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2024-08-05
L’Isis terrorizza l’intero Golfo Persico. La strage in Oman «pizzino» ad Al Qaeda
Un immagine diffusa dai social dei tre terroristi che hanno rivendicato l'attacco del 15 luglio 2024 ad una moschea sciita di Muscat
Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.
L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.
L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.
Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.
Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».
L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.
Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.
Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.
Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.
Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.
Petrolio, turismo e fama di paciere. Ma ora il sultanato pensa a blindarsi
Il Paese produttore di petrolio è uno dei più stabili del Medio Oriente e sta diventando una destinazione turistica regionale emergente poiché il governo promuove il settore per diversificare la propria economia allontanandosi dagli idrocarburi.
Nel 2022 il prodotto interno lordo dell’Oman è stato di 114,7 miliardi di dollari, l’economia omanita ha registrato una crescita del 4,3% nel 2022 ma si è ridotta all’1,2% nel 2023 a causa del taglio della produzione petrolifera deciso nell’ambito dell’Opec+. Per il 2024, secondo quanto scrive l’Osservatorio economico della Farnesina, si prevede una crescita del 2,7% sostenuta anche dal contributo del settore non-oil (secondo le stime del Fondo monetario internazionale di giugno 2023). L’inflazione resta bassa, attestandosi all’1,1% nel primo quadrimestre del 2023, rispetto al 2,8% del 2022. A differenza del resto degli Stati del Golfo governati dai sunniti, l’Oman segue la setta ibadita dell’islam, ma ha una considerevole popolazione sunnita e una piccola ma influente minoranza sciita.
I leader religiosi e politici spesso sottolineano l’armonia settaria e la tolleranza religiosa come chiave per la stabilità dell’Oman. Circa il 57% della popolazione del Paese, di cinque milioni di persone, sono espatriati, molti sono indù o cristiani. Il motivo principale per cui l’Oman non è mai stato oggetto di attacchi jihadisti è che pochissimi cittadini omaniti hanno partecipato a movimenti terroristi. La maggior parte della popolazione del sultanato segue l’ibadismo, un ramo dell’islam che non mira al controllo del governo panislamico, diversamente da alcune fazioni sunnite e sciite. I primi casi noti di coinvolgimento jihadista riguardano Abu Ubaydah Al Omani e Abu Hamza Al Omani, due cittadini omaniti che si unirono ad Al Qaeda in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Combatterono lì fino a quando non furono uccisi, ricevendo successivamente elogi da Al Qaeda in un video pubblicato nell’agosto 2012. Da allora non si ha notizia di jihadisti provenienti dall’Oman.
Il sultanato dell’Oman oggi è guidato dal sovrano Haytham Bin Tariq Al Sa’id che è succeduto al cugino Qabus Bin Said Al Said (che non aveva figli), amatissimo dalla popolazione, che è morto il 10 gennaio 2020 a 79 anni, dopo una lunga malattia. Sovrano illuminato, è stato il monarca più longevo del Medio Oriente: dopo aver preso il potere con un colpo di Stato nel 1970, ha riportato il sultanato alla modernità, bilanciando al contempo i rapporti diplomatici tra gli avversari Iran e Stati Uniti. Il sultano, che aveva studiato in Gran Bretagna, trasformò una nazione che, al momento della sua ascesa al trono, contava solo tre scuole e aveva severe leggi che vietavano l’elettricità, la radio, gli occhiali e persino gli ombrelli.
Durante il suo regno, l’Oman divenne noto come una meta turistica accogliente e un interlocutore chiave in Medio Oriente, aiutando gli Stati Uniti a liberare prigionieri in Iran e Yemen e ospitando visite di funzionari israeliani pur essendo a favore della nascita di uno Stato palestinese. Oggi l’Oman può guardare al recente passato come a un periodo di notevoli risultati economici. In linea con le priorità nazionali, il decimo Piano di sviluppo quinquennale e gli ambiziosi obiettivi di «Oman Vision 2040», il Paese nel 2023 è stato testimone di un anno di crescita e progressi significativi, che hanno rafforzato le prestazioni dell’economia omanita e migliorato la vita dei suoi cittadini. Nel dicembre 2023 Nasser Bin Rashid Al Maawali, sottosegretario del ministero dell’Economia, ha sottolineato gli indicatori economici positivi che dipingono un quadro promettente per il futuro: «L’economia omanita conclude l’anno con un miglioramento qualitativo e indicatori rassicuranti», ha dichiarato, attribuendo questo successo a politiche economiche e finanziarie efficaci.
Nonostante i pochi legami della cittadinanza con il jihadismo, il governo dell’Oman è fortemente impegnato negli sforzi antiterrorismo internazionali, facendo parte della coalizione globale anti Isis e della Coalizione militare islamica contro il terrorismo (Imctc) guidata dall’Arabia Saudita. Tuttavia, generalmente preferisce operare dietro le quinte per mantenere un’apparenza di neutralità per il suo frequente ruolo di mediatore regionale. L’Oman dispone anche di varie agenzie antiterrorismo proprie, come le forze speciali del sultano e la forza speciale della polizia reale dell’Oman.
Nell’ambito dei loro stretti rapporti politici e di difesa, i funzionari degli Stati Uniti e dell’Oman conducono regolari discussioni bilaterali sulla lotta all’estremismo violento. Gli Stati Uniti forniscono anche un’assistenza significativa per la sicurezza delle frontiere a Muscat, insieme a piccole sovvenzioni dal programma Nonproliferation, anti-terrorism, demining, and related programs (Nadr) del dipartimento di Stato. Tuttavia, la richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2025 dell’amministrazione Biden prevede l’eliminazione dei finanziamenti Nadr e una riduzione dell’assistenza complessiva degli Stati Uniti a Muscat (sebbene sia previsto un leggero aumento dei fondi per il programma International military education and training).
In Oman, l’attacco cambierà l’approccio del governo alla minaccia del terrorismo all’interno del Paese, data la natura dell’incidente, gli autori e l’obiettivo che è stato scelto. Questo, probabilmente, includerà il rafforzamento del sistema di sicurezza per capire come un complotto di tale portata sia sfuggito ai servizi di intelligence, oltre a una revisione della risposta di sicurezza all’incidente per trarre importanti lezioni per il futuro che dopo quanto accaduto lo scorso 15 luglio è diventato un po’ più complicato anche per l’Oman.
«Ci sta dicendo: sono ancora letale»
Adrian Calamel è un ricercatore presso l’Arabian peninsula institute di Washington. È uno storico del Medio Oriente e studioso di terrorismo.
Perché l’Isis ha colpito proprio in Oman? È possibile che stia iniziando una stagione di terrore a Muscat?
«Diversi fattori dovrebbero spiegare perché l’Isis ha colpito l’Oman e questo potrebbe essere il segnale di un’ondata di terrore a Muscat. La coalizione globale contro lo Stato islamico è stata attiva per un decennio, degradando le sue capacità, eliminando i leader, rimuovendo il califfato fisico, lasciando il gruppo terroristico senza casa e costringendolo a disperdersi in tutto il mondo. L’Isis vuole dimostrare al mondo di essere ancora rilevante e mantiene la capacità di commettere terrore nella regione. Lo Yemen, vicino dell’Oman, è uno Stato fallito, privo di leggi, devastato da una guerra civile in cui l’Isis ha creato piccole enclavi nella parte orientale, consentendo loro di condurre attacchi transfrontalieri. Lo Stato Islamico ha colto molte opportunità, l’Oman è stato risparmiato dagli attacchi terroristici per decenni e l’antiterrorismo del Sultanato è carente rispetto agli Stati del Golfo che hanno sperimentato il terrorismo per anni».
Quanto sono probabili gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar?
«Non vedo un mondo in cui l’Isis potrebbe anche solo prendere in considerazione un attacco contro il Qatar, il gruppo terroristico riceve troppo sostegno da Doha. Gli Emirati Arabi Uniti sono certamente a rischio se l’Isis stesse sviluppando un avamposto nel vicino Oman che consentirebbe loro di sferrare attacchi transfrontalieri e anche il vicino Qatar vicino presenta problemi per gli emiratini. L’Arabia Saudita dispone di forti unità antiterrorismo e si trova già in una posizione complicata con gli Huthi e Aqap che collaborano attivamente nello Yemen; gli attacchi potrebbero avvenire nel Regno, ma l’Isis sarebbe un improbabile esecutore».
Quali sono i rapporti di forza tra lo Stato islamico e Al Qaeda nel Golfo Persico? Chi è più forte?
«Al Qaeda è indubbiamente più forte dell’Isis nel Golfo Persico e in tutto il mondo. La coalizione globale creata dopo aver visto le barbarie commesse dall’Isis ha spostato l’obiettivo da Al Qaeda e le ha permesso di crescere all’ombra delle atrocità dello Stato islamico. Un ultimo dettaglio, ma estremamente importante: Al Qaeda ha definito la Repubblica islamica dell’Iran il suo principale canale di facilitazione, uno sponsor di Stato de facto che l’Isis non possiede. Il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo sostiene Al Qaeda nonostante la stanca narrazione di una divisione tra sunniti e sciiti lo renda impossibile».
Possiamo aspettarci l’inizio di operazioni terroristiche su larga scala nel Golfo Persico?
«L’attacco terroristico in Oman non deve essere visto come la salva iniziale di una complessa campagna terroristica dell’Isis che ha come obiettivo il Golfo Persico. Se si analizza la mappa del terrore, la minaccia più prossima è rappresentata dall’Isis Khorasan (Iskp). Nell’ultimo anno, la filiale afghana ha compiuto attentati in Russia e nella Repubblica islamica dell’Iran. Il ramo principale ha condotto il jihad nel Sahel e nel Corno d’Africa, con scarsi successi anche in Medio Oriente dopo l’eliminazione del califfato a Mosul e Raqqah».
La leadership di Al Qaeda rimane avvolta nel mistero; Saif Al Adel è davvero il leader del gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden?
«Già prima della morte di Ayman Al Zawahiri (a Kabul il 31 luglio 2022, ndr), fonti ben posizionate mi avevano riferito che Al Adel sarebbe stato il prossimo in linea di successione quando il primo fosse stato eliminato o fosse morto per cause naturali e non ho motivo di credere che da allora sia cambiato qualcosa. Saif Al Adel ha una forte relazione con la Repubblica islamica iraniana, si è rifugiato a Teheran per due decenni ed è uno stratega del terrorismo globale estremamente capace. Molti credevano che uno dei figli di Osama Bin Laden sarebbe diventato il leader, prima Saad e poi Hamza, ma anche in questo scenario Al Adel sarebbe stato il pianificatore di un progetto nel quale un Bin Laden veniva indicato come leader ma solo a fini propagandistici».
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Lo Stato islamico ha rivendicato la carneficina in una moschea sciita a Muscat. Lanciando la lotta per la supremazia nell’area.Uno dei Paesi più stabili del Medio Oriente ha paura degli attacchi kamikaze. Che rischiano di vanificare una crescita iniziata negli anni Settanta e sostenuta dall’assenza di legami della popolazione con il jihad.Lo studioso statunitense Adrian Calamel: «L’organizzazione fondata da Bin Laden ha maggiore forza e può contare sull’Iran. Ma la cellula afgana del califfato è più pericolosa».Lo speciale contiene tre articoli.Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oman-terrorismo-islamico-2668895564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="petrolio-turismo-e-fama-di-paciere-ma-ora-il-sultanato-pensa-a-blindarsi" data-post-id="2668895564" data-published-at="1722854162" data-use-pagination="False"> Petrolio, turismo e fama di paciere. 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A differenza del resto degli Stati del Golfo governati dai sunniti, l’Oman segue la setta ibadita dell’islam, ma ha una considerevole popolazione sunnita e una piccola ma influente minoranza sciita. I leader religiosi e politici spesso sottolineano l’armonia settaria e la tolleranza religiosa come chiave per la stabilità dell’Oman. Circa il 57% della popolazione del Paese, di cinque milioni di persone, sono espatriati, molti sono indù o cristiani. Il motivo principale per cui l’Oman non è mai stato oggetto di attacchi jihadisti è che pochissimi cittadini omaniti hanno partecipato a movimenti terroristi. La maggior parte della popolazione del sultanato segue l’ibadismo, un ramo dell’islam che non mira al controllo del governo panislamico, diversamente da alcune fazioni sunnite e sciite. I primi casi noti di coinvolgimento jihadista riguardano Abu Ubaydah Al Omani e Abu Hamza Al Omani, due cittadini omaniti che si unirono ad Al Qaeda in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Combatterono lì fino a quando non furono uccisi, ricevendo successivamente elogi da Al Qaeda in un video pubblicato nell’agosto 2012. Da allora non si ha notizia di jihadisti provenienti dall’Oman. Il sultanato dell’Oman oggi è guidato dal sovrano Haytham Bin Tariq Al Sa’id che è succeduto al cugino Qabus Bin Said Al Said (che non aveva figli), amatissimo dalla popolazione, che è morto il 10 gennaio 2020 a 79 anni, dopo una lunga malattia. Sovrano illuminato, è stato il monarca più longevo del Medio Oriente: dopo aver preso il potere con un colpo di Stato nel 1970, ha riportato il sultanato alla modernità, bilanciando al contempo i rapporti diplomatici tra gli avversari Iran e Stati Uniti. Il sultano, che aveva studiato in Gran Bretagna, trasformò una nazione che, al momento della sua ascesa al trono, contava solo tre scuole e aveva severe leggi che vietavano l’elettricità, la radio, gli occhiali e persino gli ombrelli. Durante il suo regno, l’Oman divenne noto come una meta turistica accogliente e un interlocutore chiave in Medio Oriente, aiutando gli Stati Uniti a liberare prigionieri in Iran e Yemen e ospitando visite di funzionari israeliani pur essendo a favore della nascita di uno Stato palestinese. Oggi l’Oman può guardare al recente passato come a un periodo di notevoli risultati economici. In linea con le priorità nazionali, il decimo Piano di sviluppo quinquennale e gli ambiziosi obiettivi di «Oman Vision 2040», il Paese nel 2023 è stato testimone di un anno di crescita e progressi significativi, che hanno rafforzato le prestazioni dell’economia omanita e migliorato la vita dei suoi cittadini. Nel dicembre 2023 Nasser Bin Rashid Al Maawali, sottosegretario del ministero dell’Economia, ha sottolineato gli indicatori economici positivi che dipingono un quadro promettente per il futuro: «L’economia omanita conclude l’anno con un miglioramento qualitativo e indicatori rassicuranti», ha dichiarato, attribuendo questo successo a politiche economiche e finanziarie efficaci. Nonostante i pochi legami della cittadinanza con il jihadismo, il governo dell’Oman è fortemente impegnato negli sforzi antiterrorismo internazionali, facendo parte della coalizione globale anti Isis e della Coalizione militare islamica contro il terrorismo (Imctc) guidata dall’Arabia Saudita. Tuttavia, generalmente preferisce operare dietro le quinte per mantenere un’apparenza di neutralità per il suo frequente ruolo di mediatore regionale. L’Oman dispone anche di varie agenzie antiterrorismo proprie, come le forze speciali del sultano e la forza speciale della polizia reale dell’Oman. Nell’ambito dei loro stretti rapporti politici e di difesa, i funzionari degli Stati Uniti e dell’Oman conducono regolari discussioni bilaterali sulla lotta all’estremismo violento. Gli Stati Uniti forniscono anche un’assistenza significativa per la sicurezza delle frontiere a Muscat, insieme a piccole sovvenzioni dal programma Nonproliferation, anti-terrorism, demining, and related programs (Nadr) del dipartimento di Stato. Tuttavia, la richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2025 dell’amministrazione Biden prevede l’eliminazione dei finanziamenti Nadr e una riduzione dell’assistenza complessiva degli Stati Uniti a Muscat (sebbene sia previsto un leggero aumento dei fondi per il programma International military education and training). In Oman, l’attacco cambierà l’approccio del governo alla minaccia del terrorismo all’interno del Paese, data la natura dell’incidente, gli autori e l’obiettivo che è stato scelto. Questo, probabilmente, includerà il rafforzamento del sistema di sicurezza per capire come un complotto di tale portata sia sfuggito ai servizi di intelligence, oltre a una revisione della risposta di sicurezza all’incidente per trarre importanti lezioni per il futuro che dopo quanto accaduto lo scorso 15 luglio è diventato un po’ più complicato anche per l’Oman. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oman-terrorismo-islamico-2668895564.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ci-sta-dicendo-sono-ancora-letale" data-post-id="2668895564" data-published-at="1722854162" data-use-pagination="False"> «Ci sta dicendo: sono ancora letale» Adrian Calamel è un ricercatore presso l’Arabian peninsula institute di Washington. È uno storico del Medio Oriente e studioso di terrorismo. Perché l’Isis ha colpito proprio in Oman? È possibile che stia iniziando una stagione di terrore a Muscat? «Diversi fattori dovrebbero spiegare perché l’Isis ha colpito l’Oman e questo potrebbe essere il segnale di un’ondata di terrore a Muscat. La coalizione globale contro lo Stato islamico è stata attiva per un decennio, degradando le sue capacità, eliminando i leader, rimuovendo il califfato fisico, lasciando il gruppo terroristico senza casa e costringendolo a disperdersi in tutto il mondo. L’Isis vuole dimostrare al mondo di essere ancora rilevante e mantiene la capacità di commettere terrore nella regione. Lo Yemen, vicino dell’Oman, è uno Stato fallito, privo di leggi, devastato da una guerra civile in cui l’Isis ha creato piccole enclavi nella parte orientale, consentendo loro di condurre attacchi transfrontalieri. Lo Stato Islamico ha colto molte opportunità, l’Oman è stato risparmiato dagli attacchi terroristici per decenni e l’antiterrorismo del Sultanato è carente rispetto agli Stati del Golfo che hanno sperimentato il terrorismo per anni». Quanto sono probabili gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar? «Non vedo un mondo in cui l’Isis potrebbe anche solo prendere in considerazione un attacco contro il Qatar, il gruppo terroristico riceve troppo sostegno da Doha. Gli Emirati Arabi Uniti sono certamente a rischio se l’Isis stesse sviluppando un avamposto nel vicino Oman che consentirebbe loro di sferrare attacchi transfrontalieri e anche il vicino Qatar vicino presenta problemi per gli emiratini. L’Arabia Saudita dispone di forti unità antiterrorismo e si trova già in una posizione complicata con gli Huthi e Aqap che collaborano attivamente nello Yemen; gli attacchi potrebbero avvenire nel Regno, ma l’Isis sarebbe un improbabile esecutore». Quali sono i rapporti di forza tra lo Stato islamico e Al Qaeda nel Golfo Persico? Chi è più forte? «Al Qaeda è indubbiamente più forte dell’Isis nel Golfo Persico e in tutto il mondo. La coalizione globale creata dopo aver visto le barbarie commesse dall’Isis ha spostato l’obiettivo da Al Qaeda e le ha permesso di crescere all’ombra delle atrocità dello Stato islamico. Un ultimo dettaglio, ma estremamente importante: Al Qaeda ha definito la Repubblica islamica dell’Iran il suo principale canale di facilitazione, uno sponsor di Stato de facto che l’Isis non possiede. Il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo sostiene Al Qaeda nonostante la stanca narrazione di una divisione tra sunniti e sciiti lo renda impossibile». Possiamo aspettarci l’inizio di operazioni terroristiche su larga scala nel Golfo Persico? «L’attacco terroristico in Oman non deve essere visto come la salva iniziale di una complessa campagna terroristica dell’Isis che ha come obiettivo il Golfo Persico. Se si analizza la mappa del terrore, la minaccia più prossima è rappresentata dall’Isis Khorasan (Iskp). Nell’ultimo anno, la filiale afghana ha compiuto attentati in Russia e nella Repubblica islamica dell’Iran. Il ramo principale ha condotto il jihad nel Sahel e nel Corno d’Africa, con scarsi successi anche in Medio Oriente dopo l’eliminazione del califfato a Mosul e Raqqah». La leadership di Al Qaeda rimane avvolta nel mistero; Saif Al Adel è davvero il leader del gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden? «Già prima della morte di Ayman Al Zawahiri (a Kabul il 31 luglio 2022, ndr), fonti ben posizionate mi avevano riferito che Al Adel sarebbe stato il prossimo in linea di successione quando il primo fosse stato eliminato o fosse morto per cause naturali e non ho motivo di credere che da allora sia cambiato qualcosa. Saif Al Adel ha una forte relazione con la Repubblica islamica iraniana, si è rifugiato a Teheran per due decenni ed è uno stratega del terrorismo globale estremamente capace. Molti credevano che uno dei figli di Osama Bin Laden sarebbe diventato il leader, prima Saad e poi Hamza, ma anche in questo scenario Al Adel sarebbe stato il pianificatore di un progetto nel quale un Bin Laden veniva indicato come leader ma solo a fini propagandistici».
Can Yaman (Ansa)
Secondo quanto riferito dalla Procura di Istanbul, citata da Turkish Minute, le perquisizioni, a cui hanno preso parte circa 100 agenti della sezione antidroga della polizia di Istanbul, con il supporto della gendarmeria, hanno interessato il noto Bebek hotel sul Bosforo e 9 locali notturni, tra cui il Klein Phonix, uno dei locali più alla moda della capitale turca; sarebbero stati effettuati sequestri di cocaina, marijuana, pasticche, residui di sostanze liquide ritenute stupefacenti, un bilancino e munizioni.
Proprio al Bebek hotel secondo Cnn Turk, citata dalla testata online Hurriyet, gli inquirenti sospettavano l’esistenza di una «stanza segreta» nella quale potrebbero essere state realizzate delle registrazioni. Stanza che, a quanto pare, sarebbe stata trovata durante la perquisizione. La stampa locale, che parla di un possibile «livello superiore» dell’indagine, ora si chiede quale fosse la vera funzione di questa presunta stanza, e chi la utilizzasse, avanzando anche il sospetto di possibili video girati per essere successivamente usati a scopo di ricatto. Dietro al fermo del trentaseienne attore, protagonista di fiction e serie tv, ci sarebbe una soffiata.
Secondo quanto riportato da Hurriyet, durante il blitz qualcuno avrebbe segnalato alle forze dell’ordine che Yaman, presente all’interno di uno dei locali controllati (il nome dell’attore non era tra quelli sui mandati), sembra un night club, aveva fatto uso di droga. Durante la successiva perquisizione a Yaman sarebbe stata trovata addosso della sostanza stupefacente. L’attore, che dopo il fermo è stato condotto presso l’Istituto di medicina legale per gli esami del sangue necessari a verificare l’eventuale consumo di droga, è poi stato rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri. Tra i sette fermati dalla polizia turca nell’ambito delle indagini, che riguardano, a vario titolo, le accuse di «possesso di droghe o stimolanti per uso personale», «agevolazione dell’uso di droghe» e «incoraggiamento di una persona alla prostituzione, facilitazione di tale pratica o mediazione o fornitura di un luogo per la prostituzione», oltre a Yaman e alla collega attrice Selen Gorguzel, ci sarebbero anche Ayse Saglam e Ceren Alper, oltre a proprietari di locali, gestori e Youtuber. Al momento non è noto se per le altre persone coinvolte è stato disposto l’arresto o il rilascio come per Yaman. L’indagine, in corso da mesi, è condotta dall’ufficio del procuratore capo di Istanbul attraverso le unità per reati finanziari, narcotraffico e contrabbando e prosegue a ondate: comprende 26 indagati destinatari di ordini di detenzione, ha già portato complessivamente all’incarcerazione di circa 36 persone, nonché a sequestri di beni e alla chiusura temporanea di alcuni locali.
Alcuni indagati risultano latitanti all’estero. L’indagine nella cui rete è finito il protagonista della serie Early Bird era diventata di pubblico dominio lo scorso 5 gennaio con l’arresto di 23 persone a Istanbul, Smirne, ma anche nelle località marittime di Mugla e Denizli. Tra questi l’attore Dogukan Gungor, l’influencer Burak Altindag, la modella e influencer Ceyda Ersoy.
Lo stesso giorno era finito in carcere anche il produttore Muzaffer Yildirim. Quest’ultimo sì, accusato di offrire party privati con tolleranza verso l’uso di droghe. L’uomo è anche il proprietario del Bebek hotel.
Nato a Istanbul nel 1989, Yaman ha un legame profondo con l’Italia fin dalla sua formazione. Il popolare attore si è infatti diplomato al liceo italiano di Istanbul. Un percorso di studi che ha facilitato la parte italiana della sua carriera. Figlio di un avvocato e di una professoressa di lettere, inizialmente segue le orme paterne laureandosi in Giurisprudenza e iniziando per un breve periodo la carriera legale. Ma a 24 anni sceglie la strada della recitazione. La sua carriera decolla nel 2017 con la serie Bitter Sweet - Ingredienti d’amore, ma è con DayDreamer - Le ali del sogno (2018-2019), al fianco di Demet Ozdemir, che la sua popolarità esplode a livello globale, trasformandolo in un sex symbol e facendogli guadagnare il titolo di «Uomo dell’anno» da GQ nel 2019.
Sbarcato in Italia, diventa un volto familiare al grande pubblico. Anche grazie al fidanzamento con la conduttrice di Dazn Diletta Leotta, durata circa un anno, che lo aveva fatto salire agli onori delle cronache rosa. Nel 2021 recita in un celebre spot per la pasta De Cecco diretto da Ferzan Ozpetek, al fianco di Claudia Gerini. La consacrazione nel nostro Paese arriva tra il 2022 e il 2024, quando è co-protagonista con Francesca Chillemi della serie di successo di Canale 5 Viola come il mare, nel ruolo dell’ispettore Francesco Demir.
Il 2025 ha segnato la sua definitiva affermazione con il ruolo da protagonista nella miniserie Il Turco e, soprattutto, nell’ambizioso remake Rai di Sandokan dove ha raccolto la tutt’altro che facile eredità di Kabir Bedi. Una carriera fatta di sole luci, fino alla vicenda delle ultime ore, che a prescindere dalle conseguenze legali (il suo ruolo appare francamente marginale), potrebbe però incidere sulla sua immagine.
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Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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