
Con il suo viaggio nell’Italia golosa, Mario Soldati è stato l’anticipatore della narrazione gastronomica televisiva. Dall’Emilia a Napoli, dalla salama da sugo all’asprinio, passando per le mille delizie della penisola. E dall’erotismo della ciupèta ferrarese.Se è pur vero che Mario Soldati è stato l’anticipatore della narrazione gastronomica televisiva improvvisandosi Ulisse lungo il grande fiume, era inevitabile che poi scendesse sulla terra, narrandoci di una Italia golosa a tutta penisola. L’incipit spiazzante, come nel suo stile di narratore senza frontiere. «Boston e San Francisco, a cinquemila chilometri di distanza sono diverse ma non come, a cinquanta, Bologna e Ferrara» considerati i quarti di nobiltà storici emiliani poiché «delle sue otto province ben sette furono, per lungo tempo, addirittura capitali!». Inevitabile il ciak si gira a suon di papille golose in quel di Bondeno, il regno di Enzo Tassi con la sua salama da sugo. «È il sapore più forte e al tempo stesso più elegante e suadente di tutta la salumeria italiana». Un oscar suino senza se e senza ma. Intrigante la liturgia di lavorazione, a partire dalla «piombatura», ovvero quando la si prende e immerge nell’acqua fredda prima della lenta bollitura. Deve cadere a piombo sul fondo della pentola, unico modo per capire la sua integrità, ovvero priva di bolle d’aria, altrimenti indice di cattiva maturazione. E che dire del passaggio seguente, quando viene tenuta sospesa sulla pentola legata con lo spago a un mestolo di legno. Buona d’inverno, con la purea di patate come d’estate, snellita al gusto tagliata a crudo abbinata a fichi e melone. Emilia regina al femminile anche nei suoi prodotti più semplici, quali il pane. «È un monumento quotidiano e stupendo alla femminilità, levigato, liscio, rotondeggiante, con le sue curve, i suoi rigonfiamenti» che rimandano alle migliori silhouette di felliniana memoria, tanto che «è un pane che, prima di mangiarlo, l’occhio lo accarezza». Pensiamo alle snelle ciupète ferraresi o alle accoglienti crescentine modenesi. Oltrepassiamo con la bussola golosa di Mario Soldati gli Appennini e arriviamo in Toscana. La chianina è ciccia golosa senza se e senza ma, nobilitata artisticamente dagli sfondi rurali di Giovanni Fattori, le mandrie governate dai butteri maremmani, come pazienti al giogo dell’aratura campestre, elevate al massimo sacrificio dopo cottura sapiente, ingentilite da un filo d’olio. Il segreto lo racconta al nostro cronista di gola il cavalier Varo Ciuffini. «Le vacche sono da latte e ci danno poi il pecorino e i vitelli. Da noi (nelle crete senesi, ndr) la stabulazione è libera. Le vacche figliano anche sottozero. Qualche volta sul ghiaccio resta l’impronta del vitello appena nato». Ecco la marcia in più che porta ad essere «i nostri manzi così forti, e quindi la carne delle nostre bistecche toscane eccellente».Bistecca che, in Toscana, può godere di gemellaggi di Bacco intriganti, ad esempio con il brunello di Montalcino. Entra nella narrazione soldatiana la testimonianza di Ferruccio Biondi Santi. «È un vino che ha un segreto semplicissimo, basta cambiare il tappo ogni venticinque anni» posto che, a lungo andare, il sughero si secca e lascia passare l’aria, rischiando di compromettere la maturazione della creatura. Continua il magister brunellesco. «L’unica cosa che mi rincresce è di aver buttato via i tappi vecchi, ogni volta che li cambiavo. Avrei potuto legarli, ciascuno al collo della sua bottiglia». Un pedigree certificato, una sorta di collana cronologica del miglior made in Italy. Italia regina di bacco, ma anche eccellenza olearia, con le sue innumerevoli varietali. Mirabile il quadretto narrativo con cui Soldati descrive Cesare Garboli (saggista e scrittore tra i maggiori del secondo Novecento) mentre lavora inter pares con i suoi collaboratori nella tenuta di famiglia nei pressi di Camaiore. «Cammina con un passo rilasciato, ritmico, dondolando un po’ le braccia da contadino». La merenda condivisa a base di pane e olio, accompagnati da finocchi e cipolline ripassati al tegame con un filo d’olio. Ed è l’occhio attento che coglie la differenza con analoghi prodotti che possono ingannare l’ingenuo consumatore al banco della spesa. «È il vero olio che fa la differenza. Quello che, nella pentola, continua a friggere. L’altro evapora e quindi se ne consuma di più». Anche se, ma solo apparentemente, costa molto meno. Ammonisce Mario il saggio: «L’olio purissimo costa di più, ma se per cucinare o condire ne basta la metà o un terzo, è assurdo non preferirlo». Soldati ha passato metà della sua vita a Roma, dedito alla settima arte. Lo troviamo a tavola con Nino Rota, compagno di pacciate gaudenti, quello che ha dato voce sonora ai film di Fellini, da La dolce Vita a I Vitelloni. Li unisce la passione per la pajata. «L’intestino tenue del manzo va mangiato solo il giovedì sera, lo stesso giorno in cui si macella la bestia». Richiede una lavorazione accurata con legatura alle estremità, così da trattenere il chimo, cioè il prodotto della digestione lattea del vitellino». La si può pappare al forno o in umido, così da onorarla al meglio in quanto «ha un sapore straordinario, come se un formaggio, invece di essere sparso sopra un condimento, fosse naturalmente racchiuso all’interno del suo astuccio, gustato al meglio della propria vita fermentante». Lasciata Roma l’approdo conseguente a Napoli, «la più sorprendente, stupefacente, umana città del mondo». Da godere a passo lento tra i suoi vicoli dove, dall’uscio delle case, «si espongono trespoli con vassoi ricchi di sfogliatelle o pastiere come catini di ceramica colmi di fichi d’ìndia e limoni immersi nell’acqua». L’apoteosi ai quartieri spagnoli, in un’osteria senza insegna. Lo aveva portato il passaparola di palati fidati. Dopo la comanda si trova ad attendere una buona mezz’ora. Dal baffo curioso comincia ad affiorare qualche dubbio, ma lo rassicura un vicino di tavolo, dal portamento distinto. «Qui sono così poveri che non hanno mai in dispensa la materia prima. Attendono il cliente, il suo ordine, e poi mandano a comprare il necessario. Così tutto è freschissimo, di primissima qualità». Sarà un caso che l’osteria senza insegna, per la numerosa clientela fidelizzata, si chiami semplicemente «du fetente». Lungo la riviera di Chiaia immancabile la sosta dai fratelli Triunfo, patron Don Vicienzo. Solo qui si può trovare il vero asprinio, un vino ammantato di leggenda. Un bianco secco, profumato che così la penna narrante racconta ai suoi lettori. «Pensate a un Martini (gin e limone) smorzato, con un prodigio, in vino. Oppure a un succo di limone ravvivato in vino con un prodigio eguale e contrario». Non resta che risalire alle origini, scortato da Don Vicienzo a Gragnano, per conoscere Don Nicola, il principe dell’asprinio. E qui avviene il miracolo. «Attorno ai pioppi vi sono enormi tronchi di vite centenaria che salgono dividendosi in rami enormi sino a raggiungere le cime ad una altezza di trenta metri e oltre». Così si spiega il fascinoso segreto dell’asprinio. «I succhi della terra, per arrivare all’acino, percorrono sino a cento metri. Una protezione contro lo sviluppo della filossera, ma anche degli zuccheri», ecco il perché del suo intrigante retrogusto particolarmente asciutto. Un’architettura agreste che strega il cineasta Soldati. Il mosaico intreccio tra i rami dei pioppi e le superfici vitate, quando all’alba viene arriva il sole nascente, con i suoi raggi che si insinuano progressivamente ad illuminare il nuovo giorno «si trasforma in arazzi di luce dal fascino unico ed inimitabile». L’ennesimo esempio di un Soldati che sa trasmettere al lettore tutto il suo talento di narratore eclettico, indipendentemente dal mezzo usato per imprimersi nella memoria, senza tempo.
Leonardo
Il fondo è pronto a entrare nella divisione aerostrutture della società della difesa. Possibile accordo già dopo l’incontro di settimana prossima tra Meloni e Bin Salman.
La data da segnare con il circoletto rosso nell’agenda finanziaria è quella del 3 dicembre. Quando il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, parteciperà al quarantaseiesimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), su espressa richiesta del re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa. Una presenza assolutamente non scontata, perché nella Penisola araba sono solitamente parchi con gli inviti. Negli anni hanno fatto qualche eccezione per l’ex premier britannica Theresa May, l’ex presidente francese François Hollande e l’attuale leader cinese Xi Jinping e poco altro.
Emmanuel Macron (Ansa)
Bruxelles apre una procedura sull’Italia per le banche e tace sull’acciaio transalpino.
L’Europa continua a strizzare l’occhio alla Francia, o meglio, a chiuderlo. Questa volta si tratta della nazionalizzazione di ArcelorMittal France, la controllata transalpina del colosso dell’acciaio indiano. La Camera dei deputati francese ha votato la proposta del partito di estrema sinistra La France Insoumise guidato da Jean-Luc Mélenchon. Il provvedimento è stato approvato con il supporto degli altri partiti di sinistra, mentre Rassemblement National ha ritenuto di astenersi. Manca il voto in Senato dove l’approvazione si preannuncia più difficile, visto che destra e centro sono contrari alla nazionalizzazione e possono contare su un numero maggiore di senatori. All’Assemblée Nationale hanno votato a favore 127 deputati contro 41. Il governo è contrario alla proposta di legge, mentre il leader di La France Insoumise, Mélenchon, su X ha commentato: «Una pagina di storia all’Assemblea nazionale».
Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
La celebre psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi: «È mancata la gradualità nell’allontanamento, invece è necessaria Il loro stile di vita non era così contestabile da determinare quanto accaduto. E c’era tanto amore per i figli».
Maria Rita Parsi, celebre psicologa e psicoterapeuta, è stata tra le prime esperte a prendere la parola sulla vicenda della famiglia del bosco.
La sede di Bankitalia. Nel riquadro, Claudio Borghi (Imagoeconomica)
Il senatore leghista torna sulle riserve auree custodite presso Bankitalia: «L’istituto detiene e gestisce il metallo prezioso in nome dei cittadini, ma non ne è il proprietario. Se Fdi riformula l’emendamento...»
«Mentre nessuno solleva il problema che le riserve auree della Bundesbank siano di proprietà dei cittadini tedeschi, e quindi dello Stato, come quelle della Banca di Francia siano di proprietà dei cittadini d’Oltralpe, non si capisce perché la Banca d’Italia rivendichi il possesso del nostro oro. L’obiettivo dell’emendamento presentato in Senato da Fratelli d’Italia, e che si ricollega a una mia proposta di legge del 2018, punta esclusivamente a stabilire il principio che anche Bankitalia, al pari delle altre Banche centrali, detiene e gestisce le riserve in oro ma non ne è la proprietaria». Continua il dibattito su misure ed emendamenti della legge di Bilancio e in particolare su quello che riguarda le riserve in oro.






