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2023-01-12
Ora che c’è Giorgia la sinistra lo ammette. Gli sbarchi sono un grosso problema
Ansa
Toh: si poteva dire che gli immigrati sono un problema? Repubblica, ieri, s’è intestata un’operazione di fact checking: con il governo Meloni, gli sbarchi sono aumentati del 50%. I blocchi navali? «Fantasia». Gli arrivi selettivi? «Abortiti». I porti chiusi? «Trasformati in porti aperti». Gli accordi con i Paesi d’origine e di transito? «Un’intenzione». La solidarietà europea? «Rimasta sulla carta». Una panoramica desolante, resa ancor più complicata dalla clemenza delle condizioni meteorologiche, che incoraggia le partenze. La conclusione dell’analisi è la seguente: caro ministro Matteo Piantedosi, lei si vanta di aver blindato i confini, però mente. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando al Viminale c’era Luciana Lamorgese, gli approdi degli stranieri si sono moltiplicati: dal 22 ottobre a gennaio, 31.454 contro 19.008.
Il quotidiano di Largo Fochetti, certo, insiste nel negare che le Ong rappresentino un pull factor, un elemento attrattivo per chi si avventura in mare dalla Libia. Le carte della Procura di Trapani sul caso Iuventa, che La Verità ha illustrato in questi giorni, suggeriscono il contrario. Tant’è che alcuni dei presunti salvatori dei naufraghi sarebbero in contatto con i trafficanti di esseri umani. Ma a parte certi dettagli, è la logica del discorso a stupire.
Il giornale romano metteva le mani avanti: noi proviamo solo «a guardarla dal punto di vista del governo» e delle sue «promesse elettorali assolutamente deluse». La verità è che, se il fenomeno migratorio fosse la «risorsa» che sbandierano da tempo immemore i progressisti, bisognerebbe rendere merito a chi, dopo averlo contestato, una volta al potere, ne ha compreso il potenziale salvifico. Ma i sindaci di sinistra del Centro Nord sarebbero d’accordo? È dubbio. Scordatevi i solenni proclami sull’accoglienza, l’inclusione, i doveri di soccorso e assistenza, le accuse e i processi a Matteo Salvini: appena sono stati coinvolti nel mosaico degli approdi da Piantedosi, i compagni di Enrico Letta hanno scoperto che ritrovarsi in porto le navi «umanitarie» è una rogna. Che ricevere i migranti in città contribuisce a insicurezza e degrado, infastidisce i cittadini e, quindi, fa perdere consensi. I «buoni» si son dati a un sano realismo. Quando arrivano i migranti è un guaio: hanno scoperto che si poteva dire.
Il punto è questo: adesso che a Palazzo Chigi c’è la presidente di Fratelli d’Italia, l’incremento degli sbarchi è un motivo di legittima preoccupazione. L’idea che si debbano governare i flussi, che vada posto un argine all’immigrazione clandestina, che certe aree geografiche non si debbano riconvertire irreversibilmente in carnai per i disperati, è divenuta, all’improvviso, una forma di buon senso. Rivendicata innanzitutto dagli amministratori piddini. Quelli del «restiamo umani», del «welcome refugees». Sì; purché non nel mio giardino. Arginare l’invasione non è più la cinica ossessione, sfruttata per ignobili finalità elettorali, della destra, che cavalca le paure irrazionali e infondate degli italiani. E così - vedere proprio Repubblica - diviene lecito prendersela con Bruxelles, che spende tante parole alate e poi ci abbandona al nostro destino.
Con altrettanta faccia tosta, i media di riferimento della gente che piace si sono resi conto che le stazioni italiane sono fuori controllo. Dopo l’accoltellamento della ragazza israeliana a Roma, fioccano speciali e reportage. Appunto: si poteva dire anche che Milano Centrale e Termini fanno schifo? Che i quartieri attorno a qualsiasi fermata dei treni sono delle ridotte di Gotham City, in assenza di Batman? E dov’erano i predicatori della stampa, quando governavano i «migliori»? In quale melensa retorica antirazzista si erano trincerati, allorché i cronisti abituati a osservare la strada anziché i salottini denunciavano sporcizia e crimini?
Gli slittamenti narrativi, peraltro, non riguardano solamente i temi dell’immigrazione e della sicurezza.
Ieri, sempre sul quotidiano di Maurizio Molinari, Carlo Bastasin, pur elogiando la capacità delle democrazie liberali di reggere allo stress determinato dalla crisi economica, deplorava gli effetti di un’inflazione a livelli «visti solo 50 anni fa», della guerra in Ucraina, della politica delle Banche centrali, le quali «hanno invertito un ciclo globale di declino dei tassi d’interesse che durava da trent’anni». Ma come? Mesi fa non stavamo a raccontarci che l’Italia cresceva più degli altri Paesi Ue? Che avremmo tamponato i rischi del caro energia perché, grazie all’autorevolezza di Mario Draghi, avevamo ottenuto un efficacissimo price cap sul gas? Giorni fa, criticare la Bce, come aveva fatto Guido Crosetto, non costituiva un’inaccettabile violazione della sua indipendenza? E come mai Francesco Bei rispolvera, contro la Meloni, «lo spettro dei gilet gialli», che protestarono contro l’aumento del prezzo dei carburanti? E i sacrifici in nome dei fratelli ucraini, in trincea per i nostri valori? Il freddo andava bene, ma il pieno rincarato no? Allora, si poteva dire che quella della Russia che sarebbe implosa in poche settimane era una fesseria? E che, semmai, la crociata democratica delle élite si sarebbe abbattuta sulle classi più disagiate? Si potevano dire tutte queste cose, senza finire crocifissi, in quanto disumani, fascisti e putiniani?
«Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti»
Nella chat Whatsapp dei taxi del mare, intitolata «Humanitarian vessel», una sorta di forum del salvataggio frequentato da diverse Ong, c’era un contatto che, per gli inquirenti che hanno indagato sulle spericolate operazioni della Iuventa - la nave della tedesca Jugend Retter sequestrata a Trapani -, avrebbe avuto accesso a notizie di prima mano sulle partenze. È quanto emerge nel procedimento in cui sono imputati alcuni membri dell’equipaggio insieme ad attivisti di Save the Children e di Medici senza frontiere e in cui la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno hanno chiesto di costituirsi parte civile. Quelle girate alle Ong sarebbero «informazioni che», secondo chi ha indagato, «possono essere assunte, direttamente o indirettamente, solo dai trafficanti operanti in Libia che pianificano e gestiscono le operazioni di imbarco». Il contatto era stato registrato con questo nome: «Libya Hom», ovvero Head of mission Libya, che si è scoperto essere un capomissione a Tripoli di Medici senza frontiere. Il numero usato è di un operatore telefonico tunisino. E con quelle informazioni la Vos Hestia di Save the Children, ricostruiscono gli investigatori, «riusciva a individuare dei target con migranti a bordo che non si trovavano in rotta di intercetto rispetto alla normale navigazione fino a poco prima effettuata». Ovvero la nave riusciva a presentarsi magicamente nei punti in mare in cui si concentravano i migranti, spesso accompagnati dai veloci scafi dei trafficanti. E ovviamente, viene sottolineato negli atti dell’inchiesta, «senza coordinarsi con Imrcc (il Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano, ndr)». Ma da quella chat salta fuori un ulteriore dato inquietante. Soprattutto per chi si spaccia per salvatore di vite umane a tutti i costi. Dalle conversazioni emerge che la Vos Hestia era pronta a intervenire solo in aree in cui i carichi erano abbondanti. Il 9 aprile 2017 c’è una conversazione tra i team leader di Aquarius (nave di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere) e di Vos Hestia. E la team leader di Save the Children chiede: «Ciao Marcella, sulla Hestia stiamo discutendo sulla necessità o meno di coprire la zona Sar Est. Mi chiedevo se tu avessi informazioni riguardo a sviluppi o sulla situazione. Forse dal tuo Hom in Libia?». E da Aquarius rispondono: «Ho contattato Hom questa mattina, ma nessuna nuova informazione. Tutto quel che sappiamo è che le partenze dall’Est semmai sono poche. È una domanda interessante se abbia senso o meno andarci». Quindi i barchini a Est della Libia, siccome producevano poco, sono stati abbandonati al loro destino. Anche perché le operazioni più piccole non avrebbero prodotto pubblicità mediatica. Che agli attivisti, invece, sembrava interessare non poco. Tommaso Fabbri di Medici senza frontiere, infatti, intercettato, parla al telefono con un altro attivista della «raccolta di storie interessanti da raccontare dopo gli sbarchi». Quello che viene definito nei documenti investigativi come «movente economico», infatti, stando alle valutazioni degli inquirenti, sarebbe legato «all’immagine esterna mostrata nei confronti dell’opinione pubblica e conseguentemente alle donazioni». E che, ritengono gli inquirenti a proposito della Jugend Rettet, «secondo il chiaro convincimento di alcune delle figure apicali, sarebbero poste in rapporto di proporzione diretta rispetto al numero di migranti recuperati e alla visibilità mediatica data all’evento». Ma ai fini dell’inchiesta è risultato importante per gli investigatori ricostruire che la chat Humanitarian Vessel sarebbe stata usata «per pianificare le operazioni» in mare, bypassando il Centro di coordinamento ufficiale. Una «forma di coordinamento autonomo fra le Ong», così è descritto negli atti, «che risulta essere parallela a quello ufficiale dei soccorsi». Che molte di quelle operazioni in mare non le avrebbero consentite.
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Dopo averlo negato, i progressisti rilanciano l’allarme migranti. E anche su inflazione e caro carburante i toni sono cambiati.«Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti». La Procura scandaglia le chat dei taxi del mare. Le navi si muovevano solo per carichi ingenti: così raccoglievano più donazioni. Lo speciale comprende due articoli.Toh: si poteva dire che gli immigrati sono un problema? Repubblica, ieri, s’è intestata un’operazione di fact checking: con il governo Meloni, gli sbarchi sono aumentati del 50%. I blocchi navali? «Fantasia». Gli arrivi selettivi? «Abortiti». I porti chiusi? «Trasformati in porti aperti». Gli accordi con i Paesi d’origine e di transito? «Un’intenzione». La solidarietà europea? «Rimasta sulla carta». Una panoramica desolante, resa ancor più complicata dalla clemenza delle condizioni meteorologiche, che incoraggia le partenze. La conclusione dell’analisi è la seguente: caro ministro Matteo Piantedosi, lei si vanta di aver blindato i confini, però mente. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando al Viminale c’era Luciana Lamorgese, gli approdi degli stranieri si sono moltiplicati: dal 22 ottobre a gennaio, 31.454 contro 19.008. Il quotidiano di Largo Fochetti, certo, insiste nel negare che le Ong rappresentino un pull factor, un elemento attrattivo per chi si avventura in mare dalla Libia. Le carte della Procura di Trapani sul caso Iuventa, che La Verità ha illustrato in questi giorni, suggeriscono il contrario. Tant’è che alcuni dei presunti salvatori dei naufraghi sarebbero in contatto con i trafficanti di esseri umani. Ma a parte certi dettagli, è la logica del discorso a stupire. Il giornale romano metteva le mani avanti: noi proviamo solo «a guardarla dal punto di vista del governo» e delle sue «promesse elettorali assolutamente deluse». La verità è che, se il fenomeno migratorio fosse la «risorsa» che sbandierano da tempo immemore i progressisti, bisognerebbe rendere merito a chi, dopo averlo contestato, una volta al potere, ne ha compreso il potenziale salvifico. Ma i sindaci di sinistra del Centro Nord sarebbero d’accordo? È dubbio. Scordatevi i solenni proclami sull’accoglienza, l’inclusione, i doveri di soccorso e assistenza, le accuse e i processi a Matteo Salvini: appena sono stati coinvolti nel mosaico degli approdi da Piantedosi, i compagni di Enrico Letta hanno scoperto che ritrovarsi in porto le navi «umanitarie» è una rogna. Che ricevere i migranti in città contribuisce a insicurezza e degrado, infastidisce i cittadini e, quindi, fa perdere consensi. I «buoni» si son dati a un sano realismo. Quando arrivano i migranti è un guaio: hanno scoperto che si poteva dire. Il punto è questo: adesso che a Palazzo Chigi c’è la presidente di Fratelli d’Italia, l’incremento degli sbarchi è un motivo di legittima preoccupazione. L’idea che si debbano governare i flussi, che vada posto un argine all’immigrazione clandestina, che certe aree geografiche non si debbano riconvertire irreversibilmente in carnai per i disperati, è divenuta, all’improvviso, una forma di buon senso. Rivendicata innanzitutto dagli amministratori piddini. Quelli del «restiamo umani», del «welcome refugees». Sì; purché non nel mio giardino. Arginare l’invasione non è più la cinica ossessione, sfruttata per ignobili finalità elettorali, della destra, che cavalca le paure irrazionali e infondate degli italiani. E così - vedere proprio Repubblica - diviene lecito prendersela con Bruxelles, che spende tante parole alate e poi ci abbandona al nostro destino.Con altrettanta faccia tosta, i media di riferimento della gente che piace si sono resi conto che le stazioni italiane sono fuori controllo. Dopo l’accoltellamento della ragazza israeliana a Roma, fioccano speciali e reportage. Appunto: si poteva dire anche che Milano Centrale e Termini fanno schifo? Che i quartieri attorno a qualsiasi fermata dei treni sono delle ridotte di Gotham City, in assenza di Batman? E dov’erano i predicatori della stampa, quando governavano i «migliori»? In quale melensa retorica antirazzista si erano trincerati, allorché i cronisti abituati a osservare la strada anziché i salottini denunciavano sporcizia e crimini?Gli slittamenti narrativi, peraltro, non riguardano solamente i temi dell’immigrazione e della sicurezza. Ieri, sempre sul quotidiano di Maurizio Molinari, Carlo Bastasin, pur elogiando la capacità delle democrazie liberali di reggere allo stress determinato dalla crisi economica, deplorava gli effetti di un’inflazione a livelli «visti solo 50 anni fa», della guerra in Ucraina, della politica delle Banche centrali, le quali «hanno invertito un ciclo globale di declino dei tassi d’interesse che durava da trent’anni». Ma come? Mesi fa non stavamo a raccontarci che l’Italia cresceva più degli altri Paesi Ue? Che avremmo tamponato i rischi del caro energia perché, grazie all’autorevolezza di Mario Draghi, avevamo ottenuto un efficacissimo price cap sul gas? Giorni fa, criticare la Bce, come aveva fatto Guido Crosetto, non costituiva un’inaccettabile violazione della sua indipendenza? E come mai Francesco Bei rispolvera, contro la Meloni, «lo spettro dei gilet gialli», che protestarono contro l’aumento del prezzo dei carburanti? E i sacrifici in nome dei fratelli ucraini, in trincea per i nostri valori? Il freddo andava bene, ma il pieno rincarato no? Allora, si poteva dire che quella della Russia che sarebbe implosa in poche settimane era una fesseria? E che, semmai, la crociata democratica delle élite si sarebbe abbattuta sulle classi più disagiate? Si potevano dire tutte queste cose, senza finire crocifissi, in quanto disumani, fascisti e putiniani? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-che-ce-giorgia-la-sinistra-lo-ammette-gli-sbarchi-sono-un-grosso-problema-2659127275.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-hanno-un-attivista-in-contatto-con-i-trafficanti" data-post-id="2659127275" data-published-at="1673468367" data-use-pagination="False"> «Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti» Nella chat Whatsapp dei taxi del mare, intitolata «Humanitarian vessel», una sorta di forum del salvataggio frequentato da diverse Ong, c’era un contatto che, per gli inquirenti che hanno indagato sulle spericolate operazioni della Iuventa - la nave della tedesca Jugend Retter sequestrata a Trapani -, avrebbe avuto accesso a notizie di prima mano sulle partenze. È quanto emerge nel procedimento in cui sono imputati alcuni membri dell’equipaggio insieme ad attivisti di Save the Children e di Medici senza frontiere e in cui la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno hanno chiesto di costituirsi parte civile. Quelle girate alle Ong sarebbero «informazioni che», secondo chi ha indagato, «possono essere assunte, direttamente o indirettamente, solo dai trafficanti operanti in Libia che pianificano e gestiscono le operazioni di imbarco». Il contatto era stato registrato con questo nome: «Libya Hom», ovvero Head of mission Libya, che si è scoperto essere un capomissione a Tripoli di Medici senza frontiere. Il numero usato è di un operatore telefonico tunisino. E con quelle informazioni la Vos Hestia di Save the Children, ricostruiscono gli investigatori, «riusciva a individuare dei target con migranti a bordo che non si trovavano in rotta di intercetto rispetto alla normale navigazione fino a poco prima effettuata». Ovvero la nave riusciva a presentarsi magicamente nei punti in mare in cui si concentravano i migranti, spesso accompagnati dai veloci scafi dei trafficanti. E ovviamente, viene sottolineato negli atti dell’inchiesta, «senza coordinarsi con Imrcc (il Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano, ndr)». Ma da quella chat salta fuori un ulteriore dato inquietante. Soprattutto per chi si spaccia per salvatore di vite umane a tutti i costi. Dalle conversazioni emerge che la Vos Hestia era pronta a intervenire solo in aree in cui i carichi erano abbondanti. Il 9 aprile 2017 c’è una conversazione tra i team leader di Aquarius (nave di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere) e di Vos Hestia. E la team leader di Save the Children chiede: «Ciao Marcella, sulla Hestia stiamo discutendo sulla necessità o meno di coprire la zona Sar Est. Mi chiedevo se tu avessi informazioni riguardo a sviluppi o sulla situazione. Forse dal tuo Hom in Libia?». E da Aquarius rispondono: «Ho contattato Hom questa mattina, ma nessuna nuova informazione. Tutto quel che sappiamo è che le partenze dall’Est semmai sono poche. È una domanda interessante se abbia senso o meno andarci». Quindi i barchini a Est della Libia, siccome producevano poco, sono stati abbandonati al loro destino. Anche perché le operazioni più piccole non avrebbero prodotto pubblicità mediatica. Che agli attivisti, invece, sembrava interessare non poco. Tommaso Fabbri di Medici senza frontiere, infatti, intercettato, parla al telefono con un altro attivista della «raccolta di storie interessanti da raccontare dopo gli sbarchi». Quello che viene definito nei documenti investigativi come «movente economico», infatti, stando alle valutazioni degli inquirenti, sarebbe legato «all’immagine esterna mostrata nei confronti dell’opinione pubblica e conseguentemente alle donazioni». E che, ritengono gli inquirenti a proposito della Jugend Rettet, «secondo il chiaro convincimento di alcune delle figure apicali, sarebbero poste in rapporto di proporzione diretta rispetto al numero di migranti recuperati e alla visibilità mediatica data all’evento». Ma ai fini dell’inchiesta è risultato importante per gli investigatori ricostruire che la chat Humanitarian Vessel sarebbe stata usata «per pianificare le operazioni» in mare, bypassando il Centro di coordinamento ufficiale. Una «forma di coordinamento autonomo fra le Ong», così è descritto negli atti, «che risulta essere parallela a quello ufficiale dei soccorsi». Che molte di quelle operazioni in mare non le avrebbero consentite.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.