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2023-01-12
Ora che c’è Giorgia la sinistra lo ammette. Gli sbarchi sono un grosso problema
Ansa
Toh: si poteva dire che gli immigrati sono un problema? Repubblica, ieri, s’è intestata un’operazione di fact checking: con il governo Meloni, gli sbarchi sono aumentati del 50%. I blocchi navali? «Fantasia». Gli arrivi selettivi? «Abortiti». I porti chiusi? «Trasformati in porti aperti». Gli accordi con i Paesi d’origine e di transito? «Un’intenzione». La solidarietà europea? «Rimasta sulla carta». Una panoramica desolante, resa ancor più complicata dalla clemenza delle condizioni meteorologiche, che incoraggia le partenze. La conclusione dell’analisi è la seguente: caro ministro Matteo Piantedosi, lei si vanta di aver blindato i confini, però mente. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando al Viminale c’era Luciana Lamorgese, gli approdi degli stranieri si sono moltiplicati: dal 22 ottobre a gennaio, 31.454 contro 19.008.
Il quotidiano di Largo Fochetti, certo, insiste nel negare che le Ong rappresentino un pull factor, un elemento attrattivo per chi si avventura in mare dalla Libia. Le carte della Procura di Trapani sul caso Iuventa, che La Verità ha illustrato in questi giorni, suggeriscono il contrario. Tant’è che alcuni dei presunti salvatori dei naufraghi sarebbero in contatto con i trafficanti di esseri umani. Ma a parte certi dettagli, è la logica del discorso a stupire.
Il giornale romano metteva le mani avanti: noi proviamo solo «a guardarla dal punto di vista del governo» e delle sue «promesse elettorali assolutamente deluse». La verità è che, se il fenomeno migratorio fosse la «risorsa» che sbandierano da tempo immemore i progressisti, bisognerebbe rendere merito a chi, dopo averlo contestato, una volta al potere, ne ha compreso il potenziale salvifico. Ma i sindaci di sinistra del Centro Nord sarebbero d’accordo? È dubbio. Scordatevi i solenni proclami sull’accoglienza, l’inclusione, i doveri di soccorso e assistenza, le accuse e i processi a Matteo Salvini: appena sono stati coinvolti nel mosaico degli approdi da Piantedosi, i compagni di Enrico Letta hanno scoperto che ritrovarsi in porto le navi «umanitarie» è una rogna. Che ricevere i migranti in città contribuisce a insicurezza e degrado, infastidisce i cittadini e, quindi, fa perdere consensi. I «buoni» si son dati a un sano realismo. Quando arrivano i migranti è un guaio: hanno scoperto che si poteva dire.
Il punto è questo: adesso che a Palazzo Chigi c’è la presidente di Fratelli d’Italia, l’incremento degli sbarchi è un motivo di legittima preoccupazione. L’idea che si debbano governare i flussi, che vada posto un argine all’immigrazione clandestina, che certe aree geografiche non si debbano riconvertire irreversibilmente in carnai per i disperati, è divenuta, all’improvviso, una forma di buon senso. Rivendicata innanzitutto dagli amministratori piddini. Quelli del «restiamo umani», del «welcome refugees». Sì; purché non nel mio giardino. Arginare l’invasione non è più la cinica ossessione, sfruttata per ignobili finalità elettorali, della destra, che cavalca le paure irrazionali e infondate degli italiani. E così - vedere proprio Repubblica - diviene lecito prendersela con Bruxelles, che spende tante parole alate e poi ci abbandona al nostro destino.
Con altrettanta faccia tosta, i media di riferimento della gente che piace si sono resi conto che le stazioni italiane sono fuori controllo. Dopo l’accoltellamento della ragazza israeliana a Roma, fioccano speciali e reportage. Appunto: si poteva dire anche che Milano Centrale e Termini fanno schifo? Che i quartieri attorno a qualsiasi fermata dei treni sono delle ridotte di Gotham City, in assenza di Batman? E dov’erano i predicatori della stampa, quando governavano i «migliori»? In quale melensa retorica antirazzista si erano trincerati, allorché i cronisti abituati a osservare la strada anziché i salottini denunciavano sporcizia e crimini?
Gli slittamenti narrativi, peraltro, non riguardano solamente i temi dell’immigrazione e della sicurezza.
Ieri, sempre sul quotidiano di Maurizio Molinari, Carlo Bastasin, pur elogiando la capacità delle democrazie liberali di reggere allo stress determinato dalla crisi economica, deplorava gli effetti di un’inflazione a livelli «visti solo 50 anni fa», della guerra in Ucraina, della politica delle Banche centrali, le quali «hanno invertito un ciclo globale di declino dei tassi d’interesse che durava da trent’anni». Ma come? Mesi fa non stavamo a raccontarci che l’Italia cresceva più degli altri Paesi Ue? Che avremmo tamponato i rischi del caro energia perché, grazie all’autorevolezza di Mario Draghi, avevamo ottenuto un efficacissimo price cap sul gas? Giorni fa, criticare la Bce, come aveva fatto Guido Crosetto, non costituiva un’inaccettabile violazione della sua indipendenza? E come mai Francesco Bei rispolvera, contro la Meloni, «lo spettro dei gilet gialli», che protestarono contro l’aumento del prezzo dei carburanti? E i sacrifici in nome dei fratelli ucraini, in trincea per i nostri valori? Il freddo andava bene, ma il pieno rincarato no? Allora, si poteva dire che quella della Russia che sarebbe implosa in poche settimane era una fesseria? E che, semmai, la crociata democratica delle élite si sarebbe abbattuta sulle classi più disagiate? Si potevano dire tutte queste cose, senza finire crocifissi, in quanto disumani, fascisti e putiniani?
«Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti»
Nella chat Whatsapp dei taxi del mare, intitolata «Humanitarian vessel», una sorta di forum del salvataggio frequentato da diverse Ong, c’era un contatto che, per gli inquirenti che hanno indagato sulle spericolate operazioni della Iuventa - la nave della tedesca Jugend Retter sequestrata a Trapani -, avrebbe avuto accesso a notizie di prima mano sulle partenze. È quanto emerge nel procedimento in cui sono imputati alcuni membri dell’equipaggio insieme ad attivisti di Save the Children e di Medici senza frontiere e in cui la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno hanno chiesto di costituirsi parte civile. Quelle girate alle Ong sarebbero «informazioni che», secondo chi ha indagato, «possono essere assunte, direttamente o indirettamente, solo dai trafficanti operanti in Libia che pianificano e gestiscono le operazioni di imbarco». Il contatto era stato registrato con questo nome: «Libya Hom», ovvero Head of mission Libya, che si è scoperto essere un capomissione a Tripoli di Medici senza frontiere. Il numero usato è di un operatore telefonico tunisino. E con quelle informazioni la Vos Hestia di Save the Children, ricostruiscono gli investigatori, «riusciva a individuare dei target con migranti a bordo che non si trovavano in rotta di intercetto rispetto alla normale navigazione fino a poco prima effettuata». Ovvero la nave riusciva a presentarsi magicamente nei punti in mare in cui si concentravano i migranti, spesso accompagnati dai veloci scafi dei trafficanti. E ovviamente, viene sottolineato negli atti dell’inchiesta, «senza coordinarsi con Imrcc (il Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano, ndr)». Ma da quella chat salta fuori un ulteriore dato inquietante. Soprattutto per chi si spaccia per salvatore di vite umane a tutti i costi. Dalle conversazioni emerge che la Vos Hestia era pronta a intervenire solo in aree in cui i carichi erano abbondanti. Il 9 aprile 2017 c’è una conversazione tra i team leader di Aquarius (nave di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere) e di Vos Hestia. E la team leader di Save the Children chiede: «Ciao Marcella, sulla Hestia stiamo discutendo sulla necessità o meno di coprire la zona Sar Est. Mi chiedevo se tu avessi informazioni riguardo a sviluppi o sulla situazione. Forse dal tuo Hom in Libia?». E da Aquarius rispondono: «Ho contattato Hom questa mattina, ma nessuna nuova informazione. Tutto quel che sappiamo è che le partenze dall’Est semmai sono poche. È una domanda interessante se abbia senso o meno andarci». Quindi i barchini a Est della Libia, siccome producevano poco, sono stati abbandonati al loro destino. Anche perché le operazioni più piccole non avrebbero prodotto pubblicità mediatica. Che agli attivisti, invece, sembrava interessare non poco. Tommaso Fabbri di Medici senza frontiere, infatti, intercettato, parla al telefono con un altro attivista della «raccolta di storie interessanti da raccontare dopo gli sbarchi». Quello che viene definito nei documenti investigativi come «movente economico», infatti, stando alle valutazioni degli inquirenti, sarebbe legato «all’immagine esterna mostrata nei confronti dell’opinione pubblica e conseguentemente alle donazioni». E che, ritengono gli inquirenti a proposito della Jugend Rettet, «secondo il chiaro convincimento di alcune delle figure apicali, sarebbero poste in rapporto di proporzione diretta rispetto al numero di migranti recuperati e alla visibilità mediatica data all’evento». Ma ai fini dell’inchiesta è risultato importante per gli investigatori ricostruire che la chat Humanitarian Vessel sarebbe stata usata «per pianificare le operazioni» in mare, bypassando il Centro di coordinamento ufficiale. Una «forma di coordinamento autonomo fra le Ong», così è descritto negli atti, «che risulta essere parallela a quello ufficiale dei soccorsi». Che molte di quelle operazioni in mare non le avrebbero consentite.
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Dopo averlo negato, i progressisti rilanciano l’allarme migranti. E anche su inflazione e caro carburante i toni sono cambiati.«Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti». La Procura scandaglia le chat dei taxi del mare. Le navi si muovevano solo per carichi ingenti: così raccoglievano più donazioni. Lo speciale comprende due articoli.Toh: si poteva dire che gli immigrati sono un problema? Repubblica, ieri, s’è intestata un’operazione di fact checking: con il governo Meloni, gli sbarchi sono aumentati del 50%. I blocchi navali? «Fantasia». Gli arrivi selettivi? «Abortiti». I porti chiusi? «Trasformati in porti aperti». Gli accordi con i Paesi d’origine e di transito? «Un’intenzione». La solidarietà europea? «Rimasta sulla carta». Una panoramica desolante, resa ancor più complicata dalla clemenza delle condizioni meteorologiche, che incoraggia le partenze. La conclusione dell’analisi è la seguente: caro ministro Matteo Piantedosi, lei si vanta di aver blindato i confini, però mente. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando al Viminale c’era Luciana Lamorgese, gli approdi degli stranieri si sono moltiplicati: dal 22 ottobre a gennaio, 31.454 contro 19.008. Il quotidiano di Largo Fochetti, certo, insiste nel negare che le Ong rappresentino un pull factor, un elemento attrattivo per chi si avventura in mare dalla Libia. Le carte della Procura di Trapani sul caso Iuventa, che La Verità ha illustrato in questi giorni, suggeriscono il contrario. Tant’è che alcuni dei presunti salvatori dei naufraghi sarebbero in contatto con i trafficanti di esseri umani. Ma a parte certi dettagli, è la logica del discorso a stupire. Il giornale romano metteva le mani avanti: noi proviamo solo «a guardarla dal punto di vista del governo» e delle sue «promesse elettorali assolutamente deluse». La verità è che, se il fenomeno migratorio fosse la «risorsa» che sbandierano da tempo immemore i progressisti, bisognerebbe rendere merito a chi, dopo averlo contestato, una volta al potere, ne ha compreso il potenziale salvifico. Ma i sindaci di sinistra del Centro Nord sarebbero d’accordo? È dubbio. Scordatevi i solenni proclami sull’accoglienza, l’inclusione, i doveri di soccorso e assistenza, le accuse e i processi a Matteo Salvini: appena sono stati coinvolti nel mosaico degli approdi da Piantedosi, i compagni di Enrico Letta hanno scoperto che ritrovarsi in porto le navi «umanitarie» è una rogna. Che ricevere i migranti in città contribuisce a insicurezza e degrado, infastidisce i cittadini e, quindi, fa perdere consensi. I «buoni» si son dati a un sano realismo. Quando arrivano i migranti è un guaio: hanno scoperto che si poteva dire. Il punto è questo: adesso che a Palazzo Chigi c’è la presidente di Fratelli d’Italia, l’incremento degli sbarchi è un motivo di legittima preoccupazione. L’idea che si debbano governare i flussi, che vada posto un argine all’immigrazione clandestina, che certe aree geografiche non si debbano riconvertire irreversibilmente in carnai per i disperati, è divenuta, all’improvviso, una forma di buon senso. Rivendicata innanzitutto dagli amministratori piddini. Quelli del «restiamo umani», del «welcome refugees». Sì; purché non nel mio giardino. Arginare l’invasione non è più la cinica ossessione, sfruttata per ignobili finalità elettorali, della destra, che cavalca le paure irrazionali e infondate degli italiani. E così - vedere proprio Repubblica - diviene lecito prendersela con Bruxelles, che spende tante parole alate e poi ci abbandona al nostro destino.Con altrettanta faccia tosta, i media di riferimento della gente che piace si sono resi conto che le stazioni italiane sono fuori controllo. Dopo l’accoltellamento della ragazza israeliana a Roma, fioccano speciali e reportage. Appunto: si poteva dire anche che Milano Centrale e Termini fanno schifo? Che i quartieri attorno a qualsiasi fermata dei treni sono delle ridotte di Gotham City, in assenza di Batman? E dov’erano i predicatori della stampa, quando governavano i «migliori»? In quale melensa retorica antirazzista si erano trincerati, allorché i cronisti abituati a osservare la strada anziché i salottini denunciavano sporcizia e crimini?Gli slittamenti narrativi, peraltro, non riguardano solamente i temi dell’immigrazione e della sicurezza. Ieri, sempre sul quotidiano di Maurizio Molinari, Carlo Bastasin, pur elogiando la capacità delle democrazie liberali di reggere allo stress determinato dalla crisi economica, deplorava gli effetti di un’inflazione a livelli «visti solo 50 anni fa», della guerra in Ucraina, della politica delle Banche centrali, le quali «hanno invertito un ciclo globale di declino dei tassi d’interesse che durava da trent’anni». Ma come? Mesi fa non stavamo a raccontarci che l’Italia cresceva più degli altri Paesi Ue? Che avremmo tamponato i rischi del caro energia perché, grazie all’autorevolezza di Mario Draghi, avevamo ottenuto un efficacissimo price cap sul gas? Giorni fa, criticare la Bce, come aveva fatto Guido Crosetto, non costituiva un’inaccettabile violazione della sua indipendenza? E come mai Francesco Bei rispolvera, contro la Meloni, «lo spettro dei gilet gialli», che protestarono contro l’aumento del prezzo dei carburanti? E i sacrifici in nome dei fratelli ucraini, in trincea per i nostri valori? Il freddo andava bene, ma il pieno rincarato no? Allora, si poteva dire che quella della Russia che sarebbe implosa in poche settimane era una fesseria? E che, semmai, la crociata democratica delle élite si sarebbe abbattuta sulle classi più disagiate? Si potevano dire tutte queste cose, senza finire crocifissi, in quanto disumani, fascisti e putiniani? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-che-ce-giorgia-la-sinistra-lo-ammette-gli-sbarchi-sono-un-grosso-problema-2659127275.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-hanno-un-attivista-in-contatto-con-i-trafficanti" data-post-id="2659127275" data-published-at="1673468367" data-use-pagination="False"> «Le Ong hanno un attivista in contatto con i trafficanti» Nella chat Whatsapp dei taxi del mare, intitolata «Humanitarian vessel», una sorta di forum del salvataggio frequentato da diverse Ong, c’era un contatto che, per gli inquirenti che hanno indagato sulle spericolate operazioni della Iuventa - la nave della tedesca Jugend Retter sequestrata a Trapani -, avrebbe avuto accesso a notizie di prima mano sulle partenze. È quanto emerge nel procedimento in cui sono imputati alcuni membri dell’equipaggio insieme ad attivisti di Save the Children e di Medici senza frontiere e in cui la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno hanno chiesto di costituirsi parte civile. Quelle girate alle Ong sarebbero «informazioni che», secondo chi ha indagato, «possono essere assunte, direttamente o indirettamente, solo dai trafficanti operanti in Libia che pianificano e gestiscono le operazioni di imbarco». Il contatto era stato registrato con questo nome: «Libya Hom», ovvero Head of mission Libya, che si è scoperto essere un capomissione a Tripoli di Medici senza frontiere. Il numero usato è di un operatore telefonico tunisino. E con quelle informazioni la Vos Hestia di Save the Children, ricostruiscono gli investigatori, «riusciva a individuare dei target con migranti a bordo che non si trovavano in rotta di intercetto rispetto alla normale navigazione fino a poco prima effettuata». Ovvero la nave riusciva a presentarsi magicamente nei punti in mare in cui si concentravano i migranti, spesso accompagnati dai veloci scafi dei trafficanti. E ovviamente, viene sottolineato negli atti dell’inchiesta, «senza coordinarsi con Imrcc (il Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano, ndr)». Ma da quella chat salta fuori un ulteriore dato inquietante. Soprattutto per chi si spaccia per salvatore di vite umane a tutti i costi. Dalle conversazioni emerge che la Vos Hestia era pronta a intervenire solo in aree in cui i carichi erano abbondanti. Il 9 aprile 2017 c’è una conversazione tra i team leader di Aquarius (nave di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere) e di Vos Hestia. E la team leader di Save the Children chiede: «Ciao Marcella, sulla Hestia stiamo discutendo sulla necessità o meno di coprire la zona Sar Est. Mi chiedevo se tu avessi informazioni riguardo a sviluppi o sulla situazione. Forse dal tuo Hom in Libia?». E da Aquarius rispondono: «Ho contattato Hom questa mattina, ma nessuna nuova informazione. Tutto quel che sappiamo è che le partenze dall’Est semmai sono poche. È una domanda interessante se abbia senso o meno andarci». Quindi i barchini a Est della Libia, siccome producevano poco, sono stati abbandonati al loro destino. Anche perché le operazioni più piccole non avrebbero prodotto pubblicità mediatica. Che agli attivisti, invece, sembrava interessare non poco. Tommaso Fabbri di Medici senza frontiere, infatti, intercettato, parla al telefono con un altro attivista della «raccolta di storie interessanti da raccontare dopo gli sbarchi». Quello che viene definito nei documenti investigativi come «movente economico», infatti, stando alle valutazioni degli inquirenti, sarebbe legato «all’immagine esterna mostrata nei confronti dell’opinione pubblica e conseguentemente alle donazioni». E che, ritengono gli inquirenti a proposito della Jugend Rettet, «secondo il chiaro convincimento di alcune delle figure apicali, sarebbero poste in rapporto di proporzione diretta rispetto al numero di migranti recuperati e alla visibilità mediatica data all’evento». Ma ai fini dell’inchiesta è risultato importante per gli investigatori ricostruire che la chat Humanitarian Vessel sarebbe stata usata «per pianificare le operazioni» in mare, bypassando il Centro di coordinamento ufficiale. Una «forma di coordinamento autonomo fra le Ong», così è descritto negli atti, «che risulta essere parallela a quello ufficiale dei soccorsi». Che molte di quelle operazioni in mare non le avrebbero consentite.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 aprile con Carlo Cambi
Peter Magyar (Getty Images)
E poi ovviamente c’è il dato più rilevante, ovvero l’esito (provvisorio al momento in cui andiamo in stampa) delle elezioni più combattute degli ultimi anni. Fidesz, il partito di Viktor Orbán, se la gioca fino all’ultimo con Tisza, la formazione guidata da Peter Magyar. Mentre chiudiamo il giornale i primi scrutini (29,1% dei voti esaminati) mostrano un vantaggio dell’opposizione per 132 seggi a 59, ma intanto c’è un’evidenza: per la prima volta dopo molto tempo Fidesz ha una concreta possibilità di perdere. Orbán suda e fatica dopo sedici anni col vento in poppa, tra gli scongiuri dei fanatici europeisti che in questi anni lo hanno dipinto come un mostro, un nuovo Hitler, l’incarnazione dell’incubo sovranista. Ancora ieri, alla vigilia del voto, gli allegri cantori del sistema - gente come Bernard-Henri Lévy - insistevano a parlare del voto in Ungheria come di uno spartiacque per la storia europea: lo scontro finale tra il Bene (ovviamente rappresentato da Bruxelles) e il mostro di Budapest.
Viene però da chiedersi: come mai, se Orbán era davvero un autocrate nemico della democrazia, un disonesto manipolatore, su queste elezioni c’è stata così tanta incertezza? Non dovrebbe un aspirante dittatore, uno che ha esercitato il potere assoluto per quasi un ventennio, preoccuparsi di impedire il corretto funzionamento delle procedure democratiche al fine di assicurarsi un successo scontato e schiacciante? E invece il presunto autocrate ha dovuto lottare e soffrire esattamente come il suo sfidante. A quanto pare non sono servite a levare di mezzo gli ostacoli nemmeno le onnipresenti «ingerenze russe» che ogni volta vengono evocate quando si sospetta che possa vincere un leader sgradito all’establishment liberal-europeista. In compenso, quello sì, sembra che abbiano funzionato e non poco le ingerenze vere e più feroci, cioè le pressioni fortissime esercitate da Bruxelles e dai suoi fedeli cani da guardia.
«Al di là dell’esito, una cosa è certa: queste elezioni si sono svolte sotto fortissime pressioni esterne, soprattutto da parte della Ue e dell’establishment politico-mediatico mainstream», ci dice Thomas Fazi, saggista e attento analista della situazione ungherese. «Da settimane si montava un nuovo Russiagate - presunte interferenze russe prive di qualsiasi prova concreta - con un doppio obiettivo: avvantaggiare l’opposizione o, in caso di vittoria di Orbán, dichiararne invalido il risultato, esattamente come avvenuto in Romania poco più di un anno fa. Particolarmente grave è stato il rilascio di intercettazioni tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo russo Lavrov: intercettazioni che non rivelano nulla di scandaloso, se non il fatto - questo sì sconcertante - che qualche servizio di intelligence occidentale stesse spiando il governo Orbán. A ciò si aggiunge il sabotaggio ucraino dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo in Ungheria: un clamoroso tentativo di destabilizzazione pre-elettorale avvenuto quanto meno con il beneplacito di Bruxelles. Nel complesso», conclude Fazi, «questa elezione conferma una tendenza ormai difficilmente negabile: tenere elezioni davvero libere in Europa è diventato pressoché impossibile, e la responsabilità principale è di Bruxelles».
Per altro, urge ricordare che tutte le tirate sulla democrazia che deve ritornare a Budapest e sulla necessità di svolte liberali fingono di ignorare un dato di fatto. E cioè che Tisza è riuscita a mettere in difficoltà Orbán - operazione in cui tutte le forze di sinistra hanno fallito - proprio perché non è un partito progressista. In pratica Magyar è un Orbán rivisitato che ha saputo accreditarsi molto bene presso la lobby Ue. Il punto, in fondo, è soltanto questo: la disponibilità o meno dell’Ungheria a obbedire ai diktat europei. Orbán ha rappresentato la spina nel fianco di Bruxelles, il leader che continua a rivendicare la sua indipendenza e non cede a una mega macchina costruita per opprimere. Come ha giustamente notato Richard Schenk, direttore dell’Osservatorio sulle interferenze democratiche presso l’Mcc di Bruxelles, chi pensa senza Orbán l’Ungheria si trasformerebbe in una sorta di eden liberale sbaglia di grosso (o mente sapendo di mentire). «Magyar è riuscito a smembrare il sistema politico ungherese e a concentrare quasi tutta l’opposizione attorno a sé, ma il paese è oggi molto più polarizzato di quanto non lo fosse qualche anno fa», sostiene l’analista. A suo dire, anche qualora dovesse trionfare, Magyar è destinato a «affrontare enormi difficoltà di governo. Metà del paese considererebbe la sua vittoria come il risultato di una costante pressione esterna, di una campagna internazionale e di un intervento politico da parte di Bruxelles». Beh, in effetti non è che sia andata poi molto diversamente: contro Fidesz l’Ue ha utilizzato tutte le proprie risorse, specialmente quelle più sgradevoli. Per questo fa bene, di nuovo, Richard Schenk a sostenere che il caso ungherese sia un monito per tutta l’Europa. «Se l’Unione europea iniziasse a considerare illegittimi i governi democraticamente eletti semplicemente perché non condividono la linea politica dominante a Bruxelles, allora il problema non sarebbe più Viktor Orbán. Il problema sarebbe il funzionamento stesso dell’Unione», dice Schenk. «Una volta che diventa accettabile mettere in discussione i risultati elettorali, congelare i fondi, ridurre il pluralismo digitale o isolare un governo dalle istituzioni europee, tale precedente può essere utilizzato domani contro qualsiasi altro Stato membro. E allora la questione non sarà più chi vince le elezioni, ma chi decide se quel risultato può essere accettato».
Del resto sappiamo benissimo quale sia il copione già scritto: vittoria di Magyar uguale liberazione e felicità per Budapest; vittoria di Orbán uguale brogli e democrazia in pericolo. In Ungheria, dicono queste elezioni, la democrazia c’è eccome. Ma per l’Ue una democrazia è buona solo se obbedisce. E non è certo qualcosa per cui gioire.
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Nel riquadro, un fotogramma di un video che immortala le violenze dell’africano, trasmesso su Mediaset da Fuori dal coro
Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
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