I grandi racconti di Alice sono ovviamente anche bellissime storie per bambini. Ma un ulteriore piano di lettura apre a un livello differente, in cui Lewis Carroll fa decisamente un discorso «per grandi». Nel seguito del suo libro più noto, il grande scrittore – siamo nel 1871 – parla profeticamente delle battaglie woke, estrema propaggine violenta del politicamente corretto. L’ansia di non ferire la suscettibilità, il furore di emendare storia, cultura e arte da elementi impuri od offensivi, sono sì il segnale di una cultura occidentale allo stadio terminale, ma anzitutto i figli di una tentazione fenomenale: quella di combattere sul linguaggio una battaglia per dominare la realtà. Abbattere le statue, ripulire i racconti di Roald Dahl, cacciare i professori che si permettono di dire che i sessi sono due, registrare i cosiddetti figli di coppie omogenitoriali, sono varie manifestazioni di una guerra di potere in cui la parola punta a definire e sostituire il mondo per determinarlo. E Humpty-Dumpty, l’uovo parlante con cappello, braccia e gambette, nel suo dialogo paternalista con la piccola Alice fa esattamente questo: cerca di dominarla piegando le parole a significare quel che decide lui. «Naturalmente non puoi capire, finché non te lo spiego», dice. La bambina, che scema non è, si accorge che qualcosa non torna e chiede: ma il problema è se le parole possano avere diversi significati. E costringe Humpty a un momento di perfetta sincerità: «Il problema è chi comanda, tutto qua».
«O la laicità vale per tutti o per nessuno». Dopo aver scandito queste parole, nei giorni scorsi, un esponente del Rassemblement national (Rn), il cattolico Kevin Nader, in seno al Consiglio comunale di Ivry-sur-Seine, 65.000 abitanti nei dintorni di Parigi, è poi subito passato, reggendo in mano un crocifisso, a recitare l’Ave Maria.
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo l’estratto di uno dei discorsi di Mario Draghi - già governatore della Bce e premier - che compongono il libro Competere o sparire (Rizzoli, 232 pagine, 20 euro), disponibile da oggi. Il brano proposto è la prolusione di La Hulpe il 16 aprile 2024.
La competitività è stata per molto tempo una questione controversa per l’Europa. Nel 1994, il futuro premio Nobel per l’economia Paul Krugman definì l’attenzione alla competitività una «pericolosa ossessione». Nella sua tesi, la crescita a lungo termine deriva dall’aumento della produttività, che avvantaggia tutti, anziché dal tentativo di migliorare la propria posizione relativa rispetto agli altri e acquisire la loro quota di crescita.
L’approccio adottato nei confronti della competitività in Europa dopo la crisi del debito sovrano sembrava comprovare la sua tesi. Abbiamo perseguito una strategia volta a ridurre in ogni Paese i salari, rispetto a quelli altrui. L’effetto, combinato con una politica fiscale prociclica, è stato solo di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale.
Ma la questione fondamentale non è che la competitività sia un concetto errato in sé. Il punto è che l’Europa ha guardato nella direzione sbagliata. Ci siamo rivolti verso l’interno, individuando tra di noi i nostri concorrenti, anche in settori come la difesa e l’energia, in cui abbiamo in realtà interessi comuni profondi. Allo stesso tempo, non abbiamo guardato abbastanza verso l’esterno: con una bilancia commerciale positiva, non abbiamo considerato il nostro livello di competitività esterna come un’importante questione politica. In un contesto internazionale favorevole, abbiamo confidato nella parità di condizioni e in un ordine internazionale basato su regole, aspettandoci che gli altri facessero lo stesso. Ma il mondo sta cambiando rapidamente, e siamo stati colti di sorpresa.
Soprattutto, altre regioni non si attengono più alle regole e vanno attivamente elaborando politiche volte a migliorare la loro posizione competitiva. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di politiche progettate perché gli investimenti siano reindirizzati verso le loro economie a scapito delle nostre; nel peggiore dei casi, l’obiettivo è renderci permanentemente dipendenti da loro.
[…] L’Unione Europea, dal canto suo, non ha mai avuto un «Industrial Deal» equivalente, anche se la Commissione ha fatto tutto ciò che era in suo potere per colmare questa lacuna. Di conseguenza, nonostante una serie di positive iniziative in corso, manca ancora una strategia generale per una risposta adeguata in molteplici aree. Ciò di cui abbiamo bisogno è una strategia che ci consenta di tenere il passo nella corsa sempre più spietata per la leadership nell’ambito delle nuove tecnologie. Oggi investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina, incluse quelle per la difesa, e solo quattro tra gli attori tecnologici europei globali sono tra i primi cinquanta a livello mondiale. Manca una strategia che ci aiuti a proteggere le nostre industrie tradizionali su un terreno di gioco globale reso disomogeneo da asimmetrie nelle normative, nell’erogazione dei sussidi e nelle politiche commerciali.
il nodo energia
Un esempio è rappresentato dalle industrie ad alta intensità energetica. In altre regioni, queste industrie devono far fronte non solo a costi energetici più bassi, ma anche a minori oneri normativi. In alcuni casi, ricevono massicci sussidi che minano direttamente la capacità delle aziende europee di competere. In assenza di politiche progettate e coordinate in modo strategico, alcune delle nostre industrie vedranno ridursi la propria capacità produttiva o si trasferiranno al di fuori dell’Unione Europea. […]
Ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno è invece un’Ue che guardi al mondo di oggi e di domani. Ed è quindi un cambiamento radicale quello che propongo nel rapporto che mi è stato richiesto dalla presidente della Commissione, perché è di questo che abbiamo bisogno.
In definitiva, si tratterà di realizzare la trasformazione dell’intera economia europea. Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti; su un sistema di difesa integrato e adeguato che sia fondato sull’UE; su una manifattura nazionale nei settori più innovativi e in rapida crescita; e su una posizione di leadership nel deep tech e nel digitale vicini alla nostra base manifatturiera. Ma i nostri concorrenti si muovono velocemente: dunque dobbiamo anche stabilire delle priorità. Sono necessarie azioni immediate nei settori con la maggiore esposizione alle sfide delle tecnologie green, digitali e di sicurezza. Il rapporto si concentra su dieci macrosettori dell’economia europea.
Ogni settore richiede riforme e strumenti specifici. Tuttavia, nella nostra analisi emergono tre filoni comuni per quanto attiene alle politiche di intervento.
Il primo filo conduttore è il raggiungimento di economie di scala. I nostri principali concorrenti stanno approfittando della loro condizione di economie di dimensioni continentali per accrescere la propria capacità produttiva, aumentare gli investimenti e conquistare quote di mercato nei settori in cui più conta. In Europa, godiamo dello stesso vantaggio naturale in termini di dimensioni, ma a frenarci è la frammentazione. Nel settore della difesa, ad esempio, la mancanza di economie di scala sta ostacolando lo sviluppo della capacità industriale europea, un problema riconosciuto nella recente Strategia europea per l’industria della difesa. I primi cinque operatori negli Stati Uniti rappresentano l’80 per cento del mercato, mentre in Europa arrivano solo al 45 per cento.
Questa differenza deriva in gran parte dal fatto che la spesa per la difesa dell’UE è frammentata. I governi ricorrono poco agli approvvigionamenti congiunti, che rappresentano meno del 20 per cento della spesa, e non si concentrano abbastanza sul nostro mercato: quasi l’80 per cento degli approvvigionamenti negli ultimi due anni proviene da Paesi al di fuori dell’Unione. Per soddisfare le nuove esigenze di difesa e sicurezza, dobbiamo intensificare gli approvvigionamenti congiunti, aumentare il coordinamento della nostra spesa e l’interoperabilità delle nostre attrezzature, e ridurre sostanzialmente le nostre dipendenze internazionali.
[…] Per incrementare gli investimenti, dobbiamo razionalizzare e armonizzare ulteriormente le normative sulle telecomunicazioni tra gli Stati membri e sostenere, non ostacolare, il consolidamento. E le questioni di scala sono cruciali, in modo diverso, anche per le giovani aziende da cui arrivano le idee più innovative. Il loro modello di business dipende dalla capacità di crescere rapidamente e commercializzare le proprie idee, il che a sua volta richiede un ampio mercato interno.
intelligenza artificiale
Inoltre, la scala è essenziale anche per lo sviluppo di farmaci innovativi, attraverso la standardizzazione dei dati dei pazienti dell’Ue e l’uso dell’intelligenza artificiale, che si avvantaggerebbe della nostra ricca disponibilità di dati, se solo questi potessero essere standardizzati. In Europa, siamo tradizionalmente molto forti nella ricerca, ma non riusciamo a portare l’innovazione sul mercato e a migliorarne le prestazioni. Potremmo affrontare questo ostacolo, tra altre possibili misure, rivedendo l’attuale regolamentazione prudenziale sui prestiti bancari e istituendo un nuovo regime normativo comune per le startup nel settore tecnologico.
Il secondo filo conduttore riguarda la fornitura di beni pubblici. Laddove ci sono investimenti di cui tutti beneficiamo, ma che nessun Paese può portare avanti da solo, ha decisamente senso agire insieme, altrimenti otterremo risultati inadeguati rispetto alle nostre esigenze, non solo sul versante del clima e della difesa, ma anche in altri settori.
L’economia europea presenta diverse strozzature in cui la mancanza di coordinamento pregiudica l’efficienza degli investimenti. Le reti energetiche, e in particolare le interconnessioni, ne sono un esempio. Si tratta di un chiaro bene pubblico, poiché un mercato energetico integrato ridurrebbe il costo dell’energia per le nostre aziende e ci renderebbe più resilienti di fronte alle crisi future - un obiettivo che la Commissione sta perseguendo nel contesto di REPowerEU. […]
Il terzo filo conduttore riguarda la garanzia di forniture di risorse e input essenziali. Se vogliamo realizzare le nostre ambizioni climatiche senza aumentare la nostra dipendenza dai Paesi su cui non possiamo più fare affidamento, abbiamo bisogno di una strategia globale che copra tutte le fasi della catena di approvvigionamento dei minerali critici.
le materie critiche
Attualmente, stiamo lasciando questo spazio principalmente agli attori privati, mentre altri governi guidano direttamente o coordinano con decisione l’intera catena. Abbiamo bisogno di una politica economica estera che ottenga gli stessi risultati per la nostra economia. La Commissione ha già avviato questo processo con la normativa europea sulle materie prime critiche, ma ci servono misure complementari per rendere i nostri obiettivi più tangibili. Ad esempio, potremmo prevedere una piattaforma europea dedicata ai minerali critici, principalmente per gli approvvigionamenti congiunti, la diversificazione sicura delle forniture, la condivisione dei finanziamenti e lo stoccaggio.
[…] Questi tre filoni ci impongono di riflettere profondamente su come organizzarci, su cosa vogliamo fare insieme e cosa invece vogliamo mantenere a livello nazionale. Ma l’urgenza della sfida che ci troviamo ad affrontare non ci concede il lusso di rimandare le risposte a tutte queste importanti domande fino alla prossima modifica del Trattato.
Per garantire la coerenza tra i diversi strumenti politici, dovremmo essere in grado di sviluppare ora un nuovo strumento strategico per il coordinamento delle politiche economiche. E se dovessimo scoprire che ciò non è attuabile, in specifici casi, dovremmo essere pronti a considerare di procedere con un sottoinsieme di Stati membri. Ad esempio, per la mobilitazione degli investimenti, una cooperazione rafforzata nella forma del cosiddetto 28° regime - un quadro giuridico unico e armonizzato, identico per ciascuno dei ventisette Paesi - potrebbe rappresentare la via verso l’Unione dei mercati di capitali. Ma, di norma, credo che la coesione politica della nostra Unione richieda un agire, possibilmente, sempre insieme, nella consapevolezza che la stessa coesione politica è oggi minacciata dai cambiamenti nel resto del mondo.
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