I grandi racconti di Alice sono ovviamente anche bellissime storie per bambini. Ma un ulteriore piano di lettura apre a un livello differente, in cui Lewis Carroll fa decisamente un discorso «per grandi». Nel seguito del suo libro più noto, il grande scrittore – siamo nel 1871 – parla profeticamente delle battaglie woke, estrema propaggine violenta del politicamente corretto. L’ansia di non ferire la suscettibilità, il furore di emendare storia, cultura e arte da elementi impuri od offensivi, sono sì il segnale di una cultura occidentale allo stadio terminale, ma anzitutto i figli di una tentazione fenomenale: quella di combattere sul linguaggio una battaglia per dominare la realtà. Abbattere le statue, ripulire i racconti di Roald Dahl, cacciare i professori che si permettono di dire che i sessi sono due, registrare i cosiddetti figli di coppie omogenitoriali, sono varie manifestazioni di una guerra di potere in cui la parola punta a definire e sostituire il mondo per determinarlo. E Humpty-Dumpty, l’uovo parlante con cappello, braccia e gambette, nel suo dialogo paternalista con la piccola Alice fa esattamente questo: cerca di dominarla piegando le parole a significare quel che decide lui. «Naturalmente non puoi capire, finché non te lo spiego», dice. La bambina, che scema non è, si accorge che qualcosa non torna e chiede: ma il problema è se le parole possano avere diversi significati. E costringe Humpty a un momento di perfetta sincerità: «Il problema è chi comanda, tutto qua».
- Per l’uccisione a Lione del giovane identitario, interrogato un secondo collaboratore del deputato picchiatore. Sospeso anche per lui il diritto ad accedere in Parlamento. Meloni: «Addolorata, nessuna idea politica può giustificare la violenza».
- La France insoumise scaricata pure da Hollande per la vicinanza ai teppisti antifà.
Lo speciale contiene due articoli.
Il cerchio si stringe sempre di più attorno al partito dell’estrema sinistra transalpina, La France insoumise. Ieri sono arrivate altre prove del coinvolgimento a vario titolo di alcuni suoi simpatizzanti legati anche al movimento de La Jeune garde nel linciaggio che ha provocato giovedì scorso la morte del ventitreenne Quentin Deranque. Le indagini hanno portato al fermo di 11 persone, che è stato prolungato di ventiquattro ore. Alcuni di questi sarebbero coinvolti in maniera più importante nel pestaggio di Quentin, altri avrebbero invece avuto ruoli più «logistici». Tra i fermati ci sarebbe, come scritto da Le Parisien, anche un ex stagista di Raphaël Arnault, deputato de La France insoumise (Lfi) e fondatore della Jeune garde. Per Bfm Tv, l’ex stagista si chiamerebbe Adrien B. Tra i fermati ci sarebbe anche Robin C. che, secondo quanto ricostruito dal quotidiano parigino, sarebbe un altro assistente parlamentare di Arnault. Questo collaboratore è stato assunto l’anno scorso usando lo pseudonimo di Robin Michel. L’uomo avrebbe ricoperto incarichi nel collegio elettorale del deputato Lfi e sarebbe legato a movimenti dell’ultrasinistra. Per questo motivo, Robin C. risulterebbe essere fiché S, cioè schedato nel registro degli individui considerati pericolosi per la sicurezza dello Stato. Anche a lui sono stati proibiti gli accessi all’Assemblea nazionale.
Ma il nome che, anche ieri, era sulla bocca di tutti è quello di Jacques-Élie Favrot, il primo degli assistenti parlamentari di Arnault. L’avvocato di Favrot ha riferito a Bfm tv che il suo assistito «riconosce le violenze» ma non «l’omicidio» di Quentin Deranque.
Una fonte anonima citata da Le Figaro, ha definito Favrot come «uno dei grossi obiettivi» degli arresti compiuti martedì sera e che non poteva essere considerato come «un sospetto accessorio o secondario» nel pestaggio di Lione. Lo stesso quotidiano ha ricordato che Favrot era già noto alla polizia per «furto», «detenzione di un’arma» e «colpi e ferite». Dopo la conferma del fermo del suo assistente parlamentare, Arnault ha reso noto di aver avviato «le procedure per porre fine al suo contratto» all’Assemblea nazionale.
L’annuncio del licenziamento di Favrot non è bastato però a spegnere l’incendio che divampa tra le file de La France insoumise. Per gli esponenti di vari partiti, chi dovrebbe dimettersi è Raphäel Arnault. Altri politici chiedono invece a Lfi di espellere il deputato che, va ricordato, non è coinvolto nei tragici fatti di Lione che hanno provocato la morte del giovane Deranque. A favore dell’esclusione, almeno temporanea, di Arnault dal suo partito si è espressa ieri Maud Bregeon, la portavoce del governo, per la quale serve un «chiarimento, per dire no alla violenza». La risposta del coordinatore nazionale Lfi, Manuel Bompard, non si è fatta attendere : «La portavoce di un governo illegittimo pretende ormai di decidere l’organizzazione dei gruppi politici dell’opposizione», per lui «Arnault non ha alcuna responsabilità nel dramma accaduto a Lione [...] l’inchiesta in corso non lo riguarda assolutamente». Un altro onorevole Lfi, Eric Coquerel, ha invitato Bregeon a «rispettare la separazione dei poteri» e ha rivelato di aver ricevuto minacce di morte. Il presidente del Rassemblement national, Jordan Bardella, ha dichiarato che «Arnault è fuori posto all’Assemblea» e chiesto la creazione di un cordone sanitario attorno a La France insoumise.
A sinistra, anche ieri, vari esponenti hanno cercato di relativizzare la loro prossimità a Lfi. L’ex presidente francese, il socialista François Hollande ha dichiarato ai microfoni di radio Rmc che «non può esserci un’alleanza tra il Ps e Lfi». Il segretario socialista Olivier Faure pur invitando Lfi a fare un «esame di coscienza», è riuscito a lamentarsi per l’«insopportabile inversione» secondo la quale «l’antifascismo sarebbe il nuovo fascismo». La deputata di sinistra (ex Lfi) Clémentine Autain ha criticato una cultura politica francese «intrisa di virilismo». La leader dei Verdi, Marine Tondellier, ha espresso la propria emozione per la morte di Quentin ma ha anche protestato perché riceve «solo domande su La France insoumise» invece «non sento la gente di destra ricevere domane sull’ultradestra, anch’essa estremamente violenta».
La morte di Quentin Deranque ha assunto anche una dimensione internazionale. Ai media francesi non è sfuggito il post su Instagram di Giorgia Meloni. Il presidente del Consiglio ha scritto che «la morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse nazioni, è una ferita per l’intera Europa». Per Meloni «nessuna idea politica, nessuna contrapposizione ideologica può giustificare la violenza o trasformare il confronto in aggressione fisica. Quando l’odio e la violenza prendono il posto del dialogo, a perdere è sempre la democrazia». Sempre all’estero, la deputata Ue dei Républcains, Cécile Imart ha reso noto di aver presentato una risoluzione volta alla creazione di una «lista nera» dei movimenti ultra violenti.
E proprio per evitare violenze, il prefetto della Loira Atlantica ha vietato lo svolgimento di una manifestazione in memoria di Quentin, che avrebbe dovuto tenersi a Nantes. Invece, il sindacato del personale de l'École Normale Supérieure di Paris-Saclay ha annullato l’invito che aveva rivolto alla parlamentare europea Lfi, Rima Hassan.
Allarme bomba da Mélenchon Che prova a passare da vittima
Un allarme (politicamente) provvidenziale. Nel momento più buio per La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’evacuazione della sede per il falso annuncio di una bomba permette al partito di estrema sinistra di rifiatare. La pressione di questi giorni, dopo l’uccisione del giovane Quentin Deranque, per la quale sono stati arrestati diversi giovani organici al gruppo parlamentare mélenchonista, si può così allentare per mezza giornata. «La sede nazionale de La France insoumise è stata evacuata in seguito alla minaccia di una bomba. La polizia è sul posto», ha postato ieri sui social il coordinatore del movimento, Manuel Bompard. L’ispezione dei locali da parte delle forze dell’ordine ha dato esito negativo: nessun ordigno. Si è trattato di una intimidazione o di una bravata.
Il movimento non ha comunque perso tempo, prendendo la palla al balzo per uscire dall’angolo e passare da complice dei carnefici a vittima: «Un limite è stato superato. Chi sfrutta la tragedia e la morte di un giovane per attaccare La France insoumise deve cessare le sue spregevoli manovre», ha dichiarato Clémence Guetté, vicepresidente del partito all’Assemblea nazionale. Un altro parlamentare, Paul Vannier, ha tuonato: «Tutti coloro che, attraverso spregevoli manovre politiche, stanno indirizzando le loro calunnie contro Lfi - Lecornu, Darmanin, Hollande, Bardella e Le Pen - sono responsabili dell’ondata di violenza di cui siamo vittime». Un’ottima strategia diversiva, per un partito duramente attaccato dalla portavoce del governo, Maud Bregeon, che aveva apertamente parlato di «responsabilità morale» dei mélenchonisti dopo l’assassinio di Quentin. Nelle scorse ore anche l’ex presidente François Hollande aveva contribuito a porre un cordone sanitario attorno al movimento: «Non ci può essere, per le prossime elezioni, alcuna alleanza fra i socialisti e La France insoumise».
Nel frattempo, parte della stampa francese di estrema sinistra sta provando ad applicare il protocollo «Primavalle». Il riferimento è a Primavalle, incendio a porte chiuse, il libello con cui, dopo l’omicidio dei fratelli Mattei, parte dell’estrema sinistra provò a caldeggiare la tesi della faida interna nell’estrema destra, mentre i veri responsabili della strage pasteggiavano a champagne con intellettuali e giornalisti di grido. Se negli anni Settanta i missini romani potevano morire per autocombustione, nella Lione del 2026 gli identitari possono evidentemente linciarsi da soli.
La presunta prova chiave delle «controinchieste» (in Italia ripresa da Dinamo Press) è un nuovo video, diffuso dal sito della testata Le Progrès, in cui, pochi minuti prima che Deranque venisse colpito a morte, si vedono due gruppi fronteggiarsi in strada, a una cinquantina di metri da dove poi verrà trovato il corpo del ventitreenne. Un filmato da cui è comunque impossibile capire la dinamica dei fatti: come si sono incrociati i due gruppi? Chi stava aspettando chi? Il video non spiega nulla. Che si sia trattato di un agguato da parte dell’estrema sinistra è stato affermato con nettezza dalle autorità. E comunque la morte di Quentin è sopraggiunta dopo un bestiale accanimento sul suo corpo già disteso a terra, cosa documentata dal primo video uscito dopo i fatti. La Jeune garde antifasciste, movimento disciolto a cui sono legati diversi dei fermati, ha del resto una lunga tradizione di violenza per nulla dissimulata. Nei giorni scorsi abbiamo già ricordato le pagine Instagram in cui il gruppo si vantava degli assalti, spesso in sovrannumero e infierendo su persone a terra. Un vero marchio di fabbrica.
In tutto questo, è comunque Repubblica a far presente la vera tragedia in questa vicenda: «La morte di Deranque complica la sfida delle sinistre ai lepeniani», titolava ieri il quotidiano. Dannati identitari, le trovano tutte pur di indebolire il fronte repubblicano, Persino farsi ammazzare.
Magistrato penale
Ultime (o penultime) notizie: un gruppo di consiglieri Csm (una ventina, da quel che si legge) ha preso posizione sul caso Gratteri, stilando una nota che stigmatizza il fatto che si sarebbe «costruita una polemica su singole frasi del procuratore di Napoli». Non è la prima volta che il Csm scende direttamente nell’arena. Appena una settimana fa i consiglieri avevano chiesto l’apertura di una pratica a tutela di un magistrato della Cassazione, contestato per avere partecipato alla decisione sulla data del referendum nonostante fosse impegnato sul fronte del No. Una «pratica a tutela». Parole che ormai si leggono spesso. Fermiamoci qui.
Di che si tratta? Se il contenuto delle varie «pratiche a tutela» è sempre noto per essere rilanciato con grande rimbombo di tamburi per ogni dove, meno noto è il contenitore, cioè vita, morte e miracoli di questa misteriosa creatura che si fa chiamare - appunto - «pratica a tutela», e che non è nata per parto legislativo, bensì attraverso il forcipe dell’articolo 36 del Regolamento del Csm: «Gli interventi del Consiglio a tutela di singoli magistrati o dell’ordine giudiziario nel suo complesso hanno quale presupposto l’esistenza di comportamenti lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria».
Il linguaggio è contorto ma lo possiamo tradurre così: quando un magistrato finisce al centro di una vicenda mediatica con forti contestazioni esterne, su istanza di qualche consigliere, si apre una «pratica a tutela». Si fa una breve istruttoria e poi, nel caso, il Csm, che secondo la vulgata avrebbe il compito di «tutelare l’indipendenza della magistratura», fa un solenne documento in cui dice che - in sostanza - quel magistrato invece ha bene operato, che le critiche sono ingiuste e che non merita nessuna censura disciplinare. Eccetera.
Qualche osservazione: a spanne diremmo che il fenomeno delle «pratiche a tutela» è in crescita esponenziale da qualche tempo. Tuttavia, essendo il Csm organo di alta amministrazione competente - secondo la lettera della Carta - solo in materia di carriere e trasferimenti e questioni disciplinari dei magistrati, non può esattamente dirsi che abbia funzioni di «tutela» di nessuno e men che meno della generale indipendenza della magistratura tutta. La funzione di tutela è una mera derivazione indiretta delle funzioni che gli diedero i Costituenti. Trasferendo i compiti di amministrazione della carriera dal ministero - com’era sotto l’Ancient regime - a un organo collegiale da cui il potere esecutivo era escluso, si voleva garantire che il ministero non potesse interferire - in termini educativi o magari rieducativi - nella carriera dei magistrati scomodi e quindi orientarne indirettamente l’attività. Lo scopo del Costituente era che le questioni disciplinari e trasferimenti e nomine fossero in capo non più al Ministro Malvagio, ma a un organo collegiale, a composizione mista degli altri due poteri (legislativo e giudiziario) e perfino sotto l’egida del capo dello Stato. Una soluzione ragionevole. Perfino elegante.
A complicare le cose semplici è arrivato invece lui, il solito e vorace correntismo. Che - nel corso degli anni - ha voluto, fortissimamente voluto, fare del Csm un organo di rappresentanza «pluralista», come dice il linguaggio aulico, ovvero «correntizia», come dice chi dal linguaggio aulico non si fa ipnotizzare. Ma che il Csm non sia affatto l’organo «rappresentativo» dei magistrati e men che meno delle loro correnti, aveva provato a dirlo la stessa Corte Costituzionale (sentenza costituzionale, 142/1973): il Csm ha solo funzioni di «alta amministrazione» (confronta articolo 105 della Costituzione, articolo 10 legge istitutiva del Csm): delicatissime, importantissime, per niente assimilabili al cartellino di Fantozzi.
Col tempo, però, la spinta correntizia ha ridotto il Csm a una specie di parlamentino dei gruppi interni, con compiti di tipo sempre più apertamente politico. Sicché il Csm si è autoattribuito anche competenze non previste né dalla Costituzione né dalla legge. In dottrina le chiamano competenze «innominate» o «implicite». Le pratiche a tutela rientrano appunto in questa categoria. Sono una creatura meramente regolamentare. E molto prolifica, anche: basta scorrere la stampa degli ultimi tempi. La domanda obbligata è: a cosa servono? A leggere il citato articolo 36, dovrebbero servire a tutelare il magistrato criticato un po’ troppo per i suoi atti giurisdizionali. Invece l’archivio registra pratiche a tutela anche a difesa di magistrati criticati per condotte del tutto estranee ai compiti di servizio, perfino per una manifestazione di piazza in stile operaista anni Settanta (caso Apostolico). E il corteo in piazza - per quanto ne sappiamo - non sarebbe propriamente atto giurisdizionale. Dunque: cosa c’entra l’articolo 36?
Insomma, qualche domanda avremmo anche il diritto di farcela: ma queste benedette pratiche a tutela non sono forse anticipazioni di giudizio sulla condotta del singolo magistrato? E se per caso il ministro decidesse l’avvio di un disciplinare, quali consiglieri potrebbero occuparsene, visto che i sottoscrittori dovrebbero tutti astenersi per avere già urlato dai tetti il loro giudizio di «solidarietà» con il singolo magistrato coinvolto? Se firmassero e votassero tutti, non dovrebbero astenersi tutti? La conseguenza è che il caso disciplinare - semplicemente - non sarebbe mai trattato.
In sintesi, la pratica a tutela è di fatto uno stop preventivo e implicito al ministro, che diventa così impossibilitato di fatto a esercitare una sua precisa prerogativa. Una specie di assoluzione disciplinare di fatto e pregiudiziale, un potere di veto preventivo del Csm al ministro non previsto da alcuna legge.
In tal caso - altra domanda - non sarebbe anche una singolare confusione di ruoli, in base alla quale il giudice Csm diventa un difensore preventivo del singolo prima ancora che il caso sia portato alla sua attenzione? La logica e la procedura vorrebbero semmai il contrario: il ministro, nella sua autonomia, esercita l’azione disciplinare, e il Csm, nella sua autonomia, assolve o condanna in via disciplinare. Ma, poiché il Csm a trazione correntizia si è autoattribuito impropriamente compiti - appunto - rappresentativi e tutori, è venuto fuori il guazzabuglio, con un giudice disciplinare diventato difensore prima che giudice.
Un rovesciamento di ruoli, con il Csm che autorizza preventivamente il ministro a adirlo in via disciplinare. È probabilmente per questo che la Costituzione e la legge istitutiva del Csm e perfino la Corte Costituzionale - come abbiamo detto prima - non parlano mai del Csm come di un organo rappresentativo di alcunché, titolato alla difesa di alcunché, ma - appunto - solo di un organo che esercita gravi e importanti compiti disciplinari e di delicata amministrazione delle carriere. Solo quel tipo di configurazione giuridica, infatti, eviterebbe i cortocircuiti delle pratiche a tutela, parto spurio e moderno della colonizzazione correntizia, inimmaginabile dal Costituente.
E già che ci siamo, altre domande: la tutela del singolo collega spetta poi al Csm o non piuttosto all’Anm, che sarebbe appunto il sindacato delle toghe e che avrebbe appunto per statuto l’obbligo di dare opera affinché le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali (confronta articolo 2, statuto Anm)? Il fatto che il Csm e l’Anm abbiano finito con l’avere la stessa funzione «difensiva» non è l’ulteriore comprova della innaturale equivalenza dei due soggetti, con la conseguenza che un organismo di rango pubblico e costituzionale è stato ridotto a non più che alla proboscide di un sindacato privato?
Altre domande: se il sindacato privato corrisponde e ormai coincide fi-si-ca-men-te con l’organo pubblico, quale è la distinzione dei ruoli fra il sindacato Anm e i suoi interlocutori? Cosa direbbe un vecchio metalmeccanico anni Settanta, davanti a un leader sindacale che fosse anche rappresentante della Confindustria, amministratore delegato della Fiat, direttore generale del ministero del Lavoro, che cioè al tavolo delle trattative ci andasse lui solo, uno e trino e quaterno? E se il Csm sbagliasse qualcosa nella amministrazione della mia carriera, non avrei il diritto di rivolgermi al mio sindacato Anm? E che aiuto mi potrei aspettare da un sindacato che coincide fi-si-ca-men-te con lo stesso Csm? Da un leader sindacal-correntizio che coincide fi-si-ca-men-te con il mio capoufficio, come ormai succede sempre più spesso, con capicorrente che diventano in contemporanea procuratori capi e presidenti vari? E visto che nessuno del Komintern risponde, allora ci rispondiamo da soli: il correntismo ha creato un sistema asfittico, attorcigliato su sé stesso, imbottito di centri di potere personale; il correntismo assedia, urla, soffia, invade e colonizza ovunque e comunque, tira continuamente per la giacca il Csm, lo espone incessantemente.
La verità è che, se la colonizzazione correntizia di un organo pubblico come il Csm ha creato queste enormi avarie di sistema, allora il primo nemico del Csm non è il Ministro Malvagio, ma la stessa correntocrazia che pretende di contestarlo. Le pratiche a tutela continue e i comunicati continui e le dichiarazioni continue, tante e troppe, oltre a ridurre a zero l’utilità marginale delle singole prese di posizione, sono soltanto l’ulteriore segno del male: sotto assedio correntizio, l’organo di rango costituzionale viene continuamente gettato nella fornace dello scontro politico. Ma il Csm deve rimanere fuori dalla lotta referendaria. È una istituzione di straordinaria importanza. Va difesa. Onorata. Va liberata da questo insopportabile accerchiamento. Questo è il senso della riforma. Bisogna uscire una volta per tutte da questa crisi istituzionale costante, di cui è responsabile solo un correntismo espansionista che ha finito col togliere valore alle stesse idee che dice di volere difendere.
In molti, compreso Massimo Gramellini, hanno discusso il complesso tema delle consegne a domicilio. Ma al di là degli slogan, una soluzione c'è






