True
2024-08-05
L’Isis terrorizza l’intero Golfo Persico. La strage in Oman «pizzino» ad Al Qaeda
Un immagine diffusa dai social dei tre terroristi che hanno rivendicato l'attacco del 15 luglio 2024 ad una moschea sciita di Muscat
Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.
L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.
L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.
Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.
Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».
L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.
Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.
Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.
Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.
Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.
Petrolio, turismo e fama di paciere. Ma ora il sultanato pensa a blindarsi
Il Paese produttore di petrolio è uno dei più stabili del Medio Oriente e sta diventando una destinazione turistica regionale emergente poiché il governo promuove il settore per diversificare la propria economia allontanandosi dagli idrocarburi.
Nel 2022 il prodotto interno lordo dell’Oman è stato di 114,7 miliardi di dollari, l’economia omanita ha registrato una crescita del 4,3% nel 2022 ma si è ridotta all’1,2% nel 2023 a causa del taglio della produzione petrolifera deciso nell’ambito dell’Opec+. Per il 2024, secondo quanto scrive l’Osservatorio economico della Farnesina, si prevede una crescita del 2,7% sostenuta anche dal contributo del settore non-oil (secondo le stime del Fondo monetario internazionale di giugno 2023). L’inflazione resta bassa, attestandosi all’1,1% nel primo quadrimestre del 2023, rispetto al 2,8% del 2022. A differenza del resto degli Stati del Golfo governati dai sunniti, l’Oman segue la setta ibadita dell’islam, ma ha una considerevole popolazione sunnita e una piccola ma influente minoranza sciita.
I leader religiosi e politici spesso sottolineano l’armonia settaria e la tolleranza religiosa come chiave per la stabilità dell’Oman. Circa il 57% della popolazione del Paese, di cinque milioni di persone, sono espatriati, molti sono indù o cristiani. Il motivo principale per cui l’Oman non è mai stato oggetto di attacchi jihadisti è che pochissimi cittadini omaniti hanno partecipato a movimenti terroristi. La maggior parte della popolazione del sultanato segue l’ibadismo, un ramo dell’islam che non mira al controllo del governo panislamico, diversamente da alcune fazioni sunnite e sciite. I primi casi noti di coinvolgimento jihadista riguardano Abu Ubaydah Al Omani e Abu Hamza Al Omani, due cittadini omaniti che si unirono ad Al Qaeda in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Combatterono lì fino a quando non furono uccisi, ricevendo successivamente elogi da Al Qaeda in un video pubblicato nell’agosto 2012. Da allora non si ha notizia di jihadisti provenienti dall’Oman.
Il sultanato dell’Oman oggi è guidato dal sovrano Haytham Bin Tariq Al Sa’id che è succeduto al cugino Qabus Bin Said Al Said (che non aveva figli), amatissimo dalla popolazione, che è morto il 10 gennaio 2020 a 79 anni, dopo una lunga malattia. Sovrano illuminato, è stato il monarca più longevo del Medio Oriente: dopo aver preso il potere con un colpo di Stato nel 1970, ha riportato il sultanato alla modernità, bilanciando al contempo i rapporti diplomatici tra gli avversari Iran e Stati Uniti. Il sultano, che aveva studiato in Gran Bretagna, trasformò una nazione che, al momento della sua ascesa al trono, contava solo tre scuole e aveva severe leggi che vietavano l’elettricità, la radio, gli occhiali e persino gli ombrelli.
Durante il suo regno, l’Oman divenne noto come una meta turistica accogliente e un interlocutore chiave in Medio Oriente, aiutando gli Stati Uniti a liberare prigionieri in Iran e Yemen e ospitando visite di funzionari israeliani pur essendo a favore della nascita di uno Stato palestinese. Oggi l’Oman può guardare al recente passato come a un periodo di notevoli risultati economici. In linea con le priorità nazionali, il decimo Piano di sviluppo quinquennale e gli ambiziosi obiettivi di «Oman Vision 2040», il Paese nel 2023 è stato testimone di un anno di crescita e progressi significativi, che hanno rafforzato le prestazioni dell’economia omanita e migliorato la vita dei suoi cittadini. Nel dicembre 2023 Nasser Bin Rashid Al Maawali, sottosegretario del ministero dell’Economia, ha sottolineato gli indicatori economici positivi che dipingono un quadro promettente per il futuro: «L’economia omanita conclude l’anno con un miglioramento qualitativo e indicatori rassicuranti», ha dichiarato, attribuendo questo successo a politiche economiche e finanziarie efficaci.
Nonostante i pochi legami della cittadinanza con il jihadismo, il governo dell’Oman è fortemente impegnato negli sforzi antiterrorismo internazionali, facendo parte della coalizione globale anti Isis e della Coalizione militare islamica contro il terrorismo (Imctc) guidata dall’Arabia Saudita. Tuttavia, generalmente preferisce operare dietro le quinte per mantenere un’apparenza di neutralità per il suo frequente ruolo di mediatore regionale. L’Oman dispone anche di varie agenzie antiterrorismo proprie, come le forze speciali del sultano e la forza speciale della polizia reale dell’Oman.
Nell’ambito dei loro stretti rapporti politici e di difesa, i funzionari degli Stati Uniti e dell’Oman conducono regolari discussioni bilaterali sulla lotta all’estremismo violento. Gli Stati Uniti forniscono anche un’assistenza significativa per la sicurezza delle frontiere a Muscat, insieme a piccole sovvenzioni dal programma Nonproliferation, anti-terrorism, demining, and related programs (Nadr) del dipartimento di Stato. Tuttavia, la richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2025 dell’amministrazione Biden prevede l’eliminazione dei finanziamenti Nadr e una riduzione dell’assistenza complessiva degli Stati Uniti a Muscat (sebbene sia previsto un leggero aumento dei fondi per il programma International military education and training).
In Oman, l’attacco cambierà l’approccio del governo alla minaccia del terrorismo all’interno del Paese, data la natura dell’incidente, gli autori e l’obiettivo che è stato scelto. Questo, probabilmente, includerà il rafforzamento del sistema di sicurezza per capire come un complotto di tale portata sia sfuggito ai servizi di intelligence, oltre a una revisione della risposta di sicurezza all’incidente per trarre importanti lezioni per il futuro che dopo quanto accaduto lo scorso 15 luglio è diventato un po’ più complicato anche per l’Oman.
«Ci sta dicendo: sono ancora letale»
Adrian Calamel è un ricercatore presso l’Arabian peninsula institute di Washington. È uno storico del Medio Oriente e studioso di terrorismo.
Perché l’Isis ha colpito proprio in Oman? È possibile che stia iniziando una stagione di terrore a Muscat?
«Diversi fattori dovrebbero spiegare perché l’Isis ha colpito l’Oman e questo potrebbe essere il segnale di un’ondata di terrore a Muscat. La coalizione globale contro lo Stato islamico è stata attiva per un decennio, degradando le sue capacità, eliminando i leader, rimuovendo il califfato fisico, lasciando il gruppo terroristico senza casa e costringendolo a disperdersi in tutto il mondo. L’Isis vuole dimostrare al mondo di essere ancora rilevante e mantiene la capacità di commettere terrore nella regione. Lo Yemen, vicino dell’Oman, è uno Stato fallito, privo di leggi, devastato da una guerra civile in cui l’Isis ha creato piccole enclavi nella parte orientale, consentendo loro di condurre attacchi transfrontalieri. Lo Stato Islamico ha colto molte opportunità, l’Oman è stato risparmiato dagli attacchi terroristici per decenni e l’antiterrorismo del Sultanato è carente rispetto agli Stati del Golfo che hanno sperimentato il terrorismo per anni».
Quanto sono probabili gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar?
«Non vedo un mondo in cui l’Isis potrebbe anche solo prendere in considerazione un attacco contro il Qatar, il gruppo terroristico riceve troppo sostegno da Doha. Gli Emirati Arabi Uniti sono certamente a rischio se l’Isis stesse sviluppando un avamposto nel vicino Oman che consentirebbe loro di sferrare attacchi transfrontalieri e anche il vicino Qatar vicino presenta problemi per gli emiratini. L’Arabia Saudita dispone di forti unità antiterrorismo e si trova già in una posizione complicata con gli Huthi e Aqap che collaborano attivamente nello Yemen; gli attacchi potrebbero avvenire nel Regno, ma l’Isis sarebbe un improbabile esecutore».
Quali sono i rapporti di forza tra lo Stato islamico e Al Qaeda nel Golfo Persico? Chi è più forte?
«Al Qaeda è indubbiamente più forte dell’Isis nel Golfo Persico e in tutto il mondo. La coalizione globale creata dopo aver visto le barbarie commesse dall’Isis ha spostato l’obiettivo da Al Qaeda e le ha permesso di crescere all’ombra delle atrocità dello Stato islamico. Un ultimo dettaglio, ma estremamente importante: Al Qaeda ha definito la Repubblica islamica dell’Iran il suo principale canale di facilitazione, uno sponsor di Stato de facto che l’Isis non possiede. Il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo sostiene Al Qaeda nonostante la stanca narrazione di una divisione tra sunniti e sciiti lo renda impossibile».
Possiamo aspettarci l’inizio di operazioni terroristiche su larga scala nel Golfo Persico?
«L’attacco terroristico in Oman non deve essere visto come la salva iniziale di una complessa campagna terroristica dell’Isis che ha come obiettivo il Golfo Persico. Se si analizza la mappa del terrore, la minaccia più prossima è rappresentata dall’Isis Khorasan (Iskp). Nell’ultimo anno, la filiale afghana ha compiuto attentati in Russia e nella Repubblica islamica dell’Iran. Il ramo principale ha condotto il jihad nel Sahel e nel Corno d’Africa, con scarsi successi anche in Medio Oriente dopo l’eliminazione del califfato a Mosul e Raqqah».
La leadership di Al Qaeda rimane avvolta nel mistero; Saif Al Adel è davvero il leader del gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden?
«Già prima della morte di Ayman Al Zawahiri (a Kabul il 31 luglio 2022, ndr), fonti ben posizionate mi avevano riferito che Al Adel sarebbe stato il prossimo in linea di successione quando il primo fosse stato eliminato o fosse morto per cause naturali e non ho motivo di credere che da allora sia cambiato qualcosa. Saif Al Adel ha una forte relazione con la Repubblica islamica iraniana, si è rifugiato a Teheran per due decenni ed è uno stratega del terrorismo globale estremamente capace. Molti credevano che uno dei figli di Osama Bin Laden sarebbe diventato il leader, prima Saad e poi Hamza, ma anche in questo scenario Al Adel sarebbe stato il pianificatore di un progetto nel quale un Bin Laden veniva indicato come leader ma solo a fini propagandistici».
Continua a leggereRiduci
Lo Stato islamico ha rivendicato la carneficina in una moschea sciita a Muscat. Lanciando la lotta per la supremazia nell’area.Uno dei Paesi più stabili del Medio Oriente ha paura degli attacchi kamikaze. Che rischiano di vanificare una crescita iniziata negli anni Settanta e sostenuta dall’assenza di legami della popolazione con il jihad.Lo studioso statunitense Adrian Calamel: «L’organizzazione fondata da Bin Laden ha maggiore forza e può contare sull’Iran. Ma la cellula afgana del califfato è più pericolosa».Lo speciale contiene tre articoli.Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oman-terrorismo-islamico-2668895564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="petrolio-turismo-e-fama-di-paciere-ma-ora-il-sultanato-pensa-a-blindarsi" data-post-id="2668895564" data-published-at="1722854162" data-use-pagination="False"> Petrolio, turismo e fama di paciere. Ma ora il sultanato pensa a blindarsi Il Paese produttore di petrolio è uno dei più stabili del Medio Oriente e sta diventando una destinazione turistica regionale emergente poiché il governo promuove il settore per diversificare la propria economia allontanandosi dagli idrocarburi. Nel 2022 il prodotto interno lordo dell’Oman è stato di 114,7 miliardi di dollari, l’economia omanita ha registrato una crescita del 4,3% nel 2022 ma si è ridotta all’1,2% nel 2023 a causa del taglio della produzione petrolifera deciso nell’ambito dell’Opec+. Per il 2024, secondo quanto scrive l’Osservatorio economico della Farnesina, si prevede una crescita del 2,7% sostenuta anche dal contributo del settore non-oil (secondo le stime del Fondo monetario internazionale di giugno 2023). L’inflazione resta bassa, attestandosi all’1,1% nel primo quadrimestre del 2023, rispetto al 2,8% del 2022. A differenza del resto degli Stati del Golfo governati dai sunniti, l’Oman segue la setta ibadita dell’islam, ma ha una considerevole popolazione sunnita e una piccola ma influente minoranza sciita. I leader religiosi e politici spesso sottolineano l’armonia settaria e la tolleranza religiosa come chiave per la stabilità dell’Oman. Circa il 57% della popolazione del Paese, di cinque milioni di persone, sono espatriati, molti sono indù o cristiani. Il motivo principale per cui l’Oman non è mai stato oggetto di attacchi jihadisti è che pochissimi cittadini omaniti hanno partecipato a movimenti terroristi. La maggior parte della popolazione del sultanato segue l’ibadismo, un ramo dell’islam che non mira al controllo del governo panislamico, diversamente da alcune fazioni sunnite e sciite. I primi casi noti di coinvolgimento jihadista riguardano Abu Ubaydah Al Omani e Abu Hamza Al Omani, due cittadini omaniti che si unirono ad Al Qaeda in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Combatterono lì fino a quando non furono uccisi, ricevendo successivamente elogi da Al Qaeda in un video pubblicato nell’agosto 2012. Da allora non si ha notizia di jihadisti provenienti dall’Oman. Il sultanato dell’Oman oggi è guidato dal sovrano Haytham Bin Tariq Al Sa’id che è succeduto al cugino Qabus Bin Said Al Said (che non aveva figli), amatissimo dalla popolazione, che è morto il 10 gennaio 2020 a 79 anni, dopo una lunga malattia. Sovrano illuminato, è stato il monarca più longevo del Medio Oriente: dopo aver preso il potere con un colpo di Stato nel 1970, ha riportato il sultanato alla modernità, bilanciando al contempo i rapporti diplomatici tra gli avversari Iran e Stati Uniti. Il sultano, che aveva studiato in Gran Bretagna, trasformò una nazione che, al momento della sua ascesa al trono, contava solo tre scuole e aveva severe leggi che vietavano l’elettricità, la radio, gli occhiali e persino gli ombrelli. Durante il suo regno, l’Oman divenne noto come una meta turistica accogliente e un interlocutore chiave in Medio Oriente, aiutando gli Stati Uniti a liberare prigionieri in Iran e Yemen e ospitando visite di funzionari israeliani pur essendo a favore della nascita di uno Stato palestinese. Oggi l’Oman può guardare al recente passato come a un periodo di notevoli risultati economici. In linea con le priorità nazionali, il decimo Piano di sviluppo quinquennale e gli ambiziosi obiettivi di «Oman Vision 2040», il Paese nel 2023 è stato testimone di un anno di crescita e progressi significativi, che hanno rafforzato le prestazioni dell’economia omanita e migliorato la vita dei suoi cittadini. Nel dicembre 2023 Nasser Bin Rashid Al Maawali, sottosegretario del ministero dell’Economia, ha sottolineato gli indicatori economici positivi che dipingono un quadro promettente per il futuro: «L’economia omanita conclude l’anno con un miglioramento qualitativo e indicatori rassicuranti», ha dichiarato, attribuendo questo successo a politiche economiche e finanziarie efficaci. Nonostante i pochi legami della cittadinanza con il jihadismo, il governo dell’Oman è fortemente impegnato negli sforzi antiterrorismo internazionali, facendo parte della coalizione globale anti Isis e della Coalizione militare islamica contro il terrorismo (Imctc) guidata dall’Arabia Saudita. Tuttavia, generalmente preferisce operare dietro le quinte per mantenere un’apparenza di neutralità per il suo frequente ruolo di mediatore regionale. L’Oman dispone anche di varie agenzie antiterrorismo proprie, come le forze speciali del sultano e la forza speciale della polizia reale dell’Oman. Nell’ambito dei loro stretti rapporti politici e di difesa, i funzionari degli Stati Uniti e dell’Oman conducono regolari discussioni bilaterali sulla lotta all’estremismo violento. Gli Stati Uniti forniscono anche un’assistenza significativa per la sicurezza delle frontiere a Muscat, insieme a piccole sovvenzioni dal programma Nonproliferation, anti-terrorism, demining, and related programs (Nadr) del dipartimento di Stato. Tuttavia, la richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2025 dell’amministrazione Biden prevede l’eliminazione dei finanziamenti Nadr e una riduzione dell’assistenza complessiva degli Stati Uniti a Muscat (sebbene sia previsto un leggero aumento dei fondi per il programma International military education and training). In Oman, l’attacco cambierà l’approccio del governo alla minaccia del terrorismo all’interno del Paese, data la natura dell’incidente, gli autori e l’obiettivo che è stato scelto. Questo, probabilmente, includerà il rafforzamento del sistema di sicurezza per capire come un complotto di tale portata sia sfuggito ai servizi di intelligence, oltre a una revisione della risposta di sicurezza all’incidente per trarre importanti lezioni per il futuro che dopo quanto accaduto lo scorso 15 luglio è diventato un po’ più complicato anche per l’Oman. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oman-terrorismo-islamico-2668895564.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ci-sta-dicendo-sono-ancora-letale" data-post-id="2668895564" data-published-at="1722854162" data-use-pagination="False"> «Ci sta dicendo: sono ancora letale» Adrian Calamel è un ricercatore presso l’Arabian peninsula institute di Washington. È uno storico del Medio Oriente e studioso di terrorismo. Perché l’Isis ha colpito proprio in Oman? È possibile che stia iniziando una stagione di terrore a Muscat? «Diversi fattori dovrebbero spiegare perché l’Isis ha colpito l’Oman e questo potrebbe essere il segnale di un’ondata di terrore a Muscat. La coalizione globale contro lo Stato islamico è stata attiva per un decennio, degradando le sue capacità, eliminando i leader, rimuovendo il califfato fisico, lasciando il gruppo terroristico senza casa e costringendolo a disperdersi in tutto il mondo. L’Isis vuole dimostrare al mondo di essere ancora rilevante e mantiene la capacità di commettere terrore nella regione. Lo Yemen, vicino dell’Oman, è uno Stato fallito, privo di leggi, devastato da una guerra civile in cui l’Isis ha creato piccole enclavi nella parte orientale, consentendo loro di condurre attacchi transfrontalieri. Lo Stato Islamico ha colto molte opportunità, l’Oman è stato risparmiato dagli attacchi terroristici per decenni e l’antiterrorismo del Sultanato è carente rispetto agli Stati del Golfo che hanno sperimentato il terrorismo per anni». Quanto sono probabili gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar? «Non vedo un mondo in cui l’Isis potrebbe anche solo prendere in considerazione un attacco contro il Qatar, il gruppo terroristico riceve troppo sostegno da Doha. Gli Emirati Arabi Uniti sono certamente a rischio se l’Isis stesse sviluppando un avamposto nel vicino Oman che consentirebbe loro di sferrare attacchi transfrontalieri e anche il vicino Qatar vicino presenta problemi per gli emiratini. L’Arabia Saudita dispone di forti unità antiterrorismo e si trova già in una posizione complicata con gli Huthi e Aqap che collaborano attivamente nello Yemen; gli attacchi potrebbero avvenire nel Regno, ma l’Isis sarebbe un improbabile esecutore». Quali sono i rapporti di forza tra lo Stato islamico e Al Qaeda nel Golfo Persico? Chi è più forte? «Al Qaeda è indubbiamente più forte dell’Isis nel Golfo Persico e in tutto il mondo. La coalizione globale creata dopo aver visto le barbarie commesse dall’Isis ha spostato l’obiettivo da Al Qaeda e le ha permesso di crescere all’ombra delle atrocità dello Stato islamico. Un ultimo dettaglio, ma estremamente importante: Al Qaeda ha definito la Repubblica islamica dell’Iran il suo principale canale di facilitazione, uno sponsor di Stato de facto che l’Isis non possiede. Il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo sostiene Al Qaeda nonostante la stanca narrazione di una divisione tra sunniti e sciiti lo renda impossibile». Possiamo aspettarci l’inizio di operazioni terroristiche su larga scala nel Golfo Persico? «L’attacco terroristico in Oman non deve essere visto come la salva iniziale di una complessa campagna terroristica dell’Isis che ha come obiettivo il Golfo Persico. Se si analizza la mappa del terrore, la minaccia più prossima è rappresentata dall’Isis Khorasan (Iskp). Nell’ultimo anno, la filiale afghana ha compiuto attentati in Russia e nella Repubblica islamica dell’Iran. Il ramo principale ha condotto il jihad nel Sahel e nel Corno d’Africa, con scarsi successi anche in Medio Oriente dopo l’eliminazione del califfato a Mosul e Raqqah». La leadership di Al Qaeda rimane avvolta nel mistero; Saif Al Adel è davvero il leader del gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden? «Già prima della morte di Ayman Al Zawahiri (a Kabul il 31 luglio 2022, ndr), fonti ben posizionate mi avevano riferito che Al Adel sarebbe stato il prossimo in linea di successione quando il primo fosse stato eliminato o fosse morto per cause naturali e non ho motivo di credere che da allora sia cambiato qualcosa. Saif Al Adel ha una forte relazione con la Repubblica islamica iraniana, si è rifugiato a Teheran per due decenni ed è uno stratega del terrorismo globale estremamente capace. Molti credevano che uno dei figli di Osama Bin Laden sarebbe diventato il leader, prima Saad e poi Hamza, ma anche in questo scenario Al Adel sarebbe stato il pianificatore di un progetto nel quale un Bin Laden veniva indicato come leader ma solo a fini propagandistici».
Auro Bulbarelli (Ansa)
L’altro giorno lo aveva ben raccontato il direttore Belpietro. Se Petrecca si è ritrovato davanti a quel microfono più grande di lui è stato perché qualcuno, quello stesso microfono, lo aveva sfilato a Bulbarelli. Chi glielo ha tolto? In tanti, diciamo. Ma in primis il Quirinale. Sembra paradossale ma quello stesso Mattarella che oggi è narrato con enfasi come il talismano degli azzurri olimpici, il portafortuna nazionale; lo stesso Mattarella campione del pop che riceve i protagonisti del prossimo festival di Sanremo; ecco, proprio lui, si sarebbe infastidito per le anticipazioni giornalistiche date da Bulbarelli circa il ruolo del capo dello Stato nella vigilia dell’inaugurazione. Un ruolo istituzionale ma anche giocoso per lo sketch con Valentino Rossi sul tram, lo stesso che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro gentile e melenso.
Auro Bulbarelli aveva anticipato le notizie che riguardavano i passaggi del presidente nella cerimonia e il Quirinale si sarebbe «rabbuiato» chiedendo così l’intervento a chi di dovere (i più alti vertici della Rai), colpevole di non aver saputo preservare il riserbo su scaletta e protocollo. Sembrerà strano vista la leggerezza dell’accaduto - mica stavamo parlando della rivelazione di chissà quali segreti di Stato - ma il telecronista Bulbarelli è stato tagliato fuori proprio per aver dato una notizia, anche a costo (sicuramente involontario) di rompere l’embargo e la religiosità della scaletta. Quindi sono cominciate le interlocuzioni, anzi una specie di staffetta olimpica, tra Quirinale, organizzatori delle Olimpiadi invernali e vertici di viale Mazzini per sbattere in faccia ad Auro il cartellino giallo e sfilargli il ruolo di telecronista per la prima olimpica. Petrecca ha poi completato il pasticcio.
Va bene che col secondo mandato di Mattarella al Quirinale non siamo lontani da una specie di «monarchia mattarelliana» (nemmeno al potente presidente degli Stati Uniti è concesso un potere per 14 anni) ma arrivare addirittura a protestare con i vertici della tv pubblica perché un giornalista ha svelato il ruolo attivo di Mattarella nella cerimonia inaugurale ci sembra davvero un eccesso, la cui gravità è persino superiore alla decisione, autolesionista, dei vertici Rai di sostituire un telecronista navigato che si era ben preparato.
La rimostranza del Quirinale per lo «strappo» alla riservatezza è un fatto grave che non può passare sotto silenzio. Arriviamo così ai silenzi e alla complicità dell’opposizione, i cui membri in Vigilanza Rai stanno montando la polemica contro Petrecca senza tuttavia aver mai speso una parola di solidarietà nei confronti di Auro Bulbarelli, a dimostrazione di una stucchevole sudditanza verso il Colle. Centrosinistra e Cinque stelle non possono limitarsi ad accusare Petrecca - al quale non facciamo il minimo sconto: telecronaca pessima, approccio sciatto e presuntuoso, incapacità e inadeguatezza a restare nel ruolo di direttore di Rai Sport - e affermare che Bulbarelli ha commesso una gaffe, pensando di uscire da questa vicenda come quelli bravi o come i difensori della competenza: no, se importasse loro delle professionalità dovrebbero difendere chi è stato estromesso dal Quirinale. Invece stanno politicizzando oltremisura e stanno tenendo lo stesso atteggiamento del centrodestra: se quelli di Fratelli d’Italia sbagliano nel non chiedere il passo indietro di Petrecca, il Pd e compagnia sbaglia nel non risarcire Bulbarelli, che era stato incaricato di raccontare la cerimonia di inaugurazione.
Allora, visto che questo bravo collega sta pagando un prezzo professionale alto, lo diciamo noi: la diretta della cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali dev’essere affidata a Bulbarelli, giornalista che paga per aver dato delle notizie, e non certo perché, come sta dicendo la sinistra con la complicità dei vertici Rai, ha fatto delle gaffe o ha esposto la Rai a una figuraccia. Non è così, la figuraccia - purtroppo - l’ha fatta Petrecca e l’ha fatta fare Petrecca, Bulbarelli ha solo anticipato le notizie che riguardavano Mattarella come insegnano i vecchi maestri: chi ha una notizia la racconta. Se Petrecca volesse recuperare un bel po’ di faccia e un bel po’ di dignità dovrebbe riassegnare la telecronaca a Bulbarelli e dirlo apertamente. Se ciò accadesse significherebbe che anche l’amministratore delegato Giampaolo Rossi sarebbe d’accordo.
Pertanto, si ridia il microfono ad Auro Bulbarelli nella speranza anche di poter festeggiare un medagliere olimpico sempre più pesante e brillante.
Continua a leggereRiduci
Laura Pausini, Carlo Conti e Sergio Mattarella (Ansa)
Nero come lo stato dell’ordine pubblico, con i violenti in piazza giustificati dai rossi, mentre il governo (nero anch’esso) sforna decreti sicurezza. Meno male che Sergio c’è, verrebbe da cantare tutti in coro, parafrasando l’inno a Berlusconi. Meno male che c’è il presidente di tutti gli italiani, con quella sua «forza tranquilla», per citare un classico manifesto della Dc dei tempi d’oro. I giornali coprono Mattarella di miele e melassa da giorni e sembra che le medaglie le abbia vinte lui. E tra dieci giorni arriva Sanremo, totem nazionalpopolare, ed ecco che il capo dello Stato ieri ha tolto la giacca vento e ha rimesso la grisaglia per benedire Carlo Conti e Laura Pausini nei saloni del Quirinale. Ormai, Mattarella presenzia più dell’amico Emmanuel Macron, che però è a caccia di voti. Il fatto è che Mattarella lava più bianco. Lava le colpe di una politica rissosa e cacofonica, e anche la Pausini si presenta al suo cospetto di bianco vestita, insieme a Conti, il bravo presentatore. È la prima volta in assoluto che i protagonisti di Sanremo vengono ricevuti ufficialmente sul Colle. Sarà un precedente interessante, specie se un giorno il Comune ligure dovesse decidere di affidare il Festival a Mediaset, che per Mattarella, quand’era ministro ai tempi del decreto tv, era l’Impero del Male. Tre anni fa, era stato il primo capo dello Stato a partecipare a Sanremo. Era stata un’idea di Amadeus, che per rendere gloria ai 75 anni della Costituzione di uno dei paesi più canterini del mondo aveva ingaggiato Roberto Benigni.
Il comico che unifica e non graffia trovò il modo di citare Bernardo Mattarella tra i padri costituenti e il presidente si commosse in eurovisione.
Ieri, al Quirinale, sono sfilati una ventina di artisti (cantando Azzurro davanti al presidente) che saliranno sul palco della Città dei fiori, tra cui J-Ax con cappello da cowboy e pantaloni con le frange, Dargen D’Amico con gli occhiali fucsia, Mara Sattei vestita in nero ministeriale ma con borsetta in lurex ed Elettra Lamborghini in total white. Conti, al termine dell’incontro, non si è tenuto: «È stato bellissimo, molto emozionante, io che non mi emoziono mai mi sono emozionato». E Mattarella? Era contento? Conti giura di sì: «Il presidente è stato meraviglioso e ha detto cose straordinarie sulla musica. Mi hanno colpito le sue parole sempre attente, precise, puntuali. Ho fatto l’esempio che Sanremo è come le Olimpiadi della musica». Mentre la Pausini è uscita come trasfigurata: «Ha detto cose bellissime sulla musica popolare (…) È un presidente pop». La rassegna stampa di ieri era degna della Corea del Nord di Kim Jong-un, il capo di Stato ritratto sempre trionfante, sulle nevi come nei campi. La Stampa ha dedicato un paginone al seguente tema: «Tutti gli ori del presidente». Spacciando l’esistenza di «un effetto Mattarella che distribuisce tranquillità ed è una calamita per gli atleti». Ma lui, va detto, resta umile: «Porto fortuna? Non è merito mio. Sarebbe appropriazione indebita». Anche spiritoso. Il Corriere della Sera ha arruolato per la laudatio Walter Veltroni, che in questa presenza benigna sulle nevi ha visto l’apprezzamento della gente «per una figura paterna, sempre presente, pieno di cure per la sua comunità, testimone di rettitudine e portatore di una rigorosa moderazione».
E nelle cronache da Cortina, c’è spazio per i toni messianici: «Lui, il presidente-amuleto, il giorno dei miracoli lo aveva visto arrivare». Brignone e Lollobrigida erano nei suoi pensieri lungimiranti e benedicenti». Quanto a Repubblica, ecco il giusto encomio al Quirinale: «Mattarella primo tifoso e talismano degli atleti». Non male anche la prima pagina del Messaggero, che mette in foto il presidente con la Brignone e titola: «Mattarella abbraccia Federica: «Contavo sulla tua rinascita». Presidente accolto come una rockstar». Ma sì, pop o rock, l’importante è far capire ai lettori che Mattarella è su un altro livello. Perfino le vignette, Corriere in testa, che dovrebbero fare satira, per il Mattarella Madonna delle nevi si fanno turibolo.
Adesso ci manca solo che questa sera il presidente compaia in tribuna d’onore a San Siro per Inter-Juventus, il derby d’Italia. In ogni caso, Mattarella che presenzia a cose ha davanti a sé un calendario invitante: venerdì 3 aprile potrebbe accompagnare un altro signore vestito di bianco, papa Leone, nella Via Crucis al Colosseo. Prima, il 21 marzo, potrebbe materializzarsi al traguardo della Maratona di Roma e stringere la mano alle runner e ai runner. Poi, se volesse impegnarsi, potrebbe aiutare la povera Nazionale di calcio a qualificarsi per i Mondiali. Mondiali che sono in programma in estate in Canada, Messico e Stati Uniti. Anche lì, con Mattarella in tribuna, tutto può succedere. Solo cose belle, ovviamente. E ovviamente siamo tutti contenti che al Colle ci sia un uomo pieno di energie, nonostante i capelli bianchi. Ma sono energie un po’ sprecate, per i suoi poteri, perché sono energie da campagna elettorale. Il suo iperpresenzialismo di questi ultimi giorni serve a creargli un’immagine apparentemente apolitica, ma alla fine gli consegna una leva formidabile sulla politica stessa. Mai una parola fuori posto, certo. Ma adesso è in ogni posto.
Continua a leggereRiduci