I grandi racconti di Alice sono ovviamente anche bellissime storie per bambini. Ma un ulteriore piano di lettura apre a un livello differente, in cui Lewis Carroll fa decisamente un discorso «per grandi». Nel seguito del suo libro più noto, il grande scrittore – siamo nel 1871 – parla profeticamente delle battaglie woke, estrema propaggine violenta del politicamente corretto. L’ansia di non ferire la suscettibilità, il furore di emendare storia, cultura e arte da elementi impuri od offensivi, sono sì il segnale di una cultura occidentale allo stadio terminale, ma anzitutto i figli di una tentazione fenomenale: quella di combattere sul linguaggio una battaglia per dominare la realtà. Abbattere le statue, ripulire i racconti di Roald Dahl, cacciare i professori che si permettono di dire che i sessi sono due, registrare i cosiddetti figli di coppie omogenitoriali, sono varie manifestazioni di una guerra di potere in cui la parola punta a definire e sostituire il mondo per determinarlo. E Humpty-Dumpty, l’uovo parlante con cappello, braccia e gambette, nel suo dialogo paternalista con la piccola Alice fa esattamente questo: cerca di dominarla piegando le parole a significare quel che decide lui. «Naturalmente non puoi capire, finché non te lo spiego», dice. La bambina, che scema non è, si accorge che qualcosa non torna e chiede: ma il problema è se le parole possano avere diversi significati. E costringe Humpty a un momento di perfetta sincerità: «Il problema è chi comanda, tutto qua».
A Bruxelles si combatte per il 3%, il debito pubblico sale, servono soldi per alleviare il caro-carburante, ci vorrebbero soldi per tagliare le tasse e dare uno choc al Pil. Eh... come? C’è un numero che il documento della Ragioneria Generale dello Stato pubblicato a inizio anno mette nero su bianco, senza troppo clamore: 1.641 euro. È la differenza tra la spesa regionalizzata pro capite media italiana e quella della Lombardia. Moltiplicata per i 58,96 milioni di abitanti del Paese, quella cifra produce un risparmio potenziale di 96,8 miliardi di euro l’anno. Quasi cento miliardi. Due manovre finanziarie. Un numero che rovescia completamente la narrazione abituale sulla spesa pubblica italiana.
Il rapporto «La spesa statale regionalizzata - Anno 2024, Stima provvisoria» dell’Ispettorato Generale per la Contabilità e la Finanza Pubblica analizza come lo Stato distribuisce territorialmente i propri pagamenti. Su una spesa totale di 876,529 miliardi di euro, ben 342,73 miliardi sono stati regionalizzati - cioè attribuiti a specifici territori - pari al 39% del totale. Al netto degli interessi sul debito pubblico (la componente meno controllabile), la spesa regionalizzata scende a 293,449 miliardi, con una media nazionale di 4.977 euro per abitante. Ecco, la Lombardia si ferma invece a 3.336 euro per abitante: il valore più basso di tutta Italia, nonostante offra fra i servizi pubblici migliori d’Italia. In cima alla classifica per spesa pro capite si trovano le province autonome e le regioni a statuto speciale, che beneficiano di meccanismi di finanziamento propri: Bolzano tocca 12.089 euro per abitante (+8.753 rispetto alla Lombardia), Valle d’Aosta 11.980 euro (+8.644), Trento 10.822 euro (+7.486). Tra le regioni ordinarie, la Sardegna raggiunge 8.103 euro (+4.767), il Lazio 7.429 euro (+4.093) - quest’ultimo gonfiato dalla concentrazione delle amministrazioni centrali dello Stato nella capitale. Seguono, tutte ampiamente sopra la media nazionale: Sicilia a 6.243 euro, Molise a 6.066, Liguria a 5.330, Basilicata a 5.257, Calabria a 5.101, Abruzzo a 5.033, Campania a 4.700, Puglia a 4.590, Umbria a 4.350, Marche a 4.259, Toscana a 4.226, Piemonte a 4.159. Anche Emilia-Romagna (3.977 euro) e Veneto (3.783 euro), le regioni più vicine alla Lombardia in termini di efficienza, spendono rispettivamente 641 e 447 euro in più per abitante.
E dunque, calcolo teorico matematico, se tutta l’Italia ricevesse - e spendesse - 3.336 euro per abitante come la Lombardia, la spesa regionalizzata totale scenderebbe da 293,4 a 196,7 miliardi: un risparmio netto di 96,8 miliardi l’anno. Cosa si potrebbe fare con questo tesoro? Rimanendo ai dati del 2024 il deficit non solo verrebbe azzerato completamente, ma rimarrebbero 21,3 miliardi di avanzo da destinare ad altri obiettivi. Il saldo primario - già positivo nel 2024 per la prima volta da anni (+0,4% del Pil, pari a 9,6 miliardi) - schizzerebbe al +4,9% del prodotto interno lordo: un livello che nessun governo italiano ha mai stabilmente raggiunto. L’Italia passerebbe da Paese strutturalmente in deficit a Paese con un consistente surplus di bilancio. L’impatto sui mercati finanziari, sullo spread e sulla credibilità internazionale del Paese sarebbe immediato e profondo. Sul fronte debito pubblico invece, sempre in riferimento ai numeri di due anni fa, in 10 anni il rapporto debito-Pil scenderebbe verso il 78-80%. Dunque sotto il tetto europeo del 100% e in linea con la media dei Paesi fondatori dell’euro. In 20 anni il debito scenderebbe di circa 1.000 miliardi. E in 30 anni quasi si azzererebbe. Con 96,8 miliardi di spazio fiscale liberato dall’efficientamento della spesa, si potrebbero invece ridurre le tasse.
Di quanto? A spanne un taglio medio di 2.330 euro l’anno per ogni contribuente. In alternativa, è ipotizzabile l’eliminazione completa dell’Irpef per tutti i redditi fino a 28.000 euro - la soglia entro cui si concentrano la grande maggioranza di lavoratori dipendenti e pensionati - che costerebbe circa 95 miliardi. Un sogno. Basterebbe solo copiare la Lombardia. Non ci vuole poi molto...
Manie di protagonismo, così si possono inquadrare le dichiarazioni di Alessandro Zan, europarlamentare del Pd, che ha commentato così l’approvazione della direttiva Ue sulle vittime: «Si rafforza finalmente la protezione per chi subisce reati come stalking, violenza, abusi sessuali, reati d’odio. Persone troppo spesso lasciate sole e troppo spesso costrette a percorsi di giustizia complicati e dolorosi. Da oggi cambia il paradigma: denunciare sarà più semplice, le vittime avranno maggiori tutele durante il processo e potranno accedere a servizi di supporto medico, psicologico e legale. Nella legge c’è anche un pezzo del ddl Zan, affossato nel 2021 in Senato tra applausi indecenti della destra. Nel 2021 avevamo detto che la nostra battaglia non si sarebbe fermata e così è stato».
In gergo politico si definisce «metterci il cappello», ma la realtà sembra essere molto diversa da come la descrive Zan. «La direttiva sull’assistenza e la protezione delle vittime di reato contiene molti aspetti positivi che l’Italia ha contribuito a definire. Grazie a questo testo, le vittime di reati odiosi come le violenze sessuali, lo stalking, la pedofilia, i reati legati alla criminalità e al terrorismo, potranno godere di maggiori tutele nella fase dell’assistenza, delle indagini e del processo. Purtroppo l’azione ideologica della sinistra ha fatto sì che nel testo finale rientrasse un riferimento all’identità di genere come criterio di valutazione dello status di vittima di reato. Per questa ragione, il governo italiano ha chiarito con una dichiarazione formale in sede di Consiglio che, nel rispetto dei Trattati che sanciscono la competenza nazionale sul tema, quella parte verrà recepita dall’Italia secondo l’ordinamento nazionale, che distingue il genere in base al sesso biologico (maschile o femminile) e così il relativo diritto all’identità», così la delegazione di Fratelli d’Italia all’Europarlamento.
Insomma non va proprio come dice Zan, perché fortunatamente la legge non passa come l’avrebbe voluta lui nel 2021. Lo spiega bene alla Verità Carlo Fidanza, capo delegazione Fdi in Europa: «Zan e la sinistra raccontano una realtà che non esiste. Le forzature ideologiche in salsa gender non possono scardinare la competenza nazionale che è scritta nei trattati». Nella sostanza questa legge, secondo quanto spiegato, non aggiunge alcun nuovo reato o aggravante.
Lo confermano anche dalla Lega. «Ma quale reintroduzione del ddl Zan? La revisione della direttiva europea sulle vittime di reato non fa rientrare dalla finestra (in alcun modo) quello che era già uscito dalla porta. Ci riferiamo ai contenuti del suo ddl, bocciato al Senato nell’autunno 2021. Sostenere il contrario, significa confondere la creazione di nuovi reati con le regole per l’assistenza alle parti lese», precisa la delegazione della Lega al Parlamento europeo. «Il ddl Zan mirava a modificare il Codice penale italiano introducendo nuove fattispecie di reato. La direttiva europea, al contrario, non impone in alcun modo agli Stati membri di introdurre nuove aggravanti (come omofobia o transfobia) nei rispettivi ordinamenti». L’obiettivo del testo infatti consiste nello stabilire degli standard minimi per assistere chi è già vittima di un reato. Il riferimento all’identità di genere è stato quindi travisato perché serve solo per valutare la situazione specifica della vittima e non introduce nuove forme di genere. Quindi, dal momento che l’ordinamento italiano non possiede una definizione autonoma di «identità di genere» sganciata dal sesso biologico, resta tutto com’era. Anche perché, come precisa la delegazione della Lega: «Una norma procedurale europea non ha il potere di cambiare le definizioni giuridiche italiane, tantomeno per via amministrativa».
La Corte di Leeds ha emesso ieri una sentenza storica: 20 persone, per la stragrande maggioranza uomini di origine pachistana, sono state condannate complessivamente a 277 anni di reclusione per aver stuprato e abusato sessualmente di ragazze minorenni, una delle quali aveva appena 12 anni. I fatti si sono consumati tra il 1995 e il 2003 nell’area di Kirklees, nel West Yorkshire. I verdetti sono arrivati al termine di ben sei processi separati e sono stati resi pubblici solo ora.
Secondo le ricostruzioni dell’accusa, le minorenni venivano adescate, drogate con cocaina, eroina e altre sostanze pesanti, e poi «trattate come oggetti a disposizione di predatori senza scrupoli». La polizia del West Yorkshire ha definito gli abusi «veramente orribili» e ha lodato pubblicamente la forza morale delle vittime: «Queste donne hanno dimostrato un coraggio straordinario nel testimoniare durante processi lunghi e difficili. Devono provare orgoglio per la determinazione con cui hanno cercato giustizia e nel vedere finalmente dietro le sbarre persone che non hanno posto nella nostra società».
Tra le pene più pesanti figurano i 28 anni inflitti a Sajid Majid, 53 anni, per cinque stupri e tre aggressioni sessuali; i 25 anni a Manaf Hussain, 51 anni, per sei stupri e spaccio di droga; e i 24 anni a Tariq Azam, 57 anni, per cinque stupri e quattro aggressioni sessuali. Tra i condannati c’è anche Ibrahim Khalifa, 87 anni, che dovrà scontare 11 anni e che, vista l’età, con ogni probabilità morirà in carcere. L’unica donna del gruppo, Donna Lynn, 45 anni, ha invece ricevuto tre anni per sfruttamento della prostituzione.
Questo caso agghiacciante si inserisce in un fenomeno ormai ben documentato nel Regno Unito: quello delle temute grooming gang. Si tratta di bande organizzate, attive soprattutto nel Nord dell’Inghilterra - da Rotherham a Rochdale, da Telford a Oxford, fino a Huddersfield - che per anni hanno sfruttato sistematicamente migliaia di ragazze vulnerabili, perlopiù bianche britanniche. In moltissimi di questi scandali, gli autori erano prevalentemente uomini di origine pachistana.
Inchieste indipendenti come quella condotta dall’accademica scozzese Alexis Jay sulla cittadina di Rotherham - dove si stimano circa 1.400 vittime tra il 1997 e il 2013 - hanno mostrato una chiara sovrarappresentazione del gruppo etnico pachistano. Il punto più inquietante, però, è che autorità locali, servizi sociali e forze di polizia hanno spesso minimizzato o ignorato questi abusi per paura di essere accusati di razzismo, lasciando così le vittime alla mercé dei loro aguzzini. E non si trattava di pochi criminali isolati, ma di vere e proprie reti organizzate che condividevano vittime, luoghi e metodologie: regali, alcol, droga, violenze ripetute e minacce. Le ragazze venivano considerate «sporche» e quindi facili prede, in un intreccio di misoginia, senso di impunità e disprezzo culturale nei confronti delle donne occidentali.
Naturalmente, sarebbe assurdo attribuire responsabilità collettive all’intera comunità pachistana. Ma negare per anni la dimensione etnica e culturale del fenomeno, come ha fatto gran parte della sinistra britannica, ha oggettivamente ostacolato la comprensione del problema e ritardato gli interventi delle autorità competente. Il timore di «stigmatizzare una comunità», infatti, ha spesso finito per proteggere gli autori degli abusi anziché le vittime. Ed è per questo che oggi, nel Regno Unito, cresce il dibattito sul fallimento delle politiche multiculturaliste, sul controllo dell’immigrazione e sulla necessità di mettere la tutela dei minori davanti a qualsiasi sensibilità ideologica o battaglia «antirazzista». La giustizia ha finalmente dato una risposta alle vittime di Kirklees. Resta ora da capire se la politica britannica avrà il coraggio di trarne le dovute conseguenze.
Il primo pensiero è andato ai familiari dei cinque sub italiani morti alle Maldive. Lo hanno raccontato i sommozzatori specializzati che hanno recuperato i corpi delle vittime della tragedia.
In un filmato diffuso da DAN Europe, il gruppo di soccorritori ha espresso cordoglio e vicinanza ai familiari degli italiani deceduti. «Il nostro desiderio era aiutare le famiglie e riportare i corpi dei sub deceduti a casa», ha dichiarato Sami Paakkarinen a nome della squadra finlandese impegnata nelle operazioni di recupero. Un messaggio di solidarietà e rispetto rivolto ai cari delle vittime, con l’obiettivo di consentire loro di riabbracciare, almeno simbolicamente, i propri familiari attraverso il rientro delle salme in Italia.





