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2023-05-05
La pandemia è finita, l’incubo invece no
Tedros Ghebreyesus (Ansa)
Con grottesco ritardo l’Organizzazione mondiale della sanità, e di conseguenza i giornali, si baloccano con l’idea della «fine della pandemia», senza nemmeno rendersi conto di quanto sia patetica la pretesa di lasciarsi tutto alle spalle grazie ai timbri e alla burocrazia sanitaria. Persino in questo umiliante spettacolino, tuttavia, si potrebbero trovare note positive: mettere la parola fine a un delirio politico durato tre anni potrebbe condurre finalmente a una rielaborazione seria - e scientifica, una buona volta - dell’accaduto e magari (vogliamo essere inutilmente ottimisti) al rischiaramento di qualche luogo oscuro del marchingegno medico in cui siamo stati infilati a forza.
Certo, ciò potrebbe accadere se solo i cosiddetti esperti, la classe medica e, appunto, l’orripilante burocrazia sanitaria non fossero del tutto incuranti della realtà, e non procedessero secondo logiche al limite del diabolico che trascurano prima di tutto il metodo scientifico.
Un radioso esempio di tale meccanica ottusità ce lo forniscono il Technical Report dell’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, e soprattutto coloro che lo hanno recepito. Si tratta di un breve documento il cui pensiero conduttore sarebbe il seguente: «Prima di tutto imparare dagli errori e dalle esperienze fatti con il Covid».
Fantastico, bellissimo principio e ancor più bella idea. Ma quali sarebbero allora questi errori commessi durante la gestione del virus? Forse i lockdown inutili o peggio dannosi? Forse la caterva di balle che i politici di ogni ordine e grado ci hanno riversato addosso? Forse la violenta discriminazione con cui è stata martoriata la popolazione italiana? Macché.
Quali siano le preoccupazioni dell’Ecdc lo ha spiegato ieri La Stampa in un editoriale di Eugenia Tognotti, o forse di Chiara Saraceno (in prima pagina appariva una firma, all’interno un’altra: quando si parla di Covid sono confusi persino sull’identità dei loro collaboratori).
Leggiamo: «Il Centro ha individuato nove aree tematiche e quattro grandi aree che rimandano ciascuna a punti di criticità nella risposta a una minaccia per la salute: gli investimenti nella forza lavoro della sanità pubblica; la preparazione alla prossima crisi di salute pubblica; la comunicazione del rischio e il coinvolgimento della comunità; la raccolta e l’analisi di dati e prove». Capito? Il problema è la prossima crisi di salute pubblica. Non hanno nemmeno finito questa e già pensano a quella ventura, nemmeno fossero dei piccoli Bill Gates. Del resto ci pensa pure l’immunologo in odore di Nobel Alberto Mantovani, che - intervistato sempre dalla Stampa - si lamenta delle carenze del sistema sanitario e della mancanza di potente sostegno alla ricerca (come se il problema, fin dall’inizio, non fosse stato quello della assenza di risorse per la tutela della salute).
Nell’editoriale, Eugenia Tognotti (o forse Chiara Saraceno, chi lo sa) insiste proprio sul nodo economico. A suo dire servono «più risorse, più personale, più formazione, per usare tre parole chiave. Da noi, in Italia», prosegue la firma misteriosa, «non si stanno neanche disponendo i primi mattoni per creare queste condizioni, data la realtà che è sotto i nostri occhi: un’emergenza che sopravvive al Covid, la crisi di sistema della sanità pubblica, la mancanza di risorse, l’ostinato rifiuto del Mes sanitario che avrebbe consentito investimenti a tassi favorevoli».
Semplicemente meraviglioso: si accorgono che i soldi mancano quando governa la destra, e arrivano a invocare il Mes giusto per darci il colpo di grazia.
Ecco, questo è il tenore delle analisi che si sentono dalle nostre parti. Questa è la profonda elaborazione sugli errori commessi durante il Covid. E aspettate che non è finita: il meglio arriva quando la Tognotti (o la Saraceno?) parla del rapporto fra cittadini e istituzioni. «Un altro punto debole», scrive, «è l’attività di comunicazione del rischio e il coinvolgimento delle comunità, «fondamentali durante la risposta alle epidemie e nella maggior parte dei piani di preparazione», per riprendere le parole del Rapporto. La fiducia nel governo e nelle istituzioni è indicata come un fattore importante nell’influenzare. E le sue basi, chiarisce il rapporto, devono essere gettate in tempo di pace, prima della risposta alla pandemia».
Già, il coinvolgimento delle comunità: ci ricordiamo bene come siano state coinvolte: tramite multe e sospensioni. Secondo La Stampa, tuttavia, il vero danno alla relazione fra cittadini e istituzioni ha un’altra origine: «Non si può dire che il clima del Belpaese sia quello propizio a mettere in campo e rafforzare la preparazione e la risposta a potenziali future pandemie. La delegittimazione della task force e di singole personalità impegnate nella lotta al virus, insieme ai veleni dell’inchiesta della Procura di Bergamo, hanno ingenerato sfiducia nelle istituzioni e nella stessa comunità scientifica».
Se non fosse atroce ci sarebbe da sghignazzare fino allo sfinimento. A fare perdere fiducia nella comunità scientifica sarebbe stata la delegittimazione degli esperti? Ma di che esperti stiamo parlando? Del cacciatore di somari che insultava le ragazze online? Dei mentitori seriali che poi sono scesi in politica? Della starlette che tira in ballo i no vax persino quando ci sono di mezzo omicidi? O del ministro che si è censurato da solo il libro? O dell’alto dirigente sanitario che da quel ministro prendeva ordini via chat? O della Agenzia del farmaco dove modificavano i grafici e nascondevano i dati sulle segnalazioni di reazioni avverse? O per esperto intendiamo il Supremo Presidente del «tivaccinitiammalimuori»?
Questa gente, dal primo all’ultimo, si è screditata da sola. E purtroppo ha screditato la scienza, ha trascinato nel fango le istituzioni, ha umiliato la logica e il buonsenso, ha violato la dignità umana. Quale fiducia dovremmo avere in un sistema che li ha coccolati e protetti e ancora oggi lavora secondo le loro logiche? Quale rispetto dovrebbe avere la popolazione per chi l’ha insultata e presa in giro per anni?
La pandemia è finita? Sia pure. Ma i residui del marcio che costoro hanno sparso in giro sono ancora ben visibili. E nessun ridicolo decreto li può cancellare.
L’Oms spinge per il fine emergenza ma Tedros si oppone alla realtà
Sulla dichiarazione di fine pandemia, in America stanno organizzando addirittura spettacoli comici. Lo ha fatto Jimmy Kimmel, conduttore dell’omonimo show, che ha accolto la dichiarazione di fine dell’emergenza nazionale (promulgata dal Presidente degli Stati Uniti con decorrenza 11 maggio) ironizzando sul fatto che Joe Biden l’abbia «decisa circa un anno dopo che lo abbiamo fatto noi cittadini».
La dichiarazione di fine pandemia, di cui mentre il giornale va in stampa stanno discutendo gli esperti dell’Oms nella quindicesima riunione del Comitato di emergenza, è in effetti una comunicazione totemica senza alcun valore concreto: il mondo ha ripreso a funzionare già con l’arrivo della benevola variante Omicron, e in tutti i Paesi l’emergenza è finita da un pezzo. Ma, sebbene il Comitato emergenze risulti propenso a dichiarare la fine della pandemia, il direttore generale Tedros Ghebreyesus - al quale spetta la decisione finale - avverte che varie sono le criticità ancora presenti «che rendono difficile il poter prevedere le dinamiche future di trasmissione del virus o la sua stagionalità». In alcuni Paesi occidentali, come ad esempio la Gran Bretagna, le (poche) misure antipandemiche adottate sono state revocate già tra fine 2021 e inizio 2022, da quando cioè ha cominciato a diffondersi Omicron. In altri Paesi del Nord Europa, primo fra tutti la Svezia, la fine ufficiale delle misure di contenimento non è stata registrata, semplicemente perché non hanno mai avuto inizio; in compenso, Stoccolma ha contato un numero di decessi per milione ben inferiore a quello che noi italiani siamo riusciti a raggiungere tra lockdown di due mesi e mezzo (contro i 15-30 giorni di media occidentale), chiusure a zone, mascherine a scuola fino a giugno 2022 e il grottesco coprifuoco, restato in vigore per ben otto mesi. In Svizzera è dall’inizio del 2022 che di covid non si parla più. In altri Paesi ancora, come l’America, l’emergenza si è concretizzata schizofrenicamente a macchia di leopardo: laddove (in Texas) già nel 2021 si multava l’uso inappropriato delle mascherine, altrove (a New York) le chirurgiche sono state raccomandate anche a neonati e animali domestici. Non è un caso che Washington ci faccia compagnia in cima alla classifica dei decessi per milione.
Non si capisce, dunque, per quale motivo il mondo stia con il fiato sospeso per la dichiarazione ufficiale di fine pandemia dell’Oms, che ha suonato per la prima volta il suo più alto livello di allarme sul «nuovo coronavirus» il 30 gennaio 2020. Il direttore generale dell’Organizzazione, Tedros Ghebreyesus, ancora ieri dichiarava di «sperare» di porre fine all’emergenza internazionale «quest’anno». Ai suoi auspici, comunicati con piglio liturgico, hanno fatto seguito le dichiarazioni degli esperti del panel, che stanno ancora discutendo non soltanto sul «quando» dichiarare la fine della pandemia, ma anche sul «se». Ratificare la chiusura dell’era Covid «non deve significare un liberi tutti», ha ammonito giorni fa Walter Ricciardi, ex consulente di Roberto Speranza: non sia mai. E allora, via con la linea cerchiobottista: sì, la pandemia è finita, «ma». E in quel «ma» c’è il progetto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, mentre studia il nuovo Regolamento Sanitario Internazionale e aggiorna il Piano strategico globale di preparazione per il 2023-2025, cerca di far scivolare il mondo dall’emergenza acuta a quella cronica, senza soluzione di continuità.
Sono diversi mesi, infatti, che l’Oms tenta di sdoganare il concetto di «permacrisi», la crisi sanitaria permanente annunciata dal direttore dell’Oms Europa Hans Kluge già a settembre 2022. Proclamare la fine della pandemia rappresenta per l’organizzazione di Ginevra un atto potentemente simbolico che i cultori dell’emergenza perenne non possono permettersi senza considerarne i rischi, riassunti nelle dichiarazioni a porte chiuse dei membri del panel, raccolte ieri dall’agenzia Reuters. Se la virologa olandese Marion Koopmans ha detto che «occorre continuare a comunicare che il covid rimane una complessa sfida di salute pubblica», il direttore dell’Organizzazione Panamericana della Sanità Jarbas Barbosa ha affermato di essere preoccupato perché «un cambiamento di status causerebbe indifferenza, sorveglianza più debole e calo delle vaccinazioni», aggiungendo che il Pheic (acronimo di Public Health Emergency of International Concern, emergenza sanitaria pubblica di livello internazionale) «non comporta danni, ma allo stesso tempo mantiene alta l’attenzione». È utile, insomma, per tenere la popolazione mondiale terrorizzata.
Il problema, come sempre, è politico. Ed economico, come ha spiegato una fonte vicina ai negoziati, chiarendo che la revoca dell’etichetta Pheic potrebbe «avere un impatto sui finanziamenti globali o sugli sforzi di collaborazione». Con molta probabilità, si riferiva a chi consente all’Oms di esistere, quel Bill Gates che con i suoi 375,5 milioni di dollari rappresenta il maggiore finanziatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che da lui riceve più ancora della quota che versano gli Stati Uniti (352,5 milioni), secondo maggior sostenitore. Ed è proprio Gates ad aver spiegato, in uno spericolato passaggio (il)logico, che «per uscire da questa emergenza pandemica bisogna prepararsi alle prossime» (attraverso la vaccinazione, ça va sans dire), come recita anche il Thecnical Report dell'Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Non bisogna infine dimenticare che, per alcuni Paesi come l’America, la fine ufficiale della pandemia significa che le spese di contenimento torneranno a pagamento, a cominciare dai vaccini e dall’antivirale Paxlovid, prodotto da Pfizer, che rimarranno gratuiti per la popolazione soltanto fino a quando l’attuale scorta non si esaurirà. La decisione finale che deve prendere l’Oms, insomma, non è se la pandemia è finita o no, ma se a farsene carico devono continuare ad essere gli Stati o i cittadini.
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Con grottesco ritardo l’Oms sta per mettere il bollino sulla realtà. Ma quel che ci aspetta nel futuro è scritto nei piani della medesima agenzia, dell’Ue e dei nostri «esperti»: faremo le stesse porcherie.L’annuncio del termine della crisi mondiale è frenato dal direttore dell’agenzia Onu, intenzionato a mantenere l ’allerta perenne. Così come è già scritto nei piani della stessa organizzazione, dell’Ue e dei nostri «esperti».Lo speciale contiene due articoli. Con grottesco ritardo l’Organizzazione mondiale della sanità, e di conseguenza i giornali, si baloccano con l’idea della «fine della pandemia», senza nemmeno rendersi conto di quanto sia patetica la pretesa di lasciarsi tutto alle spalle grazie ai timbri e alla burocrazia sanitaria. Persino in questo umiliante spettacolino, tuttavia, si potrebbero trovare note positive: mettere la parola fine a un delirio politico durato tre anni potrebbe condurre finalmente a una rielaborazione seria - e scientifica, una buona volta - dell’accaduto e magari (vogliamo essere inutilmente ottimisti) al rischiaramento di qualche luogo oscuro del marchingegno medico in cui siamo stati infilati a forza. Certo, ciò potrebbe accadere se solo i cosiddetti esperti, la classe medica e, appunto, l’orripilante burocrazia sanitaria non fossero del tutto incuranti della realtà, e non procedessero secondo logiche al limite del diabolico che trascurano prima di tutto il metodo scientifico. Un radioso esempio di tale meccanica ottusità ce lo forniscono il Technical Report dell’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, e soprattutto coloro che lo hanno recepito. Si tratta di un breve documento il cui pensiero conduttore sarebbe il seguente: «Prima di tutto imparare dagli errori e dalle esperienze fatti con il Covid». Fantastico, bellissimo principio e ancor più bella idea. Ma quali sarebbero allora questi errori commessi durante la gestione del virus? Forse i lockdown inutili o peggio dannosi? Forse la caterva di balle che i politici di ogni ordine e grado ci hanno riversato addosso? Forse la violenta discriminazione con cui è stata martoriata la popolazione italiana? Macché. Quali siano le preoccupazioni dell’Ecdc lo ha spiegato ieri La Stampa in un editoriale di Eugenia Tognotti, o forse di Chiara Saraceno (in prima pagina appariva una firma, all’interno un’altra: quando si parla di Covid sono confusi persino sull’identità dei loro collaboratori). Leggiamo: «Il Centro ha individuato nove aree tematiche e quattro grandi aree che rimandano ciascuna a punti di criticità nella risposta a una minaccia per la salute: gli investimenti nella forza lavoro della sanità pubblica; la preparazione alla prossima crisi di salute pubblica; la comunicazione del rischio e il coinvolgimento della comunità; la raccolta e l’analisi di dati e prove». Capito? Il problema è la prossima crisi di salute pubblica. Non hanno nemmeno finito questa e già pensano a quella ventura, nemmeno fossero dei piccoli Bill Gates. Del resto ci pensa pure l’immunologo in odore di Nobel Alberto Mantovani, che - intervistato sempre dalla Stampa - si lamenta delle carenze del sistema sanitario e della mancanza di potente sostegno alla ricerca (come se il problema, fin dall’inizio, non fosse stato quello della assenza di risorse per la tutela della salute). Nell’editoriale, Eugenia Tognotti (o forse Chiara Saraceno, chi lo sa) insiste proprio sul nodo economico. A suo dire servono «più risorse, più personale, più formazione, per usare tre parole chiave. Da noi, in Italia», prosegue la firma misteriosa, «non si stanno neanche disponendo i primi mattoni per creare queste condizioni, data la realtà che è sotto i nostri occhi: un’emergenza che sopravvive al Covid, la crisi di sistema della sanità pubblica, la mancanza di risorse, l’ostinato rifiuto del Mes sanitario che avrebbe consentito investimenti a tassi favorevoli». Semplicemente meraviglioso: si accorgono che i soldi mancano quando governa la destra, e arrivano a invocare il Mes giusto per darci il colpo di grazia. Ecco, questo è il tenore delle analisi che si sentono dalle nostre parti. Questa è la profonda elaborazione sugli errori commessi durante il Covid. E aspettate che non è finita: il meglio arriva quando la Tognotti (o la Saraceno?) parla del rapporto fra cittadini e istituzioni. «Un altro punto debole», scrive, «è l’attività di comunicazione del rischio e il coinvolgimento delle comunità, «fondamentali durante la risposta alle epidemie e nella maggior parte dei piani di preparazione», per riprendere le parole del Rapporto. La fiducia nel governo e nelle istituzioni è indicata come un fattore importante nell’influenzare. E le sue basi, chiarisce il rapporto, devono essere gettate in tempo di pace, prima della risposta alla pandemia».Già, il coinvolgimento delle comunità: ci ricordiamo bene come siano state coinvolte: tramite multe e sospensioni. Secondo La Stampa, tuttavia, il vero danno alla relazione fra cittadini e istituzioni ha un’altra origine: «Non si può dire che il clima del Belpaese sia quello propizio a mettere in campo e rafforzare la preparazione e la risposta a potenziali future pandemie. La delegittimazione della task force e di singole personalità impegnate nella lotta al virus, insieme ai veleni dell’inchiesta della Procura di Bergamo, hanno ingenerato sfiducia nelle istituzioni e nella stessa comunità scientifica». Se non fosse atroce ci sarebbe da sghignazzare fino allo sfinimento. A fare perdere fiducia nella comunità scientifica sarebbe stata la delegittimazione degli esperti? Ma di che esperti stiamo parlando? Del cacciatore di somari che insultava le ragazze online? Dei mentitori seriali che poi sono scesi in politica? Della starlette che tira in ballo i no vax persino quando ci sono di mezzo omicidi? O del ministro che si è censurato da solo il libro? O dell’alto dirigente sanitario che da quel ministro prendeva ordini via chat? O della Agenzia del farmaco dove modificavano i grafici e nascondevano i dati sulle segnalazioni di reazioni avverse? O per esperto intendiamo il Supremo Presidente del «tivaccinitiammalimuori»? Questa gente, dal primo all’ultimo, si è screditata da sola. E purtroppo ha screditato la scienza, ha trascinato nel fango le istituzioni, ha umiliato la logica e il buonsenso, ha violato la dignità umana. Quale fiducia dovremmo avere in un sistema che li ha coccolati e protetti e ancora oggi lavora secondo le loro logiche? Quale rispetto dovrebbe avere la popolazione per chi l’ha insultata e presa in giro per anni? La pandemia è finita? Sia pure. Ma i residui del marcio che costoro hanno sparso in giro sono ancora ben visibili. 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La dichiarazione di fine pandemia, di cui mentre il giornale va in stampa stanno discutendo gli esperti dell’Oms nella quindicesima riunione del Comitato di emergenza, è in effetti una comunicazione totemica senza alcun valore concreto: il mondo ha ripreso a funzionare già con l’arrivo della benevola variante Omicron, e in tutti i Paesi l’emergenza è finita da un pezzo. Ma, sebbene il Comitato emergenze risulti propenso a dichiarare la fine della pandemia, il direttore generale Tedros Ghebreyesus - al quale spetta la decisione finale - avverte che varie sono le criticità ancora presenti «che rendono difficile il poter prevedere le dinamiche future di trasmissione del virus o la sua stagionalità». In alcuni Paesi occidentali, come ad esempio la Gran Bretagna, le (poche) misure antipandemiche adottate sono state revocate già tra fine 2021 e inizio 2022, da quando cioè ha cominciato a diffondersi Omicron. In altri Paesi del Nord Europa, primo fra tutti la Svezia, la fine ufficiale delle misure di contenimento non è stata registrata, semplicemente perché non hanno mai avuto inizio; in compenso, Stoccolma ha contato un numero di decessi per milione ben inferiore a quello che noi italiani siamo riusciti a raggiungere tra lockdown di due mesi e mezzo (contro i 15-30 giorni di media occidentale), chiusure a zone, mascherine a scuola fino a giugno 2022 e il grottesco coprifuoco, restato in vigore per ben otto mesi. In Svizzera è dall’inizio del 2022 che di covid non si parla più. In altri Paesi ancora, come l’America, l’emergenza si è concretizzata schizofrenicamente a macchia di leopardo: laddove (in Texas) già nel 2021 si multava l’uso inappropriato delle mascherine, altrove (a New York) le chirurgiche sono state raccomandate anche a neonati e animali domestici. Non è un caso che Washington ci faccia compagnia in cima alla classifica dei decessi per milione. Non si capisce, dunque, per quale motivo il mondo stia con il fiato sospeso per la dichiarazione ufficiale di fine pandemia dell’Oms, che ha suonato per la prima volta il suo più alto livello di allarme sul «nuovo coronavirus» il 30 gennaio 2020. Il direttore generale dell’Organizzazione, Tedros Ghebreyesus, ancora ieri dichiarava di «sperare» di porre fine all’emergenza internazionale «quest’anno». Ai suoi auspici, comunicati con piglio liturgico, hanno fatto seguito le dichiarazioni degli esperti del panel, che stanno ancora discutendo non soltanto sul «quando» dichiarare la fine della pandemia, ma anche sul «se». Ratificare la chiusura dell’era Covid «non deve significare un liberi tutti», ha ammonito giorni fa Walter Ricciardi, ex consulente di Roberto Speranza: non sia mai. E allora, via con la linea cerchiobottista: sì, la pandemia è finita, «ma». E in quel «ma» c’è il progetto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, mentre studia il nuovo Regolamento Sanitario Internazionale e aggiorna il Piano strategico globale di preparazione per il 2023-2025, cerca di far scivolare il mondo dall’emergenza acuta a quella cronica, senza soluzione di continuità. Sono diversi mesi, infatti, che l’Oms tenta di sdoganare il concetto di «permacrisi», la crisi sanitaria permanente annunciata dal direttore dell’Oms Europa Hans Kluge già a settembre 2022. Proclamare la fine della pandemia rappresenta per l’organizzazione di Ginevra un atto potentemente simbolico che i cultori dell’emergenza perenne non possono permettersi senza considerarne i rischi, riassunti nelle dichiarazioni a porte chiuse dei membri del panel, raccolte ieri dall’agenzia Reuters. Se la virologa olandese Marion Koopmans ha detto che «occorre continuare a comunicare che il covid rimane una complessa sfida di salute pubblica», il direttore dell’Organizzazione Panamericana della Sanità Jarbas Barbosa ha affermato di essere preoccupato perché «un cambiamento di status causerebbe indifferenza, sorveglianza più debole e calo delle vaccinazioni», aggiungendo che il Pheic (acronimo di Public Health Emergency of International Concern, emergenza sanitaria pubblica di livello internazionale) «non comporta danni, ma allo stesso tempo mantiene alta l’attenzione». È utile, insomma, per tenere la popolazione mondiale terrorizzata. Il problema, come sempre, è politico. Ed economico, come ha spiegato una fonte vicina ai negoziati, chiarendo che la revoca dell’etichetta Pheic potrebbe «avere un impatto sui finanziamenti globali o sugli sforzi di collaborazione». Con molta probabilità, si riferiva a chi consente all’Oms di esistere, quel Bill Gates che con i suoi 375,5 milioni di dollari rappresenta il maggiore finanziatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che da lui riceve più ancora della quota che versano gli Stati Uniti (352,5 milioni), secondo maggior sostenitore. Ed è proprio Gates ad aver spiegato, in uno spericolato passaggio (il)logico, che «per uscire da questa emergenza pandemica bisogna prepararsi alle prossime» (attraverso la vaccinazione, ça va sans dire), come recita anche il Thecnical Report dell'Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Non bisogna infine dimenticare che, per alcuni Paesi come l’America, la fine ufficiale della pandemia significa che le spese di contenimento torneranno a pagamento, a cominciare dai vaccini e dall’antivirale Paxlovid, prodotto da Pfizer, che rimarranno gratuiti per la popolazione soltanto fino a quando l’attuale scorta non si esaurirà. La decisione finale che deve prendere l’Oms, insomma, non è se la pandemia è finita o no, ma se a farsene carico devono continuare ad essere gli Stati o i cittadini.
(Imagoeconomica)
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
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Il cancelliere tedesco Merz con il presidente siriano al-Sharaa (Getty Images)
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?
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Ilaria Salis (Ansa)
Fratelli d’Italia porta il caso dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato Stefano Cavedagna ha inviato una lettera urgente alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il terreno è quello del rispetto delle regole interne. La premessa è che al controllo di polizia l’eurodeputata era in stanza con «un suo assistente parlamentare accreditato, il quale», scrive Cavedagna, «risulterebbe già condannato per reati connessi a episodi di attivismo violento». Il punto, invece, è questo: «La stretta vicinanza tra l’eurodeputata e l’assistente presente sul posto, alla luce dei presunti precedenti penali dello stesso, potrebbe sollevare dubbi sull’adeguatezza delle procedure di selezione, nonché su eventuali rapporti interpersonali particolarmente stretti o, quantomeno, inopportuni, stante che i deputati non possono assumere personale con il quale si è legati da relazioni stabili, coniugali o di convivenza».
L’assistente è Ivan Bonnin, segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna e condannato a pagare una multa da 90.000 euro divisa in sei parti, tra studenti e ricercatori (15.000 euro a testa), con un decreto di condanna per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Cavedagna ricorda che «le linee guida prevedono la consegna di un estratto del casellario giudiziale non anteriore a sei mesi». Poi parte con le richieste: «La presidenza è a conoscenza dei fatti esposti? Com’è stato possibile procedere all’assunzione in apparente presenza di una condanna definitiva? Sono state rispettate le procedure di verifica? Il casellario giudiziale è stato effettivamente consegnato oppure ci sono state carenze nei controlli o anomalie nella documentazione presentata?». Infine l’esponente di Fdi chiede «se il contratto tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente sia in ottemperanza» delle norme che regolano assunzioni e relazioni affettive, «dato che», rimarca Cavedagna, «è espressamente vietato assumere coniugi, conviventi e persone con cui si ha una relazione stabile». La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Elisabetta Gardini, parla di «intreccio inquietante»: «Le notizie emerse sul ruolo e sui precedenti dell’assistente dell’eurodeputata delineano un intreccio inquietante tra estremismo politico, incarichi pubblici e denaro dei contribuenti». Poi aggiunge: «È inaccettabile che soggetti con simili precedenti operino nelle istituzioni europee». Per il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, la Salis deve «chiarire» sul «suo collaboratore pregiudicato»: «Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento?». La risposta della Salis arriva via radio, a Un giorno da pecora: «Bonnin ha un dottorato in Scienze politiche internazionali, quindi qualificato per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Ma, evocando errori di gioventù, ammette: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa, in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi». Infine tenta di rimandare la palla nel campo avversario: «Direi a Fdi di guardare prima in casa propria». Ma le critiche non si fermano. La Lega, con Gianluca Cantalamessa, chiede: «Salis faccia chiarezza sul suo assistente. Ha precedenti penali? Ha con lui una relazione? Affetti privati e incarichi pubblici non possono andare insieme. I soldi dei contribuenti non possono essere utilizzati per pagare il proprio partner. Se non è in grado di fare luce, si faccia da parte».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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