«Razzisti!». «Sostituzione etnica!». «Ci vuole più Europa!». «Blocco navale!». Il cosiddetto dibattito sull’immigrazione è diventato da qualche anno una specie di rissa tra tifoserie vagamente allucinate, mentre la realtà corre e cambia portando problemi giganteschi di convivenza, di leggi, di equilibri economici, sociali, previdenziali, culturali. Eppure, poco più di vent’anni fa, prima dell’11 settembre, sarebbe stato possibile impostare l’intera faccenda entro binari più ragionevoli e sensati. Nel senso che i pensieri e le parole per evitare il tritacarne degli slogan inutili ci sarebbero stati. Giacomo Biffi, Giorgio Gaber e Giovanni Sartori da punti di vista, con ruoli e linguaggi e scopi decisamente diversi tra loro, hanno dato vita a un dialogo, diretto e indiretto, proprio sui temi dell’immigrazione, del rapporto con l’altro, del senso della convivenza tra diversi. Il primo, grande cardinale, si attirò insulti e strali per aver osato dire che l’accoglienza va declinata nell’ambito del possibile, che non tutti gli immigrati sono uguali, e che integrare chi abbia una concezione di donna, di famiglia e di educazione troppo diversa non è sempre facile. Lo applaudì giusto Giovanni Sartori, mente critica di sinistra, riconoscendo i tratti di una sana laicità che in nulla faceva a botte con la posizione religiosa. E poi c’è Gaber, capace di mettere in parole e musica il tema dell’altro. Ce n’è di che imparare molto, oltre vent’anni dopo.
- Uno scheletro di Stegosauro è stato recentemente venduto per 44,6 milioni di dollari. Quella che pochi anni fa era un’attività per scavatori occasionali è oggi un mercato che coinvolge fondi di investimento e gallerie d’élite.
- Il paleontologo: «Un tempo la compravendita era selvaggia, ora molti Paesi stanno introducendo regole stringenti. Però negli Usa chi rinviene un reperto nel proprio terreno ne può ancora disporre liberamente».
Lo speciale contiene due articoli
È stata un’asta destinata a passare alla storia, o forse, considerato l’interesse crescente per questo genere di «opere», a segnare solo un precedente destinato ad essere superato. Sono passati due anni da quando Sotheby’s a New York batté, in una seduta animata da offerte al rialzo, la cifra record di 44,6 milioni di dollari, ma se ne parla ancora. Non si trattò di gioielli o quadri ma nientemeno che ossa, anche se preistoriche: fossili di dinosauri. Benvenuti nel Jurassic Cash! Era luglio 2024, quando il miliardario Ken Griffin, fondatore del colosso degli hedge fund Citadel, sborsò quella cifra record per aggiudicarsi Apex, lo scheletro di uno Stegosauro eccezionalmente conservato, rinvenuto in Colorado. Apex polverizzò le stime iniziali (che oscillavano tra i 4 e i 6 milioni) e superò il precedente record di Stan, un Tyrannosaurus Rex venduto nel 2020 per 31,8 milioni di dollari all’Abu Dhabi Natural History Museum.
Un tempo i dinosauri dominavano la Terra grazie alle dimensioni mastodontiche, oggi, a milioni di anni dalla loro estinzione, questi giganti della preistoria sono tornati protagonisti di un ecosistema altrettanto spietato: il mercato globale dei beni di lusso. L’analisi condotta di recente da Bloomberg nel podcast Odd Lots, dal titolo significativo Inside the Booming Market for Dinosaur Fossils, accende i riflettori su un business che ha smesso di essere una nicchia accademica per trasformarsi in una delle asset class più calde, speculative e affascinanti del momento. Si stima che il mercato di dinosauri nel mondo, per gli anni 2024-2025, valga all’incirca 70-80 milioni di euro, di cui quello italiano costituisce una piccola fetta: vale circa 3 milioni. Un mercato trasversale, di cui fanno parte lotti che costano una fortuna.
In ballo ci sono cifre da capogiro che sollevano una domanda: perché le ossa di dinosauro stanno finendo nei salotti dei multimilionari e nei portafogli dei fondi d’investimento invece che nei musei pubblici? Nel caso di Apex l’acquirente ha subito detto che non era sua intenzione collocarlo nell’atrio della propria mega-villa, ma che lo avrebbe prestato a un museo statunitense, come riportato dal Wall Street Journal.
Come spiegato dagli esperti del settore, tra cui Salomon Aaron della prestigiosa galleria londinese David Aaron (specializzata nell’intermediazione di questi reperti biologici), il mercato dei fossili sta vivendo una transizione epocale, strutturandosi sulla falsariga di quello dell’arte contemporanea o delle antichità di pregio.
Fino a pochi decenni fa, il commercio di ossa di dinosauro era un settore informale, popolato da appassionati, scavatori amatoriali e istituzioni accademiche con budget limitati. Oggi la compravendita è regolata da intermediari finanziari, gallerie d’élite e case d’asta internazionali. Per determinare il valore di un fossile entrano in gioco criteri rigorosi che ricalcano il concetto di «provenienza» nell’arte. Non basta trovare un osso: occorre dimostrare legalmente dove e quando è stato estratto. I venditori moderni forniscono video integrali dello scavo, documentazioni notarili sulla proprietà dei terreni e certificazioni scientifiche.
Un altro fattore cruciale è la completezza e l’integrità dello scheletro. Trovare un dinosauro intatto al 100% è quasi impossibile; per questo, il valore commerciale è strettamente legato alla percentuale di ossa originali rispetto a quelle riprodotte tramite stampanti 3D o resine. Più la «materia prima» è autentica, più il prezzo sale in modo esponenziale.
Dietro l’acquisto di un miliardario c’è una filiera complessa. La figura del «cacciatore di dinosauri» si è professionalizzata. Sapendo che nel mondo c'è una platea di miliardari, dai «tech bro» della Silicon Valley, ai magnati asiatici o ai banchieri di Wall Street disposti a tutto pur di accaparrarsi ed esibire un predatore preistorico nelle proprie sedi, il numero di cercatori privati è esploso.
Le regole del gioco, tuttavia, cambiano radicalmente a seconda della geografia. Negli Stati Uniti, la legge prevede che tutto ciò che viene trovato su un terreno privato appartenga al suo proprietario. Questo ha creato una vera e propria corsa all’oro nel West americano (Montana, Wyoming, Colorado), dove i proprietari di ranch preferiscono vendere i diritti di scavo al miglior offerente privato piuttosto che collaborare gratuitamente con le università. Al contrario, in Paesi come la Mongolia, la Cina o il Brasile, i fossili sono considerati patrimonio nazionale e l’esportazione è severamente vietata. Ciò non toglie che esista un florido e rischioso mercato nero, contro cui le agenzie doganali internazionali combattono costantemente.
Il boom di questo mercato non è privo di feroci polemiche. La comunità scientifica internazionale lancia da anni grida d’allarme rimaste spesso inascoltate. La paleontologia è una scienza comparativa: per comprendere l’evoluzione, il comportamento e l’estinzione di una specie, gli scienziati hanno bisogno di studiare, scansionare e confrontare quanti più esemplari possibile. Quando uno scheletro finisce nella collezione privata di un magnate, l’accesso a quel pezzo di storia della Terra viene precluso alla scienza. Alcuni studi stimano che oltre la metà degli scheletri di T-Rex conosciuti al mondo si trovi oggi in mani private.
Tuttavia, i sostenitori del mercato privato offrono una prospettiva differente. Molti collezionisti privati, come lo stesso Ken Griffin, scelgono di finanziare gli scavi (che richiedono milioni di dollari in logistica e tecnologia) e spesso concedono i pezzi in prestito a lungo termine ai grandi musei pubblici. Inoltre, le gallerie d’arte sostengono che la commercializzazione fornisca capitali che altrimenti lo Stato non investirebbe nella salvaguardia di reperti che, altrimenti si perderebbero. «I fossili che vengono scoperti sono quelli che vengono lentamente portati alla luce a causa dell’erosione e degli agenti atmosferici», spiega Cassandra Hatton, specialista di reperti scientifici e storici di Sotheby’s. «Si può scegliere se affidare lo scavo a un paleontologo professionista oppure perderli per sempre, a voi la scelta».
Dal punto di vista puramente economico, valutare questi beni resta una sfida monumentale. Se nel 1997 il T-Rex Sue venne acquistato dal Field Museum di Chicago per 8,3 milioni di dollari (grazie al supporto di sponsor come McDonald’s e Disney), i balzi in avanti odierni dimostrano che le normali leggi della domanda e dell’offerta non si applicano a questa categoria di acquirenti. Per i multimilionari, possedere un dinosauro è uno stravagante «status symbol» che supera l’acquisto di un jet, di uno yacht o di un quadro di Picasso. Rappresenta il possesso di un tempo remoto, un frammento di eternità. Ma c’è anche un mercato più abbordabile dove piccoli oggetti da collezione si possono acquistare per poche decine di euro su Ebay. I dinosauri, dopotutto, non sono mai stati così vivi.
«Spesso è un agricoltore a segnalare. In Italia trovati esemplari interi»
«I fossili di dinosauro potenzialmente sono presenti in tutto il mondo, ma di solito le ricerche dei paleontologi si concentrano lì dove ci sono già testimonianze di reperti. Quindi si seguono le indicazioni geologiche, per capire quali possono essere gli strati di rocce dove è più probabile rinvenirli. Ma spesso le scoperte avvengono su segnalazione degli agricoltori che lavorando la terra portano in superficie le ossa». Filippo Bertozzo, paleontologo all’Istituto di Scienze naturali di Bruxelles, uno dei più ampi e prestigiosi in Europa, ci guida alla comprensione di questo mondo.
Dove sono stati rinvenuti i maggiori reperti di dinosauro?
«Quelli che si sono preservati quasi intatti sono stati rinvenuti in Cina, Nord America, Argentina, Tanzania, Marocco, Francia, Spagna e Italia».
Dove in Italia?
«Nel nostro Paese sono stati rinvenuti quattro dinosauri. Quello rinvenuto a Pietraroja, nella zona del Benevento, lo Scipionyx samniticus, noto anche come Ciro, è stato il primo dinosauro trovato in Italia, nel 1980, ed è celebre a livello mondiale per l’incredibile stato di conservazione dei suoi tessuti molli e organi interni. La sua fossilizzazione è considerata un unicum paleontologico poiché ha conservato tracce di organi di cui muscoli, fegato, intestino e perfino cartilagini. Questo eccezionale stato di conservazione ha permesso agli scienziati di ricostruire perfino la sua dieta a base di piccoli pesci e carne. Poi c’è quello rinvenuto nel 1994 nel Villaggio del Pescatore a Duino vicino Trieste; era un grande erbivoro dal becco d’anatra vissuto in un ambiente che allora aveva un clima tropicale. Nello stesso sito sono stati trovati altri esemplari a conferma di un vero e proprio branco. A Saltrio, vicino Varese, è stato scoperto il dinosauro più antico mai rinvenuto in Italia che risale al Giurassico inferiore. Si tratta di un predatore lungo fino a 8 metri. Sui monti prenestini nel Lazio è emerso un sauropode erbivoro dal collo lungo vissuto nel Cretaceo. In Italia sono state rinvenute numerose impronte di questi giganteschi animali in quanto nel Mesozoico la penisola era quasi interamente sommersa dal mare e questo ha favorito la formazione di estesi banchi di fango costiero dove i dinosauri hanno lasciato numerose impronte».
Dalle uova di dinosauro si possono prelevare gli embrioni? È realistico quanto narrato nel film Jurassic Park?
«Anche se è conservato intatto l’embrione all’interno delle uova, entrambi fossilizzati, il Dna è andato perso da milioni di anni. Quindi, no non è possibile riprodurre in laboratorio i dinosauri come nel film Jurassic Park».
Chi ama il fossili dove può acquistarli?
«La Fiera dei fossili di Tucson è la più grande al mondo. Lì si trovano esemplari fossili di tutte le dimensioni. Ci sono anche gruppi che restaurano gli scheletri e vendono i calchi».
Il mercato dei fossili è simile a quello dei reperti archeologici?
«Ha regole diverse. Alcuni paleontologi fanno da consulenti per i venditori di fossili. Fino a qualche anno fa il mercato era selvaggio, ora tanti Paesi stanno proteggendo il proprio patrimonio naturalistico e hanno intensificato i controlli. Negli Stati Uniti però chi trova un reperto nel proprio terreno ne può disporre come crede. Ma i reperti che invece vengono rinvenuti nelle aree federali appartengono allo Stato che ha regole rigide per le autorizzazioni agli scavi».
Nonostante la mole di reperti rinvenuti, la causa dell’estinzione di questi giganti resta ancora oggetto di dibattito?
«Sono stati fatti passi in avanti. Ora abbiamo un quadro ampio sulla causa della loro estinzione che quasi sicuramente fu originata dall’impatto di un meteorite nella regione dello Yucatan, in Messico. Ne seguì una apocalisse climatica e geologica con giganteschi tsunami, terrificanti onde oceaniche che coprirono intere regioni e ceneri che avvolsero il pianeta causando un collasso dei vari habitat e un inverno nucleare. Un impatto devastante superiore a centinaia di milioni di volte un’esplosione atomica, che determinò tra gli altri fattori l’estinzione di questi animali. Un piccolo gruppo di dinosauri riuscì a sopravvivere ma fu soggetto nei millenni successivi a un’evoluzione. La disponibilità di cibo si ridusse e determinò l’estinzione degli esemplari più grandi. Gli eredi di quegli animali sono oggi gli uccelli, anche la gallina. Non ci dimentichiamo che c’erano dinosauri con le piume».
Generale Fabio Mini, ex capo di Stato Maggiore del Comando Nato del Sud Europa, e già comandante della missione internazionale in Kosovo. Oggi molte cosa sono cambiate, nel momento in cui Trump annuncia il ritiro di 5.000 uomini dalla Germania. L’Europa deve fare da sola?
«C’è un errore di fondo che ci portiamo dietro da tanti anni. Noi europei abbiamo sempre pensato che gli americani fossero qui con le loro forze militari per farci un favore, o per affinità valoriali, quando invece è sempre stata una questione di interessi».
Cioè?
«Durante la guerra fredda c’erano due grandi potenze in equilibrio, e l’unico problema per entrambe era avere un teatro di guerra che non intaccasse i rispettivi territori. Questo teatro era l’Europa, il campo di battaglia perfetto. Non eravamo candidati alla liberazione: eravamo condannati ad avere la guerra sulle nostre teste. Il pericolo sovietico era reale, e il prezzo della sicurezza era quello di fare da campo di battaglia».
In Europa le spese per la difesa sono decollate ovunque. È sostenibile questo riarmo europeo?
«No, perché si sta pianificando solo il versante finanziario, peraltro a debito. La base dev’essere industriale: occorre avere capacità di produzione reale che faccia fronte ai consumi “di guerra”. Gli Stati Uniti, solo sostenendo l’Ucraina, hanno già ridotto di un quarto le loro riserve strategiche di armi e munizioni. Né loro né noi europei abbiamo le capacità produttiva di lungo periodo per bombe, munizioni e logistica».
Quindi il riarmo tedesco non la preoccupa?
«No, perché la Germania non ha i soldi neanche per partire. Semplicemente si prepara a fare debito, e con il debito non si comprano armi e non si costruiscono fabbriche. L’industria bellica, per essere davvero efficiente, deve trovare fondamento nella prosperità economica, altrimenti ti ritrovi con una locomotiva senza vagoni. Le automobili tedesche, per esempio, non potranno competere con quelle cinesi: sono 50 anni indietro».
Come si immagina la nuova Nato, mentre proprio Berlino si candida a guidarla?
«La Nato diventerà semplicemente una Spa, cioè un’agenzia mercenaria fornitrice di materiale militare, spaziale e di comunicazione, a disposizione di chiunque volesse fare la guerra. È un’idea che circola da anni. Se davvero gli americani si ritirassero, la Nato non potrebbe fare altro che questo. E comunque il 90% di quegli asset, ricordiamocelo, sono americani».
Intanto la minaccia russa sta crescendo, anche nella retorica di Mosca.
«Lei la chiama minaccia, io percezione. E chi gestisce le percezioni è la comunicazione. Si dice dappertutto che la Russia sta perdendo la guerra perché non avanza. Io dal primo giorno ho detto: questa non è una guerra di invasione. Non perché i russi siano buoni, ma perché non hanno la capacità di conquistare e mantenere territorio. Non può farlo la Russia, e nemmeno l’Europa, perché mancano le forze e le strutture organizzative».
Come fa a parlare di «percezione», quando stiamo vivendo la peggiore corsa agli armamenti degli ultimi decenni, e Mosca ordina esercitazioni nucleari al confine con Paesi Nato?
«Mi preoccupa molto la retorica nucleare portata avanti da una parte dello Stato Maggiore russo. E allo stesso tempo mi preoccupa la postura provocatoria degli Stati baltici, finalizzata ad ottenere ciò che vorrebbe Zelensky, vale a dire l’innalzamento della tensione e il coinvolgimento europeo».
Se non difendersi, cosa dovrebbe fare l’Europa?
«Dissuasione sì, ma integrata con altri mezzi. Occorre rendere l’avversario partecipe e collegato alle nostre vicissitudini - diplomazia, ma anche interdipendenza economica, finanziaria e sociale. Se uno è dipendente dall’altro, tutti e due hanno l’interesse comune a non far precipitare l’equilibrio».
Il primo passo per arrivare a una distensione sarebbe togliere le sanzioni alla Russia?
«No, il primo passo è mettersi a tavolino e discutere con serietà. Questa cosa l’ho detta in tv dalla Gruber all’inizio della guerra, e non mi ha chiamato più. Ai negoziati si va non soltanto con la lista delle pretese, ma anche con la lista delle cose che si è disposti a cedere. E a questo punto non ci siamo mai arrivati».
Chi può fare da mediatore con Putin? Angela Merkel?
«No. Merkel è una di quelli che ha partorito gli accordi di Minsk, che erano soltanto delle prese in giro, un trucco delle tre carte. Servono personaggi non affetti da russofobia, privi di pregiudizi culturali. Purtroppo non aiuta l’erosione del diritto internazionale cui stiamo assistendo negli ultimi anni: tutti gli accordi sugli armamenti sono saltati, e nessuno ha più voglia di riscriverli. Io ho lavorato in un mondo che aveva comunque una sua base giuridica. Oggi non c’è più nulla. Servirebbe una costituente, una convenzione per un nuovo ordine internazionale».
E l’Onu?
«Delegittimata. Alcuni Paesi autoritari, che contano molto nel palazzo delle Nazioni Unite, ne hanno minato la credibilità. Il sistema del veto incrociato poi, si è rivelato un’autocastrazione».
Il primo ministro britannico Starmer, intanto, ha sospeso le sanzioni sul petrolio russo.
«Credo che questa mossa sia frutto di un accordo con l’Unione europea, conseguenza dello shock energetico di questi mesi. Gli inglesi hanno fatto il primo passo sulle sanzioni, gli altri Paesi europei seguiranno. C’è qualcosa di ipocrita in tutto questo, ma sono cose che accadono in ogni guerra: si tratta di scambi commerciali».
Al di là dei mezzi materiali, pensa che gli europei abbiano il coraggio per impegnarsi in una guerra ad alta intensità, come prospetta Ursula Von der Leyen, rinunciando agli agi del welfare?
«Non credo, e sarebbe ingiusto imporgli di scegliere tra guerra e pensioni. Mancano gli organici nelle forze armate, nessuno vuole arruolarsi. Gli ucraini sostituiscono la forza lavoro con i droni, ma non basta».
Perché?
«La guerra non si può fare in smartworking. Il robot può sparare al tuo posto, ma per controllare e mantenere il territorio conquistato devi andarci con gli stivali. Stabilire relazioni con le istituzioni, fare in modo che la presenza militare venga accettata dalla popolazione. Per far questo serve l’uomo, non basta la macchina».
E a livello culturale, dopo 80 anni di pace, gli europei sono pronti a sacrificarsi?
«Nel Novecento c’è stato il nazionalismo, con tutte le sue conseguenze nefaste. Ma se mettiamo da parte le degenerazioni, amare la patria e volerla difendere è un sentimento positivo».
Ebbene?
«A me non sembra che gli europei amino le loro classi dirigenti e le istituzioni europee. Si può imporre un dovere di difesa della patria quando l’amore per la bandiera è ai minimi termini?».
Come se lo spiega?
«Forse la narrazione cosmopolita, la retorica della cittadinanza europea, ha reso l’ideale di patria obsoleto. E la storia non torna indietro. Il problema è che, se nei cittadini non c’è questo afflato, allora la guerra diventa soltanto un grande affare economico».
Un affare?
«Certo, e vale per tutti i Paesi, dall’Occidente, alla Cina, alla Russia. Il rischio oggi è che la guerra non abbia alcuna visione strategica, nessuna condivisione, ma solo una dimensione materialistica, che non ha niente a che vedere con il patriottismo».
Lei viene accusato di essere un generale pacifista. Cosa risponde?
«Ma quale pacifista. Sono un amante della pace, che è ben diverso. Uso la ragione, guardo i dati, penso a cosa è accaduto in passato, e poi parlo. Se essere pacifista significa solo scendere in piazza e rinunciare alla sovranità nazionale, allora non ci siamo proprio».
«Il conservatorismo sociale italiano che blocca crescita e investimenti». Questo era il titolo del commento firmato dalla professoressa Fornero, pubblicato ieri sulla Stampa. Un titolo che, confessiamo, ci aveva immediatamente fatto storcere il naso per quell’odore di snobismo che emanava. Però - ci siamo detti - mica possiamo essere proprio noi a cadere nell’errore di accoppiare titolo e articolo come fossero usciti dalla stessa mano, quindi ci siamo scrollati di dosso il pregiudizio e abbiamo cominciato la lettura del commento.
E… il pezzo era peggio del titolo. Lo snobismo del titolo era nulla rispetto alla tracotanza con cui l’ex ministro giudica gli italiani. Se infatti il «paziente Italia» non riesce ad avere una reazione rapida nonostante i finanziamenti del Pnrr, nonostante governi di diverso colore e pure uno guidato da Draghi, e nonostante quest’ultimo sia esempio della tanto osannata stabilità, di chi è la colpa? Qual è - per dirlo con la Fornero - il malessere profondo del Paese? Il conservatorismo degli italiani. «Un conservatorismo non ideologico, ma culturale e sociale: la tendenza a rifugiarsi nella rassicurante retorica della “grande bellezza”, del “genio italico”, del “piccolo è bello”»; l’idea che (attenzione qui, ci permettiamo di sottolineare) «casa e pensione rappresentino ancora gli approdi essenziali dell’esistenza». Per farla breve, se non cresciamo non è che le ricette miracolose di quelli bravi - quelle per cui l’austerity era dolorosa ma necessaria - erano e sono ricette fanatiche impregnate di neoliberismo; no, la colpa è degli italiani che sono conservatori, perché vorrebbero conservare quella ricchezza su cui invece tutti vorrebbero mettere le mani; una ricchezza che è impregnata di sudore del lavoro, una ricchezza che poggia su due asset considerati un bancomat da tutti i governi, cioè la casa e le pensioni, come se si trattasse di bottini di rapine!
Ma andiamo oltre nell’analisi della Fornero: il conservatorismo culturale e sociale «alimenta l’opinione che gli immigrati o il prolungamento della vita lavorativa sottraggano opportunità ai giovani, interpretando il mercato del lavoro come se fosse caratterizzato da un numero fisso di posti, secondo una logica di sostituzione (“esci tu che entro io”) anziché di inclusione e complementarità». La vicenda di Modena è la spia di come senza lavoro dignitoso non ci sia vera integrazione, con la differenza che se finora gli italiani di prima generazione non si sono infilati in una macchina per sterminare un po’ di gente che passeggiava in centro città, lo dobbiamo al ruolo di chi - grazie alla casa e alla pensione - si è prestato come ammortizzatore sociale. Vedremo cosa succederà con quel «cambiamento» che tanto piace alla Fornero, la cui moderna composizione vedrà robot e intelligenza artificiale concorrenti dei lavoratori in carne e ossa, con la differenza che per automazione e IA fanno a gara per dare incentivi, mentre i lavoratori costano sempre un botto di tasse! Siccome gli italiani conservatori, colpevoli appunto di difendere casa e pensioni, sono i veri colpevoli della mancata crescita e comandano il gioco, ecco che la politica - maggiormente quella di centrodestra -«non ha contrastato questa tendenza; al contrario, vi si è adattata. Facendosi ispirare dal populismo, ha progressivamente rinunciato al suo ruolo di indirizzo e di guida per adottare quello del “buonismo”, del protezionismo, del nazionalismo, del ricorso generalizzato a sussidi e bonus. Si “proteggono” gli individui, le imprese, la nazione, senza un vero ordine di priorità come se le risorse fossero illimitate; […] si scelgono le generazioni presenti a scapito di quelle giovani e future, che hanno scarso peso politico ma sopporteranno il costo delle decisioni odierne».
Ancora con questa gigantesca balla, costruita dalla propaganda mercatista, per cui se difendi la casa, le pensioni, le pmi fai il male delle nuove generazioni e dell’Italia. Sono convinto che la Fornero sia solo una fanatica in buona fede e che non veda le contraddizioni della sua ipocrita narrazione consegnata alla Stampa (ahi, il conservatorismo…); tuttavia questo non la esenta dal dover cominciare a dire che gli italiani hanno pagato sempre il prezzo più alto e si sono sempre ritrovati - la maggioranza, non solo il Cipputi - il famoso ombrello nel didietro perché i grandi prenditori tipo la famiglia Agnelli/Elkann ci hanno fregati. (Inviterei la Fornero alla prudenza quando parla di italiani evasori: la Procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per John Elkann e per il commercialista Gianluca Ferrero con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale fraudolenta. Volesse qualche volta vergare anche su questo...). Così come ci hanno fregati tutti quei manager che di industria non capiscono nulla ma sanno ogni trucchetto per moltiplicare i loro guadagni con bonus e prestidigitazioni varie. Sono costoro che fregano l’Italia e gli italiani; ed è a costoro che persino il governo Meloni non ha saputo mettere un freno.
Pertanto è ora di finirla con queste prediche ipocrite sul «conservatorismo», tipo quella scritta dalla Fornero o dall’altro professore, Aldo Grasso, che ieri se l’è presa con la creatività dei balneari impegnati a difendere la loro piccola impresa. È vero, professor Grasso: vorrebbero allargare la mappatura delle spiagge includendo quelle dei fiumi e dei laghi (del resto anche quelle generano attività imprenditoriali analoghe), ma se la mappatura creativa è l’esempio tipico del malcostume italiano, Grasso si faccia spiegare come, con trucchetti decisamente più pelosi di quello dei balneari, fior di aziende - private e pubbliche - abbelliscono bilanci profondamente in rosso, quasi da fallimento. Sempre di salvataggi si tratta, no?
«Tutte le mattine quando entro in reparto leggo “Infettivologia Carlo Urbani” e mi dico che vale la pena fare questa professione, che la fatica è nulla in confronto a ciò che ha fatto lui». Chiara Valeriani non è una virostar, lei, laureata giovanissima alla Politecnica delle Marche in quel Policlinico Torrette più e più volte premiato come migliore ospedale pubblico d’Italia, è un medico «da corsia» sul fronte dell’infinitamente piccolo e del sempre potenzialmente mortale.
E mette in guardia: «Avremo altre epidemie, ma non dobbiamo vivere con la paura: questa variante Ebola, anche se per ora sta in Africa, va seguita con estrema attenzione». Capelli rossi, sorriso appena melanconico, minuta, carattere d’acciaio anche se - sussurra - «più di una volta ho pianto di fronte a storie di Hiv, quando hai fra le mani la vita di un bimbo e vorresti poter entrare nelle sue cellule e liberarlo dal male». Due figli piccoli - la teppa e il genietto -, un marito medico «altrimenti non mi sopporterebbe» e una scelta fatta da adolescente: sarò medico. E poi l’incontro con Carlo Urbani: il virologo che ha liberato il mondo dalla Sars (la sindrome respiratoria acuta) prevenendo una devastante epidemia e per farlo c’è morto. «Qui a Macerata, nelle Marche, non c’è studente di medicina o un medico che non senta parte dell’eredità del professor Urbani. Il suo piano pandemico era stato adottato nel 2003 dall’Oms, e studiare ciò che lui ha fatto e intuito è una fonte inesauribile. Forse è per questo che la virologia clinica è quella che mi affascina: la ricerca è fondamentale, ma la cura è la mia scelta».
Si pensava, passata l’emergenza Covid, di stare tranquilli e invece prima l’Hantavirus, ora l’Ebola: che succede?
«Precisiamo subito: il Covid è vivo e lotta insieme a noi. Lo abbiamo messo sotto controllo, non fa più paura, ma non si è dissolto. Però ci ha fatto anche un piacere: adesso siamo molto più pronti ad affrontare le emergenze. Abbiamo i kit, abbiamo diagnostiche più avanzate e gli ospedali - almeno è il caso di quello di Macerata, ma anche di quelli nel resto delle Marche -, sul fronte delle infezioni e delle virosi oggi sono molto capaci di rispondere. Quanto alle nuove emergenze, il quadro è da prendere in seria considerazione. Per quel che riguarda l’Hantavirus ci sono stati pochi casi segnalati. È molto più preoccupante in potenza l’allarme Ebola e non è un caso che l’Oms abbia subito attivato una procedura di stretta sorveglianza e abbia alzato al massimo il livello di rischio con valenza globale. È il gradino sotto la pandemia. A conferma di quanto dicevo il nostro Epicentro, che è la cabina di regia, per così dire, di noi infettivologi, ha subito diramato un vademecum. Geograficamente il rischio Ebola è molto lontano da noi, ma questo non deve farci abbassare la guardia per due ragioni. La prima è che la velocità di diffusione del virus è impressionante, la seconda è che viaggiamo tanto e le probabilità di contagio aumentano esponenzialmente».
Lei è molto decisa nel delimitare il rischio, precisa nell’illustrarlo e al tempo stesso cauta, ma le persone nel post Covid come si pongono? Sono più informate o spaventate?
«Le persone sono più spaventate. S’informano, chiedono, ma fanno fatica a capire la reale minaccia di questo o quel virus. Su Ebola siamo bombardati di richieste. Credo che derivi anche dal fatto che le persone in generale hanno più patologie perché sono più anziane e quindi si preoccupano di più. Ma anche i virus sono più aggressivi, perfino il Cmv (citomegalovirus, che è un herpes comunissimo, ndr) e la banale mononucleosi sembrano poter dare quadri con necessità di ricovero! L’abbiamo notato. E i batteri sono tutti o quasi multiresistenti. Colpa dei sanitari che usano in modo eccessivo e improprio gli antibiotici, degli agricoltori e allevatori che usano nel bestiame antibatterici misti a cibi e selezionano resistenze. I batteri sono intelligentissimi. Veloci nell’adattarsi e un passo sempre avanti anche nel superare le molecole più “nuove”. Ecco perché nel territorio e in ospedale nel primo accesso bisogna mantenersi bassi con antibiotici di largo spettro. Solo successivamente o in casi gravissimi (shock settico) lo specialista infettivologo si confronta con l’internista e si può alzare il tiro usando farmaci più potenti, ma con maggiore selezione di resistenza. E se il paziente sta meglio e non è più molto grave si deve andare a scalare».
Lei sembra parlare con i virus e i batteri. Che tipi sono?
«Sono furbi. I batteri comunicano tra loro attraverso segnali chimici per monitorare la propria densità di popolazione. Quando raggiungono un certo numero coordinano comportamenti di gruppo, come l’attacco al sistema immunitario ospite o la formazione di biofilm per difendersi dagli antibiotici. Sono in grado di modificare il proprio comportamento e il proprio genoma per sopravvivere ad ambienti ostili. I virus hanno invece una intelligenza “evolutiva”. Pur essendo semplici parassiti intracellulari, i virus dimostrano una grande capacità di adattamento. Mutano rapidamente per sfuggire alle difese immunitarie e per infettare nuove cellule. Studi recenti, non ancora approfonditi, suggeriscono che anche i virus abbiano una sorta di vita sociale, cooperando e rivaleggiando all’interno dell’ospite, influenzando la loro forma fisica e la loro evoluzione».
Torniamo all’Hantavirus. È un pericolo reale? Si è detto che lo portano i topi, che viene dal contatto con le feci dei ratti. Ma chi ragionevolmente sta a contatto con i bisognini dei roditori? Piuttosto: è vero che non c’è un vaccino?
«Domanda complessa. Provo a rispondere. Sull’Hantavirus abbiamo informazioni di diversi casi in Cile, in Olanda, ma ciò che più conta è che stavolta - al contrario dei ritardi accumulati col Covid - c’è molta più attenzione sul monitoraggio e sull’informazione da dare alle persone. Quanto al vaccino si è detto che in nove mesi sarebbe stato pronto basandosi sull’esperienza fatta con gli anti Covid. E tuttavia si deve tenere conto che i batteri e i virus ad alta mortalità che non conosciamo mutano molto velocemente o che le diffusioni sono rapide. Bisogna perciò monitorare attentamente gli spostamenti di popolazione. Su Ebola si sta mettendo molta attenzione a questo aspetto, ma su Hantavirus ci sono stati dei buchi. È vero che è un virus che per ora non è mutato, ma ha un’alta mortalità».
Per l’Hantavirus si è detto che c’era un vaccino quasi pronto, ma che non è stato portato avanti perché non ha mercato. Dunque anche i virus hanno le quotazioni a Wall Street?
«Mettiamola così: la ricerca si indirizza dove più alte sono le probabilità che via sia necessità d’intervento. L’Hantavirus è un virus poco diffuso e dunque ci si concentra a sviluppare presidi là dove si sente maggiore emergenza. Nel caso di Ebola sappiamo molto, fin dal 2014 con l’epidemia in Sierra Leone. Sappiamo quali sono le cure e che bisogna essere tempestivi nell’isolamento, ma nel caso della variante che circola ora, la Bundibubugyo (in sigla Bdvbv), non abbiamo né vaccini né farmaci perché è rarissima. Sappiamo che i sintomi sono febbre, dolori muscolari, diarree, che l’incubazione può durare anche tre settimane e che la diffusione è rapidissima e che, sembrerà un paradosso, si diffonde più rapidamente tra i morti che tra i vivi. Si parla già di oltre 65 morti solo in Congo e oltre 500 infetti».
Ma in Europa e in Italia c’è un rischio reale?
«Astrattamente quando l’Oms ti dice che c’è un’emergenza globale il rischio c’è. Dagli ultimi aggiornamenti sappiamo però - è l’ultima valutazione fatta un paio di giorni fa dal Centro europeo di controllo sulle malattie - che il rischio in Europa è molto basso. I casi importati sarebbero comunque rapidamente individuati e isolati. L’allerta c’è ed è efficace».
Diamo un’occhiata al Covid: come stiamo messi? Ed è vero che Covid e Hantavirus sono entrambi scaturiti da zoonosi?
«Sul Covid abbiano ormai terapie e situazione totalmente sotto controllo. Quanto all’Hantavirus ha una serie di almeno venti varianti. È un virus a Rna, e dunque potenzialmente in grado di compiere mutazioni, vive in alcune specie di roditori, che ne costituiscono il reservoir. Cinque di queste mutazioni sono gravi: hanno tempo di incubazione molto lungo e da quel che sappiamo però non ci sono casi di trasmissione da uomo a uomo. Per quel che riguarda le zoonosi, è ovvio che il nostro modo di vivere, i viaggi continui, ma anche i cambiamenti climatici favoriscono questi salti di specie (il Covid quello è stato). E tuttavia con i nostri animali domestici la regola è: avere un’igiene corretta. Cioè lavarsi le mani dopo i contatti con gli animali, pulire le lettiere senza arrivare però a comportamenti ossessivi che isolano completamente l’uomo dai microbi naturali che anzi sono utili per sviluppare la tolleranza immunitaria».
Arbore cantava la vita è tutta un quiz: ma forse è tutta un virus?
«No la vita è bella, quanto ai virus ci sono: dobbiamo solo imparare a evitarli e curarli».






