True
2024-08-05
L’Isis terrorizza l’intero Golfo Persico. La strage in Oman «pizzino» ad Al Qaeda
Un immagine diffusa dai social dei tre terroristi che hanno rivendicato l'attacco del 15 luglio 2024 ad una moschea sciita di Muscat
Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.
L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.
L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.
Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.
Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».
L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.
Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.
Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.
Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.
Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.
Petrolio, turismo e fama di paciere. Ma ora il sultanato pensa a blindarsi
Il Paese produttore di petrolio è uno dei più stabili del Medio Oriente e sta diventando una destinazione turistica regionale emergente poiché il governo promuove il settore per diversificare la propria economia allontanandosi dagli idrocarburi.
Nel 2022 il prodotto interno lordo dell’Oman è stato di 114,7 miliardi di dollari, l’economia omanita ha registrato una crescita del 4,3% nel 2022 ma si è ridotta all’1,2% nel 2023 a causa del taglio della produzione petrolifera deciso nell’ambito dell’Opec+. Per il 2024, secondo quanto scrive l’Osservatorio economico della Farnesina, si prevede una crescita del 2,7% sostenuta anche dal contributo del settore non-oil (secondo le stime del Fondo monetario internazionale di giugno 2023). L’inflazione resta bassa, attestandosi all’1,1% nel primo quadrimestre del 2023, rispetto al 2,8% del 2022. A differenza del resto degli Stati del Golfo governati dai sunniti, l’Oman segue la setta ibadita dell’islam, ma ha una considerevole popolazione sunnita e una piccola ma influente minoranza sciita.
I leader religiosi e politici spesso sottolineano l’armonia settaria e la tolleranza religiosa come chiave per la stabilità dell’Oman. Circa il 57% della popolazione del Paese, di cinque milioni di persone, sono espatriati, molti sono indù o cristiani. Il motivo principale per cui l’Oman non è mai stato oggetto di attacchi jihadisti è che pochissimi cittadini omaniti hanno partecipato a movimenti terroristi. La maggior parte della popolazione del sultanato segue l’ibadismo, un ramo dell’islam che non mira al controllo del governo panislamico, diversamente da alcune fazioni sunnite e sciite. I primi casi noti di coinvolgimento jihadista riguardano Abu Ubaydah Al Omani e Abu Hamza Al Omani, due cittadini omaniti che si unirono ad Al Qaeda in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Combatterono lì fino a quando non furono uccisi, ricevendo successivamente elogi da Al Qaeda in un video pubblicato nell’agosto 2012. Da allora non si ha notizia di jihadisti provenienti dall’Oman.
Il sultanato dell’Oman oggi è guidato dal sovrano Haytham Bin Tariq Al Sa’id che è succeduto al cugino Qabus Bin Said Al Said (che non aveva figli), amatissimo dalla popolazione, che è morto il 10 gennaio 2020 a 79 anni, dopo una lunga malattia. Sovrano illuminato, è stato il monarca più longevo del Medio Oriente: dopo aver preso il potere con un colpo di Stato nel 1970, ha riportato il sultanato alla modernità, bilanciando al contempo i rapporti diplomatici tra gli avversari Iran e Stati Uniti. Il sultano, che aveva studiato in Gran Bretagna, trasformò una nazione che, al momento della sua ascesa al trono, contava solo tre scuole e aveva severe leggi che vietavano l’elettricità, la radio, gli occhiali e persino gli ombrelli.
Durante il suo regno, l’Oman divenne noto come una meta turistica accogliente e un interlocutore chiave in Medio Oriente, aiutando gli Stati Uniti a liberare prigionieri in Iran e Yemen e ospitando visite di funzionari israeliani pur essendo a favore della nascita di uno Stato palestinese. Oggi l’Oman può guardare al recente passato come a un periodo di notevoli risultati economici. In linea con le priorità nazionali, il decimo Piano di sviluppo quinquennale e gli ambiziosi obiettivi di «Oman Vision 2040», il Paese nel 2023 è stato testimone di un anno di crescita e progressi significativi, che hanno rafforzato le prestazioni dell’economia omanita e migliorato la vita dei suoi cittadini. Nel dicembre 2023 Nasser Bin Rashid Al Maawali, sottosegretario del ministero dell’Economia, ha sottolineato gli indicatori economici positivi che dipingono un quadro promettente per il futuro: «L’economia omanita conclude l’anno con un miglioramento qualitativo e indicatori rassicuranti», ha dichiarato, attribuendo questo successo a politiche economiche e finanziarie efficaci.
Nonostante i pochi legami della cittadinanza con il jihadismo, il governo dell’Oman è fortemente impegnato negli sforzi antiterrorismo internazionali, facendo parte della coalizione globale anti Isis e della Coalizione militare islamica contro il terrorismo (Imctc) guidata dall’Arabia Saudita. Tuttavia, generalmente preferisce operare dietro le quinte per mantenere un’apparenza di neutralità per il suo frequente ruolo di mediatore regionale. L’Oman dispone anche di varie agenzie antiterrorismo proprie, come le forze speciali del sultano e la forza speciale della polizia reale dell’Oman.
Nell’ambito dei loro stretti rapporti politici e di difesa, i funzionari degli Stati Uniti e dell’Oman conducono regolari discussioni bilaterali sulla lotta all’estremismo violento. Gli Stati Uniti forniscono anche un’assistenza significativa per la sicurezza delle frontiere a Muscat, insieme a piccole sovvenzioni dal programma Nonproliferation, anti-terrorism, demining, and related programs (Nadr) del dipartimento di Stato. Tuttavia, la richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2025 dell’amministrazione Biden prevede l’eliminazione dei finanziamenti Nadr e una riduzione dell’assistenza complessiva degli Stati Uniti a Muscat (sebbene sia previsto un leggero aumento dei fondi per il programma International military education and training).
In Oman, l’attacco cambierà l’approccio del governo alla minaccia del terrorismo all’interno del Paese, data la natura dell’incidente, gli autori e l’obiettivo che è stato scelto. Questo, probabilmente, includerà il rafforzamento del sistema di sicurezza per capire come un complotto di tale portata sia sfuggito ai servizi di intelligence, oltre a una revisione della risposta di sicurezza all’incidente per trarre importanti lezioni per il futuro che dopo quanto accaduto lo scorso 15 luglio è diventato un po’ più complicato anche per l’Oman.
«Ci sta dicendo: sono ancora letale»
Adrian Calamel è un ricercatore presso l’Arabian peninsula institute di Washington. È uno storico del Medio Oriente e studioso di terrorismo.
Perché l’Isis ha colpito proprio in Oman? È possibile che stia iniziando una stagione di terrore a Muscat?
«Diversi fattori dovrebbero spiegare perché l’Isis ha colpito l’Oman e questo potrebbe essere il segnale di un’ondata di terrore a Muscat. La coalizione globale contro lo Stato islamico è stata attiva per un decennio, degradando le sue capacità, eliminando i leader, rimuovendo il califfato fisico, lasciando il gruppo terroristico senza casa e costringendolo a disperdersi in tutto il mondo. L’Isis vuole dimostrare al mondo di essere ancora rilevante e mantiene la capacità di commettere terrore nella regione. Lo Yemen, vicino dell’Oman, è uno Stato fallito, privo di leggi, devastato da una guerra civile in cui l’Isis ha creato piccole enclavi nella parte orientale, consentendo loro di condurre attacchi transfrontalieri. Lo Stato Islamico ha colto molte opportunità, l’Oman è stato risparmiato dagli attacchi terroristici per decenni e l’antiterrorismo del Sultanato è carente rispetto agli Stati del Golfo che hanno sperimentato il terrorismo per anni».
Quanto sono probabili gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar?
«Non vedo un mondo in cui l’Isis potrebbe anche solo prendere in considerazione un attacco contro il Qatar, il gruppo terroristico riceve troppo sostegno da Doha. Gli Emirati Arabi Uniti sono certamente a rischio se l’Isis stesse sviluppando un avamposto nel vicino Oman che consentirebbe loro di sferrare attacchi transfrontalieri e anche il vicino Qatar vicino presenta problemi per gli emiratini. L’Arabia Saudita dispone di forti unità antiterrorismo e si trova già in una posizione complicata con gli Huthi e Aqap che collaborano attivamente nello Yemen; gli attacchi potrebbero avvenire nel Regno, ma l’Isis sarebbe un improbabile esecutore».
Quali sono i rapporti di forza tra lo Stato islamico e Al Qaeda nel Golfo Persico? Chi è più forte?
«Al Qaeda è indubbiamente più forte dell’Isis nel Golfo Persico e in tutto il mondo. La coalizione globale creata dopo aver visto le barbarie commesse dall’Isis ha spostato l’obiettivo da Al Qaeda e le ha permesso di crescere all’ombra delle atrocità dello Stato islamico. Un ultimo dettaglio, ma estremamente importante: Al Qaeda ha definito la Repubblica islamica dell’Iran il suo principale canale di facilitazione, uno sponsor di Stato de facto che l’Isis non possiede. Il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo sostiene Al Qaeda nonostante la stanca narrazione di una divisione tra sunniti e sciiti lo renda impossibile».
Possiamo aspettarci l’inizio di operazioni terroristiche su larga scala nel Golfo Persico?
«L’attacco terroristico in Oman non deve essere visto come la salva iniziale di una complessa campagna terroristica dell’Isis che ha come obiettivo il Golfo Persico. Se si analizza la mappa del terrore, la minaccia più prossima è rappresentata dall’Isis Khorasan (Iskp). Nell’ultimo anno, la filiale afghana ha compiuto attentati in Russia e nella Repubblica islamica dell’Iran. Il ramo principale ha condotto il jihad nel Sahel e nel Corno d’Africa, con scarsi successi anche in Medio Oriente dopo l’eliminazione del califfato a Mosul e Raqqah».
La leadership di Al Qaeda rimane avvolta nel mistero; Saif Al Adel è davvero il leader del gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden?
«Già prima della morte di Ayman Al Zawahiri (a Kabul il 31 luglio 2022, ndr), fonti ben posizionate mi avevano riferito che Al Adel sarebbe stato il prossimo in linea di successione quando il primo fosse stato eliminato o fosse morto per cause naturali e non ho motivo di credere che da allora sia cambiato qualcosa. Saif Al Adel ha una forte relazione con la Repubblica islamica iraniana, si è rifugiato a Teheran per due decenni ed è uno stratega del terrorismo globale estremamente capace. Molti credevano che uno dei figli di Osama Bin Laden sarebbe diventato il leader, prima Saad e poi Hamza, ma anche in questo scenario Al Adel sarebbe stato il pianificatore di un progetto nel quale un Bin Laden veniva indicato come leader ma solo a fini propagandistici».
Continua a leggereRiduci
Lo Stato islamico ha rivendicato la carneficina in una moschea sciita a Muscat. Lanciando la lotta per la supremazia nell’area.Uno dei Paesi più stabili del Medio Oriente ha paura degli attacchi kamikaze. Che rischiano di vanificare una crescita iniziata negli anni Settanta e sostenuta dall’assenza di legami della popolazione con il jihad.Lo studioso statunitense Adrian Calamel: «L’organizzazione fondata da Bin Laden ha maggiore forza e può contare sull’Iran. Ma la cellula afgana del califfato è più pericolosa».Lo speciale contiene tre articoli.Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oman-terrorismo-islamico-2668895564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="petrolio-turismo-e-fama-di-paciere-ma-ora-il-sultanato-pensa-a-blindarsi" data-post-id="2668895564" data-published-at="1722854162" data-use-pagination="False"> Petrolio, turismo e fama di paciere. Ma ora il sultanato pensa a blindarsi Il Paese produttore di petrolio è uno dei più stabili del Medio Oriente e sta diventando una destinazione turistica regionale emergente poiché il governo promuove il settore per diversificare la propria economia allontanandosi dagli idrocarburi. Nel 2022 il prodotto interno lordo dell’Oman è stato di 114,7 miliardi di dollari, l’economia omanita ha registrato una crescita del 4,3% nel 2022 ma si è ridotta all’1,2% nel 2023 a causa del taglio della produzione petrolifera deciso nell’ambito dell’Opec+. Per il 2024, secondo quanto scrive l’Osservatorio economico della Farnesina, si prevede una crescita del 2,7% sostenuta anche dal contributo del settore non-oil (secondo le stime del Fondo monetario internazionale di giugno 2023). L’inflazione resta bassa, attestandosi all’1,1% nel primo quadrimestre del 2023, rispetto al 2,8% del 2022. A differenza del resto degli Stati del Golfo governati dai sunniti, l’Oman segue la setta ibadita dell’islam, ma ha una considerevole popolazione sunnita e una piccola ma influente minoranza sciita. I leader religiosi e politici spesso sottolineano l’armonia settaria e la tolleranza religiosa come chiave per la stabilità dell’Oman. Circa il 57% della popolazione del Paese, di cinque milioni di persone, sono espatriati, molti sono indù o cristiani. Il motivo principale per cui l’Oman non è mai stato oggetto di attacchi jihadisti è che pochissimi cittadini omaniti hanno partecipato a movimenti terroristi. La maggior parte della popolazione del sultanato segue l’ibadismo, un ramo dell’islam che non mira al controllo del governo panislamico, diversamente da alcune fazioni sunnite e sciite. I primi casi noti di coinvolgimento jihadista riguardano Abu Ubaydah Al Omani e Abu Hamza Al Omani, due cittadini omaniti che si unirono ad Al Qaeda in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Combatterono lì fino a quando non furono uccisi, ricevendo successivamente elogi da Al Qaeda in un video pubblicato nell’agosto 2012. Da allora non si ha notizia di jihadisti provenienti dall’Oman. Il sultanato dell’Oman oggi è guidato dal sovrano Haytham Bin Tariq Al Sa’id che è succeduto al cugino Qabus Bin Said Al Said (che non aveva figli), amatissimo dalla popolazione, che è morto il 10 gennaio 2020 a 79 anni, dopo una lunga malattia. Sovrano illuminato, è stato il monarca più longevo del Medio Oriente: dopo aver preso il potere con un colpo di Stato nel 1970, ha riportato il sultanato alla modernità, bilanciando al contempo i rapporti diplomatici tra gli avversari Iran e Stati Uniti. Il sultano, che aveva studiato in Gran Bretagna, trasformò una nazione che, al momento della sua ascesa al trono, contava solo tre scuole e aveva severe leggi che vietavano l’elettricità, la radio, gli occhiali e persino gli ombrelli. Durante il suo regno, l’Oman divenne noto come una meta turistica accogliente e un interlocutore chiave in Medio Oriente, aiutando gli Stati Uniti a liberare prigionieri in Iran e Yemen e ospitando visite di funzionari israeliani pur essendo a favore della nascita di uno Stato palestinese. Oggi l’Oman può guardare al recente passato come a un periodo di notevoli risultati economici. In linea con le priorità nazionali, il decimo Piano di sviluppo quinquennale e gli ambiziosi obiettivi di «Oman Vision 2040», il Paese nel 2023 è stato testimone di un anno di crescita e progressi significativi, che hanno rafforzato le prestazioni dell’economia omanita e migliorato la vita dei suoi cittadini. Nel dicembre 2023 Nasser Bin Rashid Al Maawali, sottosegretario del ministero dell’Economia, ha sottolineato gli indicatori economici positivi che dipingono un quadro promettente per il futuro: «L’economia omanita conclude l’anno con un miglioramento qualitativo e indicatori rassicuranti», ha dichiarato, attribuendo questo successo a politiche economiche e finanziarie efficaci. Nonostante i pochi legami della cittadinanza con il jihadismo, il governo dell’Oman è fortemente impegnato negli sforzi antiterrorismo internazionali, facendo parte della coalizione globale anti Isis e della Coalizione militare islamica contro il terrorismo (Imctc) guidata dall’Arabia Saudita. Tuttavia, generalmente preferisce operare dietro le quinte per mantenere un’apparenza di neutralità per il suo frequente ruolo di mediatore regionale. L’Oman dispone anche di varie agenzie antiterrorismo proprie, come le forze speciali del sultano e la forza speciale della polizia reale dell’Oman. Nell’ambito dei loro stretti rapporti politici e di difesa, i funzionari degli Stati Uniti e dell’Oman conducono regolari discussioni bilaterali sulla lotta all’estremismo violento. Gli Stati Uniti forniscono anche un’assistenza significativa per la sicurezza delle frontiere a Muscat, insieme a piccole sovvenzioni dal programma Nonproliferation, anti-terrorism, demining, and related programs (Nadr) del dipartimento di Stato. Tuttavia, la richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2025 dell’amministrazione Biden prevede l’eliminazione dei finanziamenti Nadr e una riduzione dell’assistenza complessiva degli Stati Uniti a Muscat (sebbene sia previsto un leggero aumento dei fondi per il programma International military education and training). In Oman, l’attacco cambierà l’approccio del governo alla minaccia del terrorismo all’interno del Paese, data la natura dell’incidente, gli autori e l’obiettivo che è stato scelto. Questo, probabilmente, includerà il rafforzamento del sistema di sicurezza per capire come un complotto di tale portata sia sfuggito ai servizi di intelligence, oltre a una revisione della risposta di sicurezza all’incidente per trarre importanti lezioni per il futuro che dopo quanto accaduto lo scorso 15 luglio è diventato un po’ più complicato anche per l’Oman. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oman-terrorismo-islamico-2668895564.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ci-sta-dicendo-sono-ancora-letale" data-post-id="2668895564" data-published-at="1722854162" data-use-pagination="False"> «Ci sta dicendo: sono ancora letale» Adrian Calamel è un ricercatore presso l’Arabian peninsula institute di Washington. È uno storico del Medio Oriente e studioso di terrorismo. Perché l’Isis ha colpito proprio in Oman? È possibile che stia iniziando una stagione di terrore a Muscat? «Diversi fattori dovrebbero spiegare perché l’Isis ha colpito l’Oman e questo potrebbe essere il segnale di un’ondata di terrore a Muscat. La coalizione globale contro lo Stato islamico è stata attiva per un decennio, degradando le sue capacità, eliminando i leader, rimuovendo il califfato fisico, lasciando il gruppo terroristico senza casa e costringendolo a disperdersi in tutto il mondo. L’Isis vuole dimostrare al mondo di essere ancora rilevante e mantiene la capacità di commettere terrore nella regione. Lo Yemen, vicino dell’Oman, è uno Stato fallito, privo di leggi, devastato da una guerra civile in cui l’Isis ha creato piccole enclavi nella parte orientale, consentendo loro di condurre attacchi transfrontalieri. Lo Stato Islamico ha colto molte opportunità, l’Oman è stato risparmiato dagli attacchi terroristici per decenni e l’antiterrorismo del Sultanato è carente rispetto agli Stati del Golfo che hanno sperimentato il terrorismo per anni». Quanto sono probabili gli attacchi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar? «Non vedo un mondo in cui l’Isis potrebbe anche solo prendere in considerazione un attacco contro il Qatar, il gruppo terroristico riceve troppo sostegno da Doha. Gli Emirati Arabi Uniti sono certamente a rischio se l’Isis stesse sviluppando un avamposto nel vicino Oman che consentirebbe loro di sferrare attacchi transfrontalieri e anche il vicino Qatar vicino presenta problemi per gli emiratini. L’Arabia Saudita dispone di forti unità antiterrorismo e si trova già in una posizione complicata con gli Huthi e Aqap che collaborano attivamente nello Yemen; gli attacchi potrebbero avvenire nel Regno, ma l’Isis sarebbe un improbabile esecutore». Quali sono i rapporti di forza tra lo Stato islamico e Al Qaeda nel Golfo Persico? Chi è più forte? «Al Qaeda è indubbiamente più forte dell’Isis nel Golfo Persico e in tutto il mondo. La coalizione globale creata dopo aver visto le barbarie commesse dall’Isis ha spostato l’obiettivo da Al Qaeda e le ha permesso di crescere all’ombra delle atrocità dello Stato islamico. Un ultimo dettaglio, ma estremamente importante: Al Qaeda ha definito la Repubblica islamica dell’Iran il suo principale canale di facilitazione, uno sponsor di Stato de facto che l’Isis non possiede. Il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo sostiene Al Qaeda nonostante la stanca narrazione di una divisione tra sunniti e sciiti lo renda impossibile». Possiamo aspettarci l’inizio di operazioni terroristiche su larga scala nel Golfo Persico? «L’attacco terroristico in Oman non deve essere visto come la salva iniziale di una complessa campagna terroristica dell’Isis che ha come obiettivo il Golfo Persico. Se si analizza la mappa del terrore, la minaccia più prossima è rappresentata dall’Isis Khorasan (Iskp). Nell’ultimo anno, la filiale afghana ha compiuto attentati in Russia e nella Repubblica islamica dell’Iran. Il ramo principale ha condotto il jihad nel Sahel e nel Corno d’Africa, con scarsi successi anche in Medio Oriente dopo l’eliminazione del califfato a Mosul e Raqqah». La leadership di Al Qaeda rimane avvolta nel mistero; Saif Al Adel è davvero il leader del gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden? «Già prima della morte di Ayman Al Zawahiri (a Kabul il 31 luglio 2022, ndr), fonti ben posizionate mi avevano riferito che Al Adel sarebbe stato il prossimo in linea di successione quando il primo fosse stato eliminato o fosse morto per cause naturali e non ho motivo di credere che da allora sia cambiato qualcosa. Saif Al Adel ha una forte relazione con la Repubblica islamica iraniana, si è rifugiato a Teheran per due decenni ed è uno stratega del terrorismo globale estremamente capace. Molti credevano che uno dei figli di Osama Bin Laden sarebbe diventato il leader, prima Saad e poi Hamza, ma anche in questo scenario Al Adel sarebbe stato il pianificatore di un progetto nel quale un Bin Laden veniva indicato come leader ma solo a fini propagandistici».
Ansa
Secondo Marco Femminella e Danila Solinas, gli avvocati dei Trevallion che avevano depositato la segnalazione all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’Ente regionale competente per il servizio del Comune di Palmoli, in provincia di Chieti, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria», lo scorso 20 novembre.
Contestazione rispedita al mittente in tempi record e con poche righe di motivazione: «Non ravvisiamo le contestazioni avanzate, l’operato dell’assistente sociale è stato corretto in ogni sua forma», hanno scritto i funzionari dell’Ente d’ambito sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali su più territori. Manca ancora la risposta dell’Ordine professionale degli assistenti sociali, ma la valutazione amministrativa, non giudiziaria, è già un pessimo segnale.
Nel documento del 29 gennaio, i legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham contestavano anche la limitatezza dei contatti tra D’Angelo, i genitori e i minori. L’assistente sociale si sarebbe mostrata «ostile» e «avrebbe interpretato le proprie mansioni con negligenza», rilasciando pure eccessive interviste. «Un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe», evidenziavano gli avvocati.
Per l’Ente, invece, non sarà avviata alcuna azione disciplinare, D’Angelo continua nel suo lavoro senza cambiamenti. Nell’ultima relazione che ha redatto assieme agli operatori della casa famiglia a Vasto conferma che la madre dei bambini è «oppositiva e riluttante a condividere regole diverse dalle proprie». I conflitti con Catherine proseguono, rendendo ancora più complicata la situazione. Eppure, gli specialisti della Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti si sono espressi favorevolmente al rientro in famiglia dei minori.
Nella relazione, firmata da un’équipe multidisciplinare, i medici scrivono: «È indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori».
Il documento bene evidenzia come la separazione stia producendo più danni che benefici, quando invece è dimostrata la capacità genitoriale dei Trevallion: «L’interazione con i genitori risulta validata e questi rappresentano per loro un valido riferimento emotivo».
Anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso preoccupazione per la salute psicologica ed emotiva dei tre bambini ospiti da oltre due mesi nella casa famiglia di Vasto e provati dal trauma dell’allontanamento e della rottura del nucleo familiare. «La perizia indipendente realizzata dall’équipe di psichiatri della Asl Lanciano Vasto Chieti conferma, infatti, lo stato di disagio e sofferenza dei minori segnalato dalla madre Catherine Trevallion», dichiara Terragni.
L’auspicio del Garante, «è che in sede giudiziaria si tenga nel debito conto questa valutazione, conformando anche i tempi del procedimento al superiore diritto alla salute psicologica dei tre bambini». Terragni sottolinea come il caso di Palmoli non sia «l’unico né probabilmente quello maggiormente problematico tra i molti casi di allontanamento di minori che vengono portati ogni giorno alla nostra attenzione, ma ha il merito di avere acceso i riflettori su un sistema che necessita riflessione e anche cambiamenti, laddove necessari».
La sua conclusione è che «al momento basterebbe fare riferimento alla normativa vigente, cosa che purtroppo non sempre avviene. Proprio per questo scopo abbiamo voluto fare il punto con il nostro recente documento Prelevamento dei minori. Facciamo il punto, dedicato al tema». Sui tempi lunghi è intervenuto il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli. «I bambini sono nella casa protetta dal 20 novembre. Vogliamo capire se ci sono stati progressi. I cittadini hanno il diritto di sapere», ha detto. Per il Comune, è anche una spesa gravosa considerato che il collocamento costa 244 euro al giorno.
Intanto è cambiata la guida del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il Consiglio superiore della magistratura ha nominato come nuovo presidente Nicoletta Orlando, ex deputata del Pci-Pds. Sostituirà Cecilia Angrisano, che aveva firmato l’ordinanza dell’11 novembre con cui era stata sospesa la responsabilità genitoriale alla coppia disponendo il trasferimento dei bambini a Vasto.
Ieri è arrivata la sorella psicologa di Catherine che si augura una soluzione positiva, anche un possibile rientro in Australia.
Continua a leggereRiduci
Bill Clinton e Jeffrey Epstein (Ansa)
Dai documenti declassificati spuntano però altri orrori: secondo i documenti rilasciati dal Doj, Epstein sarebbe stato implicato anche in un folle progetto di eugenetica, costringendo vittime minorenni a portare in grembo suoi figli attraverso maternità surrogata per creare un «pool genetico superiore», così riferisce una presunta vittima in un diario straziante in cui si lamenta di essere stata una «incubatrice umana» per Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. I due avrebbero sottratto alla donna la sua neonata pochi minuti dopo il parto. Già nel 2019 il New York Times aveva raccontato che Epstein pianificava di utilizzare la sua tenuta fuori Santa Fe per «ingravidare» le sue vittime, «20 alla volta», nel tentativo di «inseminare la razza umana con il suo Dna».
Dai file desecretati oggi emerge anche che Jeffrey Epstein è stato contattato nel 2018 dal bio-hacker Bryan Bishop per finanziare segretamente la creazione del primo bambino geneticamente modificato, o addirittura clonato, entro 5 anni. Esperimenti preliminari (test e modificazioni embrionali) erano già in corso in un laboratorio in Ucraina. Bishop chiedeva 1,7 milioni di dollari all’anno per un massimo di 5 anni per un totale di 9,5 milioni, oltre a un ulteriore milione per la configurazione del laboratorio, garantendo il totale anonimato degli investitori: in caso contrario, il bambino sarebbe stato visto dai media come un «mostro» o un «fenomeno da baraccone». «Abbiamo una serie di domande su quanto fai sul serio», scriveva Bishop a Epstein nel luglio 2018, «la maggior parte di queste domande riguarda i tuoi requisiti di segretezza e privacy, il rischio reputazionale e anche qualsiasi coinvolgimento finanziario». Il faccendiere non aveva fretta, «no rush», ma rispondeva a Bishop di non aver problemi a investire, «il problema è soltanto se vedono che dietro ci sia io».
Non soltanto lui, a dire il vero: una delle parti più interessanti dei file riguarda le relazioni di Epstein con il mondo della scienza. Anche se ci sono poche prove che il suo programma transumanista sia andato avanti, scienziati di spicco, tra cui Stephen Hawking, hanno partecipato regolarmente a cene, pranzi e conferenze tenute da Epstein. «Tutti si sono domandati se questi scienziati fossero più interessati alle sue opinioni o ai suoi soldi», ha dichiarato l'avvocato Alan Dershowitz, che ha difeso Epstein nel 2008. Fatto sta che la cerchia del faccendiere includeva pezzi grossi della comunità scientifica: il pioniere della genomica e della biologia sintetica George Church, Murray Gell-Mann, il biologo evoluzionista Stephen Jay Gould, il neurologo Oliver Sacks e il premio Nobel per la fisica Frank Wilczek.
Epstein ha anche generosamente finanziato l’università di Harvard con 6,5 milioni di dollari, ma il prestigioso ateneo si è rifiutato di restituire i soldi nonostante il regolamento preveda di rifiutare i contributi dei donatori che hanno guadagnato i propri soldi in modo immorale. L’arma del faccendiere, insomma, era la corruzione attraverso sesso e soldi: nessun esponente dell’élite progressista sembra essere sfuggito alla sua rete d’influenza.
Continuano nel frattempo le reazioni dopo le dimissioni a catena degli ex amici di Epstein, a cominciare da Lord Peter Mandelson, laburista: «Ha mentito ripetutamente al mio staff, mi pento di averlo nominato», ha dichiarato il premier britannico Keir Starmer che, sotto gli attacchi della leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch, ha dovuto riconoscere formalmente di essere stato a conoscenza dei rapporti tra Epstein e Mandelson. Anche Bill Gates, minimizzando l’entità delle relazioni con il faccendiere, ha ammesso in un’intervista di essere stato «sciocco» e di essersi pentito di averlo mai conosciuto, pur liquidando come «falsa» l’email mandata da Epstein a sé stesso, in cui il faccendiere si rivolgeva a Gates: «Mi implori di cancellare le email sulla tua malattia sessualmente trasmissibile, sulla tua richiesta che io ti fornisca antibiotici che puoi dare di nascosto a Melinda e sulla descrizione del tuo pene». «Non sono mai andato all’Isola, non ho mai incontrato donne», si è difeso Gates. Sarà, ma la ex moglie Melinda French Gates ha esortato l’ex marito Bill a «rispondere del suo comportamento» aggiungendo che «nessuna ragazza dovrebbe mai essere messa in una situazione del genere». «Le domande in sospeso sono per il mio ex marito, non per me», ha aggiunto, esprimendo «un’enorme tristezza «per le vittime dei crimini del defunto finanziere.
Continua a leggereRiduci
Il volto dell'angelo con le fattezze di Giorgia Meloni rimosso dall'affresco di San Lorenzo in Lucina (Ansa)
Considerando che per pulire gli obbrobri dei writer dalle pareti dei palazzi passano anni, a stupire sono la rudezza del gesto e la fretta. Scoperta venerdì, la somiglianza dell’angelo che regge una pergamena dell’Italia era stata oggetto nell’ordine: del consueto malpancismo dell’opposizione, del sorriso divertito della modella involontaria, della promessa di sopralluogo della Soprintendenza, necessario nel caso di beni artistici. E infine della decisione del Rettore del Pantheon e della basilica romana, monsignor Daniele Micheletti, di pianificare un’approfondita verifica. Quest’ultima è durata tre minuti. Come se si dovesse far fronte a un allarme sociale per lo sfregio alla Vergine delle Rocce o il profilo pittato fosse quello di Giordano Bruno o della Papessa Giovanna.
La faccenda è inutilmente in evoluzione, l’architetto Cino Zucchi ha rivelato su Instagram di avere trovato il profilo originale pre-restauro nell’account di «Roma Aeterna» e sarebbe diverso, ma con le bufale digitali vatti a fidare. Prima di toccare l’affresco di solito è necessaria una perizia ufficiale con un rigoroso iter istituzionale. In questo caso no, via con la cara procedura Stalin, che cancellava dalle foto i gerarchi caduti in disgrazia. «Ho coperto quel volto perché me lo ha chiesto il Vaticano», ha allargato le braccia Valentinetti. In effetti le pressioni sono state micidiali.
Ha cominciato il cardinal Baldo Reina: «Provo profonda amarezza, le immagini di arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o di strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica e la preghiera personale e comunitaria». Ha continuato padre Giulio Albanese, responsabile della comunicazione del Vicariato di Roma: «L’originale era diverso, tutto ciò è imbarazzante». Così monsignor Micheletti, che adesso rischia il posto, guardacaso solo ieri si è accorto che «l’opera presentava fisionomie non conformi all’iconografia originale e al contesto sacro». E ha ordinato l’imbiancata.
L’ha fatto togliere di torno e buonanotte, occhio non vede cuore non duole. Soprattutto quello della fazione turbo-progressista del cattolicesimo in ambasce, dal cardinal Matteo Zuppi ad Andrea Riccardi della comunità Sant’Egidio, dalle Caritas alla galassia cattodem già sul piede di guerra e solitamente poco dotata di ironia. Eppure proprio la Chiesa dovrebbe avere metabolizzato quelle che chiama «contaminazioni», cominciate quando Leonardo Da Vinci nel Cenacolo diede a Giuda il volto dell’abate domenicano che lo stava sfrattando da Santa Maria delle Grazie per la lentezza nell’avanzamento (capo)lavori.
Quanto all’indignazione del cardinal Reina per l’«uso improprio delle immagini di arte sacra», sarebbe interessante sapere perché non è rimasto egualmente scosso quando nella cattedrale di Terni è comparso un enorme affresco omoerotico con gruppi laocoontici di corpi intrecciati e con l’allora vescovo Vincenzo Paglia raffigurato felicemente con lo zucchetto episcopale nella «Resurrezione genderfluid». O peggio quando si scoprì che il crocifisso della cappella dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo aveva il volto di Claudio Galimberti, capo ultrà dell’Atalanta, pregiudicato con record di daspo. L’artista Andrea Mastrovito ha sempre rivendicato la burla. Da un decennio, il paziente che si raccoglie in preghiera prima di un intervento chirurgico salvavita, non prega Gesù ma il Bocia. Non risultano note vibranti della Santa Sede.
Accortasi che l’affresco in San Lorenzo in Lucina è diventato la lavagna della Terza C, la Soprintendente di Roma, Daniela Porro, in accordo con il ministero della Cultura ha fatto sapere agli zelanti sacerdoti che «alla luce della cancellazione del volto della decorazione, per qualsiasi intervento di ripristino è necessaria una richiesta di autorizzazione non solo al Vicariato ma al Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno, proprietario dell’immobile, con accluso bozzetto». Così, per evitare che compaia il profilo di Ilaria Salis, sul quale nessuno avrebbe nulla da ridire.
Come spesso accade i più delusi sono i fedeli, che domenica hanno affollato la chiesa come non accadeva da anni anche per via di quel cherubino dall’aspetto tanto famigliare. Monsignor Micheletti ha dovuto ammettere: «È stata un’autentica processione, ma venivano per vederlo e non per pregare». Dovrebbe essere contento, visto che le vie del Signore sono infinite.
Continua a leggereRiduci