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2022-05-24
L’Oms si prepara a commissariare gli Stati
Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (Ansa)
È immaginabile un mondo in cui i provvedimenti che riguardano la salute dei cittadini vengano decisi da una struttura sovranazionale? Stiamo andando verso una governance mondiale della sanità? Il cammino potrebbe richiedere qualche tempo, ma il progetto, almeno sulla carta, è questo, stando a quanto si sta discutendo in questi giorni in Svizzera, tra Davos e Ginevra.
«Questa è la prima riunione vis-à-vis dopo la fine della catastrofe sanitaria più significativa degli ultimi 100 anni, il Covid», ha dichiarato il Direttore esecutivo Klaus Schwab aprendo il meeting annuale del World Economic Forum (Wef). «La nostra grande domanda è: come sviluppiamo i meccanismi di resilienza personali, nazionali e globali necessari, per essere meglio attrezzati in futuro, non solo per un virus, ma per qualsiasi intoppo nei nostri sistemi sanitari?». La risposta è risuonata dall’altro cantone svizzero, quello di Ginevra dove, in contemporanea con il Wef, si sta tenendo la settantacinquesima Assemblea globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Con 194 Stati partecipanti, l’Oms ha un’agenda molto ambiziosa, benedetta dal Wef: un «cambio di paradigma urgente» per prevenire le pandemie, una «assistenza sanitaria universale» e una «nuova architettura per la preparazione, la risposta e la resilienza alle emergenze». L’obiettivo è portare gli Stati aderenti, entro il 2024 (ossia entro due anni, ossia domani) alla firma di un Trattato di Preparazione alle Pandemie, che dovrà comunque passare al vaglio delle numerose associazioni contrarie alla Salute unificata. Proviamo a immaginare di cosa si tratta: se ci dovesse essere (come ampiamente annunciato da magnati come Bill Gates o capi di Stato come Mario Draghi) una «nuova pandemia», la risposta delle democrazie occidentali dovrebbe essere la stessa. Se si decidesse di disporre un lockdown, dovrebbero aderire tutti contemporaneamente; se si dovesse rendere necessaria la chiusura delle scuole in presenza, dovrebbero chiudere in tutti i Paesi; se si prescrivesse nuovamente l’uso delle mascherine al chiuso, dovrebbero portarle tutti, ovunque.
Tutto qui? No. Nei documenti ufficiali del governo britannico guidato da Boris Johnson, uno dei principali promotori del Trattato pandemico, insieme con Francia e Germania, si fa esplicito richiamo a «un notevole rafforzamento della cooperazione internazionale per migliorare i sistemi di allerta, la condivisione dei dati, la ricerca, la produzione e la distribuzione locale, regionale e globale di contromisure mediche e di salute pubblica come vaccini, medicinali, diagnostica e dispositivi di protezione individuale». L’obiettivo, insomma, è quello di condividere costi e dividendi di vaccini e farmaci, estendendo a livello mondiale il nuovo paradigma sanitario: la prevenzione dei sani al posto della cura dei malati.
«Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro», era la premessa dell’articolo pubblicato il 30 marzo 2021 su numerose testate internazionali, con cui Boris Johnson ha lanciato l’iniziativa della Governance sanitaria. Molti leader hanno aderito, a nome dei loro Paesi, all’appello di Johnson (Francia, Germania e altri Stati Ue - ma non l’Italia - oltre all’immancabile Ucraina), impegnandosi a «garantire un accesso universale ed equo a vaccini, medicinali e strumenti diagnostici sicuri, efficaci e convenienti per questa e future pandemie». Tutti hanno sottolineato che «il mondo ha bisogno di capacità per sviluppare, produrre e distribuire rapidamente vaccini in risposta a tali minacce», oltre a «promuovere l’accesso globale» ai vaccini. In che modo? Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (il cui mandato sta per essere rinnovato per altri 5 anni) ha articolato in tre pilastri il nuovo Politburo sanitario: governance, strategia e finanziamento. La governance prevede un «Consiglio di emergenza sanitaria globale», una sorta di Comitato centrale pilotato dai capi di Stato e di governo, e affiancato da una struttura più ristretta. La strategia - coordinata da una specie di Ufficio politico - si dispiegherà attraverso un «approccio di monitoraggio standardizzato». Infine, il finanziamento: si snoderà intorno a una piattaforma alimentata dalle risorse dei singoli Stati, allargata ai fondi internazionali.
Il progetto, ancora in fase iniziale, è già stato contestato: una petizione rivolta al Parlamento britannico ha chiesto al governo di Boris Johnson di «impegnarsi a non firmare alcun Trattato internazionale sulla prevenzione e la preparazione alla pandemia stabilito dall’Oms, a meno che questo non sia approvato attraverso un referendum pubblico».
La petizione ha già raccolto oltre 120.000 firme. E siccome gli Stati Uniti di Joe Biden si sono fatti promotori di una serie di emendamenti che allargherebbero i poteri dell’Oms (tra questi, la possibilità di dichiarare un «allarme sanitario intermedio» tra quello dei singoli Paesi e quello mondiale), l’European Journal of International Law ha rilevato che ciò «limiterebbe i diritti degli Stati sovrani a legiferare. Se uno Stato dovesse rifiutare la richiesta di assistenza dovrà giustificarsi di fronte agli altri con potenziali sanzioni economiche e finanziarie».
Anche tra le associazioni presenti a Ginevra per partecipare all’Assemblea mondiale dell’Oms non mancano i mugugni. Secondo Nicoletta Dentico, responsabile del programma di salute globale della Society for international development (Sid), «quest’Assemblea prepara un nuovo scenario pandemico lanciando il messaggio che il mondo è destinato a un altro fallimento». Non solo: «Mentre la Cina porta avanti la sua agenda con accordi bilaterali sui vaccini e gli Usa si sono ringalluzziti per Pfizer e Moderna, l’Europa, che era la prima produttrice di vaccini prima del Covid, cerca di recuperare posizioni attraverso questo Trattato - spiega Dentico - senza spiegare in cosa consista e perché non sarebbe stato meglio modificare il vecchio, il tutto senza passare da nessuna autocritica e col solo approccio di farmaci e vaccini, senza pensare alla prevenzione». Il solito copione, insomma.
Per meno di 100 casi dilaga l’allarme vaiolo
Arrivata la prima sequenza del vaiolo delle scimmie, ottenuta in Portogallo da un gruppo di ricerca della Bioinformatics Unit, dell’Istituto Ricardo Jorge di Lisbona. Il virus sembra molto simile a quello che aveva causato dei casi in Gran Bretagna, Singapore e Israele nel 2018-19. Nel 2018, ci sono stati tre casi nel Regno Unito, dopo che una persona tornata dalla Nigeria infettò altri due membri della sua famiglia. In Italia invece arriva il primo caso in Toscana, che porta il totale degli infetti confermati a quattro. A livello mondiale i casi sono 92, di cui 85 in Europa, ma gli esperti dell’emergenza continua stanno già cavalcando l’onda dell’allarmismo, semmai Covid, guerra in Ucraina e crisi economica non fossero già sufficienti a disturbare il sonno. Ma tant’è: il comitato per la sicurezza sanitaria dell’Ue discuterà oggi del vaiolo delle scimmie, come ha assicurato la commissaria Ue alla salute
Stella Kyriakides, dopo la pubblicazione della prima valutazione del rischio in Europa, diffusa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Secondo l’Edc la malattia potrebbe diventare endemica in Europa «se si verifica la trasmissione da uomo ad animale e il virus del vaiolo delle scimmie si diffonde in una popolazione animale». Chiedendo vigilanza su questo fronte l’Ecdc ritiene necessaria «una stretta collaborazione intersettoriale tra le autorità sanitarie pubbliche dei settori umano e veterinario per prevenire la trasmissione della malattia alla fauna selvatica».
La direttrice
Andrea Ammon ha spiegato che il virus si presenta «con sintomi di malattia lievi e, per la popolazione più ampia, con probabilità di diffusione molto bassa. Tuttavia, la probabilità di un’ulteriore diffusione del virus attraverso uno stretto contatto, durante le attività sessuali tra persone con più partner, è considerata alta». «Bambini e adulti nati dopo il 1981 hanno un maggior rischio di contrarre il vaiolo delle scimmie, ma ancora il numero dei contagi è basso, quindi niente allarmismo. I giovani non sono vaccinati contro il vaiolo, perciò l’immunità a livello di comunità è calata, inoltre i viaggi frequenti favoriscono la circolazione del virus» ha già detto Antonella Viola, biologa all’Università di Padova. Malgrado un unico caso negli Usa, il presidente Joe Biden ha detto che «il monkeypox è qualcosa di cui tutti dovrebbero preoccuparsi» anche se il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha assicurato: «Gli Stati Uniti hanno forniture di vaccino adatto per trattarlo». Tornando in Italia, il quarto caso è un uomo di 32 anni, rientrato da una vacanza alle isole Canarie e ricoverato all’ospedale di Arezzo. Intanto «nel Lazio ci sono 15 persone in isolamento mentre i casi restano 3 e si tratta di tre persone ricoverate allo Spallanzani in buone condizioni cliniche» ha dichiarato l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Nel Regno Unito, dove i casi sono 20, le autorità sanitarie consigliano un periodo di isolamento di 21 giorni a chi abbia avuto contatti con casi confermati della malattia infettiva virale.
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L’assemblea dell’Agenzia Onu è riunita a Ginevra. Tra le proposte, un nuovo Trattato pandemico per affrontare future emergenze. Con il quale, però, i Paesi membri rischierebbero di subire le decisioni dell’Organizzazione e perdere sovranità in ambito sanitario.Vaiolo: confermati 85 infetti in Ue, con sintomi lievi. Ma per Joe Biden «tutti devono preoccuparsi».Lo speciale contiene due articoli.È immaginabile un mondo in cui i provvedimenti che riguardano la salute dei cittadini vengano decisi da una struttura sovranazionale? Stiamo andando verso una governance mondiale della sanità? Il cammino potrebbe richiedere qualche tempo, ma il progetto, almeno sulla carta, è questo, stando a quanto si sta discutendo in questi giorni in Svizzera, tra Davos e Ginevra. «Questa è la prima riunione vis-à-vis dopo la fine della catastrofe sanitaria più significativa degli ultimi 100 anni, il Covid», ha dichiarato il Direttore esecutivo Klaus Schwab aprendo il meeting annuale del World Economic Forum (Wef). «La nostra grande domanda è: come sviluppiamo i meccanismi di resilienza personali, nazionali e globali necessari, per essere meglio attrezzati in futuro, non solo per un virus, ma per qualsiasi intoppo nei nostri sistemi sanitari?». La risposta è risuonata dall’altro cantone svizzero, quello di Ginevra dove, in contemporanea con il Wef, si sta tenendo la settantacinquesima Assemblea globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Con 194 Stati partecipanti, l’Oms ha un’agenda molto ambiziosa, benedetta dal Wef: un «cambio di paradigma urgente» per prevenire le pandemie, una «assistenza sanitaria universale» e una «nuova architettura per la preparazione, la risposta e la resilienza alle emergenze». L’obiettivo è portare gli Stati aderenti, entro il 2024 (ossia entro due anni, ossia domani) alla firma di un Trattato di Preparazione alle Pandemie, che dovrà comunque passare al vaglio delle numerose associazioni contrarie alla Salute unificata. Proviamo a immaginare di cosa si tratta: se ci dovesse essere (come ampiamente annunciato da magnati come Bill Gates o capi di Stato come Mario Draghi) una «nuova pandemia», la risposta delle democrazie occidentali dovrebbe essere la stessa. Se si decidesse di disporre un lockdown, dovrebbero aderire tutti contemporaneamente; se si dovesse rendere necessaria la chiusura delle scuole in presenza, dovrebbero chiudere in tutti i Paesi; se si prescrivesse nuovamente l’uso delle mascherine al chiuso, dovrebbero portarle tutti, ovunque. Tutto qui? No. Nei documenti ufficiali del governo britannico guidato da Boris Johnson, uno dei principali promotori del Trattato pandemico, insieme con Francia e Germania, si fa esplicito richiamo a «un notevole rafforzamento della cooperazione internazionale per migliorare i sistemi di allerta, la condivisione dei dati, la ricerca, la produzione e la distribuzione locale, regionale e globale di contromisure mediche e di salute pubblica come vaccini, medicinali, diagnostica e dispositivi di protezione individuale». L’obiettivo, insomma, è quello di condividere costi e dividendi di vaccini e farmaci, estendendo a livello mondiale il nuovo paradigma sanitario: la prevenzione dei sani al posto della cura dei malati.«Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro», era la premessa dell’articolo pubblicato il 30 marzo 2021 su numerose testate internazionali, con cui Boris Johnson ha lanciato l’iniziativa della Governance sanitaria. Molti leader hanno aderito, a nome dei loro Paesi, all’appello di Johnson (Francia, Germania e altri Stati Ue - ma non l’Italia - oltre all’immancabile Ucraina), impegnandosi a «garantire un accesso universale ed equo a vaccini, medicinali e strumenti diagnostici sicuri, efficaci e convenienti per questa e future pandemie». Tutti hanno sottolineato che «il mondo ha bisogno di capacità per sviluppare, produrre e distribuire rapidamente vaccini in risposta a tali minacce», oltre a «promuovere l’accesso globale» ai vaccini. In che modo? Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (il cui mandato sta per essere rinnovato per altri 5 anni) ha articolato in tre pilastri il nuovo Politburo sanitario: governance, strategia e finanziamento. La governance prevede un «Consiglio di emergenza sanitaria globale», una sorta di Comitato centrale pilotato dai capi di Stato e di governo, e affiancato da una struttura più ristretta. La strategia - coordinata da una specie di Ufficio politico - si dispiegherà attraverso un «approccio di monitoraggio standardizzato». Infine, il finanziamento: si snoderà intorno a una piattaforma alimentata dalle risorse dei singoli Stati, allargata ai fondi internazionali. Il progetto, ancora in fase iniziale, è già stato contestato: una petizione rivolta al Parlamento britannico ha chiesto al governo di Boris Johnson di «impegnarsi a non firmare alcun Trattato internazionale sulla prevenzione e la preparazione alla pandemia stabilito dall’Oms, a meno che questo non sia approvato attraverso un referendum pubblico». La petizione ha già raccolto oltre 120.000 firme. E siccome gli Stati Uniti di Joe Biden si sono fatti promotori di una serie di emendamenti che allargherebbero i poteri dell’Oms (tra questi, la possibilità di dichiarare un «allarme sanitario intermedio» tra quello dei singoli Paesi e quello mondiale), l’European Journal of International Law ha rilevato che ciò «limiterebbe i diritti degli Stati sovrani a legiferare. Se uno Stato dovesse rifiutare la richiesta di assistenza dovrà giustificarsi di fronte agli altri con potenziali sanzioni economiche e finanziarie». Anche tra le associazioni presenti a Ginevra per partecipare all’Assemblea mondiale dell’Oms non mancano i mugugni. Secondo Nicoletta Dentico, responsabile del programma di salute globale della Society for international development (Sid), «quest’Assemblea prepara un nuovo scenario pandemico lanciando il messaggio che il mondo è destinato a un altro fallimento». Non solo: «Mentre la Cina porta avanti la sua agenda con accordi bilaterali sui vaccini e gli Usa si sono ringalluzziti per Pfizer e Moderna, l’Europa, che era la prima produttrice di vaccini prima del Covid, cerca di recuperare posizioni attraverso questo Trattato - spiega Dentico - senza spiegare in cosa consista e perché non sarebbe stato meglio modificare il vecchio, il tutto senza passare da nessuna autocritica e col solo approccio di farmaci e vaccini, senza pensare alla prevenzione». 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A livello mondiale i casi sono 92, di cui 85 in Europa, ma gli esperti dell’emergenza continua stanno già cavalcando l’onda dell’allarmismo, semmai Covid, guerra in Ucraina e crisi economica non fossero già sufficienti a disturbare il sonno. Ma tant’è: il comitato per la sicurezza sanitaria dell’Ue discuterà oggi del vaiolo delle scimmie, come ha assicurato la commissaria Ue alla salute Stella Kyriakides, dopo la pubblicazione della prima valutazione del rischio in Europa, diffusa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Secondo l’Edc la malattia potrebbe diventare endemica in Europa «se si verifica la trasmissione da uomo ad animale e il virus del vaiolo delle scimmie si diffonde in una popolazione animale». Chiedendo vigilanza su questo fronte l’Ecdc ritiene necessaria «una stretta collaborazione intersettoriale tra le autorità sanitarie pubbliche dei settori umano e veterinario per prevenire la trasmissione della malattia alla fauna selvatica». La direttrice Andrea Ammon ha spiegato che il virus si presenta «con sintomi di malattia lievi e, per la popolazione più ampia, con probabilità di diffusione molto bassa. Tuttavia, la probabilità di un’ulteriore diffusione del virus attraverso uno stretto contatto, durante le attività sessuali tra persone con più partner, è considerata alta». «Bambini e adulti nati dopo il 1981 hanno un maggior rischio di contrarre il vaiolo delle scimmie, ma ancora il numero dei contagi è basso, quindi niente allarmismo. I giovani non sono vaccinati contro il vaiolo, perciò l’immunità a livello di comunità è calata, inoltre i viaggi frequenti favoriscono la circolazione del virus» ha già detto Antonella Viola, biologa all’Università di Padova. Malgrado un unico caso negli Usa, il presidente Joe Biden ha detto che «il monkeypox è qualcosa di cui tutti dovrebbero preoccuparsi» anche se il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha assicurato: «Gli Stati Uniti hanno forniture di vaccino adatto per trattarlo». Tornando in Italia, il quarto caso è un uomo di 32 anni, rientrato da una vacanza alle isole Canarie e ricoverato all’ospedale di Arezzo. Intanto «nel Lazio ci sono 15 persone in isolamento mentre i casi restano 3 e si tratta di tre persone ricoverate allo Spallanzani in buone condizioni cliniche» ha dichiarato l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Nel Regno Unito, dove i casi sono 20, le autorità sanitarie consigliano un periodo di isolamento di 21 giorni a chi abbia avuto contatti con casi confermati della malattia infettiva virale.
Magari ci si aspettava qualcosa di più ma è il massimo che le risorse in campo permettono, dopo il veto di Bruxelles alla flessibilità per le spese contro il caro energia. Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale dei ministeri dell’Economia e dell’Ambiente che prolunga fino al 3 luglio il taglio delle accise sui carburanti, a decorrere da oggi. Lo sconto è solo di 5 centesimi. Per la benzina è una conferma rispetto a quello già in vigore con il precedente decreto, mentre per il gasolio il taglio di 5 centesimi è un dimezzamento dagli attuali 10 centesimi (12,2 contando anche l’Iva). È il quinto intervento del governo per calmierare i prezzi dei carburanti dopo la crisi energetica per la guerra nel Golfo.
Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel corso della scorsa settimana, ha detto più volte che le decisioni sarebbero state prese in base ai listini nelle stazioni di servizio. I lenti e continui ribassi lasciavano già presagire una riduzione dello sconto. In particolare, negli ultimi giorni, secondo il monitoraggio del Mimit, i prezzi medi alla pompa in modalità self service lungo la rete stradale nazionale sono rimasti sotto la soglia dei 2 euro al litro, registrando un valore pari a 1,921 euro/l per la benzina (era 1,926 venerdì) e 1,980 euro/l per il gasolio (in calo rispetto ai 1,984 euro del giorno prima). Come anticipato alla vigilia, il meccanismo adottato è quello delle accise mobili, che tiene conto dell’extra gettito dell’Iva dovuto ai rincari. Un sistema obbligato, alla luce del divieto della Commissione Ue di utilizzare la flessibilità di bilancio per misure che non siano le fonti rinnovabili, quindi per il taglio delle accise. Non è consentito fare più deficit. Nel decreto è precisato che «al fine di compensare le maggiori entrate dell’imposta sul valore aggiunto rispetto all’ultima previsione, derivanti dall’aumento del prezzo internazionale del petrolio greggio, a decorrere dal 7 giugno 2026 e fino al 3 luglio 2026, le aliquote di accisa vengono rideterminate per la benzina a 622,90 euro per mille litri; per gli oli da gas o gasolio usato come carburante a 622,90 euro per mille litri; per i gas di petrolio liquefatti (GPL) usati come carburanti a 242,77 euro per mille chilogrammi; per il gas naturale usato come carburante: zero euro per metro cubo». Quanto alla copertura finanziaria del provvedimento, «pari a 149,4 milioni di euro, è garantita dal maggior gettito conseguito nel periodo dal 1 maggio al 31 maggio 2026 in relazione ai versamenti periodici dell’imposta sul valore aggiunto».
Considerando che il taglio durerà per altri 27 giorni, il costo quotidiano è di circa 5,5 milioni. Molto meno del periodo iniziale in cui, per finanziare lo sconto di 24,4 centesimi sia per la benzina che per il gasolio, sono serviti centinaia di milioni per periodi anche più brevi.
Il prezzo della benzina quindi rimarrà invariato, intorno a 1,920 euro al litro nei prossimi giorni. Per il diesel, invece, bisogna aspettarsi una risalita sopra la soglia dei due euro litro, seppur di poco. Con il taglio dimezzato, si dovrebbe arrivare intorno a 2,040 euro al litro. Per entrambi, comunque, c’è un andamento al ribasso.
Con ogni probabilità questo sarà l’ultimo intervento generalizzato. Sia la Ue che il Fondo monetario internazionale hanno auspicato interventi mirati in favore delle famiglie più vulnerabili e delle imprese più esposte ai rincari, e non un taglio indiscriminato che contrasta con la politica di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Nei giorni scorsi era emersa la possibilità di voucher per le famiglie sotto i 15.000 euro di reddito. Ipotesi che a questo punto potrebbe essere valutata in un successivo intervento.
Le associazioni di consumatori sono rimaste deluse dal decreto.
Il Codacons ha stimato che «per effetto del minor sconto fiscale un pieno di diesel costerà 3,05 euro in più, considerata l’Iva. Maggior costo che raggiunge +9,1 euro al litro se il confronto è col precedente taglio da 20 centesimi del 18 marzo».
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Scorte di greggio USA sotto pressione. Aggirare Hormuz si può (alla lunga). Transiti protetti nell’ombra. Arriva il ferro di Simandou. Data center contro bollette.
Ansa
Anche Callum Turner è inglese e fa l’attore: di lui si sa soprattutto che è uno di quelli in predicato di fare James Bond. A meno che non lo blocchi l’accusa di… concorso esterno in associazione mafiosa, che la stampa inglese ha appiccicato addosso a lui e alla cantante, novella neomelodica.
Ai due consigliamo di non sottovalutare questi articoli: in Italia sappiamo bene dove portino certe campagne stampa... Battute a parte, dopo il matrimonio in forma privata celebrato a Londra, i due si stanno dando alla pazza gioia in Sicilia: giorni interi di feste, gite, piatti tipici; con ospiti di prim’ordine come Elton John (nei panni del testimone di nozze e performer di un mini show al pianoforte), Donatella Versace, le colleghe di lei, Olivia Dean e Charli XCX, e il produttore Mark Ronson. Per un costo totale che si aggira attorno a 1,7 milioni di dollari, e un giro d’affari per l’isola calcolato - indotto compreso - in addirittura 268 milioni di euro per il marchio della Trinacria. Ed è qui che gli inglesi non ci hanno visto più: ma come, qui stiamo nella crisi economica più nera, e voi andate a spendere i vostri soldi in Italia, in Sicilia? E così, accecati da un livore olimpico ineguagliabile, hanno commesso il più stupido dei falli di reazione: accusare la coppia di aver portato i soldi nella terra dei mafiosi. Una specie di concorso esterno, appunto.
Gli indizi, per i tabloid inglesi, sarebbero puntuali e precisi: un obbligo di tenere la bocca cucita e gli occhi chiusi, tipico delle famigghie «Non vedo, non sento, non parlo. Nulla saccio»; e poi la location principale - Villa Valguarnera - individuata a Bagheria. Cascano pure male perché la principessa proprietaria del palazzo, Vittoria Alliata, è stata protagonista di una coraggiosa denuncia proprio contro gli uomini di Cosa nostra. Il Telegraph aveva addirittura definito Bagheria «covo della mafia siciliana», salvo poi aggiungerci un «ex» nel tentativo di metterci una pezza, ma aggiungendo un riferimento al «triangolo della morte», una fabbrica di chiodi abbandonata dove, secondo il giornale, le vittime della criminalità organizzata venivano eliminate e disciolte nell’acido. E qui, a corredo dell’articolo, una bella foto di Bernardo Provenzano.
Per non farsi mancare nulla l’altro giornale popolare, The Sun ha titolato «Sole, mare e sopranos, il brutale passato dell’isola amata dalle star». E il Daily Mail ha paragonato queste nozze siciliane al matrimonio tra Michael Corleone e Apollonia Vitelli nel Padrino di Coppola: il più importante celebrato sull’isola da allora, a loro giudizio.
Insomma, agli amici inglesi è scivolato il piede sulla frizione e hanno dimenticato alcune cosette che ci permettiamo di ricordare loro. La prima: la mafia esiste a Palermo, esiste in Sicilia ma opera ormai con modalità che nella City londinese e nei paradisi fiscali britannici conoscono ancora meglio; pertanto c’è più capitale mafioso (di una mafia globale) nelle operazioni finanziarie che nelle mura di Villa Valguarnera o nelle strade di Palermo. Quella Palermo scelta dalle star perché è una città viva e la Sicilia sarà pure «buttanissima», per dirla col nostro amico Pietrangelo Buttafuoco, ma è una delle terre più belle al mondo. Già a luglio dello scorso anni Dua Lipa e Callum Turner erano stati paparazzati a Palermo, senza scorta o altro, pienamente immersi in quell’anima che evidentemente Londra non ha o non è capace di trasmettere.
I tabloid inglesi avrebbero potuto raccontare questo cambiamento, o cercare di strappare foto e video esclusivi della festa, o farsi coinvolgere. Invece no: hanno dovuto pescare nel peggior pregiudizio, dal sapore stantio. E dire che ai giornalisti inglesi certe notizie non mancano: in questi giorni per esempio avrebbero potuto seguire le polemiche sull’omicidio di Henry Nowak, ammanettato e ucciso dalla polizia che - secondo le indicazioni - ha preferito credere alle ricostruzioni false di un giovane sikh che, ubriaco e armato, aveva sferrato alcune coltellate al ragazzo bianco, salvo poi accusarlo di razzismo. E così, il ragazzo bianco è morto mentre continuava a dire che l’avevano ferito e che non riusciva a respirare: un George Floyd al contrario? Boh, meglio non montare polemiche per non favorire la destra e Nigel Farage che già vola nei sondaggi.
Per lo stesso motivo, in Gran Bretagna la sinistra ha nascosto e silenziato le violenze e i soprusi compiuti da alcuni uomini delle comunità pakistane nei confronti di donne e ragazze inglesi: i sindaci dei diversi Comuni coinvolti diedero ordine alla polizia locale di tenere coperte queste situazioni per non favorire il razzismo. Poi il bubbone è scoppiato e né il Partito laburista né il premier Starmer hanno potuto tenere la sordina attiva. E questi sono alcuni esempi di un fallimento sostanziale chiamato Londonistan. Poi certo, la stampa britannica può andare alla caccia dei mafiosi siciliani invece di quelli che nella City ripuliscono il malaffare. Se non bastassero certi articoli, potranno sperare nel nuovo 007 (che a questo punto non sarà Callum: troppo amico di don Vito Corleone...).
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Nicole Minetti (Ansa)
Adesso a spiare i contendenti non c’è l’occhio della televisione, ma lo scontro è comunque pubblico, con tanto di minaccia di finire in tribunale. Marco Travaglio e Fatto quotidiano da una parte, Francesca Nanni e la Procura generaledella Corte d’appello di Milano dall’altra. Una lite violenta, cominciata - guarda caso - da un risvolto di uno dei tanti processi a carico di Silvio Berlusconi. Sembra di vederlo, il Cavaliere, che da lassù se la ride, guardando uno dei suoi più acerrimi accusatori, l’ex Torquemada al servizio pubblico di Michele Santoro, che duella con uno dei magistrati gerarchicamente più in vista del tribunale lombardo, annunciando carte bollate e querela per diffamazione.
Memorabile, l’una che con linguaggio para giuridico dà all’altro del venditore di frottole, l’altro che risponde accusando il magistrato di non sapere fare le indagini e pretende le scuse per l’accusa di aver pubblicato «cose non vere». Tutto ha inizio dalla grazia a Nicole Minetti, ex igienista dentale che, con Berlusconi, prima divenne protagonista delle famose cene eleganti per poi finire a fare il consigliere della Regione Lombardia. Per le prime, i giudici l’hanno condannata a due anni e dieci mesi di carcere. Per l’attività politica, con l’accusa di aver usato fondi per scopi personali, le hanno inflitto un altro anno più un mese di detenzione. In totale, tre anni e 11 mesi, da scontarsi ai servizi sociali. Però, nell’estate del 2025, prima che il Tribunale di sorveglianza decidesse l’applicazione della pena, i legali di Nicole Minetti si sono rivolti a Sergio Mattarella, chiedendo un atto di clemenza perché l’ex igienista e consigliere regionale, a 15 anni di distanza dai fatti per cui fu condannata, ha ormai cambiato vita. A supporto della richiesta, gli avvocati allegano le cartelle mediche del minore che, nel frattempo, Minetti e il compagno hanno adottato. Il bambino ha bisogno di cure e «siccome è seguito dall’ospedale di Boston» non può essere staccato dalla madre adottiva. Per di più l’ex organizzatrice delle cene eleganti ormai vive tra l’Italia, gli Stati Uniti e l’Uruguay, dove lei e il suo fidanzato hanno attività imprenditoriali.
Mattarella, che ha il cuore d’oro, si commuove e, senza far suonare la grancassa, concede la grazia. Travaglio, che viene a sapere del gesto di clemenza, invece di commuoversi, si agita e comincia a scandagliare la vita privata di Minetti e compagno sostenendo che la donna continui a organizzare cene eleganti, con contorno di donnine e sostanze. Segue nota del Quirinale che, spaventato dai contraccolpi mediatici, chiede alla Procura generale, che aveva dato via libera alla grazia, di riconsiderare il caso con un supplemento d’indagine. E qui ecco il preludio dello show, con «Che dici? Ti querelo». Francesca Nanni, procuratrice generale di Milano che si è incaricata di effettuare le successive verifiche, scrive un comunicato puntuto in cui dice chiaro e tondo che Il Fatto quotidiano ha pubblicato una serie di balle, smentendo le accuse contro Minetti. A suo carico non ci sono indagini, né qui né in Spagna né Uruguay, dice l’alto magistrato. Non risultano ombre sull’adozione del bambino, la mamma lo ha abbandonato rendendosi irreperibile e il legale della donna, che sarebbe morto in circostanze misteriose, non era il difensore della madre, ma l’avvocato d’ufficio del bambino. Non solo: oltre a essersi espresso a favore dell’adozione del piccolo, il legale non è stato ucciso. Insomma, una smentita su tutta la linea che rischia di minare la credibilità della testata di Travaglio e proprio su un argomento di battaglia del giornale, Berlusconi e le sue feste.
E dunque, dopo aver sostenuto l’indipendenza, l’autonomia e la necessità di rispettare le sentenze e l’azione della magistratura, il direttore del Fatto dalla carta passa alle carte bollate, annunciando querela. La guerra alle toghe, ovviamente, è appena all’inizio. Non avendo alcuna intenzione di accettare la patente di bugiardo, Travaglio ha spedito i suoi inviati in Uruguay a scandagliare nuovamente la vita di Minetti e compagno. Dunque, ne vedremo delle belle, con protagonisti, oltre al suddetto direttore, anche Quirinale e tribunale. Uno spettacolo. Stampa, sinistra e magistratura si erano tanto amati. Ma adesso che Berlusconi non c’è più, tutto è cambiato e perfino Beppe Sala, il sindaco sulla cui attività da commissario Expo si consumò uno strappo fra magistrati (il capo della Procura voleva archiviare, il suo vice invece intendeva processare: la bega finì al Csm) dice che le toghe fanno politica. Uno scontro che arriva dopo il referendum sulla giustizia e a mettere sul banco degli imputati i giudici non è la destra, ma coloro che fino a ieri ne sostenevano l’indipendenza, l’autonomia e l’autorevolezza.
Come finirà? Beh, se la querela di Travaglio verrà davvero presentata, ci sarà da ridere. Il Cavaliere, se ci fosse, pulirebbe la sedia con il suo fazzoletto e si accomoderebbe per assistere in prima fila allo show. Come da Santoro.
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