«Razzisti!». «Sostituzione etnica!». «Ci vuole più Europa!». «Blocco navale!». Il cosiddetto dibattito sull’immigrazione è diventato da qualche anno una specie di rissa tra tifoserie vagamente allucinate, mentre la realtà corre e cambia portando problemi giganteschi di convivenza, di leggi, di equilibri economici, sociali, previdenziali, culturali. Eppure, poco più di vent’anni fa, prima dell’11 settembre, sarebbe stato possibile impostare l’intera faccenda entro binari più ragionevoli e sensati. Nel senso che i pensieri e le parole per evitare il tritacarne degli slogan inutili ci sarebbero stati. Giacomo Biffi, Giorgio Gaber e Giovanni Sartori da punti di vista, con ruoli e linguaggi e scopi decisamente diversi tra loro, hanno dato vita a un dialogo, diretto e indiretto, proprio sui temi dell’immigrazione, del rapporto con l’altro, del senso della convivenza tra diversi. Il primo, grande cardinale, si attirò insulti e strali per aver osato dire che l’accoglienza va declinata nell’ambito del possibile, che non tutti gli immigrati sono uguali, e che integrare chi abbia una concezione di donna, di famiglia e di educazione troppo diversa non è sempre facile. Lo applaudì giusto Giovanni Sartori, mente critica di sinistra, riconoscendo i tratti di una sana laicità che in nulla faceva a botte con la posizione religiosa. E poi c’è Gaber, capace di mettere in parole e musica il tema dell’altro. Ce n’è di che imparare molto, oltre vent’anni dopo.
«Sparire perché rimanga Cristo», questo il programma che papa Leone XIV un anno fa scolpì nella sua prima omelia da pontefice, quella che pronunciò nella Cappella sistina davanti ai cardinali che lo avevano eletto. E ieri a Pompei, esattamente un anno dopo, ha dato il suo corollario: «Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!».
È difficile riuscire a far passare la forza di questo programma «cristocentrico» in un mondo abituato agli slogan facili, ai ritornelli e a escludere l’ipotesi di Dio quasi di riflesso. Un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro del cardinale Robert Francis Prevost, il primo Papa americano della storia, figlio spirituale di Sant’Agostino, quel programma resta l’unica valida interpretazione per capire quale è la natura del pontificato di Leone XIV. Le sfrontate e ridicole tirate d’orecchi che arrivano da Oltreoceano per bocca del presidente Donald Trump sono come cinepanettoni, come un rumore di fondo, per quanto sia importante il pulpito da cui provengono. All’ultima uscita del tycoon, che addirittura accusava il Papa di essere in qualche modo a favore dell’arma nucleare all’Iran, papa Prevost ha risposto che «se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità», aggiungendo che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». Un ruggito gentile quello di papa Leone, ma di certo libero e non facilmente incasellabile (il dibattito sulla «guerra giusta», su cui lo si vorrebbe tirare per la talare, è spesso mal posto pur essendo un dilemma etico colossale).
Matematico, con un dottorato in diritto canonico all’Angelicum, papa Prevost ha una forma mentis che non può non tener conto dei passaggi logico-deduttivi e del rigore strutturale del diritto. Attento alla forma, senza farne un idolo, non è di certo impegnato a obliterare chi lo ha preceduto, come taluni desidererebbero, né può definirsi un «bergogliano», come molti si affrettano a etichettare. In questo primo anno Leone XIV guida la Chiesa con quello che si può definire «metodo Prevost», quello di chi sta cercando di armonizzare il governo della Chiesa, superando personalismi per tornare a una dimensione più corale e meno polarizzata. La sua sfida non è quella di rinnegare l’eredità di chi lo ha preceduto, ma di «disinnescare» le onde d’urto che avevano caratterizzato il passato recente, portando la Chiesa in un porto più sicuro. Come peraltro gli è stato richiesto, nemmeno troppo tra le righe, già dalle congregazioni generali del Conclave che nel maggio 2025 lo ha eletto, un po’ a sorpresa, già al quarto scrutinio.
Mentre Francesco tendeva a scavalcare uffici e gerarchie tradizionali, l’attuale pontefice sta riportando al centro il diritto canonico e la professionalità istituzionale. Le sue nomine sono lo specchio di questa visione, ne possiamo citare alcune in particolare: ha scelto canonisti di comprovata esperienza come l’arcivescovo Roberto Maria Redaelli alla Segreteria del Dicastero per il clero e Filippo Iannone come prefetto al Dicastero per i vescovi. Anche la scelta dell’australiano Anthony Randazzo al Dicastero per i testi legislativi conferma questa linea: un uomo che conosce la Curia dai tempi di Ratzinger, ma che porta con sé l’esperienza pastorale di un vescovo «dell’altro mondo». La nomina dell’arcivescovo Paolo Rudelli a Sostituto per gli Affari generali - la «terza carica» più potente del Vaticano - è un altro segno di questa nuova fase, anche lui canonista, diplomatico di lungo corso, prende il posto del venezuelano Edgar Peña Parra, il quale ha vissuto anni difficili segnati dal processo sull’immobile di Londra. Sono nomine forse poco appariscenti, ma che segnano quella linea del ruggito gentile, della «transizione» verso acque più tranquille, che è parte intrinseca di quello che sembra essere il «metodo Prevost».
Così anche alcune nomine episcopali importanti, Westminster e New York, colgono questo stile. Per la diocesi inglese, il Papa ha selezionato Richard Moth, mentre per la metropoli americana ha scelto Ronald Hicks. Due profili di vescovi appunto simili a papa Prevost, figure «centriste», per così dire, e non facilmente etichettabili.
La gestione del Sinodo sul sinodo, e la conseguente questione della sinodalità, è una partita aperta. Ci sono le corse in avanti della chiesa tedesca, pronta a formalizzare la benedizione fast per coppie irregolari (comprese quelle omosessuali) secondo il celebre documento Fiducia supplicans, ma già stoppate dallo stesso Papa anche in una recente conferenza stampa sull’aereo di ritorno dal viaggio apostolico in Africa. E poi sono in ballo i lavori di attuazione del lungo cammino sinodale (2021-2024) che culminerà in un’assemblea ecclesiale in Vaticano nell’ottobre 2028. È di questi giorni la polemica sollevata dal Rapporto finale del gruppo di studio n. 9, che ha sollevato diverse polemiche in merito al passaggio sull’esperienza delle persone omosessuali. Per ora solo documenti di lavoro, ma Leone XIV finora si è limitato ad ascoltare, tratto forte del suo governo, senza esporsi troppo, ma anche dando qualche segnale.
Come il suo consiglio, quasi sussurrato, dato su un problema tra i più spinosi della vita ecclesiale, quello della cosiddetta «questione liturgica». Senza abrogare formalmente le restrizioni apportate dal predecessore, Leone XIV ha inaugurato quella che si potrebbe definire una «pace liturgica». In un messaggio ai vescovi francesi riuniti a Lourdes, ha esortato a trovare «soluzioni concrete» per l’inclusione generosa di chi aderisce al Vetus Ordo, citando le linee guida del Vaticano II, ma omettendo significativamente ogni riferimento al motu proprio del predecessore Traditiones custodes. Così il Papa sembra voler relativizzare lo scontro ideologico, cercando di assorbire le divisioni e restaurare l’unità partendo dal basso, caso per caso. È il «metodo Prevost», quello che conosce anche i tempi della Chiesa. Che non sono quelli con cui si misurano le cose del mondo.
Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.
Ci sono «quattro Italie» posizionate su letture, interpretazioni e opinioni differenti riguardo al conflitto tra Russia e Ucraina: quattro anime corrispondenti a distinti e ben definiti profili di cittadini italiani. Ma la maggioranza di essi, il 39 per cento, non ne può più della guerra, delle inutili sanzioni, dell’abbandono del gas russo che tanto ha inciso sulle nostre bollette, delle discriminazioni di atleti e artisti e soprattutto degli aiuti militari a Kiev, pari a più di 3 miliardi di euro. Sono in netta minoranza, invece, i cosiddetti «atlantisti», ossia gli italiani più vicini alle posizioni finora adottate dal governo di Giorgia Meloni, tendenza Forza Italia: uno spaccato di popolazione nettamente anti Russia, pro Ucraina e pro sanzioni, che rappresenta però soltanto il 14,2 per cento della popolazione italiana.
Sarebbe da sussurrare all’orecchio del presidente del Consiglio il risultato della ricerca «Il conflitto Russia-Ucraina. Percezione, opinioni, grado d’informazione e valutazioni dei cittadini italiani», condotta da Gpf, storico istituto di ricerche sociali e di mercato, fondato oltre 40 anni fa da Giampaolo Fabris e oggi parte del gruppo Qubit, guidato da Luca Morvilli. La rilevazione, firmata dal direttore scientifico di Gpf, Carlo Berruti, si è conclusa a fine aprile e rappresenta un campione di 1.000 italiani cui è stato sottoposto un ampio questionario su tutte le tematiche chiave della guerra ancora in corso, dalle responsabilità del conflitto alle «soluzioni», si fa per dire, adottate finora, dalle sanzioni, ai costi della guerra.
Pur emergendo una percezione articolata sulla crisi russo-ucraina, il blocco che spicca maggiormente, rappresentando ben 4 italiani su 10, è quello dei critici verso la linea occidentale, le sanzioni e anche il governo. Questo cluster dei cosiddetti «sovranisti anti atlantici» (profilo istruito e «diploma-centrico», la pancia del Paese, si direbbe), politicamente mostra il segnale più netto di distanza dal sistema, al punto che al momento dichiara che non voterà alle prossime elezioni (attenzione, Meloni). Ed è questa «prima Italia» a essere arrabbiata non soltanto con le scelte del partito del premier (che anche prima di arrivare al governo, va detto, dichiarava fermamente il proprio sostegno a Kiev), ma anche con i media, che danno una copertura «non equilibrata» delle diverse prospettive.
Questa maggioranza quasi assoluta di italiani ritiene dannoso per l’Italia l’abbandono delle forniture di gas russe, vuole eliminare o allentare le sanzioni e giudica sproporzionati o inefficaci i sacrifici richiesti sin dal 2022, a partire da quel «volete la pace o il condizionatore acceso?», rivolto dall’allora premier Mario Draghi, in diretta televisiva, a una pletora di telespettatori attoniti dalla mediocrità del messaggio, pur istituzionale. Anche le frequenti discriminazioni di atleti o artisti russi suscitano le loro (e le nostre) perplessità.
La «seconda Italia» che emerge dal sondaggio è quella dei «critici moderati» (cluster di casalinghe con più licenze medie che diplomi), che rappresenta poco più di un quarto del campione (il 27,3 per cento): pur riconoscendo le responsabilità russe, sono più cauti e più critici rispetto ai costi economici e sociali del conflitto. Il gruppo giudica le scelte energetiche «necessarie ma mal gestite», è favorevole ad allentamenti parziali delle sanzioni e considera l’informazione italiana un po’ di parte. A seguire, i «pragmatici» (19,5 per cento, un italiano su cinque), caratterizzati da un approccio focalizzato sulla necessità di una rapida conclusione della guerra. È il segmento meno ideologico, «quello più lavorabile in termini comunicativi», spiegano i ricercatori, perché «non respinge alcuna posizione, non si sente informato per assumerla».
In coda al gruppo, come anticipato, il cluster degli «atlantisti»: di gran lunga minoritario in termini numerici (poco più di un settimo del campione), è però estremamente compatto e «ideologico». Alcune risposte fornite al sondaggio sono emblematiche: sebbene la maggioranza degli intervistati (il 31,2 per cento) sappia che l’origine del conflitto derivi dagli eventi del Donbass nel 2014-2015, gli atlantisti la collocano a febbraio 2022; eppure sono gli unici, tra gli intervistati, a conoscere bene gli accordi di Minsk. E nonostante costituiscano il gruppo che sa, più di tutti gli altri, che nella storia recente i governi italiani e la Ue non hanno mai invitato a fare sacrifici per altre guerre (Yemen, Palestina, Sudan), gli atlantisti li ritengono, per l’Ucraina, «pienamente giustificati: difendere la democrazia vale qualsiasi costo». Non li smuove neanche la notizia che il Pil europeo in questi anni sia cresciuto molto meno di quello russo: «Mi sorprende», dichiarano, «pensavo che le sanzioni avessero indebolito molto di più l’economia russa».
Inoltre, nonostante la maggioranza degli italiani (39,8 per cento) pensi che «le sanzioni non dovrebbero ricadere sui contribuenti, indipendentemente dalla loro entità», secondo gli atlantisti «è un costo giustificato: fa parte delle sanzioni e serve a fare pressione sulla Russia». Come no. Del resto, sono il profilo più istruito della media; rappresentano, se vogliamo, quella fascia di elettori cui si rivolgerebbe il partito di centro fantasticato dalle parti del Quirinale e da spezzoni di Pd, partitini centristi e Forza Italia e infatti votano per Azione di Carlo Calenda e per Italia viva (Matteo Renzi), i cui partiti si attestano sul 2 o 3 per cento, non di più. Sono probabilmente più liberi imprenditori che dipendenti: sarà forse per questo che, «sapendo che il gas russo costava circa 22-26 euro/Mwh e che i prezzi di mercato sono saliti fino a 346 euro nel 2022, attestandosi oggi intorno a 47 euro», continuano a ritenere che il sacrificio «valga il costo nel lungo periodo». E pazienza per quel 34,1 per cento di poveri italiani che non ce la fanno più con le bollette ritenendo, pour cause, che la scelta di abbandonare le forniture sia stata «dannosa» per le proprie tasche o comunque «mal gestita» (35,7 per cento).
Gli autori del questionario, dopo la compilazione, che ha suscitato una maggiore informazione e sensibilizzazione sulla materia, hanno rilevato un cambiamento nelle risposte: il convincimento della prevalente responsabilità russa si è attenuato, mentre è cresciuta la lettura di «responsabilità condivisa». «Il dato indica», sottolineano, «che la maggior informazione, pur non ribaltando il giudizio, lo rende meno lineare e più complesso». Forse anche meno assertivo dell’eterna retorica dell’«aggressore e dell’aggredito», che non ha portato, a distanza di quattro anni, da nessuna parte.
Si riaccende la guerra dei dazi tra Stati Uniti ed Europa. Il presidente Donald Trump lancia l’ennesimo ultimatum a Bruxelles: se non rispetterà l’accordo stipulato nel 2025 con gli Usa, entro il 4 luglio le tariffe aumenteranno «in maniera vertiginosa». L’inquilino della Casa Bianca ha avuto un colloquio con il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nel quale sono stati toccati diversi temi. Mentre sull’Iran c’è identità di vedute, ha riferito Trump al termine della telefonata («siamo d’accordo nel ritenere che non potrà mai dotarsi di armi nucleari»), ci sono motivi di frizione in merito all’accordo commerciale. «Ho atteso pazientemente che l’Ue rispettasse i suoi obblighi derivanti dalla storica intesa siglata a Turnberry, in Scozia, la più grande di sempre», ha detto il tycoon ricordando che in quella circostanza, «è stata fatta la promessa secondo cui l’Ue avrebbe rispettato la sua parte dell’accordo e, come previsto, avrebbe azzerato le tariffe».
Per Washington, Bruxelles è inadempiente. «Ho accettato di dare tempo» all’Ue «fino al 250esimo anniversario della nascita del nostro Paese», dice Trump facendo riferimento alla data del prossimo 4 luglio. «Altrimenti», è la minaccia, «purtroppo, le tariffe saranno subito incrementate in maniera vertiginosa».
L’altolà arriva a meno di una settimana dall’annuncio di un aumento al 25% dei dazi su auto e camion prodotti nell’Unione europea. Un provvedimento annunciato il primo maggio proprio alla luce dell’inadempienza della Ue sull’accordo commerciale di Turnberry e che dovrebbe diventare operativo già in questi giorni. Il primo maggio la reazione dell’Ue è arrivata attraverso le parole di un portavoce della Commissione: «Restiamo pienamente impegnati in una relazione transatlantica prevedibile e reciprocamente vantaggiosa. Se gli Stati Uniti adotteranno misure incompatibili con la Dichiarazione congiunta, manterremo aperte tutte le nostre opzioni per proteggere gli interessi dell’Ue».
Intanto è arrivata una nuova bocciatura dei dazi. Con una sentenza a maggioranza, i giudici della Corte per il commercio internazionale hanno stabilito che Trump ha invocato impropriamente una legge commerciale risalente a decenni fa nel momento in cui ha applicato i dazi del 10% sulla maggior parte delle importazioni negli Stati Uniti, a partire dal mese di febbraio. Un pronunciamento che è un attacco più ampio al modo di procedere della Casa Bianca, ai suoi tentativi di condurre una guerra commerciale senza l’esplicita autorizzazione del Congresso.
Il presidente Usa aveva imposto queste tariffe dopo che la Corte Suprema, a febbraio scorso, aveva invalidato la precedente serie di dazi punitivi. La Casa Bianca si era rapidamente mossa per ripristinarli, ricorrendo a una disposizione mai utilizzata prima del Trade Act del 1974, nota come Sezione 122. Questa norma consente all’amministrazione di imporre tariffe fino al 15% per un massimo di 150 giorni in risposta a «gravi e consistenti deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti» e a situazioni che presentino «problemi fondamentali nei pagamenti internazionali». Che i giudici federali, però, evidentemente non hanno ravvisato. Con ogni probabilità, la Casa Bianca farà ricorso anche contro questa decisione.
La bocciatura da parte dei giudici, anziché semplificare il quadro, in alcuni comparti amplifica l’incertezza. È questa la posizione dell’Unione italiana vini (Uiv). «Per le imprese è un danno che si aggiunge al danno. La speranza per gli imprenditori del vino è poter ridurre, per quanto possibile, l’indeterminatezza attraverso la ratifica dell’accordo di Turnberry, anche se non faremo festa per questo», ha commentato il presidente Lamberto Frescobaldi. Secondo l’Uiv, i dazi hanno indebolito l’export verso gli Usa ma anche la filiera e la rete commerciale americana, come del resto rilevato nei giorni scorsi dalla United states wine trade alliance (Uswta). Gli importatori, distributori, produttori, ristoratori ed enotecari dell’Uswta hanno sottolineato che le tariffe hanno messo in ginocchio l’economia interna del settore con un «danno reale, diffuso e sostenuto da aziende americane lungo tutta la filiera del vino, con un calo delle vendite tra il 5% e il 15% o anche superiore».
I dazi, insomma, hanno complessivamente ridotto l’offerta di questo prodotto negli Stati Uniti e questo è visibile soprattutto nella ristorazione dove, in condizioni normali i vini europei generano margini lordi del 60%. Dalle rilevazioni di Datassential emerge che i menu propongono infatti il 37% in meno di etichette di vino bianco e il 26% in meno di etichette di vino rosso. Lato Italia, l’Osservatorio Uiv mette in evidenza che il calo dell’export nel 2025 è stato del 9,2% (-178 milioni di euro) con un -23% solo nell’ultimo semestre dello scorso anno. Il primo trimestre di quest’anno si è chiuso con un gap tendenziale attorno al -20% (-105 milioni di euro): il peggiore inizio di anno dal 2022, anche se, per l’Osservatorio, dopo 9 mesi di «rosso» già ad aprile i valori delle vendite sono attesi in leggera risalita.





