In occasione della Relazione sull’attività del 2022, il presidente della Consulta, Silvana Sciarra, ha rilasciato molte dichiarazioni pubbliche e risposto alle domande dei giornalisti. Ha così colto l’occasione per esplicitare la filosofia costituzionale che anima i lavori delle nostre toghe supreme. «Un giorno non lontano», ha detto, «si dovrà fare un bilancio molto puntuale in merito a questa apertura di credito al legislatore che, purtroppo, su temi molto sensibili e socialmente rilevanti, non ha portato sempre a risultati soddisfacenti e rapidi per i cittadini». Frasi chiare, che pongono la Corte sullo stesso piano della politica, con il «piccolo» vantaggio di poter emanare atti non impugnabili, e dunque di avere il coltello decisamente dalla parte del manico rispetto a chi dovrebbe realizzare la sovranità popolare. Questa deriva è l’inevitabile sviluppo di un percorso che nasce da lontano, e cresce con l’idea che le Corti e il potere politico debbano concorrere ad «aggiornare» i valori costituzionali. È l’esatto opposto della concezione «originalista», che vede le toghe come ancorate al testo della Carta, e la cui prerogativa si esercita in un terreno differente da quello politico, e potenzialmente antagonista, come mostra la rabbia di Biden per la sentenza che in America ha cancellato l’aborto come diritto costituzionale: non perché i giudici fossero contro l’aborto, ma perché la Costituzione non lo prevede come diritto. Il confronto tra Antonin Scalia e i predecessori della Sciarra illumina le conseguenze di questa radicale differenza.
Mentre il vicepresidente del Consiglio comunale spinge per requisire le case sfitte dei fiorentini, nel cuore del centro storico della città che vanta le regole più restrittive sulle locazioni brevi, un fondo può liberamente firmare contratti turistici per trarre il massimo del profitto da oltre cento appartamenti superlusso.
È il paradosso «realizzato» da Sara Funaro. Il sindaco dem del capoluogo toscano ha fatto della lotta agli affitti «mordi e fuggi» un tratto distintivo che adesso gli si sta ritorcendo contro, se è vero che host, cittadini e property manager da tutta Italia sono pronti a mobilitarsi con una manifestazione di protesta prevista proprio nella sua città per il 4 giugno. Ma andiamo con ordine.
Da tempo Firenze guida la corsa dei centri d’arte governati dalle amministrazioni di sinistra a limitare «le locazioni con il lucchetto». Nella culla di Dante, c’è il blocco dei nuovi affitti nel centro storico, ogni singolo appartamento destinato a locazione breve deve essere autorizzato dal Comune e le sanzioni amministrative per chi viola le norme (cucine di almeno 9 metri quadrati, rigidi limiti per evitare l’inquinamento acustico, obbligo di Cin, divieto di posizionare le keybox) arrivano fino a 10.000 euro. Non solo. Perché di recente la giunta ha approvato una delibera che prevede di estendere la normativa anti overtourism ad altre 500 e passa strade della cosiddetta «prima cintura» urbana. E come se non bastasse, Vincenzo Pizzolo, il rappresentante del gruppo consiliare Avs-Ecolò di cui sopra, in una recente riunione della Commissione Sviluppo, ha apertamente dichiarato la disponibilità dei suoi a sostenere forme di requisizione delle case sfitte.
«...Non so se suggerivano una forma di requisizione delle case sfitte», ha replicato a un intervento di alcuni colleghi in aula, «nel caso noi come gruppo consiliare siamo favorevoli, a livello parlamentare abbiamo anche fatto una proposta di legge».
Insomma, quella che poteva essere una battaglia sacrosanta, regolamentare una situazione che nelle città turistiche è oggettivamente complicata, si è trasformato in un conflitto ideologico.
Talmente tanto ideologico che quando il Tar, pochi giorni fa, ha dato il via libera alla possibilità di fare attività di Airbnb in un mega palazzo vicino al Duomo che conta più di 100 alloggi extra lusso, è scoppiata plateale la contraddizione. Ma come, a Firenze si vietano gli affitti brevi ai piccoli proprietari e si concedono le locazioni «mordi e fuggi» ai fondi dell’immobiliare?
Il complesso Bufalini (ex sede della Cassa di Risparmio) sorge infatti a circa 200 metri dal Duomo ed è di proprietà di Namira Sgr (società di gestione del risparmio) che ha acquistato l’intero complesso (circa 18.000 mq) nel 2024 da Tom Barrack e oggi lo gestisce attraverso il fondo Kalon.
Cos’è successo? Di chi è la colpa? I giudici hanno stabilito che le convenzioni urbanistiche stipulate in precedenza prevalgono sul nuovo regolamento comunale e quindi il fondo può fare affari a quattro passi dal Duomo, mentre il fiorentino che ha ereditato una piccola abitazione deve pensare ad altro. Secondo i giudici del tribunale regionale, infatti, il via libera a Namira arriva dal piano urbanistico comunale dello scorso anno (la variante di aprile) che aveva escluso il complesso Bufalini dal blocco previsto per gli Airbnb (in base anche a una convenzione del 2017 che non escludeva la destinazione turistica). E poco importa che a maggio dello scorso l’amministrazione di sinistra abbia approvato un regolamento che vieta nuovi affitti brevi nell’area Unesco.
Certo, la Funaro è pronta a ricorrere al Consiglio di Stato. Ma a prescindere dall’esito, la frittata è fatta. Dal punto di vista dell’immagine, di certo, ma non solo. Perché in molti si stanno chiedendo se ci siano altri casi simili a quello del complesso Bufalini. Altre eccezioni alle rigidissime regole imposte dalla nuova amministrazione che suonerebbero come l’ennesima beffa per i cittadini. Lo evidenziano il consigliere di Sinistra Progetto Comune Dimitrij Palagi e la la consigliera di Firenze Democratica Cecilia Del Re: è possibile che altri proprietari possano rivendicare diritti acquisiti sulla base di precedenti convenzioni urbanistiche.
Mentre il vicepresidente del consiglio comunale, lato Fratelli d’Italia, Alessandro Draghi è molto più diretto: «Il caso dell’ex palazzo della cassa di risparmio in Via Bufalini rischia di diventare il Paradosso di Zenone, tanto il Comune si avvicina per vietare gli affitti brevi, senza raggiungere mai la meta. La vittoria al Tar del gruppo che detiene l’immobile a quattro passi da Duomo rischia di fare scuola: potranno adesso nuove varianti urbanistiche, in area Unesco, essere autorizzate a fare affitti brevi, tipo l’ex ospedale militare di San Gallo, l’ex comunale famoso per il cubo nero oppure la caserma Vittorio in costa San Giorgio?».
Che ci possano essere altri edifici o singole abitazioni nella stessa condizione di Bufalini è una possibilità concreta. E una risposta ai quesiti può darla solo il Comune. Con Palazzo Vecchio, di solito molto loquace sulla vicenda, che per adesso tace.
Laboratorio di democrazia in Ungheria. Il premier di centrodestra Peter Magyar si prepara a fare una legge costituzionale che manderebbe a casa il presidente Tamàs Sulyok, da lui definito «una marionetta di Orbán».
La mossa è legittima, e il partito del premier ha anche i numeri, ma arriva dopo un ultimatum sulle dimissioni decisamente brutale. Ultimatum che il presidente ha respinto con sdegno. Insomma, c’è un notevole strappo in quel di Budapest. Ma l’Ue e i vari tutori della democrazia in Ungheria, dopo anni di faticosa vigilanza democratica, ora tacciono perché Magyar è ancora iscritto d’ufficio al partito dei Buoni.
Certo, vista dall’Italia, la vicenda somiglia quasi a una sparatoria sulla piazza del Parlamento. Giorgia Meloni e il centrodestra, che fin dai tempi di Silvio Berlusconi aveva proposto il presidenzialismo, hanno dovuto sospendere tutto perché poteva sembrare un attacco al presidente attuale, Sergio Mattarella.
Il leader di Tisza, Magyar, ha stravinto le elezioni del 12 aprile e dopo 16 anni ha messo la parola fine al lungo regno di Viktor Orbán. Lanciò la sfida a Fidesz, il partito in cui aveva militato anche lui, un paio di anni fa, parlando di «sistema feudale» da abbattere. Così, non ha stupito troppo che, dopo una campagna elettorale piena di colpi proibiti, abbia chiesto una serie di dimissioni al vertice delle istituzioni, comprese quelle di Sulyok, un ex presidente della Corte Costituzionale da lui definito «marionetta di Orbán». L’ultimatum scadeva a fine maggio e ieri il capo dello Stato, in un video su Facebook, ha risposto picche. Ha affermato che intende tranquillamente cooperare con il nuovo governo e che è pronto a dare una mano con Bruxelles per sbloccare i famosi fondi europei persi ai tempi di Orbàn.
Magyar si aspettava il muro di gomma e ieri ha immediatamente annunciato che passerà al piano B: cambio della Costituzione e tanti saluti al presidente. Il premier ha accusato nuovamente Sulyok di aver «deluso l’Ungheria» con «silenzi e omissioni» sull’operato di Viktor Orbán. Dopo di che ha spiegato che «esistono diverse opzioni per sostituire il presidente della Repubblica», anche nel caso questi non si dimetta volontariamente. La strada non è troppo complicata: si tratta di approvare una legge costituzionale che preveda espressamente i casi in cui un presidente decade e Tisza, il partito del centrodestra creato da Magyar, ha tranquillamente i due terzi dei voti necessari a portare a casa la riforma. E a poco serve che Sulyok abbia chiesto il parere della Commissione di Venezia, organo consultivo costituzionale del Consiglio d’Europa. Magyar è forte, in Europa. La scorsa settimana è andato a Bruxelles ed è riuscito a ottenere lo sblocco di 16,4 miliardi di euro di fondi europei.
Ieri Magyar ha anche avuto un colloquio con il governatore della Banca nazionale d’Ungheria Mihaly Varga. Il premier ha informato il governatore a proposito «degli sforzi del governo per garantire lo sblocco dei fondi Ue, nonché sulle misure anticorruzione introdotte».
Va detto che una proposta di legge costituzionale per la rimozione del presidente della Repubblica non ha precedenti nella storia post-comunista dell’Ungheria. Ma l’Ue ancora si frega le mani per la sconfitta di Orbán e ieri, il portavoce per gli Affari interni della Commissione, Markus Lammert, ha affermato che Bruxelles «sta seguendo da vicino» lo scontro tra Magyar e Sulyok, senza però entrare nel merito.
Certo, la riforma in senso presidenzialista che la Meloni ha accantonato dopo la sconfitta al referendum è decisamente un pranzo di gala, rispetto alla marcia di Magyar sull’inquilino di Palazzo Sàndor. L’8 settembre del 2022, a pochi giorni dalle elezioni, l’allora segretario del Pd, Enrico Letta lanciò l’allarme: «Vogliono mandare a casa Mattarella». Ma le riforme costituzionali hanno un iter e dei numeri tassativi, non un nome e un cognome.
L’industria europea ha un nuovo copione e non è quello che si recitava fino a qualche anno fa nei salotti di Bruxelles. La trama si è ribaltata senza chiedere permesso: la Germania rallenta, la Francia inciampa, la Spagna frena.
L’Italia, invece, accelera. È un dato, non uno slogan. A maggio l’indice Pmi manifatturiero elaborato da S&P Global sale a 52,9 punti, dai 52,1 di aprile: massimo da oltre quattro anni. Il resto d’Europa, invece, procede con il freno a mano. La Germania si ferma a 50,1, appena sopra la soglia tra crescita e contrazione che sta a quota 50 punti. La Francia scivola a 49, di nuovo sotto l’acqua. La Spagna rallenta a 51,2. L’eurozona nel complesso si ferma a 51,6, in calo dal 52,2.
Significa che l’Italia oggi non solo cresce, ma guida il gruppo. Lo fa in un contesto terremotato: tensioni geopolitiche, energia instabile, logistica ancora intermittente. Eppure le fabbriche macinano produzione, gli ordini tornano a salire, gli acquisti di materie prime si rafforzano. Un’industria che, almeno nei numeri, sembra aver trovato un passo più svelto dei partner europei.
C’è però il dettaglio che rende la storia meno lineare e molto più interessante. Perché questa crescita non è frutto di un forte aumento dei consumi. Funziona altro: le imprese fanno scorte, si mettono al riparo da possibili nuovi shock energetici e logistici. Crescita sì, ma anche assicurazione sul futuro. Non è un’impressione: gli acquisti di materie prime crescono al ritmo più rapido dall’aprile 2022. I tempi di consegna peggiorano al livello più critico degli ultimi quattro anni. È il ritorno di un vecchio film che l’Europa pensava di aver archiviato dopo la pandemia: catene di fornitura tese, magazzini pieni, domanda anticipata.
E poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella con meno entusiasmo: i costi. Le imprese italiane pagano energia, componenti e semilavorati sempre di più. I prezzi di acquisto crescono al ritmo più alto da quattro anni. L’industria corre. Ma il pavimento è scivoloso.
Il quadro europeo conferma la stanchezza strutturale. I nuovi ordini nell’eurozona si sono praticamente fermati dopo il rimbalzo di aprile. E soprattutto c’è un dato che pesa più di un punto decimale: l’occupazione manifatturiera è in contrazione da 36 mesi consecutivi. Tre anni di ridimensionamento silenzioso, senza grandi titoli ma con effetti cumulativi profondi.
La Germania resta in piedi, ma appena sopra la linea di galleggiamento. La Francia torna in territorio negativo e nel primo trimestre segna un -0,1% di Pil, piccolo solo nella forma. La Spagna rallenta. L’eurozona perde slancio. L’Italia si prende la scena. Lo stesso schema si ripete anche fuori dalle fabbriche. Il mercato dell’auto, a maggio 2026, cresce del 7,6%: 150.096 immatricolazioni contro le 139.445 dello stesso mese dell’anno precedente. Un settore che non esplode, ma tiene e cresce mentre altrove si raffredda.
Dentro questo quadro, Stellantis diventa una sorta di termometro domestico: 43.426 immatricolazioni nel mese, +9,9% rispetto al mercato. Tre modelli nelle prime quattro posizioni - Fiat Pandina al primo posto, Leapmotor T03 al terzo, Jeep Avenger al quarto - e una quota che sale al 28,9%, in crescita rispetto all’anno precedente. Nei privati il segnale è ancora più netto: volumi +52% e quota dal 20,8% al 27,3%. Non un boom, ma un ritorno di vitalità selettiva. E qui il paradosso si fa quasi politico, prima ancora che economico.
Perché mentre l’Italia mostra numeri migliori della media europea, proprio quei numeri rischiano di complicare il dossier che più interessa al governo: lo spazio di manovra di bilancio. Domani la Commissione europea dovrà rispondere alla richiesta italiana di maggiore flessibilità per fronteggiare il caro energia. E qui la storia si ribalta. Raffaele Fitto sta lavorando da settimane per costruire un canale di flessibilità intelligente: riassegnare risorse dei fondi di coesione, allargarne l’uso, rendere più elastica la risposta ai rincari energetici.
Ma c’è un problema che a Bruxelles conoscono bene: se un’economia cresce più degli altri, diventa difficile sostenere che abbia bisogno di spinte extra. In altri termini, la narrativa del «caso Italia» perde urgenza proprio quando i dati migliorano. E così si arriva all’ultima ironia del meccanismo di Bruxelles: più l’Italia va bene, più diventa complicato convincere l’Europa che deve aiutarla.
A questo punto, per una volta, non resta che una sola speranza operativa: affidarsi al Partito democratico. Continua a ripetere che il nostro Paese è in crisi nera, stagnante, quasi sull’orlo del baratro. Magari, alla fine, riuscirà a convincere la Commissione europea. Per paradosso, a furia di catastrofismo rischiano di fare un favore a Giorgia Meloni. E, del tutto involontariamente, anche all’Italia.
Ai cantori delle virtù salvifiche per l’Italia del debito comune Ue pare essersi rotto il giocattolo tra le mani.
Infatti, per quanto riguarda il finanziamento delle spese per la difesa, è passato senza colpo ferire il termine del 31 maggio (non perentorio) per firmare l’accordo di prestito per lo strumento Safe, per il quale l’Italia aveva opzionato la somma di 14,9 miliardi.
Una sorta di Pnrr militare che mette a disposizione degli Stati membri prestiti, a condizioni almeno in apparenza particolarmente vantaggiose, fino a 150 miliardi, di cui finora sono stati opzionati circa 130 miliardi.
Ora è arrivato il momento di passare dalle opzioni non vincolanti ai fatti concludenti e l’Italia non è più così convinta di aggiungere altri 15 miliardi ai 123 miliardi di debiti che già oggi abbiamo con la Ue. L’ipotesi che circola è quella di chiedere un prestito di soli 4-5 miliardi, una cifra così modesta rispetto alle dimensioni della nostra finanza pubblica, che appare sostanzialmente un garbato rifiuto. Ed è evidente lo smacco per i difensori in servizio permanente effettivo del debito comune come bacchetta magica in grado di risolvere tutti i nostri problemi.
Eppure i segnali premonitori non erano mancati. Già nel documento di finanza pubblica di fine aprile si attribuivano al Safe solo «alcuni vantaggi finanziari». Insomma, l’equivalente della scelta di una banca per il mutuo, una volta deciso di ristrutturare la casa. Con l’essenziale precisazione, nascosta in una noticina in fondo a pagina 80, che «il piano presentato alla Commissione contempla tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio e non porteranno a spese aggiuntive. Fanno eccezione quattro voci che esulano dal perimetro dei progetti finanziabili col Safe; il loro importo è estremamente limitato e la copertura avverrà tramite riduzione di altri capitoli di spesa». Concetto ribadito dal ministro Giancarlo Giorgetti a metà maggio alla Camera: «La quasi totalità dei programmi di spesa che l’Italia pensa di finanziare con Safe riguarda contratti già esistenti e tuttora in corso di esecuzione».
In altre parole, al Mef e alla Difesa hanno svuotato i cassetti, prendendo progetti già inseriti a bilancio e quindi nei tendenziali di spesa, e li hanno candidati al finanziamento con il Safe, anziché con l’emissione di titoli pubblici. Nessuna spesa aggiuntiva causata dalla Ue. Esattamente come avvenuto col Pnrr per circa 60 miliardi su 194.
Il 31 maggio la scadenza riguardava la firma degli accordi di prestito, degli accordi operativi e la presentazione dei contratti firmati aventi come unico committente l’Italia, dopo questa data devono essere coinvolti almeno due Stati membri. Quindi tecnicamente c’è ancora tempo, ma è la volontà politica che sta vacillando. Perché contemporaneamente il presidente Giorgia Meloni e lo stesso Giorgetti hanno più volte ribadito l’insostenibilità politica di prestiti per le spese militari, mentre la Commissione non autorizza un maggiore deficit per aiutare famiglie e imprese colpite dalla crisi dei prezzi energetici.
Una posizione di sfida che a Bruxelles non hanno preso bene e, come spesso accade in questi casi, hanno affidato i loro malumori ad una sapiente «velina» veicolata sul Financial Times che ha immediatamente ripreso notizie di un «furioso litigio» sul tema tra la Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Le perplessità dell’Italia dovrebbero essere però fondate anche sul rapporto costi-benefici degli ipotetici 15 miliardi di prestito Ue. Infatti, premesso che una somma del genere è solo una piccola frazione delle emissioni annuali del Tesoro, anche su lunghe scadenze come 10 e 30 anni, l’Italia sta già sperimentando sulla sua pelle (e sui suoi conti) con i prestiti del Pnrr, che il vantaggio in termini di costo per interessi è modesto. Infatti come già spiegato qualche settimana fa su questo giornale, quando la Commissione si indebita sui mercati per prestarci il denaro fa delle ben precise scelte in termini di scadenze, che sono effettivamente risultate subottimali. Si è indebitata a breve quando i tassi a lunga erano molto bassi e ora è costretta a rifinanziarsi a tassi ben più alti, ribaltando l’onere sui malcapitati Stati membri debitori.
Ma anche a parità di scadenze, il minor costo per interessi spuntato dalla Ue sui mercati rispetto al Tesoro italiano è diventato ormai irrilevante. Fino alla scadenza di 2 anni siamo praticamente alla pari, ma anche sulle scadenze di 5, 10 e 30 anni lo spread tra i due emittenti è ridotto rispettivamente a 25, 42 e 45 punti base, stando alle quotazioni di ieri.
40 punti base su un prestito di 15 miliardi, significano circa 60 milioni all’anno in più di oneri finanziari. Tuttavia va considerato che trattasi di un prestito di fatto privilegiato nel rimborso, assistito da vincoli molto stringenti a carico dell’Italia, anche per la natura delle spese finanziabili. Su 15 miliardi sarebbe sufficiente spendere «inutilmente» anche solo 100 milioni e i 60 milioni di risparmio teorico sugli interessi sfumerebbero in un attimo. Per non parlare del costo della burocrazia Ue che c’è dietro quel prestito, comunque a carico del debitore. Ma sono conti che al Mef sanno fare benissimo, evitando di ascoltare i canti delle sirene di Bruxelles.





