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2021-12-18
Parigi e Berlino respingono la linea Draghi sui tamponi. Bocciati i test sui vaccinati
Emmanuel Macron e Olaf Scholz (Chesnot/Getty Images)
Contrordine compagni, e soprattutto contrordine giornaloni. Ieri mattina, con l’eccezione della Verità, i maggiori quotidiani italiani avevano descritto la presenza di Mario Draghi al Consiglio europeo un po’ come le cronache latine celebravano i trionfi di Cesare in Gallia.
Il Corriere della Sera era stato appena appena più cauto nell’editoriale («Nessuna sfida a Bruxelles. Buon senso e forza dei numeri»), anche se nell’occhiello di pagina 3 lo stesso quotidiano milanese si era fatto sfuggire un imbarazzante «Il premier tira dritto». Ma Stampa e Repubblica avevano titoli addirittura inneggianti e tambureggianti. Ecco il quotidiano torinese in prima: «La Ue: sì al green pass all’italiana». E addirittura nel sommario di pagina 2 compariva un surreale: «Il Consiglio europeo impone ai 27 il modello di Roma». Stessi toni in apertura su Rep: «Ue, passa la linea Draghi». E nel sommario di pagina 2 un impegnativo: «A Bruxelles via libera ai limiti voluti da Roma». Insomma, a leggere questi quotidiani, si sarebbe materializzato un successo politico pieno del governo di Roma, e addirittura un rovesciamento della linea europea a beneficio della scelta italiana. Un Draghi triumphans avrebbe piegato ogni dissenso.
La realtà, raccontata ieri dal nostro quotidiano, appariva molto meno gloriosa per Draghi. Non una bocciatura, ma nemmeno un trionfo. Anzi, nel documento conclusivo dei lavori, aveva trovato posto un richiamo all’Italia, una correzione a matita rossa, se non una tirata di orecchie, con l’esplicita richiesta agli Stati membri che «qualsiasi restrizione sia basata su criteri obiettivi e non mini il funzionamento del mercato unico o danneggi in misura sproporzionata la libera circolazione tra gli stati o i viaggi nella Ue». Altro che elogio, insomma: e meno che mai l’adozione della linea italiana.
Nella giornata di ieri, pur senza censure esplicite verso l’Italia (ma forse avendo trovato surreali i resoconti dei media italiani), Parigi e Berlino hanno messo i proverbiali puntini sulle i, precisando ulteriormente la loro contrarietà all’uso «draghiano» dei tamponi verso chiunque entri in Italia, e lasciando trapelare le dichiarazioni critiche rese dai loro leader nel corso del vertice del giorno prima.
Ecco la Francia attraverso Emmanuel Macron: «Non prevediamo di introdurre dei test Covid all’interno dell’Ue, perché teniamo al buon funzionamento dello spazio comune, e quindi non imporremo test nei confronti dei Paesi europei, ma verso Paesi terzi». Secondo la ricostruzione di Politico, Macron avrebbe lasciato a verbale che «la decisione dell’Italia non gli è piaciuta». Mentre il Financial Times ha rivelato che a criticare l’Italia in modo palese sono stati anche Estonia, Spagna e Belgio. Sulla medesima linea francese anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz: «La libertà di movimento in Europa è importante», e dunque, quanto all’ipotesi di nuove restrizioni, «stiamo seguendo le orme della Francia».
Morale: nel documento finale, varato con approvazione unanime, il perimetro dell’intesa è risultato minimale, limitato all’accelerazione delle vaccinazioni (con particolare riferimento alle terze dosi) e alla sottolineatura di una qualche esigenza di uniformità sul green pass.
Ecco un primo passaggio rilevante: «Sono necessari ulteriori sforzi coordinati per rispondere agli sviluppi, basati sulle migliori prove scientifiche». E ancora, sul pass digitale Ue, si evidenzia «l’importanza di un approccio coordinato sulla validità» del lasciapassare. Secondo passaggio significativo sulle vaccinazioni: è urgente «attuare le campagne di vaccinazione per tutti i cittadini ed è cruciale effettuare i booster».
Ma sullo sfondo resta il malumore per la fuga in avanti italiana. Un anonimo funzionario Ue citato da Avvenire riferisce un consistente disappunto: «Molti leader si sono concentrati sulla validità dei certificati Covid e sull’importanza di un approccio coerente e coordinato al momento di adottare misure nazionali». Come dire: non sono state gradite le differenziazioni e le norme peggiorative.
Aspro anche il belga Alexander De Croo: «Se ogni Paese si rimette di nuovo a fare cose per conto proprio, tutto diventerà più difficile». Stessi toni e stessa irritazione anche da parte del rappresentante lussemburghese Xavier Bettel: «Se adesso torniamo alle regole nazionali, come faremo a convincere la gente a vaccinarsi?».
Insomma, il «trionfo» di Draghi è stato tale solo sui media italiani. Resta da capire se si sia trattato di una prova di zelo spontanea (per quanto imbarazzante) o se qualche velina informale o qualche versione veicolata da Palazzo Chigi abbia contribuito alla fantasiosa rappresentazione degli eventi comparsa sui quotidiani di ieri.
Autostrada del Brennero ridotta a una sola corsia per fare i controlli
Disagi alle frontiere a causa delle nuove restrizioni per chi arriva dall’estero: fino al 31 gennaio chi entra in Italia da tutti i Paesi Ue, anche se vaccinato, dovrà effettuare un test antigenico nelle 24 ore precedenti all’ingresso, oppure molecolare nelle 48 ore precedenti. Chi non è vaccinato, oltre a farsi tamponare, dovrà restare in quarantena per cinque giorni. I controlli vengono effettuati a campione dalle forze dell’ordine. Esentati i residenti nella fascia di 60 chilometri dal confine e i frontalieri, ma si segnalano problemi per chi arriva dalla Svizzera interna. Alcuni cittadini elvetici sono stati bloccati al confine in quanto sprovvisti del tampone. Come riporta il Corriere del Ticino, , alcune persone a bordo di un’auto sono state bloccate a Bizzarone. «Parlare di respingimento non è esatto», dice il comandante del gruppo della Guardia di finanza di Ponte Chiasso, il colonnello Andrea Alba, «le persone controllate non avevano il tampone ed è stato spiegato loro come, per entrare in Italia, fosse necessario il test. Sono state quindi invitate a fare il test».
Intanto, dalle 18 di ieri, l’Autostrada del Brennero, su indicazione della polizia, è stata ridotta a una sola corsia per quel che riguarda la carreggiata sud in prossimità del confine di ingresso in Italia, in modo da favorire il controllo di green pass e tamponi. Il restringimento della carreggiata a una sola corsia, è facile prevederlo, aumenterà le code degli automobilisti e dei tir diretti verso l’Italia.
I controlli, però, in alcuni casi farebbero acqua soprattutto per quel che riguarda gli aeroporti. Ieri Striscia la notizia ha rivelato che in alcuni casi gli addetti ai controlli si limitano a dare un’occhiata al green pass, senza effettuare la verifica con l’apposito scanner, dando il via libera a chi entra in Italia. L’inviato Valerio Staffelli, insieme con la sua troupe, ha filmato molti episodi di questo genere sia a Milano Linate sia a Roma Fiumicino. In Piemonte invece, all’aeroporto di Torino Caselle, sono stati potenziati i controlli sui passeggeri in arrivo. Le verifiche sono effettuate a campione su voli ritenuti sensibili per provenienza, numero di passeggeri e documentazione sanitaria presentata all’imbarco. Non in regola circa il 5% delle persone controllate, poste in isolamento. Gli stessi controlli verranno effettuati anche nell'aeroporto di Levaldigi.
Ieri il ministro Luciana Lamorgese ha presieduto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, che ha disposto un ulteriore rafforzamento dei dispositivi di vigilanza sull’intero territorio nazionale in vista delle prossime festività natalizie. I prefetti sono stati invitati a convocare apposite riunioni dei Comitati provinciali, anche per predisporre specifici servizi di prevenzione in prossimità dei luoghi di culto delle diverse confessioni, degli aeroporti e dei porti, delle stazioni ferroviarie e delle reti viarie. L’Italia si blinda, dunque, o quanto meno tenta di farlo, in vista del prevedibile afflusso di turisti dall’estero per le festività natalizie. Le città d’arte e le località sciistiche sono tradizionalmente le mete privilegiate da parte di turisti di tutto il mondo, in particolare europei.
La stretta decisa dal governo guidato da Mario Draghi, che ha deciso di rendere obbligatorio il tampone anche per chi è vaccinato e in possesso quindi di green pass e arriva da Paesi dell’Unione europea, è in un certo senso una scommessa: se i controlli si dimostreranno lacunosi, il provvedimento risulterà inutile; se invece, a causa di queste verifiche, come ad esempio rischia di accadere per l’Autostrada del Brennero, i disagi scoraggeranno l’arrivo di turisti dall’estero, a essere penalizzati saranno gli imprenditori del settore, già messi in ginocchio da questi due anni di crisi pandemica.
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Al Consiglio europeo. Emmanuel Macron chiude: «Non li introdurremo». Olaf Scholz segue la stessa strategia. Nel documento finale, nessun riferimento all’obbligo per chi viaggia.Autostrada del Brennero ridotta a una sola corsia per fare i controlli. Rischio caos. In Piemonte più verifiche negli aeroporti: irregolare il 5% dei passeggeri.Lo speciale comprende due articoli. Contrordine compagni, e soprattutto contrordine giornaloni. Ieri mattina, con l’eccezione della Verità, i maggiori quotidiani italiani avevano descritto la presenza di Mario Draghi al Consiglio europeo un po’ come le cronache latine celebravano i trionfi di Cesare in Gallia. Il Corriere della Sera era stato appena appena più cauto nell’editoriale («Nessuna sfida a Bruxelles. Buon senso e forza dei numeri»), anche se nell’occhiello di pagina 3 lo stesso quotidiano milanese si era fatto sfuggire un imbarazzante «Il premier tira dritto». Ma Stampa e Repubblica avevano titoli addirittura inneggianti e tambureggianti. Ecco il quotidiano torinese in prima: «La Ue: sì al green pass all’italiana». E addirittura nel sommario di pagina 2 compariva un surreale: «Il Consiglio europeo impone ai 27 il modello di Roma». Stessi toni in apertura su Rep: «Ue, passa la linea Draghi». E nel sommario di pagina 2 un impegnativo: «A Bruxelles via libera ai limiti voluti da Roma». Insomma, a leggere questi quotidiani, si sarebbe materializzato un successo politico pieno del governo di Roma, e addirittura un rovesciamento della linea europea a beneficio della scelta italiana. Un Draghi triumphans avrebbe piegato ogni dissenso. La realtà, raccontata ieri dal nostro quotidiano, appariva molto meno gloriosa per Draghi. Non una bocciatura, ma nemmeno un trionfo. Anzi, nel documento conclusivo dei lavori, aveva trovato posto un richiamo all’Italia, una correzione a matita rossa, se non una tirata di orecchie, con l’esplicita richiesta agli Stati membri che «qualsiasi restrizione sia basata su criteri obiettivi e non mini il funzionamento del mercato unico o danneggi in misura sproporzionata la libera circolazione tra gli stati o i viaggi nella Ue». Altro che elogio, insomma: e meno che mai l’adozione della linea italiana. Nella giornata di ieri, pur senza censure esplicite verso l’Italia (ma forse avendo trovato surreali i resoconti dei media italiani), Parigi e Berlino hanno messo i proverbiali puntini sulle i, precisando ulteriormente la loro contrarietà all’uso «draghiano» dei tamponi verso chiunque entri in Italia, e lasciando trapelare le dichiarazioni critiche rese dai loro leader nel corso del vertice del giorno prima. Ecco la Francia attraverso Emmanuel Macron: «Non prevediamo di introdurre dei test Covid all’interno dell’Ue, perché teniamo al buon funzionamento dello spazio comune, e quindi non imporremo test nei confronti dei Paesi europei, ma verso Paesi terzi». Secondo la ricostruzione di Politico, Macron avrebbe lasciato a verbale che «la decisione dell’Italia non gli è piaciuta». Mentre il Financial Times ha rivelato che a criticare l’Italia in modo palese sono stati anche Estonia, Spagna e Belgio. Sulla medesima linea francese anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz: «La libertà di movimento in Europa è importante», e dunque, quanto all’ipotesi di nuove restrizioni, «stiamo seguendo le orme della Francia».Morale: nel documento finale, varato con approvazione unanime, il perimetro dell’intesa è risultato minimale, limitato all’accelerazione delle vaccinazioni (con particolare riferimento alle terze dosi) e alla sottolineatura di una qualche esigenza di uniformità sul green pass. Ecco un primo passaggio rilevante: «Sono necessari ulteriori sforzi coordinati per rispondere agli sviluppi, basati sulle migliori prove scientifiche». E ancora, sul pass digitale Ue, si evidenzia «l’importanza di un approccio coordinato sulla validità» del lasciapassare. Secondo passaggio significativo sulle vaccinazioni: è urgente «attuare le campagne di vaccinazione per tutti i cittadini ed è cruciale effettuare i booster». Ma sullo sfondo resta il malumore per la fuga in avanti italiana. Un anonimo funzionario Ue citato da Avvenire riferisce un consistente disappunto: «Molti leader si sono concentrati sulla validità dei certificati Covid e sull’importanza di un approccio coerente e coordinato al momento di adottare misure nazionali». Come dire: non sono state gradite le differenziazioni e le norme peggiorative. Aspro anche il belga Alexander De Croo: «Se ogni Paese si rimette di nuovo a fare cose per conto proprio, tutto diventerà più difficile». Stessi toni e stessa irritazione anche da parte del rappresentante lussemburghese Xavier Bettel: «Se adesso torniamo alle regole nazionali, come faremo a convincere la gente a vaccinarsi?».Insomma, il «trionfo» di Draghi è stato tale solo sui media italiani. Resta da capire se si sia trattato di una prova di zelo spontanea (per quanto imbarazzante) o se qualche velina informale o qualche versione veicolata da Palazzo Chigi abbia contribuito alla fantasiosa rappresentazione degli eventi comparsa sui quotidiani di ieri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-e-berlino-respingono-la-linea-draghi-sui-tamponi-bocciati-i-test-sui-vaccinati-2656063276.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="autostrada-del-brennero-ridotta-a-una-sola-corsia-per-fare-i-controlli" data-post-id="2656063276" data-published-at="1639771060" data-use-pagination="False"> Autostrada del Brennero ridotta a una sola corsia per fare i controlli Disagi alle frontiere a causa delle nuove restrizioni per chi arriva dall’estero: fino al 31 gennaio chi entra in Italia da tutti i Paesi Ue, anche se vaccinato, dovrà effettuare un test antigenico nelle 24 ore precedenti all’ingresso, oppure molecolare nelle 48 ore precedenti. Chi non è vaccinato, oltre a farsi tamponare, dovrà restare in quarantena per cinque giorni. I controlli vengono effettuati a campione dalle forze dell’ordine. Esentati i residenti nella fascia di 60 chilometri dal confine e i frontalieri, ma si segnalano problemi per chi arriva dalla Svizzera interna. Alcuni cittadini elvetici sono stati bloccati al confine in quanto sprovvisti del tampone. Come riporta il Corriere del Ticino, , alcune persone a bordo di un’auto sono state bloccate a Bizzarone. «Parlare di respingimento non è esatto», dice il comandante del gruppo della Guardia di finanza di Ponte Chiasso, il colonnello Andrea Alba, «le persone controllate non avevano il tampone ed è stato spiegato loro come, per entrare in Italia, fosse necessario il test. Sono state quindi invitate a fare il test». Intanto, dalle 18 di ieri, l’Autostrada del Brennero, su indicazione della polizia, è stata ridotta a una sola corsia per quel che riguarda la carreggiata sud in prossimità del confine di ingresso in Italia, in modo da favorire il controllo di green pass e tamponi. Il restringimento della carreggiata a una sola corsia, è facile prevederlo, aumenterà le code degli automobilisti e dei tir diretti verso l’Italia. I controlli, però, in alcuni casi farebbero acqua soprattutto per quel che riguarda gli aeroporti. Ieri Striscia la notizia ha rivelato che in alcuni casi gli addetti ai controlli si limitano a dare un’occhiata al green pass, senza effettuare la verifica con l’apposito scanner, dando il via libera a chi entra in Italia. L’inviato Valerio Staffelli, insieme con la sua troupe, ha filmato molti episodi di questo genere sia a Milano Linate sia a Roma Fiumicino. In Piemonte invece, all’aeroporto di Torino Caselle, sono stati potenziati i controlli sui passeggeri in arrivo. Le verifiche sono effettuate a campione su voli ritenuti sensibili per provenienza, numero di passeggeri e documentazione sanitaria presentata all’imbarco. Non in regola circa il 5% delle persone controllate, poste in isolamento. Gli stessi controlli verranno effettuati anche nell'aeroporto di Levaldigi. Ieri il ministro Luciana Lamorgese ha presieduto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, che ha disposto un ulteriore rafforzamento dei dispositivi di vigilanza sull’intero territorio nazionale in vista delle prossime festività natalizie. I prefetti sono stati invitati a convocare apposite riunioni dei Comitati provinciali, anche per predisporre specifici servizi di prevenzione in prossimità dei luoghi di culto delle diverse confessioni, degli aeroporti e dei porti, delle stazioni ferroviarie e delle reti viarie. L’Italia si blinda, dunque, o quanto meno tenta di farlo, in vista del prevedibile afflusso di turisti dall’estero per le festività natalizie. Le città d’arte e le località sciistiche sono tradizionalmente le mete privilegiate da parte di turisti di tutto il mondo, in particolare europei. La stretta decisa dal governo guidato da Mario Draghi, che ha deciso di rendere obbligatorio il tampone anche per chi è vaccinato e in possesso quindi di green pass e arriva da Paesi dell’Unione europea, è in un certo senso una scommessa: se i controlli si dimostreranno lacunosi, il provvedimento risulterà inutile; se invece, a causa di queste verifiche, come ad esempio rischia di accadere per l’Autostrada del Brennero, i disagi scoraggeranno l’arrivo di turisti dall’estero, a essere penalizzati saranno gli imprenditori del settore, già messi in ginocchio da questi due anni di crisi pandemica.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
Secondo fonti di governo, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha bloccato venerdì scorso l’atterraggio di asset americani diretti in Medio Oriente: mancavano autorizzazione e consultazione preventiva. Il piano di volo era stato comunicato quando gli aerei erano già partiti. Nessuna reazione ufficiale da Washington.
Il governo italiano ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base di Sigonella, in Sicilia. La decisione, assunta nella notte di venerdì 27 marzo ma rimasta riservata fino a oggi, è stata confermata da fonti di governo dopo le anticipazioni di stampa.
A intervenire è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, informato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, di un piano di volo che prevedeva l’atterraggio di alcuni asset aerei statunitensi a Sigonella, con successiva partenza verso il Medio Oriente. Il programma, secondo quanto ricostruito, non era stato sottoposto né a richiesta di autorizzazione né a preventiva consultazione con le autorità italiane. La comunicazione del piano sarebbe arrivata quando gli aerei erano già in volo. A quel punto sono state avviate verifiche da parte dello Stato maggiore dell’Aeronautica, dalle quali è emerso che i voli in questione non rientravano tra quelli di natura logistica previsti dagli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Alla luce di questi elementi, Crosetto ha dato mandato di negare l’autorizzazione all’atterraggio. A trasmettere formalmente la decisione al comando statunitense è stato lo stesso Portolano. Tra i fattori considerati anche la presenza, nei piani di volo, del cosiddetto «caveat», che limita l’atterraggio a situazioni di emergenza.
Il ministro della Difesa aveva più volte ribadito in Parlamento che ogni operazione non prevista dai trattati deve essere sottoposta a un passaggio parlamentare. Una linea che, secondo quanto riferito, è stata seguita anche in questa circostanza. Secondo le informazioni disponibili, non si registrano al momento reazioni ufficiali da parte dell’amministrazione americana. Resta tuttavia il potenziale impatto della decisione sui rapporti tra Roma e Washington.
La base di Sigonella è già stata in passato al centro di tensioni tra Italia e Stati Uniti, in particolare durante la crisi del 1985, sotto il governo guidato da Bettino Craxi e con Ronald Reagan alla Casa Bianca.
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Antonio Tajani (Imagoeconomica)
Prima di tutto Giorgia Meloni durante la campagna referendaria ha promesso e giurato che l’esito del voto non avrebbe influito sulla tenuta del governo, in secondo luogo, come già spiegato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, sarebbe da irresponsabili rimettere il mandato in un contesto internazionale instabile come questo. Serietà, stabilità e responsabilità, parole ripetute decine di volte che andrebbero a cadere nel vuoto se si cedesse alla tentazione delle elezioni anticipate. Insomma, non piacerà alle opposizioni, né ai tifosi del «fate presto», ma il governo tira diritto.
«Piena fiducia in Giorgia Meloni e in tutta la squadra di governo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini durante la riunione della Lega in via Bellerio a Milano. «La Lega è e sarà sempre leale e responsabile», smarcando le ipotesi che accreditavano il Carroccio come pronto alle urne. Qualche dubbio in effetti lo ha sollevato l’intervista che Armando Siri, capo dei dipartimenti dei leghisti e consigliere di Salvini ha rilasciato a Repubblica, perché dicendo «le elezioni anticipate non sono tabù», ha spianato di fatto la strada a chi pensava di potergli attribuire la volontà di andare al voto. Così non è, lo ha chiarito il suo leader di partito: «Arriviamo a fine legislatura senza dubbio». Una decisone presa dopo aver convocato i dirigenti a Milano. Oltre allo stesso Salvini, presenti tra gli altri anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e quello per le Autonomie, Roberto Calderoli, il vicesegretario del Carroccio, Claudio Durigon, il governatore del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, quello del Veneto, Alberto Stefani, e i capigruppo di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. Presente anche Luca Zaia. Il nome dell’ex governatore del Veneto in queste ore è ampiamente speso come papabile per la guida del ministero del Turismo appena lasciato da Daniela Santanchè, ma anche per quello delle Imprese e del Made in Italy in ottica di un mini rimpasto. Resta da nominare anche il sottosegretario alla Giustizia, un nome ci sarebbe, ma si tiene riservato per paura di bruciarlo. Anche il rimpasto si esclude dalle parti di via Bellerio, e si guarda avanti pensando alla manifestazione del 18 aprile a Milano con i Patrioti. Si è parlato anche dell’idea di invitare Meloni in quella data per testimoniare unità, ipotesi accantonata perché sarebbe stato uno sgarbo essendo lei ai vertici del gruppo dei Conservatori in Europa.
Intanto, in casa azzurri «nessuno pensa a elezioni anticipate», ha chiarito il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani. «Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto. Quando c’è un risultato negativo ci sono dei contraccolpi, ma adesso dobbiamo lavorare sulle questioni soprattutto economiche, come far crescere l’economia, impedire che la crisi energetica possa interferire con le imprese, ridurre la pressione fiscale e continuare ad aumentare il Pil, evitando contraccolpi». Lo ha detto al Forum della Cucina italiana di Bruno Vespa intervenendo in videocollegamento.
La testa e l’attenzione dell’esecutivo adesso si spostano sul prossimo dossier che è quello della legge elettorale. Oggi in commissione Affari costituzionali alla Camera, parte l’iter parlamentare del cosiddetto Stabilicum: il sistema proporzionale con premio di maggioranza pensato da Fdi-Lega-Fi-Nm per archiviare il Rosatellum. L’idea è quella di evitare colpi di mano lasciando aperta la porta al dialogo con le opposizioni, che già accusa la maggioranza di replicare «lo schema della riforma: prendere o lasciare». «Ci confronteremo. Il provvedimento sarà incardinato domani, ma senza forzature: non c’è alcuna intenzione di procedere a colpi di maggioranza», spiegano fonti parlamentari di via della Scrofa. Quanto a eventuali modifiche, «è prematuro parlarne prima del confronto; siamo comunque disponibili a valutare eventuali correttivi, purché non venga stravolta la filosofia del testo».
L’impianto generale, nelle intenzioni di Fdi, resta quello di una legge proporzionale, con un premio di maggioranza che consenta di stabilire chiaramente, il giorno dopo il voto, chi ha vinto e chi ha perso: «Non si può transigere». Sulle modalità, invece, «il confronto è aperto». Tanto che all’interno della stessa maggioranza non si escludono modifiche al testo. I punti più dibattuti sono quelli del ballottaggio, del premio e delle preferenze. C’è unanimità sul fatto di non mettersi i bastoni tra le ruote a vicenda. Inoltre, fanno sapere, la riforma elettorale non viene avvertita come una priorità. Fonti interne a Fratelli d’Italia assicurano che non ci sarà alcuna accelerazione come invece si dice.
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