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2022-05-24
L’Oms si prepara a commissariare gli Stati
Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (Ansa)
È immaginabile un mondo in cui i provvedimenti che riguardano la salute dei cittadini vengano decisi da una struttura sovranazionale? Stiamo andando verso una governance mondiale della sanità? Il cammino potrebbe richiedere qualche tempo, ma il progetto, almeno sulla carta, è questo, stando a quanto si sta discutendo in questi giorni in Svizzera, tra Davos e Ginevra.
«Questa è la prima riunione vis-à-vis dopo la fine della catastrofe sanitaria più significativa degli ultimi 100 anni, il Covid», ha dichiarato il Direttore esecutivo Klaus Schwab aprendo il meeting annuale del World Economic Forum (Wef). «La nostra grande domanda è: come sviluppiamo i meccanismi di resilienza personali, nazionali e globali necessari, per essere meglio attrezzati in futuro, non solo per un virus, ma per qualsiasi intoppo nei nostri sistemi sanitari?». La risposta è risuonata dall’altro cantone svizzero, quello di Ginevra dove, in contemporanea con il Wef, si sta tenendo la settantacinquesima Assemblea globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Con 194 Stati partecipanti, l’Oms ha un’agenda molto ambiziosa, benedetta dal Wef: un «cambio di paradigma urgente» per prevenire le pandemie, una «assistenza sanitaria universale» e una «nuova architettura per la preparazione, la risposta e la resilienza alle emergenze». L’obiettivo è portare gli Stati aderenti, entro il 2024 (ossia entro due anni, ossia domani) alla firma di un Trattato di Preparazione alle Pandemie, che dovrà comunque passare al vaglio delle numerose associazioni contrarie alla Salute unificata. Proviamo a immaginare di cosa si tratta: se ci dovesse essere (come ampiamente annunciato da magnati come Bill Gates o capi di Stato come Mario Draghi) una «nuova pandemia», la risposta delle democrazie occidentali dovrebbe essere la stessa. Se si decidesse di disporre un lockdown, dovrebbero aderire tutti contemporaneamente; se si dovesse rendere necessaria la chiusura delle scuole in presenza, dovrebbero chiudere in tutti i Paesi; se si prescrivesse nuovamente l’uso delle mascherine al chiuso, dovrebbero portarle tutti, ovunque.
Tutto qui? No. Nei documenti ufficiali del governo britannico guidato da Boris Johnson, uno dei principali promotori del Trattato pandemico, insieme con Francia e Germania, si fa esplicito richiamo a «un notevole rafforzamento della cooperazione internazionale per migliorare i sistemi di allerta, la condivisione dei dati, la ricerca, la produzione e la distribuzione locale, regionale e globale di contromisure mediche e di salute pubblica come vaccini, medicinali, diagnostica e dispositivi di protezione individuale». L’obiettivo, insomma, è quello di condividere costi e dividendi di vaccini e farmaci, estendendo a livello mondiale il nuovo paradigma sanitario: la prevenzione dei sani al posto della cura dei malati.
«Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro», era la premessa dell’articolo pubblicato il 30 marzo 2021 su numerose testate internazionali, con cui Boris Johnson ha lanciato l’iniziativa della Governance sanitaria. Molti leader hanno aderito, a nome dei loro Paesi, all’appello di Johnson (Francia, Germania e altri Stati Ue - ma non l’Italia - oltre all’immancabile Ucraina), impegnandosi a «garantire un accesso universale ed equo a vaccini, medicinali e strumenti diagnostici sicuri, efficaci e convenienti per questa e future pandemie». Tutti hanno sottolineato che «il mondo ha bisogno di capacità per sviluppare, produrre e distribuire rapidamente vaccini in risposta a tali minacce», oltre a «promuovere l’accesso globale» ai vaccini. In che modo? Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (il cui mandato sta per essere rinnovato per altri 5 anni) ha articolato in tre pilastri il nuovo Politburo sanitario: governance, strategia e finanziamento. La governance prevede un «Consiglio di emergenza sanitaria globale», una sorta di Comitato centrale pilotato dai capi di Stato e di governo, e affiancato da una struttura più ristretta. La strategia - coordinata da una specie di Ufficio politico - si dispiegherà attraverso un «approccio di monitoraggio standardizzato». Infine, il finanziamento: si snoderà intorno a una piattaforma alimentata dalle risorse dei singoli Stati, allargata ai fondi internazionali.
Il progetto, ancora in fase iniziale, è già stato contestato: una petizione rivolta al Parlamento britannico ha chiesto al governo di Boris Johnson di «impegnarsi a non firmare alcun Trattato internazionale sulla prevenzione e la preparazione alla pandemia stabilito dall’Oms, a meno che questo non sia approvato attraverso un referendum pubblico».
La petizione ha già raccolto oltre 120.000 firme. E siccome gli Stati Uniti di Joe Biden si sono fatti promotori di una serie di emendamenti che allargherebbero i poteri dell’Oms (tra questi, la possibilità di dichiarare un «allarme sanitario intermedio» tra quello dei singoli Paesi e quello mondiale), l’European Journal of International Law ha rilevato che ciò «limiterebbe i diritti degli Stati sovrani a legiferare. Se uno Stato dovesse rifiutare la richiesta di assistenza dovrà giustificarsi di fronte agli altri con potenziali sanzioni economiche e finanziarie».
Anche tra le associazioni presenti a Ginevra per partecipare all’Assemblea mondiale dell’Oms non mancano i mugugni. Secondo Nicoletta Dentico, responsabile del programma di salute globale della Society for international development (Sid), «quest’Assemblea prepara un nuovo scenario pandemico lanciando il messaggio che il mondo è destinato a un altro fallimento». Non solo: «Mentre la Cina porta avanti la sua agenda con accordi bilaterali sui vaccini e gli Usa si sono ringalluzziti per Pfizer e Moderna, l’Europa, che era la prima produttrice di vaccini prima del Covid, cerca di recuperare posizioni attraverso questo Trattato - spiega Dentico - senza spiegare in cosa consista e perché non sarebbe stato meglio modificare il vecchio, il tutto senza passare da nessuna autocritica e col solo approccio di farmaci e vaccini, senza pensare alla prevenzione». Il solito copione, insomma.
Per meno di 100 casi dilaga l’allarme vaiolo
Arrivata la prima sequenza del vaiolo delle scimmie, ottenuta in Portogallo da un gruppo di ricerca della Bioinformatics Unit, dell’Istituto Ricardo Jorge di Lisbona. Il virus sembra molto simile a quello che aveva causato dei casi in Gran Bretagna, Singapore e Israele nel 2018-19. Nel 2018, ci sono stati tre casi nel Regno Unito, dopo che una persona tornata dalla Nigeria infettò altri due membri della sua famiglia. In Italia invece arriva il primo caso in Toscana, che porta il totale degli infetti confermati a quattro. A livello mondiale i casi sono 92, di cui 85 in Europa, ma gli esperti dell’emergenza continua stanno già cavalcando l’onda dell’allarmismo, semmai Covid, guerra in Ucraina e crisi economica non fossero già sufficienti a disturbare il sonno. Ma tant’è: il comitato per la sicurezza sanitaria dell’Ue discuterà oggi del vaiolo delle scimmie, come ha assicurato la commissaria Ue alla salute
Stella Kyriakides, dopo la pubblicazione della prima valutazione del rischio in Europa, diffusa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Secondo l’Edc la malattia potrebbe diventare endemica in Europa «se si verifica la trasmissione da uomo ad animale e il virus del vaiolo delle scimmie si diffonde in una popolazione animale». Chiedendo vigilanza su questo fronte l’Ecdc ritiene necessaria «una stretta collaborazione intersettoriale tra le autorità sanitarie pubbliche dei settori umano e veterinario per prevenire la trasmissione della malattia alla fauna selvatica».
La direttrice
Andrea Ammon ha spiegato che il virus si presenta «con sintomi di malattia lievi e, per la popolazione più ampia, con probabilità di diffusione molto bassa. Tuttavia, la probabilità di un’ulteriore diffusione del virus attraverso uno stretto contatto, durante le attività sessuali tra persone con più partner, è considerata alta». «Bambini e adulti nati dopo il 1981 hanno un maggior rischio di contrarre il vaiolo delle scimmie, ma ancora il numero dei contagi è basso, quindi niente allarmismo. I giovani non sono vaccinati contro il vaiolo, perciò l’immunità a livello di comunità è calata, inoltre i viaggi frequenti favoriscono la circolazione del virus» ha già detto Antonella Viola, biologa all’Università di Padova. Malgrado un unico caso negli Usa, il presidente Joe Biden ha detto che «il monkeypox è qualcosa di cui tutti dovrebbero preoccuparsi» anche se il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha assicurato: «Gli Stati Uniti hanno forniture di vaccino adatto per trattarlo». Tornando in Italia, il quarto caso è un uomo di 32 anni, rientrato da una vacanza alle isole Canarie e ricoverato all’ospedale di Arezzo. Intanto «nel Lazio ci sono 15 persone in isolamento mentre i casi restano 3 e si tratta di tre persone ricoverate allo Spallanzani in buone condizioni cliniche» ha dichiarato l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Nel Regno Unito, dove i casi sono 20, le autorità sanitarie consigliano un periodo di isolamento di 21 giorni a chi abbia avuto contatti con casi confermati della malattia infettiva virale.
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L’assemblea dell’Agenzia Onu è riunita a Ginevra. Tra le proposte, un nuovo Trattato pandemico per affrontare future emergenze. Con il quale, però, i Paesi membri rischierebbero di subire le decisioni dell’Organizzazione e perdere sovranità in ambito sanitario.Vaiolo: confermati 85 infetti in Ue, con sintomi lievi. Ma per Joe Biden «tutti devono preoccuparsi».Lo speciale contiene due articoli.È immaginabile un mondo in cui i provvedimenti che riguardano la salute dei cittadini vengano decisi da una struttura sovranazionale? Stiamo andando verso una governance mondiale della sanità? Il cammino potrebbe richiedere qualche tempo, ma il progetto, almeno sulla carta, è questo, stando a quanto si sta discutendo in questi giorni in Svizzera, tra Davos e Ginevra. «Questa è la prima riunione vis-à-vis dopo la fine della catastrofe sanitaria più significativa degli ultimi 100 anni, il Covid», ha dichiarato il Direttore esecutivo Klaus Schwab aprendo il meeting annuale del World Economic Forum (Wef). «La nostra grande domanda è: come sviluppiamo i meccanismi di resilienza personali, nazionali e globali necessari, per essere meglio attrezzati in futuro, non solo per un virus, ma per qualsiasi intoppo nei nostri sistemi sanitari?». La risposta è risuonata dall’altro cantone svizzero, quello di Ginevra dove, in contemporanea con il Wef, si sta tenendo la settantacinquesima Assemblea globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Con 194 Stati partecipanti, l’Oms ha un’agenda molto ambiziosa, benedetta dal Wef: un «cambio di paradigma urgente» per prevenire le pandemie, una «assistenza sanitaria universale» e una «nuova architettura per la preparazione, la risposta e la resilienza alle emergenze». L’obiettivo è portare gli Stati aderenti, entro il 2024 (ossia entro due anni, ossia domani) alla firma di un Trattato di Preparazione alle Pandemie, che dovrà comunque passare al vaglio delle numerose associazioni contrarie alla Salute unificata. Proviamo a immaginare di cosa si tratta: se ci dovesse essere (come ampiamente annunciato da magnati come Bill Gates o capi di Stato come Mario Draghi) una «nuova pandemia», la risposta delle democrazie occidentali dovrebbe essere la stessa. Se si decidesse di disporre un lockdown, dovrebbero aderire tutti contemporaneamente; se si dovesse rendere necessaria la chiusura delle scuole in presenza, dovrebbero chiudere in tutti i Paesi; se si prescrivesse nuovamente l’uso delle mascherine al chiuso, dovrebbero portarle tutti, ovunque. Tutto qui? No. Nei documenti ufficiali del governo britannico guidato da Boris Johnson, uno dei principali promotori del Trattato pandemico, insieme con Francia e Germania, si fa esplicito richiamo a «un notevole rafforzamento della cooperazione internazionale per migliorare i sistemi di allerta, la condivisione dei dati, la ricerca, la produzione e la distribuzione locale, regionale e globale di contromisure mediche e di salute pubblica come vaccini, medicinali, diagnostica e dispositivi di protezione individuale». L’obiettivo, insomma, è quello di condividere costi e dividendi di vaccini e farmaci, estendendo a livello mondiale il nuovo paradigma sanitario: la prevenzione dei sani al posto della cura dei malati.«Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro», era la premessa dell’articolo pubblicato il 30 marzo 2021 su numerose testate internazionali, con cui Boris Johnson ha lanciato l’iniziativa della Governance sanitaria. Molti leader hanno aderito, a nome dei loro Paesi, all’appello di Johnson (Francia, Germania e altri Stati Ue - ma non l’Italia - oltre all’immancabile Ucraina), impegnandosi a «garantire un accesso universale ed equo a vaccini, medicinali e strumenti diagnostici sicuri, efficaci e convenienti per questa e future pandemie». Tutti hanno sottolineato che «il mondo ha bisogno di capacità per sviluppare, produrre e distribuire rapidamente vaccini in risposta a tali minacce», oltre a «promuovere l’accesso globale» ai vaccini. In che modo? Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (il cui mandato sta per essere rinnovato per altri 5 anni) ha articolato in tre pilastri il nuovo Politburo sanitario: governance, strategia e finanziamento. La governance prevede un «Consiglio di emergenza sanitaria globale», una sorta di Comitato centrale pilotato dai capi di Stato e di governo, e affiancato da una struttura più ristretta. La strategia - coordinata da una specie di Ufficio politico - si dispiegherà attraverso un «approccio di monitoraggio standardizzato». Infine, il finanziamento: si snoderà intorno a una piattaforma alimentata dalle risorse dei singoli Stati, allargata ai fondi internazionali. Il progetto, ancora in fase iniziale, è già stato contestato: una petizione rivolta al Parlamento britannico ha chiesto al governo di Boris Johnson di «impegnarsi a non firmare alcun Trattato internazionale sulla prevenzione e la preparazione alla pandemia stabilito dall’Oms, a meno che questo non sia approvato attraverso un referendum pubblico». La petizione ha già raccolto oltre 120.000 firme. E siccome gli Stati Uniti di Joe Biden si sono fatti promotori di una serie di emendamenti che allargherebbero i poteri dell’Oms (tra questi, la possibilità di dichiarare un «allarme sanitario intermedio» tra quello dei singoli Paesi e quello mondiale), l’European Journal of International Law ha rilevato che ciò «limiterebbe i diritti degli Stati sovrani a legiferare. Se uno Stato dovesse rifiutare la richiesta di assistenza dovrà giustificarsi di fronte agli altri con potenziali sanzioni economiche e finanziarie». Anche tra le associazioni presenti a Ginevra per partecipare all’Assemblea mondiale dell’Oms non mancano i mugugni. Secondo Nicoletta Dentico, responsabile del programma di salute globale della Society for international development (Sid), «quest’Assemblea prepara un nuovo scenario pandemico lanciando il messaggio che il mondo è destinato a un altro fallimento». Non solo: «Mentre la Cina porta avanti la sua agenda con accordi bilaterali sui vaccini e gli Usa si sono ringalluzziti per Pfizer e Moderna, l’Europa, che era la prima produttrice di vaccini prima del Covid, cerca di recuperare posizioni attraverso questo Trattato - spiega Dentico - senza spiegare in cosa consista e perché non sarebbe stato meglio modificare il vecchio, il tutto senza passare da nessuna autocritica e col solo approccio di farmaci e vaccini, senza pensare alla prevenzione». 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A livello mondiale i casi sono 92, di cui 85 in Europa, ma gli esperti dell’emergenza continua stanno già cavalcando l’onda dell’allarmismo, semmai Covid, guerra in Ucraina e crisi economica non fossero già sufficienti a disturbare il sonno. Ma tant’è: il comitato per la sicurezza sanitaria dell’Ue discuterà oggi del vaiolo delle scimmie, come ha assicurato la commissaria Ue alla salute Stella Kyriakides, dopo la pubblicazione della prima valutazione del rischio in Europa, diffusa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Secondo l’Edc la malattia potrebbe diventare endemica in Europa «se si verifica la trasmissione da uomo ad animale e il virus del vaiolo delle scimmie si diffonde in una popolazione animale». Chiedendo vigilanza su questo fronte l’Ecdc ritiene necessaria «una stretta collaborazione intersettoriale tra le autorità sanitarie pubbliche dei settori umano e veterinario per prevenire la trasmissione della malattia alla fauna selvatica». La direttrice Andrea Ammon ha spiegato che il virus si presenta «con sintomi di malattia lievi e, per la popolazione più ampia, con probabilità di diffusione molto bassa. Tuttavia, la probabilità di un’ulteriore diffusione del virus attraverso uno stretto contatto, durante le attività sessuali tra persone con più partner, è considerata alta». «Bambini e adulti nati dopo il 1981 hanno un maggior rischio di contrarre il vaiolo delle scimmie, ma ancora il numero dei contagi è basso, quindi niente allarmismo. I giovani non sono vaccinati contro il vaiolo, perciò l’immunità a livello di comunità è calata, inoltre i viaggi frequenti favoriscono la circolazione del virus» ha già detto Antonella Viola, biologa all’Università di Padova. Malgrado un unico caso negli Usa, il presidente Joe Biden ha detto che «il monkeypox è qualcosa di cui tutti dovrebbero preoccuparsi» anche se il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha assicurato: «Gli Stati Uniti hanno forniture di vaccino adatto per trattarlo». Tornando in Italia, il quarto caso è un uomo di 32 anni, rientrato da una vacanza alle isole Canarie e ricoverato all’ospedale di Arezzo. Intanto «nel Lazio ci sono 15 persone in isolamento mentre i casi restano 3 e si tratta di tre persone ricoverate allo Spallanzani in buone condizioni cliniche» ha dichiarato l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Nel Regno Unito, dove i casi sono 20, le autorità sanitarie consigliano un periodo di isolamento di 21 giorni a chi abbia avuto contatti con casi confermati della malattia infettiva virale.
Il generale lascia la Lega e Salvini lo attacca: è come Fini. Ma per Mario Adinolfi ha ragione Vannacci. Secondo Francesco Giubilei il generale sta sbagliando, Emanuele Pozzolo è entrato nella sua truppa. Voi che ne pensate?
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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