I grandi racconti di Alice sono ovviamente anche bellissime storie per bambini. Ma un ulteriore piano di lettura apre a un livello differente, in cui Lewis Carroll fa decisamente un discorso «per grandi». Nel seguito del suo libro più noto, il grande scrittore – siamo nel 1871 – parla profeticamente delle battaglie woke, estrema propaggine violenta del politicamente corretto. L’ansia di non ferire la suscettibilità, il furore di emendare storia, cultura e arte da elementi impuri od offensivi, sono sì il segnale di una cultura occidentale allo stadio terminale, ma anzitutto i figli di una tentazione fenomenale: quella di combattere sul linguaggio una battaglia per dominare la realtà. Abbattere le statue, ripulire i racconti di Roald Dahl, cacciare i professori che si permettono di dire che i sessi sono due, registrare i cosiddetti figli di coppie omogenitoriali, sono varie manifestazioni di una guerra di potere in cui la parola punta a definire e sostituire il mondo per determinarlo. E Humpty-Dumpty, l’uovo parlante con cappello, braccia e gambette, nel suo dialogo paternalista con la piccola Alice fa esattamente questo: cerca di dominarla piegando le parole a significare quel che decide lui. «Naturalmente non puoi capire, finché non te lo spiego», dice. La bambina, che scema non è, si accorge che qualcosa non torna e chiede: ma il problema è se le parole possano avere diversi significati. E costringe Humpty a un momento di perfetta sincerità: «Il problema è chi comanda, tutto qua».
In queste pagine, sofferte, appassionate ed entusiasmanti, Catherine apre il suo cuore a tutti. Con generosità e senza difese. Certo, gli ipocriti benpensanti, i borghesi appesantiti e gli schiavi della postmodernità tecnoliquida non andranno oltre il «dito».
Ma molti sapranno guardare alla «Luna», cioè al cuore del potente messaggio di liberazione che Catherine regala a tutte le persone di buona volontà. Catherine racconta il suo percorso verso la «Luna», cioè verso la pace e la libertà. Non nasconde le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che il percorso non è concluso. Ma la meta è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta, la spiritualità e la scintilla del divino. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la sua straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Ma la sua storia non fu ascoltata. Oggi però possiamo almeno leggerla. Catherine condivide con noi la sua vita che si delinea attraverso maestri, incontri, riflessioni, letture, maneggi, esperienze e viaggi che solcano il mondo: Australia, Germania, Giappone, Danimarca, Malesia, Belgio, Singapore, Bali, Italia. Anche il percorso di Nathan è altrettanto intenso. Due percorsi che si incontrano, si incrociano e si uniscono. Una storia ricca di umanità, che dobbiamo guardare con rispetto. È una storia che come al solito genererà reazioni opposte: per leggerla nel modo giusto dobbiamo con coraggio toglierci gli occhiali del pregiudizio ed entrare nel flow narrativo. Quelli che non vorranno togliersi gli occhiali del pregiudizio giudicheranno le singole frasi, non coglieranno la profondità del processo umano e si concentreranno sui dettagli, cercheranno l’errore, la frase ingenua, l’affermazione dissonante. A loro il «dito». Ma coloro che si toglieranno gli occhiali del giudizio scopriranno che la potenza del messaggio non sta nelle singole idee, giuste o sbagliate, ma nel modo in cui Catherine le intreccia dando vita ad una visione unica, con la quale vale la pena confrontarsi. E rispetto alle scelte educative verso i figli, i lettori che sapranno mettere da parte ipocrisie e pregiudizi, non potranno non vederne la profonda verità: crescere bimbi gentili, empatici, sicuri e liberi. Liberi di pensare, di immaginare e di mettere in discussione il mondo, dando così vita ad una generazione nuova, fondata sulla libertà, la ricerca della verità, la compassione e l’amore. Questa è la meta educativa esplicitata con forza nel libro e raccontata attraverso l’esperienza vissuta. Un laboratorio, si diceva prima. La famiglia di Nathan e Catherine deve essere intesa come un laboratorio, dove si cercava di sperimentare il pieno recupero dell’umano nel totale rispetto della Terra. La pietra angolare è la scelta, a fondamento dell’amore, di non giudicare niente e nessuno. Amare significa non giudicare. E questo richiede un percorso interiore per niente facile e mai concluso. Questo percorso interiore è il cuore del racconto di Catherine. Ma quello che colpisce è che il percorso interiore di Catherine non è solipsistico, ma è costellato di incontri con persone, animali, maestri, culture, paesaggi, religioni, cucine, tradizioni e saggezze. È un mix di passione, confronto, riflessione, esperienza, coraggio, sofferenza, lacrime e vitalità. E persino comicità: l’incontro fra Nathan, Catherine e il guaritore balinese è esilarante. «Per me», conclude Catherine, «l’Italia e la bellissima regione dell’Abruzzo rappresentavano due cose: cuore e natura. Nei miei viaggi avevo visto intere zone del Pianeta distrutte, impoverite di foreste, animali, empatia e legami familiari. L’Italia, a giudicare dalle persone che avevo conosciuto, possedeva in abbondanza queste due qualità: cuore e natura. Inoltre, mi sentivo a casa perché non ero l’unica a parlare con le mani!». E in Italia si è aperta una stagione della vita di Catherine particolarmente dolorosa. Ma anche «nei periodi più difficili della mia vita o delle vite degli altri», scrive Catherine, «nel profondo sono certa che riusciremo ad innalzarci al di sopra dei tempi bui e vedremo sorgere per noi tutti una nuova alba, fatta di bontà e di amore verso l’umanità, e tutto ciò che è nascosto nell’ombra sarà illuminato».
I tagli ai volumi produttivi previsti per l’Europa non riguarderanno l’Italia. Le regole europee sulla CO2 preoccupano. Nel nostro Paese saranno costruiti nuovi modelli.
Ma a Mirafiori una ripresa sostenuta della capacità produttiva della mastodontica fabbrica ancora non c’è. E forse mai ci sarà. Ieri mattina Emanuele Cappellano, responsabile Stellantis in Europa, ha incontrato i giornalisti per approfondire alcuni punti del piano industriale FastLane 2030, presentato una settimana fa a Detroit. E chiaramente la parte del leone l’ha fatta la presenza e il futuro dell’ex Fiat in Italia.
Cappellano è partito dalle certezze. A Melfi nel 2028 ci sarà la produzione di una vettura Alfa Romeo. Sarà un suv che riporterà il Biscione a presidiare il segmento C. «Non era prevista nel Piano Italia, è un modello aggiuntivo», ha spiegato l’alto dirigente Stellantis, annunciando che potrebbe prendere il posto della Tonale. Alfa sarà contraddistinta anche da un altro modello compatto, sempre di segmento C (l’erede della Giulietta e della 147), e da un progetto speciale, «sulla linea della 33 Stradale». Pezzi quasi da collezione. Continuità prevista anche per Giulia e Stelvio, i modelli più anziani del listino. Avranno un erede («Non abbiamo intenzione di ridurre la gamma», ha spiegato Cappellano), ma ancora non si sa come saranno e dove verranno prodotti.
La sensazione è che, dopo anni di mazzate sui denti, Stellantis abbia ripreso a guardare con favore all’Italia. La conferma di tutti gli investimenti nel nostro Paese parrebbe andare proprio nella direzione di una pax automobilistica con Roma. Anche la temuta scure sulla capacità produttiva del costruttore in Europa, che il ceo Antonio Filosa aveva quantificato in 800.000 vetture in meno per adeguarsi al ridimensionamento delle vendite globali e alle difficoltà di esportazione, causa dazi, negli Stati Uniti e in Cina, non toccherà l’Italia. Insomma, a Torino hanno preparato un mazzo di ramoscelli di ulivo in vista dell’incontro, in agenda il 17 giugno, di Filosa in Parlamento. Un’audizione che sarà preceduta, il 15, da un vertice tra Cappellano e le sigle sindacali, sempre a Roma. «Con il governo il dialogo è essenziale», ha detto Cappellano, «Vogliamo rafforzare questi legami dopo in periodo di cui, come impresa, non siamo stati molto aperti al dialogo».
«Guardando i dati attuali, secondo le nostre previsioni la produzione in Italia del 2026 sarà più alta del 2025», ha specificato Cappellano. Lo scorso anno erano uscite dalle fabbriche tricolore meno di 400.000 vetture. E il milione di vetture tricolori fatto balenare qualche tempo addietro? «Non l’abbiamo mai ufficializzato», taglia corto il manager. Oltre al già citato modello Alfa di Melfi, Cappellano ha confermato la nuova generazioni di furgoni nello stabilimento di Atessa e l’arrivo, nel 2028, della doppia E-car 100% elettrica made in Pomigliano. Una uscirà con il marchio Citroen e dovrebbe essere l’erede della2 Cv. L’altra, marchiata Fiat, raccoglierà l’eredità della Pandina (Cappellano ha, però, confermato che l’attuale modello continuerà a essere prodotto e venduto finché le norme lo consentiranno). Queste due vetture saranno messe in vendita a un prezzo inferiore ai 15.000 euro.
Ma non ci sono rose senza spine. La prima si chiama Fiat 500. «Non so se riusciremo a raggiungere la produzione di 100.000 Fiat 500 ibride a Mirafiori», ha detto il dirigente, snocciolando un dato: nei primi tre mesi ne sono state assemblate appena 15.000. «E siamo in crescita», ha continuato, evitando di fissare un obiettivo di produzione dell’erede dell’iconico modello a causa della «volatilità del mercato». A Mirafiori, dunque, oltre alla 500 elettrica e a quella ibrida, non è previsto lo sbarco di altri modelli. «È un hub con circular economy, Battery tech hub e cambi E-Dct per l’Europa», ha proseguito. Della Fabbrica italiana automobili Torino resta ormai ben poco. E infatti i sindacati promettono battaglia. La seconda spina è il costo dell’energia: in Italia è intorno ai 200 euro kW, contro circa 100 euro in Francia e 40-50 euro in Spagna, un divario che «pesa» sulla competitività produttiva del Paese, per Cappellano.
Infine, c’è, la spina (floreale ed elettrica) Europa. Stellantis spera una revisione delle regole europee sulle emissioni. A preoccupare è il mercato dei veicoli commerciali, dove la domanda di elettrico resta lontana dai target Ue («Le vendite di veicoli commerciali elettrici si attestano all’11%, secondo le regole Ue dovremmo già essere sopra al 20%», ha commentato Cappellano), con il rischio di «dover accantonare nuove risorse per le multe per lo sforamento dei target CO2». I veicoli alla spina vengono addirittura proposti allo stesso prezzo di quelli diesel. Ma nessuno li vuole. Non è, dunque, un problema di prezzo, ma di clienti. Chi lavora, ha bisogno del furgone subito. Non dopo una «comoda» ricarica.
A trent'anni dalla sua nascita, Asmel torna a rivendicare un ruolo centrale per i Comuni italiani e rilancia il confronto sul futuro delle autonomie locali. Lo ha fatto a Napoli, dove si è svolto il Forum delle Autonomie, appuntamento che ha riunito i rappresentanti della rete associativa che conta 4.886 enti locali aderenti.
Nel corso dell'iniziativa, il segretario generale di Asmel, Francesco Pinto, ha ribadito la visione che ha accompagnato la crescita dell'associazione fin dalla sua fondazione. «Trent'anni fa la Rete Asmel è nata con l'idea che i Comuni non fossero una periferia amministrativa, ma il cuore operativo della Repubblica», ha affermato, sottolineando come nel tempo l'organizzazione si sia sviluppata come una rete nazionale impegnata nella difesa dell'autonomia e della capacità decisionale dei territori.
Tra i temi più discussi durante il Forum c'è stata la vicenda del nuovo elenco dei Comuni montani approvato dal governo lo scorso febbraio. Secondo Asmel, il provvedimento ha escluso 641 Comuni dalle agevolazioni e dai contributi previsti per le aree montane, applicando criteri che non sarebbero in grado di rappresentare la reale situazione dei territori interessati. L'associazione ha sostenuto i ricorsi presentati al Tar del Lazio da diversi enti locali contro il provvedimento, chiedendone la sospensione. L'obiettivo è evitare che i Comuni esclusi perdano risorse considerate fondamentali per la manutenzione del territorio e per il funzionamento dei servizi amministrativi.
Pinto ha contestato in particolare i parametri utilizzati per definire i Comuni montani. A suo giudizio, il governo avrebbe preso in considerazione esclusivamente fattori come altitudine e pendenza del territorio, trascurando altri indicatori legati alla fragilità economica e sociale delle comunità locali. Tra gli esempi citati, quello di Ercolano, inserito nell'elenco nonostante sia una città costiera, poiché il suo territorio si estende fino alle pendici del Vesuvio.
Un altro tema affrontato nel corso della giornata è stato quello del reclutamento nella pubblica amministrazione. In collegamento video è intervenuto il presidente dell'Aran, Antonio Naddeo, che ha richiamato l'attenzione sulle sfide legate al ricambio generazionale. Secondo le stime ricordate durante il Forum, entro il 2033-2034 circa un milione di dipendenti pubblici raggiungerà l'età pensionabile. Per Naddeo, i Comuni dovranno assumere un ruolo più attivo nelle politiche di assunzione, superando l'approccio tradizionale basato sull'attesa dei candidati ai concorsi pubblici. In questo contesto è stato richiamato il progetto dell'Elenco Idonei Asmel, che secondo l'associazione ha già consentito circa 1.700 assunzioni attraverso procedure condivise tra enti locali. Il presidente dell'Aran ha inoltre sottolineato l'importanza della collaborazione tra istituzioni, associazioni e università per favorire l'innovazione nella pubblica amministrazione, evidenziando il valore della condivisione di esperienze e competenze tra gli enti.
A chiudere il Forum è stato il presidente di Asmel, Giovanni Caggiano, che ha rivendicato il ruolo della rete associativa nel rafforzare la cooperazione tra i Comuni. «In trent'anni Asmel ha dimostrato che i Comuni, quando fanno rete, non sono l'anello debole del sistema istituzionale, ma la sua forza più concreta», ha dichiarato.
Nell'era dell'I.A. applicata ai sistemi missilistici e ai droni, le vecchie categorie dottrinali crollano. Quando la morte è affidata a un click automatizzato che può cancellare intere popolazioni, l'unica alternativa reale alla distruzione totale è il negoziato a oltranza.






