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2022-05-24
L’Oms si prepara a commissariare gli Stati
Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (Ansa)
È immaginabile un mondo in cui i provvedimenti che riguardano la salute dei cittadini vengano decisi da una struttura sovranazionale? Stiamo andando verso una governance mondiale della sanità? Il cammino potrebbe richiedere qualche tempo, ma il progetto, almeno sulla carta, è questo, stando a quanto si sta discutendo in questi giorni in Svizzera, tra Davos e Ginevra.
«Questa è la prima riunione vis-à-vis dopo la fine della catastrofe sanitaria più significativa degli ultimi 100 anni, il Covid», ha dichiarato il Direttore esecutivo Klaus Schwab aprendo il meeting annuale del World Economic Forum (Wef). «La nostra grande domanda è: come sviluppiamo i meccanismi di resilienza personali, nazionali e globali necessari, per essere meglio attrezzati in futuro, non solo per un virus, ma per qualsiasi intoppo nei nostri sistemi sanitari?». La risposta è risuonata dall’altro cantone svizzero, quello di Ginevra dove, in contemporanea con il Wef, si sta tenendo la settantacinquesima Assemblea globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Con 194 Stati partecipanti, l’Oms ha un’agenda molto ambiziosa, benedetta dal Wef: un «cambio di paradigma urgente» per prevenire le pandemie, una «assistenza sanitaria universale» e una «nuova architettura per la preparazione, la risposta e la resilienza alle emergenze». L’obiettivo è portare gli Stati aderenti, entro il 2024 (ossia entro due anni, ossia domani) alla firma di un Trattato di Preparazione alle Pandemie, che dovrà comunque passare al vaglio delle numerose associazioni contrarie alla Salute unificata. Proviamo a immaginare di cosa si tratta: se ci dovesse essere (come ampiamente annunciato da magnati come Bill Gates o capi di Stato come Mario Draghi) una «nuova pandemia», la risposta delle democrazie occidentali dovrebbe essere la stessa. Se si decidesse di disporre un lockdown, dovrebbero aderire tutti contemporaneamente; se si dovesse rendere necessaria la chiusura delle scuole in presenza, dovrebbero chiudere in tutti i Paesi; se si prescrivesse nuovamente l’uso delle mascherine al chiuso, dovrebbero portarle tutti, ovunque.
Tutto qui? No. Nei documenti ufficiali del governo britannico guidato da Boris Johnson, uno dei principali promotori del Trattato pandemico, insieme con Francia e Germania, si fa esplicito richiamo a «un notevole rafforzamento della cooperazione internazionale per migliorare i sistemi di allerta, la condivisione dei dati, la ricerca, la produzione e la distribuzione locale, regionale e globale di contromisure mediche e di salute pubblica come vaccini, medicinali, diagnostica e dispositivi di protezione individuale». L’obiettivo, insomma, è quello di condividere costi e dividendi di vaccini e farmaci, estendendo a livello mondiale il nuovo paradigma sanitario: la prevenzione dei sani al posto della cura dei malati.
«Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro», era la premessa dell’articolo pubblicato il 30 marzo 2021 su numerose testate internazionali, con cui Boris Johnson ha lanciato l’iniziativa della Governance sanitaria. Molti leader hanno aderito, a nome dei loro Paesi, all’appello di Johnson (Francia, Germania e altri Stati Ue - ma non l’Italia - oltre all’immancabile Ucraina), impegnandosi a «garantire un accesso universale ed equo a vaccini, medicinali e strumenti diagnostici sicuri, efficaci e convenienti per questa e future pandemie». Tutti hanno sottolineato che «il mondo ha bisogno di capacità per sviluppare, produrre e distribuire rapidamente vaccini in risposta a tali minacce», oltre a «promuovere l’accesso globale» ai vaccini. In che modo? Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (il cui mandato sta per essere rinnovato per altri 5 anni) ha articolato in tre pilastri il nuovo Politburo sanitario: governance, strategia e finanziamento. La governance prevede un «Consiglio di emergenza sanitaria globale», una sorta di Comitato centrale pilotato dai capi di Stato e di governo, e affiancato da una struttura più ristretta. La strategia - coordinata da una specie di Ufficio politico - si dispiegherà attraverso un «approccio di monitoraggio standardizzato». Infine, il finanziamento: si snoderà intorno a una piattaforma alimentata dalle risorse dei singoli Stati, allargata ai fondi internazionali.
Il progetto, ancora in fase iniziale, è già stato contestato: una petizione rivolta al Parlamento britannico ha chiesto al governo di Boris Johnson di «impegnarsi a non firmare alcun Trattato internazionale sulla prevenzione e la preparazione alla pandemia stabilito dall’Oms, a meno che questo non sia approvato attraverso un referendum pubblico».
La petizione ha già raccolto oltre 120.000 firme. E siccome gli Stati Uniti di Joe Biden si sono fatti promotori di una serie di emendamenti che allargherebbero i poteri dell’Oms (tra questi, la possibilità di dichiarare un «allarme sanitario intermedio» tra quello dei singoli Paesi e quello mondiale), l’European Journal of International Law ha rilevato che ciò «limiterebbe i diritti degli Stati sovrani a legiferare. Se uno Stato dovesse rifiutare la richiesta di assistenza dovrà giustificarsi di fronte agli altri con potenziali sanzioni economiche e finanziarie».
Anche tra le associazioni presenti a Ginevra per partecipare all’Assemblea mondiale dell’Oms non mancano i mugugni. Secondo Nicoletta Dentico, responsabile del programma di salute globale della Society for international development (Sid), «quest’Assemblea prepara un nuovo scenario pandemico lanciando il messaggio che il mondo è destinato a un altro fallimento». Non solo: «Mentre la Cina porta avanti la sua agenda con accordi bilaterali sui vaccini e gli Usa si sono ringalluzziti per Pfizer e Moderna, l’Europa, che era la prima produttrice di vaccini prima del Covid, cerca di recuperare posizioni attraverso questo Trattato - spiega Dentico - senza spiegare in cosa consista e perché non sarebbe stato meglio modificare il vecchio, il tutto senza passare da nessuna autocritica e col solo approccio di farmaci e vaccini, senza pensare alla prevenzione». Il solito copione, insomma.
Per meno di 100 casi dilaga l’allarme vaiolo
Arrivata la prima sequenza del vaiolo delle scimmie, ottenuta in Portogallo da un gruppo di ricerca della Bioinformatics Unit, dell’Istituto Ricardo Jorge di Lisbona. Il virus sembra molto simile a quello che aveva causato dei casi in Gran Bretagna, Singapore e Israele nel 2018-19. Nel 2018, ci sono stati tre casi nel Regno Unito, dopo che una persona tornata dalla Nigeria infettò altri due membri della sua famiglia. In Italia invece arriva il primo caso in Toscana, che porta il totale degli infetti confermati a quattro. A livello mondiale i casi sono 92, di cui 85 in Europa, ma gli esperti dell’emergenza continua stanno già cavalcando l’onda dell’allarmismo, semmai Covid, guerra in Ucraina e crisi economica non fossero già sufficienti a disturbare il sonno. Ma tant’è: il comitato per la sicurezza sanitaria dell’Ue discuterà oggi del vaiolo delle scimmie, come ha assicurato la commissaria Ue alla salute
Stella Kyriakides, dopo la pubblicazione della prima valutazione del rischio in Europa, diffusa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Secondo l’Edc la malattia potrebbe diventare endemica in Europa «se si verifica la trasmissione da uomo ad animale e il virus del vaiolo delle scimmie si diffonde in una popolazione animale». Chiedendo vigilanza su questo fronte l’Ecdc ritiene necessaria «una stretta collaborazione intersettoriale tra le autorità sanitarie pubbliche dei settori umano e veterinario per prevenire la trasmissione della malattia alla fauna selvatica».
La direttrice
Andrea Ammon ha spiegato che il virus si presenta «con sintomi di malattia lievi e, per la popolazione più ampia, con probabilità di diffusione molto bassa. Tuttavia, la probabilità di un’ulteriore diffusione del virus attraverso uno stretto contatto, durante le attività sessuali tra persone con più partner, è considerata alta». «Bambini e adulti nati dopo il 1981 hanno un maggior rischio di contrarre il vaiolo delle scimmie, ma ancora il numero dei contagi è basso, quindi niente allarmismo. I giovani non sono vaccinati contro il vaiolo, perciò l’immunità a livello di comunità è calata, inoltre i viaggi frequenti favoriscono la circolazione del virus» ha già detto Antonella Viola, biologa all’Università di Padova. Malgrado un unico caso negli Usa, il presidente Joe Biden ha detto che «il monkeypox è qualcosa di cui tutti dovrebbero preoccuparsi» anche se il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha assicurato: «Gli Stati Uniti hanno forniture di vaccino adatto per trattarlo». Tornando in Italia, il quarto caso è un uomo di 32 anni, rientrato da una vacanza alle isole Canarie e ricoverato all’ospedale di Arezzo. Intanto «nel Lazio ci sono 15 persone in isolamento mentre i casi restano 3 e si tratta di tre persone ricoverate allo Spallanzani in buone condizioni cliniche» ha dichiarato l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Nel Regno Unito, dove i casi sono 20, le autorità sanitarie consigliano un periodo di isolamento di 21 giorni a chi abbia avuto contatti con casi confermati della malattia infettiva virale.
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L’assemblea dell’Agenzia Onu è riunita a Ginevra. Tra le proposte, un nuovo Trattato pandemico per affrontare future emergenze. Con il quale, però, i Paesi membri rischierebbero di subire le decisioni dell’Organizzazione e perdere sovranità in ambito sanitario.Vaiolo: confermati 85 infetti in Ue, con sintomi lievi. Ma per Joe Biden «tutti devono preoccuparsi».Lo speciale contiene due articoli.È immaginabile un mondo in cui i provvedimenti che riguardano la salute dei cittadini vengano decisi da una struttura sovranazionale? Stiamo andando verso una governance mondiale della sanità? Il cammino potrebbe richiedere qualche tempo, ma il progetto, almeno sulla carta, è questo, stando a quanto si sta discutendo in questi giorni in Svizzera, tra Davos e Ginevra. «Questa è la prima riunione vis-à-vis dopo la fine della catastrofe sanitaria più significativa degli ultimi 100 anni, il Covid», ha dichiarato il Direttore esecutivo Klaus Schwab aprendo il meeting annuale del World Economic Forum (Wef). «La nostra grande domanda è: come sviluppiamo i meccanismi di resilienza personali, nazionali e globali necessari, per essere meglio attrezzati in futuro, non solo per un virus, ma per qualsiasi intoppo nei nostri sistemi sanitari?». La risposta è risuonata dall’altro cantone svizzero, quello di Ginevra dove, in contemporanea con il Wef, si sta tenendo la settantacinquesima Assemblea globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Con 194 Stati partecipanti, l’Oms ha un’agenda molto ambiziosa, benedetta dal Wef: un «cambio di paradigma urgente» per prevenire le pandemie, una «assistenza sanitaria universale» e una «nuova architettura per la preparazione, la risposta e la resilienza alle emergenze». L’obiettivo è portare gli Stati aderenti, entro il 2024 (ossia entro due anni, ossia domani) alla firma di un Trattato di Preparazione alle Pandemie, che dovrà comunque passare al vaglio delle numerose associazioni contrarie alla Salute unificata. Proviamo a immaginare di cosa si tratta: se ci dovesse essere (come ampiamente annunciato da magnati come Bill Gates o capi di Stato come Mario Draghi) una «nuova pandemia», la risposta delle democrazie occidentali dovrebbe essere la stessa. Se si decidesse di disporre un lockdown, dovrebbero aderire tutti contemporaneamente; se si dovesse rendere necessaria la chiusura delle scuole in presenza, dovrebbero chiudere in tutti i Paesi; se si prescrivesse nuovamente l’uso delle mascherine al chiuso, dovrebbero portarle tutti, ovunque. Tutto qui? No. Nei documenti ufficiali del governo britannico guidato da Boris Johnson, uno dei principali promotori del Trattato pandemico, insieme con Francia e Germania, si fa esplicito richiamo a «un notevole rafforzamento della cooperazione internazionale per migliorare i sistemi di allerta, la condivisione dei dati, la ricerca, la produzione e la distribuzione locale, regionale e globale di contromisure mediche e di salute pubblica come vaccini, medicinali, diagnostica e dispositivi di protezione individuale». L’obiettivo, insomma, è quello di condividere costi e dividendi di vaccini e farmaci, estendendo a livello mondiale il nuovo paradigma sanitario: la prevenzione dei sani al posto della cura dei malati.«Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro», era la premessa dell’articolo pubblicato il 30 marzo 2021 su numerose testate internazionali, con cui Boris Johnson ha lanciato l’iniziativa della Governance sanitaria. Molti leader hanno aderito, a nome dei loro Paesi, all’appello di Johnson (Francia, Germania e altri Stati Ue - ma non l’Italia - oltre all’immancabile Ucraina), impegnandosi a «garantire un accesso universale ed equo a vaccini, medicinali e strumenti diagnostici sicuri, efficaci e convenienti per questa e future pandemie». Tutti hanno sottolineato che «il mondo ha bisogno di capacità per sviluppare, produrre e distribuire rapidamente vaccini in risposta a tali minacce», oltre a «promuovere l’accesso globale» ai vaccini. In che modo? Il direttore generale dell’Oms Thedros Ghebreyesus (il cui mandato sta per essere rinnovato per altri 5 anni) ha articolato in tre pilastri il nuovo Politburo sanitario: governance, strategia e finanziamento. La governance prevede un «Consiglio di emergenza sanitaria globale», una sorta di Comitato centrale pilotato dai capi di Stato e di governo, e affiancato da una struttura più ristretta. La strategia - coordinata da una specie di Ufficio politico - si dispiegherà attraverso un «approccio di monitoraggio standardizzato». Infine, il finanziamento: si snoderà intorno a una piattaforma alimentata dalle risorse dei singoli Stati, allargata ai fondi internazionali. Il progetto, ancora in fase iniziale, è già stato contestato: una petizione rivolta al Parlamento britannico ha chiesto al governo di Boris Johnson di «impegnarsi a non firmare alcun Trattato internazionale sulla prevenzione e la preparazione alla pandemia stabilito dall’Oms, a meno che questo non sia approvato attraverso un referendum pubblico». La petizione ha già raccolto oltre 120.000 firme. E siccome gli Stati Uniti di Joe Biden si sono fatti promotori di una serie di emendamenti che allargherebbero i poteri dell’Oms (tra questi, la possibilità di dichiarare un «allarme sanitario intermedio» tra quello dei singoli Paesi e quello mondiale), l’European Journal of International Law ha rilevato che ciò «limiterebbe i diritti degli Stati sovrani a legiferare. Se uno Stato dovesse rifiutare la richiesta di assistenza dovrà giustificarsi di fronte agli altri con potenziali sanzioni economiche e finanziarie». Anche tra le associazioni presenti a Ginevra per partecipare all’Assemblea mondiale dell’Oms non mancano i mugugni. Secondo Nicoletta Dentico, responsabile del programma di salute globale della Society for international development (Sid), «quest’Assemblea prepara un nuovo scenario pandemico lanciando il messaggio che il mondo è destinato a un altro fallimento». Non solo: «Mentre la Cina porta avanti la sua agenda con accordi bilaterali sui vaccini e gli Usa si sono ringalluzziti per Pfizer e Moderna, l’Europa, che era la prima produttrice di vaccini prima del Covid, cerca di recuperare posizioni attraverso questo Trattato - spiega Dentico - senza spiegare in cosa consista e perché non sarebbe stato meglio modificare il vecchio, il tutto senza passare da nessuna autocritica e col solo approccio di farmaci e vaccini, senza pensare alla prevenzione». 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A livello mondiale i casi sono 92, di cui 85 in Europa, ma gli esperti dell’emergenza continua stanno già cavalcando l’onda dell’allarmismo, semmai Covid, guerra in Ucraina e crisi economica non fossero già sufficienti a disturbare il sonno. Ma tant’è: il comitato per la sicurezza sanitaria dell’Ue discuterà oggi del vaiolo delle scimmie, come ha assicurato la commissaria Ue alla salute Stella Kyriakides, dopo la pubblicazione della prima valutazione del rischio in Europa, diffusa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Secondo l’Edc la malattia potrebbe diventare endemica in Europa «se si verifica la trasmissione da uomo ad animale e il virus del vaiolo delle scimmie si diffonde in una popolazione animale». Chiedendo vigilanza su questo fronte l’Ecdc ritiene necessaria «una stretta collaborazione intersettoriale tra le autorità sanitarie pubbliche dei settori umano e veterinario per prevenire la trasmissione della malattia alla fauna selvatica». La direttrice Andrea Ammon ha spiegato che il virus si presenta «con sintomi di malattia lievi e, per la popolazione più ampia, con probabilità di diffusione molto bassa. Tuttavia, la probabilità di un’ulteriore diffusione del virus attraverso uno stretto contatto, durante le attività sessuali tra persone con più partner, è considerata alta». «Bambini e adulti nati dopo il 1981 hanno un maggior rischio di contrarre il vaiolo delle scimmie, ma ancora il numero dei contagi è basso, quindi niente allarmismo. I giovani non sono vaccinati contro il vaiolo, perciò l’immunità a livello di comunità è calata, inoltre i viaggi frequenti favoriscono la circolazione del virus» ha già detto Antonella Viola, biologa all’Università di Padova. Malgrado un unico caso negli Usa, il presidente Joe Biden ha detto che «il monkeypox è qualcosa di cui tutti dovrebbero preoccuparsi» anche se il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha assicurato: «Gli Stati Uniti hanno forniture di vaccino adatto per trattarlo». Tornando in Italia, il quarto caso è un uomo di 32 anni, rientrato da una vacanza alle isole Canarie e ricoverato all’ospedale di Arezzo. Intanto «nel Lazio ci sono 15 persone in isolamento mentre i casi restano 3 e si tratta di tre persone ricoverate allo Spallanzani in buone condizioni cliniche» ha dichiarato l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Nel Regno Unito, dove i casi sono 20, le autorità sanitarie consigliano un periodo di isolamento di 21 giorni a chi abbia avuto contatti con casi confermati della malattia infettiva virale.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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