegittimamente sono, come sa, 70. Le faccio la top five: il più lungo, del 28 novembre 2025, dura 2 ore e 3 minuti, poi ce n’è uno di un’ora e 36 minuti, altri 3 sono andati avanti per più di 50 minuti. Poi ce ne sono sopra i 40, sopra i 30 e sopra i 20. Può controllare se ho fatto bene i conti dal verbale di attività compiute dalle colleghe Silvia Lorusso e Maria Luce Fagiolo. Un’altra cosa curiosa è che a volte tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne venivano intercettate contemporaneamente, come se l’avvocato Paccoi e il suo cliente G.C. (detenuto e coindagato nell’inchiesta per droga, ndr) avessero il dono dell’ubiquità».
Per Cannevale l’intricata vicenda non può essere risolta in un incontro istituzionale: «Il problema non riguarda solo il procuratore generale, né, con tutto il rispetto per i colleghi, la Camera penale e il Consiglio dell’Ordine. Intanto perché nel carcere di Capanne arrivano detenuti di tutta Italia, difesi da avvocati di tutta Italia. E, poi, perché il procuratore generale è titolare del potere-dovere di vigilanza sui magistrati del distretto, ma qui che i pm siano stati più o meno disattenti, o se e in che modo abbiano o meno preso cognizione di dati illegittimamente acquisiti, è solo uno dei problemi».
Cannevale elenca alcuni dei punti oscuri che non trovano risposta nei verbali di inizio e fine delle operazioni: «Quando la polizia giudiziaria ottiene un decreto di intercettazione dei dialoghi che avvengono nelle salette destinate agli avvocati del carcere di Perugia, deve confrontarsi con la direzione o è tutto un fai-da-te? Le quattro sale colloqui hanno microspie allestite in permanenza o sono installate solo quando il giudice autorizza le intercettazioni e subito dopo disinstallate? Come mai l’installazione e la disinstallazione non sono state verbalizzate?». Facciamo notare che Sottani ha assicurato che di queste registrazioni non verrà fatto alcun uso processuale. Cannevale pensa che questa sia un’ovvietà: «Lo sapevo bene fin dall’inizio e, d’altra parte, non mi sembra una grande concessione: cosa volete che se ne facciano, nel processo a carico dell’avvocato Paccoi e del suo assistito, dei colloqui difensivi con persone che col processo non c’entrano nulla?».
Però, per l’avvocato, quelle registrazioni illecite potrebbero essere utilizzate in modo del tutto improprio: «Il problema è: a cosa potrebbero servire in astratto? Se la polizia giudiziaria intercetta senza autorizzazione i colloqui dei detenuti e di chi parla con loro, può farsi banche dati abusive, esercitare pressioni sui detenuti, facendo leva sui dati acquisiti sulla loro famiglia, promuovere ritorsioni contro chi denunci di essere stato picchiato, eccetera eccetera. La distruzione delle registrazioni a babbo morto non serve assolutamente a nulla». Ma Cannevale non vuole gettare la croce addosso alla polizia giudiziaria, di cui dice di «fidarsi ciecamente»: «Qui il problema è che le garanzie costituzionali non possono essere concesse dalla graziosa magnanimità di chi indaga. I diritti umani si chiamano così perché appartengono a tutti gli uomini. L’altro ieri ho sentito un maestro di scuola spiegare a bambini di quinta elementare, al termine di una bella recita sul lavoro minorile, che la democrazia si conquista ogni giorno e che se ne può perdere un pezzettino per volta, nei piccoli fatti di ogni giorno».






