I grandi racconti di Alice sono ovviamente anche bellissime storie per bambini. Ma un ulteriore piano di lettura apre a un livello differente, in cui Lewis Carroll fa decisamente un discorso «per grandi». Nel seguito del suo libro più noto, il grande scrittore – siamo nel 1871 – parla profeticamente delle battaglie woke, estrema propaggine violenta del politicamente corretto. L’ansia di non ferire la suscettibilità, il furore di emendare storia, cultura e arte da elementi impuri od offensivi, sono sì il segnale di una cultura occidentale allo stadio terminale, ma anzitutto i figli di una tentazione fenomenale: quella di combattere sul linguaggio una battaglia per dominare la realtà. Abbattere le statue, ripulire i racconti di Roald Dahl, cacciare i professori che si permettono di dire che i sessi sono due, registrare i cosiddetti figli di coppie omogenitoriali, sono varie manifestazioni di una guerra di potere in cui la parola punta a definire e sostituire il mondo per determinarlo. E Humpty-Dumpty, l’uovo parlante con cappello, braccia e gambette, nel suo dialogo paternalista con la piccola Alice fa esattamente questo: cerca di dominarla piegando le parole a significare quel che decide lui. «Naturalmente non puoi capire, finché non te lo spiego», dice. La bambina, che scema non è, si accorge che qualcosa non torna e chiede: ma il problema è se le parole possano avere diversi significati. E costringe Humpty a un momento di perfetta sincerità: «Il problema è chi comanda, tutto qua».
Si è aperta una crepa nell’amministrazione americana in merito alla guerra in Iran: il capo del Centro per l’antiterrorismo americano, Joe Kent, ha rassegnato le dimissioni, rimproverando al presidente americano Donald Trump di essere cascato nella trappola di Israele e della lobby americana. Soprattutto perché «l’Iran non rappresentava una minaccia imminente».
Il malcontento sulla linea adottata dal tycoon emerge chiaramente nella lettera che l’alto funzionario gli ha indirizzato: «Non posso in buona coscienza sostenere la guerra. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». Secondo Kent «all’inizio di questa amministrazione, alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha completamente minato l’America first» e «incoraggiato la guerra».
Kent, che ha prestato servizio nelle Forze speciali dell’esercito e nella Cia, nella lettera ha ricordato anche la moglie uccisa dall’Isis in Siria nel 2019. Con le sue dimissioni, la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard ha perso uno dei suoi principali collaboratori di stampo più moderato in politica estera.
A screditare l’analisi del capo del Centro per l’antiterrorismo americano è stata la Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt ha subito dichiarato: «Ci sono molte false affermazioni», tra cui quella che «l’Iran non rappresentava una minaccia imminente». E Trump non si vuole mostrare toccato dalla questione: «Sono felice che sia fuori. Era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza».
La stessa sicurezza il tycoon l’ha ostentata anche nei confronti degli alleati della Nato. Dopo il loro rifiuto a intervenire nello Stretto di Hormuz, Trump ha scritto su Truth: «Grazie ai successi militari che abbiamo ottenuto, non abbiamo più bisogno dell’assistenza dei Paesi della Nato». Ma Trump si è spinto oltre. Ha avvertito che gli Stati Uniti dovranno «riflettere» sulla loro adesione all’Alleanza atlantica. Anche perché: «la Nato ha appoggiato la nostra azione, nessuno ha detto «non dovresti farlo'». Ora sta commettendo un errore stupido. Noi, come Stati Uniti, dovremo ricordarcene».
Si dice convinto, in ogni caso, che sarà ripristinata la sicurezza dello Stretto di Hormuz a breve: «Non credo che ci vorrà molto. Stiamo mettendo in sicurezza la costa. Si tratta fondamentalmente della costa e delle acque» ha fatto sapere. E sul tema, ha elogiato, oltre a Israele, anche «i Paesi mediorientali», tra cui il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che «hanno aiutato molto» gli Stati Uniti. Dall’altra parte, l’Iran ha fatto sapere che «la situazione dello Stretto non tornerà al suo status pre-bellico».
Tra l’altro pare che proprio i Paesi del Golfo stiano spingendo il tycoon a proseguire l’operazione contro l’Iran. A rivelarlo sono state tre fonti a Reuters. Gli Stati arabi dell’area non hanno chiesto alla Casa Bianca di iniziare la guerra, ma la posizione sarebbe cambiata dopo che Teheran ha «oltrepassato ogni linea rossa». Parallelamente, pare che l’amministrazione americana stia facendo pressione su questi Paesi per convincerli a entrare nel conflitto a fianco degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre, sempre secondo l’agenzia britannica, pare che Washington, poco prima dello scoppio del conflitto, avesse chiesto alla Siria di inviare le sue forze nel Libano orientale per disarmare Hezbollah. Ma Damasco avrebbe rifiutato.
Sulle tempistiche del conflitto, il presidente americano è stato ancora vago. Ha comunicato: «Non siamo ancora pronti ad andarcene, ma ce ne andremo nel prossimo futuro». E dopo che Teheran ha avvertito che un’invasione di terra diventerebbe una nuova Vietnam, Trump ha risposto di «non avere paura di nulla». A tal proposito, stando a quanto riferito dalla Cnn, prosegue il tragitto della nave da guerra USS Tripoli con a bordo migliaia di marines per arrivare in Medio Oriente. Partita dal Giappone, ieri si stava avvicinando allo Stretto di Malacca, al largo di Singapore.
«Tutti i soldati italiani nelle basi militari che era troppo pericoloso lasciare lì a causa del conflitto in Iran sono stati fatti rientrare. E ne saranno fatti rientrare altri»: il ministro della Difesa, Guido Crosetto, al Tg4, pronuncia le parole che gli italiani da giorni aspettavano di ascoltare. L’azzardo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che attaccando l’Iran hanno scatenato una guerra che ha infiammato l’intero Medio Oriente, non può e non deve mettere in pericolo la vita dei soldati italiani, fino a ora solo sfiorati (per fortuna) dalle bombe di Teheran piovute sulla base di Erbil, in Iraq, su un hotel di Baghdad, ancora in Iraq e sulla base di Ali Al Salem, in Kuwait, mentre la base Unifil di Shama, sede del Comando del Settore Ovest a guida italiana nel Sud del Libano, con 1.300 nostri soldati, che operano insieme a tanti contingenti di altri Paesi, è sotto il fuoco incrociato di israeliani e Hezbollah.
A Baghdad questa notte (la scorsa notte, ndr)», sottolinea Crosetto, «abbiamo fatto evacuare alcuni nostri militari in totale sicurezza: sono usciti dall’Iraq e sono arrivati in Kurdistan e adesso arriveranno in Turchia e quindi in Italia. Quelli che rimangono devono avere la garanzia di sicurezza e di avere qualcosa da fare. Non si può far rimanere qualcuno che non abbia una missione e non sia fondamentale per ciò che deve fare in quel luogo, per cui tutti gli altri sono stati fatti rientrare e altri ne saranno fatti rientrare a breve. Altri soldati saranno fatti rientrare da Erbil e dal Kuwait e quelli che restano devono avere totali garanzie di sicurezza». Sulla sicurezza delle basi americane in Italia, è intervenuto anche il vicepremier Antonio Tajani: «Non vedo pericoli di attacchi militari sull'Italia o sulle basi americane, anche perché sono super protette. Non credo che la Sicilia sia raggiungibile, i missili sono arrivati a Creta, ma non credo che possano arrivare fino alla Sicilia».
Analizziamo, ora, nel dettaglio queste operazioni di alleggerimento dei militari italiani. Come spiegano fonti altamente qualificate alla Verità, già al momento dell’invio delle navi Usa in Medio Oriente i contingenti italiani in queste basi sono stati ridotti; all’inizio dei bombardamenti Usa-Israele c’è stato un ulteriore alleggerimento; infine, in questi giorni si sta provvedendo a una ulteriore, drastica riduzione delle nostre truppe. Per quel che riguarda la base di Erbil, la presenza è stata più che dimezzata: da più di 100 soldati italiani, ne restano poche decine, che rientreranno tutti in patria; a Baghdad come detto, non c’è più nessuno; nella base di Ali Al Salem, in Kuwait, rispetto ai 300 soldati italiani presenti prima dello scoppio della guerra, ne erano rimasti una ottantina e anche questo numero è stato ulteriormente ridotto all’osso. Anche i già pochissimi soldati italiani, meno di 20 in tutto, presenti in Qatar e Bahrein sono stati fatti rientrare o sono sul punto di essere rimpatriati.
Allargando il compasso che ha al centro l’Iran, abbiamo altri soldati italiani a Gibuti e in Somalia, che forniscono supporto logistico alle missioni Atalanta e Aspides. Aspides è una missione navale europea prettamente difensiva che opera dal febbraio 2024 nel Mar Rosso e protegge le navi commerciali dagli attacchi degli Houthi dello Yemen: gli assetti aeronavali sono forniti da Italia, Francia, Germania, Grecia, Belgio e Paesi Bassi. Aspides, che potrebbe essere potenziata, è stata affiancata alla missione Atalanta, istituita nel 2008 dalla Ue per contrastare la pirateria nell’area del Corno d’Africa.
Passiamo alla missione Unifil. La situazione qui è complessa, come spiega lo stesso Crosetto: «Le Nazioni Unite», evidenzia il ministro della Difesa, «hanno già deciso che Unifil finirà il prossimo anno; per quanto riguarda questi giorni, questi momenti, dobbiamo preoccuparci innanzitutto di garantire la sicurezza dei nostri militari e di quelli degli altri contingenti, cosa che finora siamo riusciti a fare, ma i primi a chiederci di rimanere in questa fase sono gli stessi libanesi e le stesse Nazioni Unite. Gli stessi contingenti si rendono conto del valore di questa missione di pace per far finire anche la guerra che è in corso, perché le alternative sono due: o in qualche modo gli Hezbollah vengono disarmati da una missione multilaterale delle Nazioni Unite o li disarma Israele con la guerra come sta facendo adesso. Non c’è una terza via, la nostra presenza è la salvezza del Libano ed è un modo per evitare una nuova guerra civile che infiamma il Libano, poi magari dal Libano si trasferisce alla Siria».
Infine, su Hormuz: «I Paesi non hanno detto no a mettere in sicurezza Hormuz», sottolinea ancora Crosetto, «hanno detto no a una missione che poteva sembrare quasi un ingresso in guerra in quel canale. Invece ciò che auspicano tutti i Paesi è una missione multilaterale internazionale che in qualche modo possa garantire la sicurezza a Hormuz. Bisognerebbe che le le Nazioni Unite si mettessero alla testa di questa cosa e poi a quel punto, probabilmente tutte le nazioni ma non soltanto quelle europee, non soltanto quelle della Nato, ma a quel punto anche tutte quelle asiatiche e l’India, parteciperebbero perché l’impatto energetico di Hormuz è principalmente verso l’Asia». Dire sì a una missione Onu, ora come ora, significa buttare la palla in tribuna.
La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran segna una nuova escalation con l’uccisione di Ali Larijani, figura chiave dell’apparato di sicurezza della Repubblica islamica. Secondo quanto annunciato dall’esercito israeliano e dal ministro della Difesa Israel Katz, Larijani - segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e destinatario di una taglia americana da 10 milioni di dollari - è stato eliminato in un attacco aereo nella notte tra lunedì e martedì.
L’operazione, riferisce l’emittente israeliana Channel 12, sarebbe stata inizialmente programmata per la notte precedente e poi rinviata all’ultimo momento. La decisione di colpire è arrivata dopo aver individuato Larijani in uno degli appartamenti utilizzati come rifugio, dove si trovava insieme al figlio anche lui ucciso. Il raid nel quale sono stati lanciati 20 missili conferma come non esistano più luoghi sicuri per i vertici del regime.
Le Forze di Difesa israeliane hanno definito Larijani una delle figure più influenti e longeve del sistema di potere iraniano, sottolineandone il legame diretto con la Guida Suprema. Dopo aver guidato personalmente la repressione di gennaio contro i manifestanti iraniani, Larijani aveva consolidato il proprio peso all’interno del regime. Alla morte di Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio nelle prime fasi del conflitto, era così diventato il perno del sistema, coordinando le attività politico-militari e le operazioni internazionali. La sua eliminazione si inserisce in una più ampia offensiva che, secondo fonti vicine all’opposizione come Iran International, avrebbe causato nella stessa notte la morte di circa 300 membri della milizia Basij. Tra le vittime figurano anche il comandante Gholamreza Soleimani, il suo vice Seyyed Karishi e altri quadri apicali, colpiti mentre si trovavano in un campo temporaneo allestito nei pressi di Teheran dopo la distruzione di diverse basi nelle settimane precedenti. Soleimani era il comandante delle forze Basij, una milizia di volontari composta da 700.000 persone che opera in difesa della Repubblica islamica. L’aeronautica militare israeliana ha nuovamente colpito nel pomeriggio i membri della milizia e i suoi checkpoint a Teheran e in altre località, come mostrano i video dell’Idf.
I raid notturni hanno inoltre preso di mira infrastrutture logistiche e centri di comando, inclusi siti con centinaia di veicoli militari. Secondo le stime dell’Idf, dall’inizio delle operazioni sarebbero stati uccisi tra i 4.000 e i 5.000 tra soldati e comandanti iraniani, infliggendo un duro colpo alla catena di comando della Repubblica islamica. Teheran non ha confermato né smentito la morte di Larijani, limitandosi a diffondere sui social una dichiarazione manoscritta attribuita allo stesso dirigente, risalente a giorni precedenti e priva di riferimenti agli eventi. Nel messaggio, Larijani minacciava gli Stati Uniti e rivendicava la capacità di risposta del regime, parlando di «propaganda nemica» e promettendo vendetta per il sangue versato. L’uccisione di Larijani si aggiunge a una lunga lista di perdite eccellenti che hanno colpito la leadership iraniana nelle ultime settimane, tra cui lo stesso Khamenei, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour e il consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani. Resta invece avvolta nell’incertezza la sorte di Mojtaba Khamenei, indicato come nuova Guida Suprema ma mai apparso pubblicamente dal 28 febbraio. Nel frattempo, il regime ha fatto sapere che Mojtaba avrebbe respinto proposte di de-escalation e di cessate il fuoco avanzate da mediatori internazionali, segnalando la volontà di proseguire il confronto militare. L’esercito israeliano ha confermato di aver colpito anche Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese. Secondo fonti militari, la campagna congiunta israelo-americana starebbe procedendo più rapidamente del previsto, con un’intensificazione degli attacchi contro l’industria della difesa iraniana e gli arsenali missilistici. Tuttavia, le operazioni sono destinate a proseguire per almeno altre tre settimane: «Abbiamo migliaia di obiettivi da colpire», ha dichiarato alla Cnn il portavoce dell’Idf, il generale Effie Defrin. Sul piano politico, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’eliminazione di Larijani «un’opportunità per il popolo iraniano di riprendere il controllo del proprio destino», sostenendo che l’offensiva mira anche a destabilizzare il sistema di potere della Repubblica islamica.
In questo scenario di crescente vuoto ai vertici, il controllo del Paese sembra sempre più nelle mani dei Pasdaran. Tra le figure emergenti spicca Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie e oggi consigliere militare della Guida Suprema, indicato da diverse fonti come l’uomo che starebbe gestendo la transizione e coordinando la risposta strategica dell’Iran. Teheran ha risposto con il lancio di un numero limitato di missili, facendo scattare le sirene d’allarme nel centro e nel nord di Israele e in Cisgiordania, senza causare vittime mentre droni iraniani hanno colpito l’ambasciata statunitense a Baghdad.
In serata, però, lo scenario è mutato con un attacco su larga scala da parte di Hezbollah nel nord e nel centro di Israele, già anticipato dalle Idf che nelle ore precedenti avevano rilevato un’intensificazione dei preparativi dell’organizzazione per colpire il territorio israeliano. In precedenza il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, aveva rivendicato la decisione di riprendere le ostilità contro Israele, sottolineando come ciò avvenga «dopo quindici mesi in cui abbiamo lasciato spazio alla diplomazia con pazienza e perseveranza». Dopo le sue dichiarazioni alle Idf è stato ordinato di eliminare immediatamente qualsiasi alto esponente iraniano o di Hezbollah, senza attendere l’approvazione della leadership politica.
Grezzo. Rozzo. Confuso. Banale. Ridondante. Inutilmente enfatico. Caotico. Disordinato. Sbrodolato. Ripetitivo. Pensierini da Baci Perugina... Tali aggettivi ed espressioni le metto a disposizione di chi, dopo aver letto il mio libro, avrà voglia di stroncarlo - legittimamente, sia chiaro: il diritto di critica è sacrosanto. Anche perché quei termini sono tutti calzanti.
Il mio primo, e presumo ultimo, libro è infatti proprio così: tirato via, scritto male e argomentato peggio. Però è autentico.
(Sì, lo so: sembra di sentire Giorgia Meloni quando, a chi le segnalava i giudizi non esattamente lusinghieri che le aveva riservato l’alleato Silvio Berlusconi dopo la vittoria alle politiche 2022, affacciandosi dal sedile della macchina replicò: «Non ho niente da dire, mi pare però mancasse un punto tra quelli elencati: che non sono ricattabile»).
Direte: un libro non va giudicato in base alle pur buone intenzioni dell’autore.
Vero, ma non posso mentire, almeno con i lettori della Verità: l’ho messo nero su bianco come sentivo dovesse essere scritto.
«In apnea», come l’ha definito Alessandra Arachi sul Corriere della Sera (grazie a lei, e grazie ad Aldo Cazzullo, il primo a contattarmi: non siamo sempre d’accordo, ma la stima c’è sempre stata, e rimane).
Perché la punteggiatura è assente, come se avessi scritto in trance, lasciando spazio a un lungo flusso di coscienza - cattiva, perché onusta di sensi di colpa.
Una lunga confessione come se, sdraiatomi sul lettino, mi fossi messo a parlare con l’analista. In questo caso, il mio stesso padre. Si fa prima a dire cosa non è, il mio pregevole manufatto.
Non è un trattarello sociologico sull’evoluzione della figura del padre, in principio l’autorevole pater familias, quindi il dispotico Padre padrone (come da titolo del volume di Gavino Ledda, Feltrinelli 1975), infine oggi il «mammo».
Non me lo sarei potuto permettere, e comunque in materia esiste una copiosa produzione, penso ai libri di Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? Raffaello Cortina 2017, Maurizio Quilici, Storia della paternità, Fazi 2010, Antonio Polito, Contro i papà, Rizzoli 2012.
Non è nemmeno la storia della mia famiglia, altrimenti lo spazio riservato a mia madre e a mia sorella sarebbe stato ben diverso. Non è la mia autobiografia - a chi interesserebbe? - né professionale né privata.
Nel primo caso, avrei ringraziato chi mi ha accompagnato lungo il percorso: da Giampaolo Pansa a Marco Tronchetti Provera, da Afef ad Adriano Panatta, da Maurizio Belpietro (l’unico, quando fui sostituito alla guida del TgLa7, a scrivere in lode dello stile che avevo esibito nel momento del «licenziamento»: senza cioè atteggiarmi a martire dell’informazione e della democrazia - che è spesso una posa ipocrita, e che proprio per questo in questo Paese paga sempre), fino a Enrico Mentana, che nel 1995 mi volle al Tg5 per sei mesi, e successivamente mi offrì anche l’assunzione, proposta che rifiutati perché nel frattempo avevo intrapreso la carriera di autore televisivo.
Nel secondo caso, si sarebbe trattato di un inutile memoir di un patetico maschio italiota, egoista e fedifrago, capace di farsi - disinvoltamente e allegramente - i casi suoi fino all’età di 55 anni.
Ed eccoci allo snodo fatale, al giro di boa: nel 2016 divento padre, e le mie prospettive - come d’incanto - cambiano.
D’accordo, anche qui siamo all’acqua calda: diventare padre, ritrovarsi genitore, non è poi una circostanza così speciale. Anche perché ho sempre pensato che nella vita non sia obbligatorio fare figli. A me non è successo fino appunto a 10 anni fa. E vivevo benissimo.
Poi, all’arrivo di Lucia e Romeo, ho scoperto che potevo vivere meglio.
Intendiamoci: continuo a sostenerlo, «replicarsi» non è un dovere.
Ma non condanno certo chi non ha figli (anche perché non sempre è una scelta, ma una situazione imposta dalla natura: in tal caso, capisco chi si adoperi per averlo, un figlio, purché non ricorra all’orrida pratica dell’utero in affitto, che mercifica il corpo delle donne, altro che la pubblicità).
Sia che si diventi padri oppure no, un dato è certo: si è comunque sempre figli, e su questo non ci piove.
Anche se poi confrontarsi con il nodo rappresentato dai rapporti con il proprio padre è un terreno estremamente sdrucciolevole, intriso di lacrime e di bestemmie, di conti senza sconti, di ammissioni e recriminazioni, accuse e incomprensioni, pentimenti tardivi che sono utili «come il morso di un cane a una pietra», evocando il grande Friedrich Nietzsche.
Il mio libro, in fondo, è tutto qui: il tentativo, non so quanto riuscito, di rimettere insieme i pezzi, tornando sul luogo del delitto (c’è sempre un momento in cui il figlio maschio esclama: «Father, I want to kill you», come Jim Morrison dei Doors nel brano The end, e scusate la citazione rock, ma sono pur sempre anche il Cavaliere Nero di Virgin Radio, e anche questo dettaglio rientra nel libro in modo significativo), alla ricerca di indizi e prove come tessere di un mosaico necessariamente incompleto, per saldare i sospesi.
Fuori tempo massimo, comunque, visto che mio padre e mia madre se ne sono andati a tre settimane l’uno dall’altra, tra aprile e maggio 2020, la primavera del Covid, senza neppure un funerale causa lockdown.
Quello che mi è successo dopo la scomparsa dei miei, il ritrovarmi improvvisamente orfano a 60 anni, condizione che di regola si associa all’infanzia o all’adolescenza («poverino, è rimasto orfano da bambino»), e che io invece ho sperimentato avendo già da un pezzo attraversato la mia personale linea d’ombra, è raccontato nel libro, ma sempre nel tentativo di capire meglio quale sia stato davvero il sentimento che ancora oggi mi fa commuovere se penso a quel padre calabrese, emigrato al Nord a 18 anni, entrato in Polizia tributaria, piombato a Como sul finire degli anni 50 quando i cartelli avvertivano «non si affitta ai terroni», autore di imprese memorabili quando dava la caccia agli «spalloni», che aspettava arrampicato sugli alberi, da cui il soprannome «Scoiattolo», per cui ha ricevuto medaglie ed encomi.
Un padre verso il quale oggi posso dire di nutrire un amore disperato, un legame indissolubile come quello manifestato da Camillo Sbarbaro nella sua poesia più celebre: «Padre / se anche tu non fossi il mio Padre / se anche fossi a me un estraneo / fra tutti quanti gli uomini già tanto / pel tuo cuore fanciullo t’amerei».
Che non a caso apre il primo capitolo.
Buona lettura, e grazie alla Verità per lo spazio.






