I grandi racconti di Alice sono ovviamente anche bellissime storie per bambini. Ma un ulteriore piano di lettura apre a un livello differente, in cui Lewis Carroll fa decisamente un discorso «per grandi». Nel seguito del suo libro più noto, il grande scrittore – siamo nel 1871 – parla profeticamente delle battaglie woke, estrema propaggine violenta del politicamente corretto. L’ansia di non ferire la suscettibilità, il furore di emendare storia, cultura e arte da elementi impuri od offensivi, sono sì il segnale di una cultura occidentale allo stadio terminale, ma anzitutto i figli di una tentazione fenomenale: quella di combattere sul linguaggio una battaglia per dominare la realtà. Abbattere le statue, ripulire i racconti di Roald Dahl, cacciare i professori che si permettono di dire che i sessi sono due, registrare i cosiddetti figli di coppie omogenitoriali, sono varie manifestazioni di una guerra di potere in cui la parola punta a definire e sostituire il mondo per determinarlo. E Humpty-Dumpty, l’uovo parlante con cappello, braccia e gambette, nel suo dialogo paternalista con la piccola Alice fa esattamente questo: cerca di dominarla piegando le parole a significare quel che decide lui. «Naturalmente non puoi capire, finché non te lo spiego», dice. La bambina, che scema non è, si accorge che qualcosa non torna e chiede: ma il problema è se le parole possano avere diversi significati. E costringe Humpty a un momento di perfetta sincerità: «Il problema è chi comanda, tutto qua».
Per molti mesi, se non per anni, si parlerà ancora, probabilmente, del caso veramente speciale ed emblematico della cosiddetta «famiglia del bosco». La Verità è stata in prima linea sulla faccenda, con molti articoli di Francesco Borgonovo, ma anche attraverso interviste ad autorità varie, tra cui la Garante dell’Infanzia Marina Terragni e lo psicologo Tonino Cantelmi.
Due giorni fa, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham sono stati ricevuti, con grande amabilità, dal presidente del Senato Ignazio La Russa, e la mamma dei tre bambini, dipinta come una mezza strega dalla stampa progressista, ha potuto leggere una accorata lettera. Di cui l’acme è stato il punto in cui la donna, di origini australiane, confessa di aver scelto assieme al marito un «bosco» della penisola perché l’Italia, ai loro occhi, incarna (o incarnava…) quei «medesimi valori con cui» volevano «crescere» i loro figli.
Di fronte alla moral suasion della seconda carica dello Stato affinché tutti si impegnino a far cadere le rigidità e a risolvere la situazione, 14 parlamentari del Pd hanno presentato ieri un’interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio Giorgia Meloni chiedendo una «risposta urgente».
Secondo i senatori dem, tra cui Sandra Zampa, Susanna Camusso e Graziano Delrio, il contesto è questo: il tribunale competente avrebbe disposto il 20 novembre scorso «l’allontanamento dei bambini» dai genitori per «la mancata frequenza a una scuola tradizionale» e per «l’isolamento sociale» degli stessi, ritenuto dannoso «per il loro sviluppo psicologico ed educativo».
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni, secondo la sintesi dei parlamentari, a seguito dell’incontro avuto il 12 marzo coi bambini, li avrebbe descritti come «soggetti a notevole agitazione psicomotoria», «iperattività» e «momenti di malinconia». «Pur definendosi “inesperta”», sottolineano, ha diffuso «dettagli estremamente sensibili e privati riguardanti lo stato di salute e il comportamento dei minori». Eppure, sono gli stessi senatori del Pd a ricordare che Terragni avesse chiesto di visitare i bambini «accompagnata da consulenti indipendenti», richiesta rifiutata dalla presidente del Tribunale per i minorenni, Cecilia Angrisano, per «non turbare i piccoli» ed evitare loro «ulteriori invadenze» oltre a quelle già in corso della «neuropsichiatra infantile». Le invadenze, insomma, sono concesse solo quando è lo Stato a compierle: se, invece, servono a verificare il lavoro di assistenti sociali e giudici, in una vicenda che a detta anche di autorevoli esperti presenta diverse ombre, allora non sono lecite.
La preoccupazione del Pd riguarda solo il fatto che la Angrisano starebbe «ricevendo minacce e insulti personali violentissimi» e in tal senso le sarebbe stata «rafforzata ulteriormente la scorta». Fatto deprecabile e gravissimo, certo, ma che nulla ha a che fare, ovviamente, con il presidente La Russa o la Terragni. E ci si augura che nessuno voglia imputarglielo.
Nell’interrogazione, i senatori rilevano anche l’«acceso scontro istituzionale tra la Garante e l’avvocata Maria Pina Benedetti», rappresentante dei servizi social. Terragni, dopo la visita, «ha accusato pubblicamente i servizi sociali di non aver collaborato, sostenendo che l’assistente sociale non si sarebbe resa disponibile al colloquio, negandole persino il contatto telefonico. Di contro, l’avvocata Benedetti ha smentito categoricamente tali ricostruzioni, sottolineando come l’assistente sociale fosse impegnata nella gestione del caso e che comunque ha provveduto a ricontattare telefonicamente la Garante nel pomeriggio della giornata in cui è stata effettuata la visita». Come se fosse normale o accettabile che, quando l’Autorità indipendente accorre per un sopralluogo su un caso così delicato, l’assistente sociale direttamente coinvolto risulti assente.
Alla luce di tutto ciò, i deputati progressisti criticano duramente Marina Terragni, di cui chiedono la testa, perché avrebbe alimentato «il dibattito pubblico» interpretando, benché «inesperta», i «sentimenti» dei bambini». Perché avrebbe espresso «giudizi perentori» su altri «organi dello Stato», osando definire «sorprendenti» certe «ordinanze del Tribunale», mancando di «riservatezza e prudenza», e ledendo «il diritto alla privacy» e la stessa «dignità dei bambini e dei loro genitori».
Al coro degli illuminatissimi deputati del Pd, si è aggiunta ieri Maria Chiara Gadda di Italia Viva, che ha ritenuto «gravissimo» il fatto Ignazio La Russa abbia detto, ricevendo i Trevallion, che «vanno superate alcune rigidità». Queste parole infatti rischierebbero di «delegittimare» il lavoro dei «servizi sociali e delle reti territoriali», che operano ogni giorno «per tutelare i minori».
A essere maliziosi sembra quasi che la vittoria del No al referendum sulla giustizia abbia rafforzato la discutibile idea che non sia lecito emettere delle riserve, neppure rispettose ed equilibrate, nei confronti delle decisioni di questo o quel magistrato. Come se, in virtù di non si sa che cosa cosa, godessero di infallibilità e impeccabilità: doti che si fa fatica ad attribuire a qualunque istituzione umana.
Un vero e proprio arsenale tolto alla criminalità organizzata a Torre Annunziata (Napoli). Armi che si vedono in scenari di guerra e che invece circolavano nelle strade della città.
Siamo a Torre Annunziata, è quasi mezzanotte. L’aria è umida e più fredda del solito: l’ultimo colpo di coda dell’inverno. Una Fiat Panda percorre via Andolfi quando una gazzella dei Carabinieri decide di fermarla. A bordo ci sono due persone.
Alla guida un 42enne napoletano, residente nel centro storico e sottoposto alla misura della libertà vigilata; accanto a lui una 39enne di Giugliano, anche lei già nota alle forze dell’ordine.
La paletta si alza e intima l’alt. La Panda accosta, il finestrino si abbassa. Nel silenzio della notte si sente una frase che sorprende i militari: «Avete fatto bingo, Brigadiè…».
All’interno dell’auto i Carabinieri trovano un vero e proprio arsenale: un fucile monocanna calibro 12 marca Baikal, una pistola mitragliatrice MP40 calibro 9 — arma tedesca della Seconda guerra mondiale completa di caricatore —, un fucile mitragliatore calibro 5,45 marca Jaker modello AP-74 modificato per utilizzare munizionamento calibro 9, un altro fucile monocanna calibro 12 marca Franchi modello 12 GA, un fucile mitragliatore calibro 5,45 marca Zastava modello AK-74 di provenienza balcanica e altri due fucili mitragliatori dello stesso tipo.
Insieme alle armi vengono rinvenute anche centinaia di munizioni: 298 cartucce calibro 5,45, 42 cartucce calibro 9 e 81 cartucce calibro 12. Tutte le armi sono complete di caricatore e perfettamente funzionanti.
I due non oppongono alcuna resistenza e vengono arrestati. L’intero arsenale, che sembra uscito da un catalogo del traffico illegale di armi, è stato sequestrato e sarà sottoposto ad accertamenti balistici per verificare un eventuale utilizzo in fatti di sangue o altri reati.
È inaccettabile che in alcune Regioni (soprattutto nel Lazio) non venisse consegnato ai cittadini in procinto di vaccinarsi il modulo del consenso informato, il quale, benché in modo sintetico, conteneva l’elenco degli effetti avversi. Si sono espressi così i danneggiati da vaccino auditi ieri in Commissione Covid. E la capogruppo di Fdi nella medesima Commissione Alice Buonguerrieri ha aggiunto: «La testimonianza avvenuta oggi rappresenta un grido di aiuto verso le istituzioni che Fdi intende continuare a raccogliere come sta facendo da inizio legislatura.
Ciò che è accaduto in pandemia con il pretesto dell’emergenza, come emerso anche oggi, ha sovente compromesso il patto sociale tra Stato e cittadini». Avrebbe potuto limitarsi a essere semplicemente inutile e noiosa l’audizione in commissione covid di Fabio Ciciliano, attuale capo del dipartimento della Protezione civile italiana e nel 2020-2021 membro del Comitato tecnico scientifico (Cts) incaricato di gestire l’emergenza pandemia. E invece alcune affermazioni rilasciate da Ciciliano su cosa avrebbe potuto fare il governo hanno innescato l’ennesima polemica tra i rappresentanti in commissione di Fratelli d’Italia con quelli del Movimento 5 stelle, partito che all’epoca era al governo con Giuseppe Conte e poi sostenne l’esecutivo di Mario Draghi.
L’obiezione sollevata da Ciciliano si riferiva alla possibilità, non colta in maniera puntuale dal governo Conte, di accentrare le funzioni anziché delegare l’esercizio amministrativo alle singole Regioni, soprattutto riguardo le chiusure di alcune regioni in maniera più rigida rispetto ad altre. Il deputato di Fdi Francesco Ciancitto, vicepresidente della commissione Covid, ha fatto notare all’audito che in alcune regioni come la Campania, governata allora da Vincenzo De Luca (Pd) e la Puglia, al tempo governata da Michele Emiliano (Pd) le restrizioni erano state più severe, soprattutto nella gestione delle scuole: i due governatori le avevano chiuse in fretta e furia, per non parlare del sindaco di Avellino Gianluca Festa che le tenne serrate per l’intero 2021. «Queste chiusure erano state concordate anche con il ministero?», ha chiesto Ciancitto.
Domanda non peregrina, dato che in alcune regioni erano state più severe che in altre, con il malcelato obiettivo far crescere il proprio consenso elettorale facendo passare le restrizioni come un sistema di protezione. «C’è stato», ha spiegato il capo della Protezione civile, «un inefficace coordinamento tra istituzioni nazionali e istituzioni regionali, soprattutto quando si è trattato di riaprire. La comunicazione è stata una delle cose più critiche: comunicazione istituzionale, mediatica, di emergenza e alla popolazione. Io penso», ha spiegato Ciciliano, «che ci fossero, e ci sono tuttora, gli strumenti per evitare queste disomogeneità. Si sarebbe potuto applicare, per esempio, l’articolo 117 della Costituzione (secondo cui lo Stato ha legislazione esclusiva in diverse materie tra cui la sicurezza, ndr) che riserva allo Stato i compiti inerenti ai sistemi di profilassi internazionale. Forse», ha continuato il capo della Protezione civile, «dal punto di vista nazionale sarebbe stato più idonea, adeguata e anche più semplice la gestione del Covid in questa direzione». Il problema, però, è che dal punto di vista operativo, il governo in quel periodo cercò di avocare a sé i poteri gestionali soltanto in senso restrittivo.
Quando, dunque, Emiliano e De Luca chiusero incautamente le scuole, il governo Conte non batté ciglio. Quando invece la defunta governatrice della Calabria Jole Santelli firmò un’ordinanza per consentire dal 30 aprile 2020 (anziché dal 18 maggio, come deciso dal governo) la riapertura di bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi con tavoli all’aperto, fu immediatamente bacchettata dall’esecutivo e costretta a tornare sui suoi passi. Il deputato grillino Alfonso Colucci ha tentato di smontare la critica di Ciciliano accusandolo di aver infarcito la sua replica di «inesattezze», ma il funzionario si è difeso: «Dal punto di vista operativo avere 20 provvedimenti amministrativi (quante le regioni italiane, ndr)» non è sicuramente semplice, ha lasciato intendere, «non faccio un discorso normativo ma do un punto di vista operativo, non è possibile avere 20 provvedimenti». «Come ha spiegato Ciciliano, l’esito di questo atteggiamento ha provocato, in una fase delicata per l’intera nazione, conduzioni politiche eterogenee e intermittenti, con chiusure e misure restrittive adottate in modo non uniforme sul territorio nazionale», ha osservato Ciancitto, «fa specie che proprio chi oggi si atteggia a difensore della Costituzione, si fece beffa del dettato costituzionale durante la pandemia, non solo calpestando le libertà individuali dei cittadini ma anche ignorando prerogative costituzionali che avrebbero agevolato la gestione del virus». Debole la risposta di Ciciliano alla domanda del senatore Lucio Malan di Fratelli d’Italia riguardo l’obbligo vaccinale. «Nel settembre 2021 lei, in quanto componente del Cts, ne raccomandò fortemente l’estensione “allo scopo di contenere la circolazione del virus”. Quali erano le evidenze scientifiche dalle quali si deduceva che il vaccino fermasse il contagio, atteso che Il 30 luglio dello stesso anno un rapporto dei Cdc degli Stati Uniti aveva chiarito che il vaccino non aveva alcun effetto sulla diffusione del virus?». «Ci sono delle evidenze scientifiche, tra l’altro pubblicate, che hanno dimostrato che la vaccinazione ha ridotto la mortalità».
Le evidenze non c’erano, ma si tolse lavoro, stipendio e libertà di circolazione a chi aveva scelto di non vaccinarsi.
Serve una legge nazionale sul fine vita e il Parlamento dovrebbe anche darsi una mossa. Il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, torna a premere sulle Camere perché adottino una legge sul suicidio assistito. Un testo base c’è e l’ha preparato la maggioranza di centrodestra, ma le opposizioni l’hanno bloccato perché lo giudicano troppo restrittivo. Ieri il giurista salernitano, magistrato di Cassazione da sempre molto attento a custodire le convinzioni personali, è entrato su un terreno minato, in occasione della relazione annuale della Consulta. «Sul fine vita», ha detto, «la Corte è stata chiamata più volte a decidere, dopo l’iniziale sentenza n. 242/2019 in cui furono posti i presupposti sostanziali e processuali» di alcune sentenze. E «in ogni sentenza c’era il monito al Legislatore».
Il presidente della Corte ha quindi sottolineato che «è ancora inascoltato il monito per introdurre una normativa nazionale di regolamentazione del suicidio medicalmente assistito». In effetti la legge è ferma da luglio in Commissione al Senato, dopo l’approvazione del testo base, molto contestato dalle opposizioni.
Ormai le cosiddette «ordinanze Cappato» (dal nome del primo caso, quello di Dj Fabo, patrocinato da Marco Cappato), che rinviano la trattazione nel merito della questione, sono delle specie di escamotage con i quali, parole del presidente Amoroso, «la Corte rileva un vizio di illegittimità costituzionale, ma non lo dichiara immediatamente: si astiene dal pronunciare una sentenza per dar tempo al legislatore di porre rimedio». Siamo quasi al conflitto tra poteri dello Stato, anche se ovviamente la Consulta si ferma sulla soglia della propria competenza e ricorre, come ha fatto ieri il suo presidente, a una forma di moral suasion pubblica.
Particolare curioso, questo pressing si applica anche ad altri campi, almeno a vedere le ultime sentenze, come il licenziamento illegittimo dei lavoratori nelle piccole imprese in base al Jobs Act. Quattro anni fa la Consulta aveva segnalato che c’erano «criticità» nei limiti al risarcimento del lavoratore licenziato. Il legislatore non si è mosso e l’anno scorso la Corte è tornata sulla questione dichiarando l’illegittimità della norma contestata. Insomma, occhio a ignorare i moniti della Consulta.
Amoroso ha lanciato messaggi importanti anche sul diritto penale e sui principi costituzionali. «Con riferimento alle leggi di revisione della Costituzione e in particolare all’inserimento in Costituzione del principio del giusto processo e della tutela dell’ambiente», ha spiegato, «la Corte […] ha ribadito l’esistenza di principi “fondamentali” o “supremi” della nostra Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali». Il riferimento è alla prima parte della Carta, ovvero i 12 articoli che molti giuristi ritengono immodificabili anche se immodificabile, almeno espressamente, sarebbe solo la forma repubblicana. Il presidente della Consulta ha poi parlato del decreto Caivano, adottato nel 2023 per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica, responsabilizzando di più i genitori. «L’irretroattività della legge penale rappresenta un preciso vincolo costituzionale», ha ricordato Amoroso, ma «con riferimento alla nuova disciplina della sospensione del processo con messa alla prova del minore, la Corte ha ritenuto che essa incide direttamente sulla disciplina sostanziale, introducendo un contenuto deteriore rispetto a quella previgente, e pertanto non può essere applicata ai fatti commessi anteriormente al 15 novembre 2023, data di entrata in vigore della nuova norma».






