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2024-08-05
L’Isis terrorizza l’intero Golfo Persico. La strage in Oman «pizzino» ad Al Qaeda
Un immagine diffusa dai social dei tre terroristi che hanno rivendicato l'attacco del 15 luglio 2024 ad una moschea sciita di Muscat
Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.
L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.
L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.
Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.
Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».
L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.
Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.
Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.
Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.
Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.
Petrolio, turismo e fama di paciere. Ma ora il sultanato pensa a blindarsi
Il Paese produttore di petrolio è uno dei più stabili del Medio Oriente e sta diventando una destinazione turistica regionale emergente poiché il governo promuove il settore per diversificare la propria economia allontanandosi dagli idrocarburi.
Nel 2022 il prodotto interno lordo dell’Oman è stato di 114,7 miliardi di dollari, l’economia omanita ha registrato una crescita del 4,3% nel 2022 ma si è ridotta all’1,2% nel 2023 a causa del taglio della produzione petrolifera deciso nell’ambito dell’Opec+. Per il 2024, secondo quanto scrive l’Osservatorio economico della Farnesina, si prevede una crescita del 2,7% sostenuta anche dal contributo del settore non-oil (secondo le stime del Fondo monetario internazionale di giugno 2023). L’inflazione resta bassa, attestandosi all’1,1% nel primo quadrimestre del 2023, rispetto al 2,8% del 2022. A differenza del resto degli Stati del Golfo governati dai sunniti, l’Oman segue la setta ibadita dell’islam, ma ha una considerevole popolazione sunnita e una piccola ma influente minoranza sciita.
I leader religiosi e politici spesso sottolineano l’armonia settaria e la tolleranza religiosa come chiave per la stabilità dell’Oman. Circa il 57% della popolazione del Paese, di cinque milioni di persone, sono espatriati, molti sono indù o cristiani. Il motivo principale per cui l’Oman non è mai stato oggetto di attacchi jihadisti è che pochissimi cittadini omaniti hanno partecipato a movimenti terroristi. La maggior parte della popolazione del sultanato segue l’ibadismo, un ramo dell’islam che non mira al controllo del governo panislamico, diversamente da alcune fazioni sunnite e sciite. I primi casi noti di coinvolgimento jihadista riguardano Abu Ubaydah Al Omani e Abu Hamza Al Omani, due cittadini omaniti che si unirono ad Al Qaeda in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Combatterono lì fino a quando non furono uccisi, ricevendo successivamente elogi da Al Qaeda in un video pubblicato nell’agosto 2012. Da allora non si ha notizia di jihadisti provenienti dall’Oman.
Il sultanato dell’Oman oggi è guidato dal sovrano Haytham Bin Tariq Al Sa’id che è succeduto al cugino Qabus Bin Said Al Said (che non aveva figli), amatissimo dalla popolazione, che è morto il 10 gennaio 2020 a 79 anni, dopo una lunga malattia. Sovrano illuminato, è stato il monarca più longevo del Medio Oriente: dopo aver preso il potere con un colpo di Stato nel 1970, ha riportato il sultanato alla modernità, bilanciando al contempo i rapporti diplomatici tra gli avversari Iran e Stati Uniti. Il sultano, che aveva studiato in Gran Bretagna, trasformò una nazione che, al momento della sua ascesa al trono, contava solo tre scuole e aveva severe leggi che vietavano l’elettricità, la radio, gli occhiali e persino gli ombrelli.
Durante il suo regno, l’Oman divenne noto come una meta turistica accogliente e un interlocutore chiave in Medio Oriente, aiutando gli Stati Uniti a liberare prigionieri in Iran e Yemen e ospitando visite di funzionari israeliani pur essendo a favore della nascita di uno Stato palestinese. Oggi l’Oman può guardare al recente passato come a un periodo di notevoli risultati economici. In linea con le priorità nazionali, il decimo Piano di sviluppo quinquennale e gli ambiziosi obiettivi di «Oman Vision 2040», il Paese nel 2023 è stato testimone di un anno di crescita e progressi significativi, che hanno rafforzato le prestazioni dell’economia omanita e migliorato la vita dei suoi cittadini. Nel dicembre 2023 Nasser Bin Rashid Al Maawali, sottosegretario del ministero dell’Economia, ha sottolineato gli indicatori economici positivi che dipingono un quadro promettente per il futuro: «L’economia omanita conclude l’anno con un miglioramento qualitativo e indicatori rassicuranti», ha dichiarato, attribuendo questo successo a politiche economiche e finanziarie efficaci.
Nonostante i pochi legami della cittadinanza con il jihadismo, il governo dell’Oman è fortemente impegnato negli sforzi antiterrorismo internazionali, facendo parte della coalizione globale anti Isis e della Coalizione militare islamica contro il terrorismo (Imctc) guidata dall’Arabia Saudita. Tuttavia, generalmente preferisce operare dietro le quinte per mantenere un’apparenza di neutralità per il suo frequente ruolo di mediatore regionale. L’Oman dispone anche di varie agenzie antiterrorismo proprie, come le forze speciali del sultano e la forza speciale della polizia reale dell’Oman.
Nell’ambito dei loro stretti rapporti politici e di difesa, i funzionari degli Stati Uniti e dell’Oman conducono regolari discussioni bilaterali sulla lotta all’estremismo violento. Gli Stati Uniti forniscono anche un’assistenza significativa per la sicurezza delle frontiere a Muscat, insieme a piccole sovvenzioni dal programma Nonproliferation, anti-terrorism, demining, and related programs (Nadr) del dipartimento di Stato. Tuttavia, la richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2025 dell’amministrazione Biden prevede l’eliminazione dei finanziamenti Nadr e una riduzione dell’assistenza complessiva degli Stati Uniti a Muscat (sebbene sia previsto un leggero aumento dei fondi per il programma International military education and training).
In Oman, l’attacco cambierà l’approccio del governo alla minaccia del terrorismo all’interno del Paese, data la natura dell’incidente, gli autori e l’obiettivo che è stato scelto. Questo, probabilmente, includerà il rafforzamento del sistema di sicurezza per capire come un complotto di tale portata sia sfuggito ai servizi di intelligence, oltre a una revisione della risposta di sicurezza all’incidente per trarre importanti lezioni per il futuro che dopo quanto accaduto lo scorso 15 luglio è diventato un po’ più complicato anche per l’Oman.
«Ci sta dicendo: sono ancora letale»
Adrian Calamel è un ricercatore presso l’Arabian peninsula institute di Washington. È uno storico del Medio Oriente e studioso di terrorismo.
Perché l’Isis ha colpito proprio in Oman? È possibile che stia iniziando una stagione di terrore a Muscat?
«Diversi fattori dovrebbero spiegare perché l’Isis ha colpito l’Oman e questo potrebbe essere il segnale di un’ondata di terrore a Muscat. La coalizione globale contro lo Stato islamico è stata attiva per un decennio, degradando le sue capacità, eliminando i leader, rimuovendo il califfato fisico, lasciando il gruppo terroristico senza casa e costringendolo a disperdersi in tutto il mondo. L’Isis vuole dimostrare al mondo di essere ancora rilevante e mantiene la capacità di commettere terrore nella regione. Lo Yemen, vicino dell’Oman, è uno Stato fallito, privo di leggi, devastato da una guerra civile in cui l’Isis ha creato piccole enclavi nella parte orientale, consentendo loro di condurre attacchi transfrontalieri. Lo Stato Islamico ha colto molte opportunità, l’Oman è stato risparmiato dagli attacchi terroristici per decenni e l’antiterrorismo del Sultanato è carente rispetto agli Stati del Golfo che hanno sperimentato il terrorismo per anni».
Quanto sono probabili gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar?
«Non vedo un mondo in cui l’Isis potrebbe anche solo prendere in considerazione un attacco contro il Qatar, il gruppo terroristico riceve troppo sostegno da Doha. Gli Emirati Arabi Uniti sono certamente a rischio se l’Isis stesse sviluppando un avamposto nel vicino Oman che consentirebbe loro di sferrare attacchi transfrontalieri e anche il vicino Qatar vicino presenta problemi per gli emiratini. L’Arabia Saudita dispone di forti unità antiterrorismo e si trova già in una posizione complicata con gli Huthi e Aqap che collaborano attivamente nello Yemen; gli attacchi potrebbero avvenire nel Regno, ma l’Isis sarebbe un improbabile esecutore».
Quali sono i rapporti di forza tra lo Stato islamico e Al Qaeda nel Golfo Persico? Chi è più forte?
«Al Qaeda è indubbiamente più forte dell’Isis nel Golfo Persico e in tutto il mondo. La coalizione globale creata dopo aver visto le barbarie commesse dall’Isis ha spostato l’obiettivo da Al Qaeda e le ha permesso di crescere all’ombra delle atrocità dello Stato islamico. Un ultimo dettaglio, ma estremamente importante: Al Qaeda ha definito la Repubblica islamica dell’Iran il suo principale canale di facilitazione, uno sponsor di Stato de facto che l’Isis non possiede. Il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo sostiene Al Qaeda nonostante la stanca narrazione di una divisione tra sunniti e sciiti lo renda impossibile».
Possiamo aspettarci l’inizio di operazioni terroristiche su larga scala nel Golfo Persico?
«L’attacco terroristico in Oman non deve essere visto come la salva iniziale di una complessa campagna terroristica dell’Isis che ha come obiettivo il Golfo Persico. Se si analizza la mappa del terrore, la minaccia più prossima è rappresentata dall’Isis Khorasan (Iskp). Nell’ultimo anno, la filiale afghana ha compiuto attentati in Russia e nella Repubblica islamica dell’Iran. Il ramo principale ha condotto il jihad nel Sahel e nel Corno d’Africa, con scarsi successi anche in Medio Oriente dopo l’eliminazione del califfato a Mosul e Raqqah».
La leadership di Al Qaeda rimane avvolta nel mistero; Saif Al Adel è davvero il leader del gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden?
«Già prima della morte di Ayman Al Zawahiri (a Kabul il 31 luglio 2022, ndr), fonti ben posizionate mi avevano riferito che Al Adel sarebbe stato il prossimo in linea di successione quando il primo fosse stato eliminato o fosse morto per cause naturali e non ho motivo di credere che da allora sia cambiato qualcosa. Saif Al Adel ha una forte relazione con la Repubblica islamica iraniana, si è rifugiato a Teheran per due decenni ed è uno stratega del terrorismo globale estremamente capace. Molti credevano che uno dei figli di Osama Bin Laden sarebbe diventato il leader, prima Saad e poi Hamza, ma anche in questo scenario Al Adel sarebbe stato il pianificatore di un progetto nel quale un Bin Laden veniva indicato come leader ma solo a fini propagandistici».
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Lo Stato islamico ha rivendicato la carneficina in una moschea sciita a Muscat. Lanciando la lotta per la supremazia nell’area.Uno dei Paesi più stabili del Medio Oriente ha paura degli attacchi kamikaze. Che rischiano di vanificare una crescita iniziata negli anni Settanta e sostenuta dall’assenza di legami della popolazione con il jihad.Lo studioso statunitense Adrian Calamel: «L’organizzazione fondata da Bin Laden ha maggiore forza e può contare sull’Iran. Ma la cellula afgana del califfato è più pericolosa».Lo speciale contiene tre articoli.Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oman-terrorismo-islamico-2668895564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="petrolio-turismo-e-fama-di-paciere-ma-ora-il-sultanato-pensa-a-blindarsi" data-post-id="2668895564" data-published-at="1722854162" data-use-pagination="False"> Petrolio, turismo e fama di paciere. 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A differenza del resto degli Stati del Golfo governati dai sunniti, l’Oman segue la setta ibadita dell’islam, ma ha una considerevole popolazione sunnita e una piccola ma influente minoranza sciita. I leader religiosi e politici spesso sottolineano l’armonia settaria e la tolleranza religiosa come chiave per la stabilità dell’Oman. Circa il 57% della popolazione del Paese, di cinque milioni di persone, sono espatriati, molti sono indù o cristiani. Il motivo principale per cui l’Oman non è mai stato oggetto di attacchi jihadisti è che pochissimi cittadini omaniti hanno partecipato a movimenti terroristi. La maggior parte della popolazione del sultanato segue l’ibadismo, un ramo dell’islam che non mira al controllo del governo panislamico, diversamente da alcune fazioni sunnite e sciite. I primi casi noti di coinvolgimento jihadista riguardano Abu Ubaydah Al Omani e Abu Hamza Al Omani, due cittadini omaniti che si unirono ad Al Qaeda in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Combatterono lì fino a quando non furono uccisi, ricevendo successivamente elogi da Al Qaeda in un video pubblicato nell’agosto 2012. Da allora non si ha notizia di jihadisti provenienti dall’Oman. Il sultanato dell’Oman oggi è guidato dal sovrano Haytham Bin Tariq Al Sa’id che è succeduto al cugino Qabus Bin Said Al Said (che non aveva figli), amatissimo dalla popolazione, che è morto il 10 gennaio 2020 a 79 anni, dopo una lunga malattia. Sovrano illuminato, è stato il monarca più longevo del Medio Oriente: dopo aver preso il potere con un colpo di Stato nel 1970, ha riportato il sultanato alla modernità, bilanciando al contempo i rapporti diplomatici tra gli avversari Iran e Stati Uniti. Il sultano, che aveva studiato in Gran Bretagna, trasformò una nazione che, al momento della sua ascesa al trono, contava solo tre scuole e aveva severe leggi che vietavano l’elettricità, la radio, gli occhiali e persino gli ombrelli. Durante il suo regno, l’Oman divenne noto come una meta turistica accogliente e un interlocutore chiave in Medio Oriente, aiutando gli Stati Uniti a liberare prigionieri in Iran e Yemen e ospitando visite di funzionari israeliani pur essendo a favore della nascita di uno Stato palestinese. Oggi l’Oman può guardare al recente passato come a un periodo di notevoli risultati economici. In linea con le priorità nazionali, il decimo Piano di sviluppo quinquennale e gli ambiziosi obiettivi di «Oman Vision 2040», il Paese nel 2023 è stato testimone di un anno di crescita e progressi significativi, che hanno rafforzato le prestazioni dell’economia omanita e migliorato la vita dei suoi cittadini. Nel dicembre 2023 Nasser Bin Rashid Al Maawali, sottosegretario del ministero dell’Economia, ha sottolineato gli indicatori economici positivi che dipingono un quadro promettente per il futuro: «L’economia omanita conclude l’anno con un miglioramento qualitativo e indicatori rassicuranti», ha dichiarato, attribuendo questo successo a politiche economiche e finanziarie efficaci. Nonostante i pochi legami della cittadinanza con il jihadismo, il governo dell’Oman è fortemente impegnato negli sforzi antiterrorismo internazionali, facendo parte della coalizione globale anti Isis e della Coalizione militare islamica contro il terrorismo (Imctc) guidata dall’Arabia Saudita. Tuttavia, generalmente preferisce operare dietro le quinte per mantenere un’apparenza di neutralità per il suo frequente ruolo di mediatore regionale. L’Oman dispone anche di varie agenzie antiterrorismo proprie, come le forze speciali del sultano e la forza speciale della polizia reale dell’Oman. Nell’ambito dei loro stretti rapporti politici e di difesa, i funzionari degli Stati Uniti e dell’Oman conducono regolari discussioni bilaterali sulla lotta all’estremismo violento. Gli Stati Uniti forniscono anche un’assistenza significativa per la sicurezza delle frontiere a Muscat, insieme a piccole sovvenzioni dal programma Nonproliferation, anti-terrorism, demining, and related programs (Nadr) del dipartimento di Stato. Tuttavia, la richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2025 dell’amministrazione Biden prevede l’eliminazione dei finanziamenti Nadr e una riduzione dell’assistenza complessiva degli Stati Uniti a Muscat (sebbene sia previsto un leggero aumento dei fondi per il programma International military education and training). In Oman, l’attacco cambierà l’approccio del governo alla minaccia del terrorismo all’interno del Paese, data la natura dell’incidente, gli autori e l’obiettivo che è stato scelto. Questo, probabilmente, includerà il rafforzamento del sistema di sicurezza per capire come un complotto di tale portata sia sfuggito ai servizi di intelligence, oltre a una revisione della risposta di sicurezza all’incidente per trarre importanti lezioni per il futuro che dopo quanto accaduto lo scorso 15 luglio è diventato un po’ più complicato anche per l’Oman. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oman-terrorismo-islamico-2668895564.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ci-sta-dicendo-sono-ancora-letale" data-post-id="2668895564" data-published-at="1722854162" data-use-pagination="False"> «Ci sta dicendo: sono ancora letale» Adrian Calamel è un ricercatore presso l’Arabian peninsula institute di Washington. È uno storico del Medio Oriente e studioso di terrorismo. Perché l’Isis ha colpito proprio in Oman? È possibile che stia iniziando una stagione di terrore a Muscat? «Diversi fattori dovrebbero spiegare perché l’Isis ha colpito l’Oman e questo potrebbe essere il segnale di un’ondata di terrore a Muscat. La coalizione globale contro lo Stato islamico è stata attiva per un decennio, degradando le sue capacità, eliminando i leader, rimuovendo il califfato fisico, lasciando il gruppo terroristico senza casa e costringendolo a disperdersi in tutto il mondo. L’Isis vuole dimostrare al mondo di essere ancora rilevante e mantiene la capacità di commettere terrore nella regione. Lo Yemen, vicino dell’Oman, è uno Stato fallito, privo di leggi, devastato da una guerra civile in cui l’Isis ha creato piccole enclavi nella parte orientale, consentendo loro di condurre attacchi transfrontalieri. Lo Stato Islamico ha colto molte opportunità, l’Oman è stato risparmiato dagli attacchi terroristici per decenni e l’antiterrorismo del Sultanato è carente rispetto agli Stati del Golfo che hanno sperimentato il terrorismo per anni». Quanto sono probabili gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar? «Non vedo un mondo in cui l’Isis potrebbe anche solo prendere in considerazione un attacco contro il Qatar, il gruppo terroristico riceve troppo sostegno da Doha. Gli Emirati Arabi Uniti sono certamente a rischio se l’Isis stesse sviluppando un avamposto nel vicino Oman che consentirebbe loro di sferrare attacchi transfrontalieri e anche il vicino Qatar vicino presenta problemi per gli emiratini. L’Arabia Saudita dispone di forti unità antiterrorismo e si trova già in una posizione complicata con gli Huthi e Aqap che collaborano attivamente nello Yemen; gli attacchi potrebbero avvenire nel Regno, ma l’Isis sarebbe un improbabile esecutore». Quali sono i rapporti di forza tra lo Stato islamico e Al Qaeda nel Golfo Persico? Chi è più forte? «Al Qaeda è indubbiamente più forte dell’Isis nel Golfo Persico e in tutto il mondo. La coalizione globale creata dopo aver visto le barbarie commesse dall’Isis ha spostato l’obiettivo da Al Qaeda e le ha permesso di crescere all’ombra delle atrocità dello Stato islamico. Un ultimo dettaglio, ma estremamente importante: Al Qaeda ha definito la Repubblica islamica dell’Iran il suo principale canale di facilitazione, uno sponsor di Stato de facto che l’Isis non possiede. Il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo sostiene Al Qaeda nonostante la stanca narrazione di una divisione tra sunniti e sciiti lo renda impossibile». Possiamo aspettarci l’inizio di operazioni terroristiche su larga scala nel Golfo Persico? «L’attacco terroristico in Oman non deve essere visto come la salva iniziale di una complessa campagna terroristica dell’Isis che ha come obiettivo il Golfo Persico. Se si analizza la mappa del terrore, la minaccia più prossima è rappresentata dall’Isis Khorasan (Iskp). Nell’ultimo anno, la filiale afghana ha compiuto attentati in Russia e nella Repubblica islamica dell’Iran. Il ramo principale ha condotto il jihad nel Sahel e nel Corno d’Africa, con scarsi successi anche in Medio Oriente dopo l’eliminazione del califfato a Mosul e Raqqah». La leadership di Al Qaeda rimane avvolta nel mistero; Saif Al Adel è davvero il leader del gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden? «Già prima della morte di Ayman Al Zawahiri (a Kabul il 31 luglio 2022, ndr), fonti ben posizionate mi avevano riferito che Al Adel sarebbe stato il prossimo in linea di successione quando il primo fosse stato eliminato o fosse morto per cause naturali e non ho motivo di credere che da allora sia cambiato qualcosa. Saif Al Adel ha una forte relazione con la Repubblica islamica iraniana, si è rifugiato a Teheran per due decenni ed è uno stratega del terrorismo globale estremamente capace. Molti credevano che uno dei figli di Osama Bin Laden sarebbe diventato il leader, prima Saad e poi Hamza, ma anche in questo scenario Al Adel sarebbe stato il pianificatore di un progetto nel quale un Bin Laden veniva indicato come leader ma solo a fini propagandistici».
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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