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2021-12-18
Parigi e Berlino respingono la linea Draghi sui tamponi. Bocciati i test sui vaccinati
Emmanuel Macron e Olaf Scholz (Chesnot/Getty Images)
Contrordine compagni, e soprattutto contrordine giornaloni. Ieri mattina, con l’eccezione della Verità, i maggiori quotidiani italiani avevano descritto la presenza di Mario Draghi al Consiglio europeo un po’ come le cronache latine celebravano i trionfi di Cesare in Gallia.
Il Corriere della Sera era stato appena appena più cauto nell’editoriale («Nessuna sfida a Bruxelles. Buon senso e forza dei numeri»), anche se nell’occhiello di pagina 3 lo stesso quotidiano milanese si era fatto sfuggire un imbarazzante «Il premier tira dritto». Ma Stampa e Repubblica avevano titoli addirittura inneggianti e tambureggianti. Ecco il quotidiano torinese in prima: «La Ue: sì al green pass all’italiana». E addirittura nel sommario di pagina 2 compariva un surreale: «Il Consiglio europeo impone ai 27 il modello di Roma». Stessi toni in apertura su Rep: «Ue, passa la linea Draghi». E nel sommario di pagina 2 un impegnativo: «A Bruxelles via libera ai limiti voluti da Roma». Insomma, a leggere questi quotidiani, si sarebbe materializzato un successo politico pieno del governo di Roma, e addirittura un rovesciamento della linea europea a beneficio della scelta italiana. Un Draghi triumphans avrebbe piegato ogni dissenso.
La realtà, raccontata ieri dal nostro quotidiano, appariva molto meno gloriosa per Draghi. Non una bocciatura, ma nemmeno un trionfo. Anzi, nel documento conclusivo dei lavori, aveva trovato posto un richiamo all’Italia, una correzione a matita rossa, se non una tirata di orecchie, con l’esplicita richiesta agli Stati membri che «qualsiasi restrizione sia basata su criteri obiettivi e non mini il funzionamento del mercato unico o danneggi in misura sproporzionata la libera circolazione tra gli stati o i viaggi nella Ue». Altro che elogio, insomma: e meno che mai l’adozione della linea italiana.
Nella giornata di ieri, pur senza censure esplicite verso l’Italia (ma forse avendo trovato surreali i resoconti dei media italiani), Parigi e Berlino hanno messo i proverbiali puntini sulle i, precisando ulteriormente la loro contrarietà all’uso «draghiano» dei tamponi verso chiunque entri in Italia, e lasciando trapelare le dichiarazioni critiche rese dai loro leader nel corso del vertice del giorno prima.
Ecco la Francia attraverso Emmanuel Macron: «Non prevediamo di introdurre dei test Covid all’interno dell’Ue, perché teniamo al buon funzionamento dello spazio comune, e quindi non imporremo test nei confronti dei Paesi europei, ma verso Paesi terzi». Secondo la ricostruzione di Politico, Macron avrebbe lasciato a verbale che «la decisione dell’Italia non gli è piaciuta». Mentre il Financial Times ha rivelato che a criticare l’Italia in modo palese sono stati anche Estonia, Spagna e Belgio. Sulla medesima linea francese anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz: «La libertà di movimento in Europa è importante», e dunque, quanto all’ipotesi di nuove restrizioni, «stiamo seguendo le orme della Francia».
Morale: nel documento finale, varato con approvazione unanime, il perimetro dell’intesa è risultato minimale, limitato all’accelerazione delle vaccinazioni (con particolare riferimento alle terze dosi) e alla sottolineatura di una qualche esigenza di uniformità sul green pass.
Ecco un primo passaggio rilevante: «Sono necessari ulteriori sforzi coordinati per rispondere agli sviluppi, basati sulle migliori prove scientifiche». E ancora, sul pass digitale Ue, si evidenzia «l’importanza di un approccio coordinato sulla validità» del lasciapassare. Secondo passaggio significativo sulle vaccinazioni: è urgente «attuare le campagne di vaccinazione per tutti i cittadini ed è cruciale effettuare i booster».
Ma sullo sfondo resta il malumore per la fuga in avanti italiana. Un anonimo funzionario Ue citato da Avvenire riferisce un consistente disappunto: «Molti leader si sono concentrati sulla validità dei certificati Covid e sull’importanza di un approccio coerente e coordinato al momento di adottare misure nazionali». Come dire: non sono state gradite le differenziazioni e le norme peggiorative.
Aspro anche il belga Alexander De Croo: «Se ogni Paese si rimette di nuovo a fare cose per conto proprio, tutto diventerà più difficile». Stessi toni e stessa irritazione anche da parte del rappresentante lussemburghese Xavier Bettel: «Se adesso torniamo alle regole nazionali, come faremo a convincere la gente a vaccinarsi?».
Insomma, il «trionfo» di Draghi è stato tale solo sui media italiani. Resta da capire se si sia trattato di una prova di zelo spontanea (per quanto imbarazzante) o se qualche velina informale o qualche versione veicolata da Palazzo Chigi abbia contribuito alla fantasiosa rappresentazione degli eventi comparsa sui quotidiani di ieri.
Autostrada del Brennero ridotta a una sola corsia per fare i controlli
Disagi alle frontiere a causa delle nuove restrizioni per chi arriva dall’estero: fino al 31 gennaio chi entra in Italia da tutti i Paesi Ue, anche se vaccinato, dovrà effettuare un test antigenico nelle 24 ore precedenti all’ingresso, oppure molecolare nelle 48 ore precedenti. Chi non è vaccinato, oltre a farsi tamponare, dovrà restare in quarantena per cinque giorni. I controlli vengono effettuati a campione dalle forze dell’ordine. Esentati i residenti nella fascia di 60 chilometri dal confine e i frontalieri, ma si segnalano problemi per chi arriva dalla Svizzera interna. Alcuni cittadini elvetici sono stati bloccati al confine in quanto sprovvisti del tampone. Come riporta il Corriere del Ticino, , alcune persone a bordo di un’auto sono state bloccate a Bizzarone. «Parlare di respingimento non è esatto», dice il comandante del gruppo della Guardia di finanza di Ponte Chiasso, il colonnello Andrea Alba, «le persone controllate non avevano il tampone ed è stato spiegato loro come, per entrare in Italia, fosse necessario il test. Sono state quindi invitate a fare il test».
Intanto, dalle 18 di ieri, l’Autostrada del Brennero, su indicazione della polizia, è stata ridotta a una sola corsia per quel che riguarda la carreggiata sud in prossimità del confine di ingresso in Italia, in modo da favorire il controllo di green pass e tamponi. Il restringimento della carreggiata a una sola corsia, è facile prevederlo, aumenterà le code degli automobilisti e dei tir diretti verso l’Italia.
I controlli, però, in alcuni casi farebbero acqua soprattutto per quel che riguarda gli aeroporti. Ieri Striscia la notizia ha rivelato che in alcuni casi gli addetti ai controlli si limitano a dare un’occhiata al green pass, senza effettuare la verifica con l’apposito scanner, dando il via libera a chi entra in Italia. L’inviato Valerio Staffelli, insieme con la sua troupe, ha filmato molti episodi di questo genere sia a Milano Linate sia a Roma Fiumicino. In Piemonte invece, all’aeroporto di Torino Caselle, sono stati potenziati i controlli sui passeggeri in arrivo. Le verifiche sono effettuate a campione su voli ritenuti sensibili per provenienza, numero di passeggeri e documentazione sanitaria presentata all’imbarco. Non in regola circa il 5% delle persone controllate, poste in isolamento. Gli stessi controlli verranno effettuati anche nell'aeroporto di Levaldigi.
Ieri il ministro Luciana Lamorgese ha presieduto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, che ha disposto un ulteriore rafforzamento dei dispositivi di vigilanza sull’intero territorio nazionale in vista delle prossime festività natalizie. I prefetti sono stati invitati a convocare apposite riunioni dei Comitati provinciali, anche per predisporre specifici servizi di prevenzione in prossimità dei luoghi di culto delle diverse confessioni, degli aeroporti e dei porti, delle stazioni ferroviarie e delle reti viarie. L’Italia si blinda, dunque, o quanto meno tenta di farlo, in vista del prevedibile afflusso di turisti dall’estero per le festività natalizie. Le città d’arte e le località sciistiche sono tradizionalmente le mete privilegiate da parte di turisti di tutto il mondo, in particolare europei.
La stretta decisa dal governo guidato da Mario Draghi, che ha deciso di rendere obbligatorio il tampone anche per chi è vaccinato e in possesso quindi di green pass e arriva da Paesi dell’Unione europea, è in un certo senso una scommessa: se i controlli si dimostreranno lacunosi, il provvedimento risulterà inutile; se invece, a causa di queste verifiche, come ad esempio rischia di accadere per l’Autostrada del Brennero, i disagi scoraggeranno l’arrivo di turisti dall’estero, a essere penalizzati saranno gli imprenditori del settore, già messi in ginocchio da questi due anni di crisi pandemica.
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Al Consiglio europeo. Emmanuel Macron chiude: «Non li introdurremo». Olaf Scholz segue la stessa strategia. Nel documento finale, nessun riferimento all’obbligo per chi viaggia.Autostrada del Brennero ridotta a una sola corsia per fare i controlli. Rischio caos. In Piemonte più verifiche negli aeroporti: irregolare il 5% dei passeggeri.Lo speciale comprende due articoli. Contrordine compagni, e soprattutto contrordine giornaloni. Ieri mattina, con l’eccezione della Verità, i maggiori quotidiani italiani avevano descritto la presenza di Mario Draghi al Consiglio europeo un po’ come le cronache latine celebravano i trionfi di Cesare in Gallia. Il Corriere della Sera era stato appena appena più cauto nell’editoriale («Nessuna sfida a Bruxelles. Buon senso e forza dei numeri»), anche se nell’occhiello di pagina 3 lo stesso quotidiano milanese si era fatto sfuggire un imbarazzante «Il premier tira dritto». Ma Stampa e Repubblica avevano titoli addirittura inneggianti e tambureggianti. Ecco il quotidiano torinese in prima: «La Ue: sì al green pass all’italiana». E addirittura nel sommario di pagina 2 compariva un surreale: «Il Consiglio europeo impone ai 27 il modello di Roma». Stessi toni in apertura su Rep: «Ue, passa la linea Draghi». E nel sommario di pagina 2 un impegnativo: «A Bruxelles via libera ai limiti voluti da Roma». Insomma, a leggere questi quotidiani, si sarebbe materializzato un successo politico pieno del governo di Roma, e addirittura un rovesciamento della linea europea a beneficio della scelta italiana. Un Draghi triumphans avrebbe piegato ogni dissenso. La realtà, raccontata ieri dal nostro quotidiano, appariva molto meno gloriosa per Draghi. Non una bocciatura, ma nemmeno un trionfo. Anzi, nel documento conclusivo dei lavori, aveva trovato posto un richiamo all’Italia, una correzione a matita rossa, se non una tirata di orecchie, con l’esplicita richiesta agli Stati membri che «qualsiasi restrizione sia basata su criteri obiettivi e non mini il funzionamento del mercato unico o danneggi in misura sproporzionata la libera circolazione tra gli stati o i viaggi nella Ue». Altro che elogio, insomma: e meno che mai l’adozione della linea italiana. Nella giornata di ieri, pur senza censure esplicite verso l’Italia (ma forse avendo trovato surreali i resoconti dei media italiani), Parigi e Berlino hanno messo i proverbiali puntini sulle i, precisando ulteriormente la loro contrarietà all’uso «draghiano» dei tamponi verso chiunque entri in Italia, e lasciando trapelare le dichiarazioni critiche rese dai loro leader nel corso del vertice del giorno prima. Ecco la Francia attraverso Emmanuel Macron: «Non prevediamo di introdurre dei test Covid all’interno dell’Ue, perché teniamo al buon funzionamento dello spazio comune, e quindi non imporremo test nei confronti dei Paesi europei, ma verso Paesi terzi». Secondo la ricostruzione di Politico, Macron avrebbe lasciato a verbale che «la decisione dell’Italia non gli è piaciuta». Mentre il Financial Times ha rivelato che a criticare l’Italia in modo palese sono stati anche Estonia, Spagna e Belgio. Sulla medesima linea francese anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz: «La libertà di movimento in Europa è importante», e dunque, quanto all’ipotesi di nuove restrizioni, «stiamo seguendo le orme della Francia».Morale: nel documento finale, varato con approvazione unanime, il perimetro dell’intesa è risultato minimale, limitato all’accelerazione delle vaccinazioni (con particolare riferimento alle terze dosi) e alla sottolineatura di una qualche esigenza di uniformità sul green pass. Ecco un primo passaggio rilevante: «Sono necessari ulteriori sforzi coordinati per rispondere agli sviluppi, basati sulle migliori prove scientifiche». E ancora, sul pass digitale Ue, si evidenzia «l’importanza di un approccio coordinato sulla validità» del lasciapassare. Secondo passaggio significativo sulle vaccinazioni: è urgente «attuare le campagne di vaccinazione per tutti i cittadini ed è cruciale effettuare i booster». Ma sullo sfondo resta il malumore per la fuga in avanti italiana. Un anonimo funzionario Ue citato da Avvenire riferisce un consistente disappunto: «Molti leader si sono concentrati sulla validità dei certificati Covid e sull’importanza di un approccio coerente e coordinato al momento di adottare misure nazionali». Come dire: non sono state gradite le differenziazioni e le norme peggiorative. Aspro anche il belga Alexander De Croo: «Se ogni Paese si rimette di nuovo a fare cose per conto proprio, tutto diventerà più difficile». Stessi toni e stessa irritazione anche da parte del rappresentante lussemburghese Xavier Bettel: «Se adesso torniamo alle regole nazionali, come faremo a convincere la gente a vaccinarsi?».Insomma, il «trionfo» di Draghi è stato tale solo sui media italiani. Resta da capire se si sia trattato di una prova di zelo spontanea (per quanto imbarazzante) o se qualche velina informale o qualche versione veicolata da Palazzo Chigi abbia contribuito alla fantasiosa rappresentazione degli eventi comparsa sui quotidiani di ieri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-e-berlino-respingono-la-linea-draghi-sui-tamponi-bocciati-i-test-sui-vaccinati-2656063276.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="autostrada-del-brennero-ridotta-a-una-sola-corsia-per-fare-i-controlli" data-post-id="2656063276" data-published-at="1639771060" data-use-pagination="False"> Autostrada del Brennero ridotta a una sola corsia per fare i controlli Disagi alle frontiere a causa delle nuove restrizioni per chi arriva dall’estero: fino al 31 gennaio chi entra in Italia da tutti i Paesi Ue, anche se vaccinato, dovrà effettuare un test antigenico nelle 24 ore precedenti all’ingresso, oppure molecolare nelle 48 ore precedenti. Chi non è vaccinato, oltre a farsi tamponare, dovrà restare in quarantena per cinque giorni. I controlli vengono effettuati a campione dalle forze dell’ordine. Esentati i residenti nella fascia di 60 chilometri dal confine e i frontalieri, ma si segnalano problemi per chi arriva dalla Svizzera interna. Alcuni cittadini elvetici sono stati bloccati al confine in quanto sprovvisti del tampone. Come riporta il Corriere del Ticino, , alcune persone a bordo di un’auto sono state bloccate a Bizzarone. «Parlare di respingimento non è esatto», dice il comandante del gruppo della Guardia di finanza di Ponte Chiasso, il colonnello Andrea Alba, «le persone controllate non avevano il tampone ed è stato spiegato loro come, per entrare in Italia, fosse necessario il test. Sono state quindi invitate a fare il test». Intanto, dalle 18 di ieri, l’Autostrada del Brennero, su indicazione della polizia, è stata ridotta a una sola corsia per quel che riguarda la carreggiata sud in prossimità del confine di ingresso in Italia, in modo da favorire il controllo di green pass e tamponi. Il restringimento della carreggiata a una sola corsia, è facile prevederlo, aumenterà le code degli automobilisti e dei tir diretti verso l’Italia. I controlli, però, in alcuni casi farebbero acqua soprattutto per quel che riguarda gli aeroporti. Ieri Striscia la notizia ha rivelato che in alcuni casi gli addetti ai controlli si limitano a dare un’occhiata al green pass, senza effettuare la verifica con l’apposito scanner, dando il via libera a chi entra in Italia. L’inviato Valerio Staffelli, insieme con la sua troupe, ha filmato molti episodi di questo genere sia a Milano Linate sia a Roma Fiumicino. In Piemonte invece, all’aeroporto di Torino Caselle, sono stati potenziati i controlli sui passeggeri in arrivo. Le verifiche sono effettuate a campione su voli ritenuti sensibili per provenienza, numero di passeggeri e documentazione sanitaria presentata all’imbarco. Non in regola circa il 5% delle persone controllate, poste in isolamento. Gli stessi controlli verranno effettuati anche nell'aeroporto di Levaldigi. Ieri il ministro Luciana Lamorgese ha presieduto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, che ha disposto un ulteriore rafforzamento dei dispositivi di vigilanza sull’intero territorio nazionale in vista delle prossime festività natalizie. I prefetti sono stati invitati a convocare apposite riunioni dei Comitati provinciali, anche per predisporre specifici servizi di prevenzione in prossimità dei luoghi di culto delle diverse confessioni, degli aeroporti e dei porti, delle stazioni ferroviarie e delle reti viarie. L’Italia si blinda, dunque, o quanto meno tenta di farlo, in vista del prevedibile afflusso di turisti dall’estero per le festività natalizie. Le città d’arte e le località sciistiche sono tradizionalmente le mete privilegiate da parte di turisti di tutto il mondo, in particolare europei. La stretta decisa dal governo guidato da Mario Draghi, che ha deciso di rendere obbligatorio il tampone anche per chi è vaccinato e in possesso quindi di green pass e arriva da Paesi dell’Unione europea, è in un certo senso una scommessa: se i controlli si dimostreranno lacunosi, il provvedimento risulterà inutile; se invece, a causa di queste verifiche, come ad esempio rischia di accadere per l’Autostrada del Brennero, i disagi scoraggeranno l’arrivo di turisti dall’estero, a essere penalizzati saranno gli imprenditori del settore, già messi in ginocchio da questi due anni di crisi pandemica.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.