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2023-01-12
Ora che c’è Giorgia la sinistra lo ammette. Gli sbarchi sono un grosso problema
Ansa
Toh: si poteva dire che gli immigrati sono un problema? Repubblica, ieri, s’è intestata un’operazione di fact checking: con il governo Meloni, gli sbarchi sono aumentati del 50%. I blocchi navali? «Fantasia». Gli arrivi selettivi? «Abortiti». I porti chiusi? «Trasformati in porti aperti». Gli accordi con i Paesi d’origine e di transito? «Un’intenzione». La solidarietà europea? «Rimasta sulla carta». Una panoramica desolante, resa ancor più complicata dalla clemenza delle condizioni meteorologiche, che incoraggia le partenze. La conclusione dell’analisi è la seguente: caro ministro Matteo Piantedosi, lei si vanta di aver blindato i confini, però mente. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando al Viminale c’era Luciana Lamorgese, gli approdi degli stranieri si sono moltiplicati: dal 22 ottobre a gennaio, 31.454 contro 19.008.
Il quotidiano di Largo Fochetti, certo, insiste nel negare che le Ong rappresentino un pull factor, un elemento attrattivo per chi si avventura in mare dalla Libia. Le carte della Procura di Trapani sul caso Iuventa, che La Verità ha illustrato in questi giorni, suggeriscono il contrario. Tant’è che alcuni dei presunti salvatori dei naufraghi sarebbero in contatto con i trafficanti di esseri umani. Ma a parte certi dettagli, è la logica del discorso a stupire.
Il giornale romano metteva le mani avanti: noi proviamo solo «a guardarla dal punto di vista del governo» e delle sue «promesse elettorali assolutamente deluse». La verità è che, se il fenomeno migratorio fosse la «risorsa» che sbandierano da tempo immemore i progressisti, bisognerebbe rendere merito a chi, dopo averlo contestato, una volta al potere, ne ha compreso il potenziale salvifico. Ma i sindaci di sinistra del Centro Nord sarebbero d’accordo? È dubbio. Scordatevi i solenni proclami sull’accoglienza, l’inclusione, i doveri di soccorso e assistenza, le accuse e i processi a Matteo Salvini: appena sono stati coinvolti nel mosaico degli approdi da Piantedosi, i compagni di Enrico Letta hanno scoperto che ritrovarsi in porto le navi «umanitarie» è una rogna. Che ricevere i migranti in città contribuisce a insicurezza e degrado, infastidisce i cittadini e, quindi, fa perdere consensi. I «buoni» si son dati a un sano realismo. Quando arrivano i migranti è un guaio: hanno scoperto che si poteva dire.
Il punto è questo: adesso che a Palazzo Chigi c’è la presidente di Fratelli d’Italia, l’incremento degli sbarchi è un motivo di legittima preoccupazione. L’idea che si debbano governare i flussi, che vada posto un argine all’immigrazione clandestina, che certe aree geografiche non si debbano riconvertire irreversibilmente in carnai per i disperati, è divenuta, all’improvviso, una forma di buon senso. Rivendicata innanzitutto dagli amministratori piddini. Quelli del «restiamo umani», del «welcome refugees». Sì; purché non nel mio giardino. Arginare l’invasione non è più la cinica ossessione, sfruttata per ignobili finalità elettorali, della destra, che cavalca le paure irrazionali e infondate degli italiani. E così - vedere proprio Repubblica - diviene lecito prendersela con Bruxelles, che spende tante parole alate e poi ci abbandona al nostro destino.
Con altrettanta faccia tosta, i media di riferimento della gente che piace si sono resi conto che le stazioni italiane sono fuori controllo. Dopo l’accoltellamento della ragazza israeliana a Roma, fioccano speciali e reportage. Appunto: si poteva dire anche che Milano Centrale e Termini fanno schifo? Che i quartieri attorno a qualsiasi fermata dei treni sono delle ridotte di Gotham City, in assenza di Batman? E dov’erano i predicatori della stampa, quando governavano i «migliori»? In quale melensa retorica antirazzista si erano trincerati, allorché i cronisti abituati a osservare la strada anziché i salottini denunciavano sporcizia e crimini?
Gli slittamenti narrativi, peraltro, non riguardano solamente i temi dell’immigrazione e della sicurezza.
Ieri, sempre sul quotidiano di Maurizio Molinari, Carlo Bastasin, pur elogiando la capacità delle democrazie liberali di reggere allo stress determinato dalla crisi economica, deplorava gli effetti di un’inflazione a livelli «visti solo 50 anni fa», della guerra in Ucraina, della politica delle Banche centrali, le quali «hanno invertito un ciclo globale di declino dei tassi d’interesse che durava da trent’anni». Ma come? Mesi fa non stavamo a raccontarci che l’Italia cresceva più degli altri Paesi Ue? Che avremmo tamponato i rischi del caro energia perché, grazie all’autorevolezza di Mario Draghi, avevamo ottenuto un efficacissimo price cap sul gas? Giorni fa, criticare la Bce, come aveva fatto Guido Crosetto, non costituiva un’inaccettabile violazione della sua indipendenza? E come mai Francesco Bei rispolvera, contro la Meloni, «lo spettro dei gilet gialli», che protestarono contro l’aumento del prezzo dei carburanti? E i sacrifici in nome dei fratelli ucraini, in trincea per i nostri valori? Il freddo andava bene, ma il pieno rincarato no? Allora, si poteva dire che quella della Russia che sarebbe implosa in poche settimane era una fesseria? E che, semmai, la crociata democratica delle élite si sarebbe abbattuta sulle classi più disagiate? Si potevano dire tutte queste cose, senza finire crocifissi, in quanto disumani, fascisti e putiniani?
«Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti»
Nella chat Whatsapp dei taxi del mare, intitolata «Humanitarian vessel», una sorta di forum del salvataggio frequentato da diverse Ong, c’era un contatto che, per gli inquirenti che hanno indagato sulle spericolate operazioni della Iuventa - la nave della tedesca Jugend Retter sequestrata a Trapani -, avrebbe avuto accesso a notizie di prima mano sulle partenze. È quanto emerge nel procedimento in cui sono imputati alcuni membri dell’equipaggio insieme ad attivisti di Save the Children e di Medici senza frontiere e in cui la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno hanno chiesto di costituirsi parte civile. Quelle girate alle Ong sarebbero «informazioni che», secondo chi ha indagato, «possono essere assunte, direttamente o indirettamente, solo dai trafficanti operanti in Libia che pianificano e gestiscono le operazioni di imbarco». Il contatto era stato registrato con questo nome: «Libya Hom», ovvero Head of mission Libya, che si è scoperto essere un capomissione a Tripoli di Medici senza frontiere. Il numero usato è di un operatore telefonico tunisino. E con quelle informazioni la Vos Hestia di Save the Children, ricostruiscono gli investigatori, «riusciva a individuare dei target con migranti a bordo che non si trovavano in rotta di intercetto rispetto alla normale navigazione fino a poco prima effettuata». Ovvero la nave riusciva a presentarsi magicamente nei punti in mare in cui si concentravano i migranti, spesso accompagnati dai veloci scafi dei trafficanti. E ovviamente, viene sottolineato negli atti dell’inchiesta, «senza coordinarsi con Imrcc (il Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano, ndr)». Ma da quella chat salta fuori un ulteriore dato inquietante. Soprattutto per chi si spaccia per salvatore di vite umane a tutti i costi. Dalle conversazioni emerge che la Vos Hestia era pronta a intervenire solo in aree in cui i carichi erano abbondanti. Il 9 aprile 2017 c’è una conversazione tra i team leader di Aquarius (nave di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere) e di Vos Hestia. E la team leader di Save the Children chiede: «Ciao Marcella, sulla Hestia stiamo discutendo sulla necessità o meno di coprire la zona Sar Est. Mi chiedevo se tu avessi informazioni riguardo a sviluppi o sulla situazione. Forse dal tuo Hom in Libia?». E da Aquarius rispondono: «Ho contattato Hom questa mattina, ma nessuna nuova informazione. Tutto quel che sappiamo è che le partenze dall’Est semmai sono poche. È una domanda interessante se abbia senso o meno andarci». Quindi i barchini a Est della Libia, siccome producevano poco, sono stati abbandonati al loro destino. Anche perché le operazioni più piccole non avrebbero prodotto pubblicità mediatica. Che agli attivisti, invece, sembrava interessare non poco. Tommaso Fabbri di Medici senza frontiere, infatti, intercettato, parla al telefono con un altro attivista della «raccolta di storie interessanti da raccontare dopo gli sbarchi». Quello che viene definito nei documenti investigativi come «movente economico», infatti, stando alle valutazioni degli inquirenti, sarebbe legato «all’immagine esterna mostrata nei confronti dell’opinione pubblica e conseguentemente alle donazioni». E che, ritengono gli inquirenti a proposito della Jugend Rettet, «secondo il chiaro convincimento di alcune delle figure apicali, sarebbero poste in rapporto di proporzione diretta rispetto al numero di migranti recuperati e alla visibilità mediatica data all’evento». Ma ai fini dell’inchiesta è risultato importante per gli investigatori ricostruire che la chat Humanitarian Vessel sarebbe stata usata «per pianificare le operazioni» in mare, bypassando il Centro di coordinamento ufficiale. Una «forma di coordinamento autonomo fra le Ong», così è descritto negli atti, «che risulta essere parallela a quello ufficiale dei soccorsi». Che molte di quelle operazioni in mare non le avrebbero consentite.
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Dopo averlo negato, i progressisti rilanciano l’allarme migranti. E anche su inflazione e caro carburante i toni sono cambiati.«Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti». La Procura scandaglia le chat dei taxi del mare. Le navi si muovevano solo per carichi ingenti: così raccoglievano più donazioni. Lo speciale comprende due articoli.Toh: si poteva dire che gli immigrati sono un problema? Repubblica, ieri, s’è intestata un’operazione di fact checking: con il governo Meloni, gli sbarchi sono aumentati del 50%. I blocchi navali? «Fantasia». Gli arrivi selettivi? «Abortiti». I porti chiusi? «Trasformati in porti aperti». Gli accordi con i Paesi d’origine e di transito? «Un’intenzione». La solidarietà europea? «Rimasta sulla carta». Una panoramica desolante, resa ancor più complicata dalla clemenza delle condizioni meteorologiche, che incoraggia le partenze. La conclusione dell’analisi è la seguente: caro ministro Matteo Piantedosi, lei si vanta di aver blindato i confini, però mente. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando al Viminale c’era Luciana Lamorgese, gli approdi degli stranieri si sono moltiplicati: dal 22 ottobre a gennaio, 31.454 contro 19.008. Il quotidiano di Largo Fochetti, certo, insiste nel negare che le Ong rappresentino un pull factor, un elemento attrattivo per chi si avventura in mare dalla Libia. Le carte della Procura di Trapani sul caso Iuventa, che La Verità ha illustrato in questi giorni, suggeriscono il contrario. Tant’è che alcuni dei presunti salvatori dei naufraghi sarebbero in contatto con i trafficanti di esseri umani. Ma a parte certi dettagli, è la logica del discorso a stupire. Il giornale romano metteva le mani avanti: noi proviamo solo «a guardarla dal punto di vista del governo» e delle sue «promesse elettorali assolutamente deluse». La verità è che, se il fenomeno migratorio fosse la «risorsa» che sbandierano da tempo immemore i progressisti, bisognerebbe rendere merito a chi, dopo averlo contestato, una volta al potere, ne ha compreso il potenziale salvifico. Ma i sindaci di sinistra del Centro Nord sarebbero d’accordo? È dubbio. Scordatevi i solenni proclami sull’accoglienza, l’inclusione, i doveri di soccorso e assistenza, le accuse e i processi a Matteo Salvini: appena sono stati coinvolti nel mosaico degli approdi da Piantedosi, i compagni di Enrico Letta hanno scoperto che ritrovarsi in porto le navi «umanitarie» è una rogna. Che ricevere i migranti in città contribuisce a insicurezza e degrado, infastidisce i cittadini e, quindi, fa perdere consensi. I «buoni» si son dati a un sano realismo. Quando arrivano i migranti è un guaio: hanno scoperto che si poteva dire. Il punto è questo: adesso che a Palazzo Chigi c’è la presidente di Fratelli d’Italia, l’incremento degli sbarchi è un motivo di legittima preoccupazione. L’idea che si debbano governare i flussi, che vada posto un argine all’immigrazione clandestina, che certe aree geografiche non si debbano riconvertire irreversibilmente in carnai per i disperati, è divenuta, all’improvviso, una forma di buon senso. Rivendicata innanzitutto dagli amministratori piddini. Quelli del «restiamo umani», del «welcome refugees». Sì; purché non nel mio giardino. Arginare l’invasione non è più la cinica ossessione, sfruttata per ignobili finalità elettorali, della destra, che cavalca le paure irrazionali e infondate degli italiani. E così - vedere proprio Repubblica - diviene lecito prendersela con Bruxelles, che spende tante parole alate e poi ci abbandona al nostro destino.Con altrettanta faccia tosta, i media di riferimento della gente che piace si sono resi conto che le stazioni italiane sono fuori controllo. Dopo l’accoltellamento della ragazza israeliana a Roma, fioccano speciali e reportage. Appunto: si poteva dire anche che Milano Centrale e Termini fanno schifo? Che i quartieri attorno a qualsiasi fermata dei treni sono delle ridotte di Gotham City, in assenza di Batman? E dov’erano i predicatori della stampa, quando governavano i «migliori»? In quale melensa retorica antirazzista si erano trincerati, allorché i cronisti abituati a osservare la strada anziché i salottini denunciavano sporcizia e crimini?Gli slittamenti narrativi, peraltro, non riguardano solamente i temi dell’immigrazione e della sicurezza. Ieri, sempre sul quotidiano di Maurizio Molinari, Carlo Bastasin, pur elogiando la capacità delle democrazie liberali di reggere allo stress determinato dalla crisi economica, deplorava gli effetti di un’inflazione a livelli «visti solo 50 anni fa», della guerra in Ucraina, della politica delle Banche centrali, le quali «hanno invertito un ciclo globale di declino dei tassi d’interesse che durava da trent’anni». Ma come? Mesi fa non stavamo a raccontarci che l’Italia cresceva più degli altri Paesi Ue? Che avremmo tamponato i rischi del caro energia perché, grazie all’autorevolezza di Mario Draghi, avevamo ottenuto un efficacissimo price cap sul gas? Giorni fa, criticare la Bce, come aveva fatto Guido Crosetto, non costituiva un’inaccettabile violazione della sua indipendenza? E come mai Francesco Bei rispolvera, contro la Meloni, «lo spettro dei gilet gialli», che protestarono contro l’aumento del prezzo dei carburanti? E i sacrifici in nome dei fratelli ucraini, in trincea per i nostri valori? Il freddo andava bene, ma il pieno rincarato no? Allora, si poteva dire che quella della Russia che sarebbe implosa in poche settimane era una fesseria? E che, semmai, la crociata democratica delle élite si sarebbe abbattuta sulle classi più disagiate? Si potevano dire tutte queste cose, senza finire crocifissi, in quanto disumani, fascisti e putiniani? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-che-ce-giorgia-la-sinistra-lo-ammette-gli-sbarchi-sono-un-grosso-problema-2659127275.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-hanno-un-attivista-in-contatto-con-i-trafficanti" data-post-id="2659127275" data-published-at="1673468367" data-use-pagination="False"> «Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti» Nella chat Whatsapp dei taxi del mare, intitolata «Humanitarian vessel», una sorta di forum del salvataggio frequentato da diverse Ong, c’era un contatto che, per gli inquirenti che hanno indagato sulle spericolate operazioni della Iuventa - la nave della tedesca Jugend Retter sequestrata a Trapani -, avrebbe avuto accesso a notizie di prima mano sulle partenze. È quanto emerge nel procedimento in cui sono imputati alcuni membri dell’equipaggio insieme ad attivisti di Save the Children e di Medici senza frontiere e in cui la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno hanno chiesto di costituirsi parte civile. Quelle girate alle Ong sarebbero «informazioni che», secondo chi ha indagato, «possono essere assunte, direttamente o indirettamente, solo dai trafficanti operanti in Libia che pianificano e gestiscono le operazioni di imbarco». Il contatto era stato registrato con questo nome: «Libya Hom», ovvero Head of mission Libya, che si è scoperto essere un capomissione a Tripoli di Medici senza frontiere. Il numero usato è di un operatore telefonico tunisino. E con quelle informazioni la Vos Hestia di Save the Children, ricostruiscono gli investigatori, «riusciva a individuare dei target con migranti a bordo che non si trovavano in rotta di intercetto rispetto alla normale navigazione fino a poco prima effettuata». Ovvero la nave riusciva a presentarsi magicamente nei punti in mare in cui si concentravano i migranti, spesso accompagnati dai veloci scafi dei trafficanti. E ovviamente, viene sottolineato negli atti dell’inchiesta, «senza coordinarsi con Imrcc (il Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano, ndr)». Ma da quella chat salta fuori un ulteriore dato inquietante. Soprattutto per chi si spaccia per salvatore di vite umane a tutti i costi. Dalle conversazioni emerge che la Vos Hestia era pronta a intervenire solo in aree in cui i carichi erano abbondanti. Il 9 aprile 2017 c’è una conversazione tra i team leader di Aquarius (nave di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere) e di Vos Hestia. E la team leader di Save the Children chiede: «Ciao Marcella, sulla Hestia stiamo discutendo sulla necessità o meno di coprire la zona Sar Est. Mi chiedevo se tu avessi informazioni riguardo a sviluppi o sulla situazione. Forse dal tuo Hom in Libia?». E da Aquarius rispondono: «Ho contattato Hom questa mattina, ma nessuna nuova informazione. Tutto quel che sappiamo è che le partenze dall’Est semmai sono poche. È una domanda interessante se abbia senso o meno andarci». Quindi i barchini a Est della Libia, siccome producevano poco, sono stati abbandonati al loro destino. Anche perché le operazioni più piccole non avrebbero prodotto pubblicità mediatica. Che agli attivisti, invece, sembrava interessare non poco. Tommaso Fabbri di Medici senza frontiere, infatti, intercettato, parla al telefono con un altro attivista della «raccolta di storie interessanti da raccontare dopo gli sbarchi». Quello che viene definito nei documenti investigativi come «movente economico», infatti, stando alle valutazioni degli inquirenti, sarebbe legato «all’immagine esterna mostrata nei confronti dell’opinione pubblica e conseguentemente alle donazioni». E che, ritengono gli inquirenti a proposito della Jugend Rettet, «secondo il chiaro convincimento di alcune delle figure apicali, sarebbero poste in rapporto di proporzione diretta rispetto al numero di migranti recuperati e alla visibilità mediatica data all’evento». Ma ai fini dell’inchiesta è risultato importante per gli investigatori ricostruire che la chat Humanitarian Vessel sarebbe stata usata «per pianificare le operazioni» in mare, bypassando il Centro di coordinamento ufficiale. Una «forma di coordinamento autonomo fra le Ong», così è descritto negli atti, «che risulta essere parallela a quello ufficiale dei soccorsi». Che molte di quelle operazioni in mare non le avrebbero consentite.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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