Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Ma il vero problema restano gli inattivi saliti al 33,7%, oltre 31.000 persone in più.
Nel quarto trimestre 2025 il Pil italiano è salito dello 0,3% sul trimestre precedente e dello 0,8% in termini tendenziali. L’andamento ha portato la crescita media del 2025 a +0,7% rispetto al 2024, nonostante tre giornate lavorative in meno.Il dato è importante perché nel confronto con il documento programmatico di finanza pubblica di ottobre la crescita reale del 2025 era indicata a +0,5%.
In concreto, la spinta dell’economia appare relativamente diffusa: l’Istat segnala una crescita in tutti i principali comparti, con un contributo più evidente di agricoltura e industria. Dal lato della domanda, il profilo è più sbilanciato: la componente nazionale (al lordo delle scorte) ha contribuito positivamente, mentre la domanda estera netta ha inciso negativamente. In sostanza, la chiusura d’anno poggia più su consumi e investimenti domestici che su un traino del commercio estero. Il segno meno dell’estero netto indica che nel 2026 un recupero dell’export, o una minore pressione delle importazioni, sarà cruciale: affidarsi solo alla domanda interna rende la crescita più fragile. Non poco.
Guardando al 2026, la «variazione acquisita» è +0,3%: se dunque in tutti i trimestri 2026 il Pil registrasse crescita nulla, l’anno chiuderebbe comunque a +0,3% nella media. Nel Dpfp l’obiettivo programmatico è +0,7%: per colmare i quattro decimi mancanti serve dunque una dinamica congiunturale aggiuntiva che, in ordine di grandezza, equivale a circa +0,1% a trimestre lungo l’anno.
La situazione dell’economia italiana, insomma, appare moderatamente incoraggiante e questo si riflette anche sul mercato del lavoro. Anche se non è oro tutto quello che luccica. A dicembre 2025 gli occupati sono diminuiti di 20.000 unità (-0,1%) e il tasso di occupazione è sceso al 62,5%. Il vero problema resta quello dell’inattività, salita al 33,7% (+31.000). La disoccupazione complessiva è invece calata al 5,6%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche nel 2004, ma quella giovanile è risalita al 20,5% (+1,4 punti).
Il calo mensile dell’occupazione ha riguardato soprattutto uomini, dipendenti a termine e le classi tra 25 e 34 e tra 35 e 49 anni. I disoccupati sono invece diminuiti tra donne e professionisti di oltre 25 anni, mentre sono cresciuti tra uomini e lavoratori tra i 15 e i 24 anni. Sul quarto trimestre rispetto al precedente gli occupati sono cresciuti dello 0,3% (+74.000), le persone in cerca di lavoro sono scese del 5,3% (-81.000) e gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono cresciuti dello 0,3% (+34.000).
Nel confronto annuo, l’occupazione è aumentata di 62.000 unità (+0,3%), anche se ne è cambiata la composizione: cresciuti i dipendenti permanenti (+161.000) e gli autonomi (+147.000), mentre sono scesi i dipendenti a termine (-245.000). Rispetto a dicembre 2024, le persone in cerca di lavoro sono diminuite di 229.000 unità (-13,8%) e gli inattivi 15-64 sono saliti di 163.000 unità (+1,3%).
La fotografia di fine 2025 è insomma coerente con un’economia che rallenta senza fermarsi: crescita positiva ma «bassa» e occupazione che, nel saldo annuo, si sposta verso posizioni più stabili. Il banco di prova del 2026 è trasformare l’aumento dello 0,3% in un sentiero vicino allo 0,7% senza far crescere ulteriormente l’inattività e senza lasciare il peso dell’aggiustamento sulle fascie più giovani.
Come ha spiegato Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, centro studi sul diritto del lavoro, si tratta del secondo mese consecutivo di crescita dell’inattività, dopo l’aumento già registrato a novembre. «La diminuzione della disoccupazione», sottolinea l’esperto, «va quindi interpretata con cautela: una parte del miglioramento deriva dal fatto che più persone smettono di cercare lavoro e scivolano nell’inattività».
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Oltre 3mila agricoltori si sono riuniti all’evento di Coldiretti al Parco della Musica, per un confronto sugli impegni europei e sulle sfide da affrontare. L’associazione di categoria denuncia gli aspetti che penalizzano i produttori italiani: «C’è un problema di concorrenza sleale quando non c’è la tracciabilità, quando si siglano accordi di libero scambio che non prevedono le stesse regole» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Kevin Warsh, 55 anni, è il nuovo presidente della Federal Reserve (Ansa)
L’ex membro della Banca centrale americana prenderà a maggio il posto di Powell, scelto dal tycoon nel 2017. Salvo poi attaccarlo per non aver abbassato in fretta i tassi d’interesse. Crollano oro e argento.
Donald Trump non rinuncia alla sorpresa. La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, a partire da maggio, è il classico compromesso dopo il fragore degli ultimi mesi al quale il presidente non rinuncia mai. Warsh è considerato una colomba con artigli ancora ben visibili.
Il messaggio della Casa Bianca diffuso sui social è tutto miele e celebrazione: Warsh «passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore». Trump lo conosce «da molto tempo». Assicura che «non deluderà mai». Tradotto dal linguaggio presidenziale: fidatevi, questa volta ho scelto bene. In effetti la designazione è meno lineare di quanto sembri. Warsh, 55 anni, curriculum da manuale all’interno del sistema finanziario Usa, è storicamente catalogato come un falco. Uno di quelli che sull’inflazione non scherzano, che guardano con sospetto i tagli dei tassi e che vorrebbero una Fed più snella, con un bilancio ridotto. Non esattamente il profilo ideale per un presidente come Trump che sogna un costo del denaro all’1% e che ha definito Jerome Powell un «idiota» per aver tenuto i tassi troppo alti.
Eppure, proprio qui sta la chiave politica dell’operazione. Perché il Warsh del 2026 non è più il falco del passato. Negli ultimi mesi ha ammorbidito il tono: ha parlato della necessità di abbassare il costo del denaro, invocato addirittura un «cambio di regime» nella politica monetaria. Una trasformazione che lo rende perfetto per Trump: abbastanza ortodosso da non far scattare l’allarme sull’indipendenza della Fed, abbastanza flessibile da non chiudere la porta a futuri tagli.
Un compromesso che non delude i mercati. Il Wall Street Journal, che rappresenta la voce della grande comunità finanziaria Usa parla di una «scelta giusta». Crollano i metalli preziosi. L’oro perde il 10% scivolando ben sotto i 5.000 dollari. Performance peggiore per l’argento che lascia sul parterre il 27% e saluta quota 100 dollari l’oncia. Il messaggio è chiaro: Warsh viene percepito come una nomina «tradizionale». Chi temeva una designazione totalmente asservita al presidente tira un sospiro di sollievo. La Fed non diventerà una succursale della Casa Bianca. Anche per questo Wall Street inciampa: il taglio dei tassi, è rimandato alla primavera e forse anche dopo. Non a caso il dollaro recupera sull’euro portando il cambio sotto 1,19.
Dopo mesi di tensioni, attacchi frontali a Powell e un’inchiesta giudiziaria sulla ristrutturazione della sede della Fed finita nel mirino del Congresso, Trump aveva bisogno di una figura che spegnesse l’incendio senza rinunciare al controllo politico della narrazione. Gli altri due candidati (Rick Rieder, personaggio di spicco di Wall Street, e Christopher Waller, nominato da Trump nel consiglio Fed) erano considerati troppo vicini al presidente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, è uscito di scena perché secondo le previsioni rischiava di inciampare nel voto contrario del Senato cui spetta l’ultima parola sulla nomina. Warsh, invece, mette tutti d’accordo: repubblicani, investitori, falchi e colombe.
La sua storia personale è molto indicativa. Laureato a Stanford e ad Harvard. Primo lavoro in Morgan Stanley a 25 anni, la Casa Bianca di George W. Bush come consigliere economico, poi la Fed, dove entra a 35 anni diventando il più giovane governatore di sempre. Nel 2008 è al fianco del mitico governatore Ben Bernanke nel pieno della crisi finanziaria globale. Da allora accademia, consigli di amministrazione, raffinati centri di ricerca economica. Un uomo che conosce i mercati e conosce il potere.
Trump lo voleva già nel 2017. Allora scelse Powell. Tre anni dopo gli chiese, quasi con rammarico: «Perché non hai insistito di più?». Stavolta non ce n’è stato bisogno. Anche perché Warsh è parte di un universo che Trump conosce bene: è sposato con Jane Lauder, erede dell’impero Estée Lauder, figlia di Ronald Lauder, grande finanziatore delle campagne repubblicane e sostenitore di alcune delle più ambiziose idee geopolitiche trumpiane.
Ora la palla passa al Senato, dove la maggioranza è risicata e l’audizione davanti alla Commissione bancaria sarà tutt’altro che una formalità. Ma il segnale politico è già arrivato: Trump ha scelto una Fed che non sia né ostaggio dei falchi né prigioniera delle colombe. Una banca centrale che resti indipendente sulla carta, ma abbastanza disponibile da non intralciare il progetto economico della Casa Bianca. Kevin Warsh, il falco che potrebbe diventare colomba, è la sintesi perfetta di questa ambiguità. E forse, per Trump, è proprio questa la qualità più preziosa.
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Mohammed Hannoun (Ansa)
Le motivazioni con cui il Riesame conferma gli arresti per Hannoun e i suoi sodali.
La decisione del tribunale del Riesame di Genova di confermare la custodia cautelare in carcere per Mohammed Hannoun, per il quale fino a poco tempo fa frange della sinistra italiana scendevano in piazza, si colloca ben oltre il perimetro di un ordinario vaglio cautelare. L’ordinanza del 16 gennaio restituisce l’immagine di un collegio che sceglie consapevolmente una linea di continuità con l’impianto accusatorio della Procura, rafforzandolo sul piano giuridico e sottraendolo alle ambiguità politiche e narrative che negli ultimi mesi hanno accompagnato il dibattito su Gaza e Hamas.
Il cuore della decisione è nella qualificazione del ruolo attribuito ad Hannoun in quanto finanziatore di Hamas. Per i giudici non si tratta di un simpatizzante, di un militante o di un intermediario occasionale. L’indagato viene collocato all’interno di una rete stabile, strutturata e consapevole, che attraverso associazioni formalmente benefiche ha garantito un flusso continuo di risorse verso Hamas, rafforzandone la capacità di sopravvivenza e di azione. L’ordinanza dedica ampio spazio alla ricostruzione del funzionamento di queste realtà, descritte come strumenti operativi attraverso i quali la raccolta fondi veniva presentata come umanitaria, ma inserita in un contesto di piena consapevolezza della destinazione finale delle risorse. È qui che il tribunale compie una scelta interpretativa netta: il finanziamento non perde rilevanza penale perché veicolato attraverso finalità umanitarie dichiarate, né perché destinato a un’organizzazione che esercita anche funzioni di governo locale.
Il Riesame respinge in modo esplicito il tentativo difensivo di separare l’ala politica, sociale e amministrativa di Hamas dalla sua dimensione terroristica. Secondo il collegio, questa distinzione non regge né sul piano fattuale né su quello giuridico. Hamas viene descritta come soggetto unitario, dotato di una strategia complessiva in cui l’assistenza sociale, la propaganda, il consenso politico e la violenza armata concorrono allo stesso obiettivo. In questo quadro, le associazioni riconducibili ad Hannoun non vengono considerate meri contenitori neutri, ma ingranaggi funzionali di un sistema più ampio, idoneo a garantire continuità finanziaria e copertura operativa.
Un passaggio particolarmente delicato dell’ordinanza riguarda l’utilizzabilità della documentazione acquisita tramite canali di cooperazione internazionale, in particolare quella proveniente dalle autorità israeliane. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità dei materiali, evocando il rischio di una prova politicamente orientata e priva delle garanzie proprie del contraddittorio. Il tribunale respinge l’eccezione con una motivazione, che segna un punto fermo: non si è in presenza di atti anonimi o di informazioni occulte, ma di documentazione formalmente trasmessa nell’ambito della cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale, acquisita secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano. I giudici chiariscono che la provenienza estera degli atti non ne determina automaticamente l’illegittimità, né tantomeno l’inutilizzabilità patologica. La documentazione israeliana che non è anonima, viene considerata un elemento valutabile, soprattutto in fase cautelare, dove il giudizio non è di colpevolezza ma di gravità indiziaria.
Viene inoltre sottolineato come tali atti non siano isolati, ma trovino riscontro e conferma in intercettazioni, flussi finanziari, rapporti associativi e dichiarazioni raccolte in Italia, escludendo che l’impianto accusatorio poggi su fonti unilaterali o non verificabili. In questo senso il tribunale sposta il baricentro dalla polemica sulla fonte alla tenuta complessiva del mosaico indiziario. La fase cautelare, ricordano i giudici, non richiede una prova piena ma una valutazione d’insieme capace di reggere il vaglio di ragionevolezza: non basta smontare un singolo elemento, occorre incrinare l’intero impianto. Ed è proprio qui che la documentazione estera viene ricondotta alla sua funzione processuale di tassello, non di pilastro esclusivo. Il quadro accusatorio prende forma nella convergenza tra conversazioni intercettate, ricostruzione dei rapporti associativi e movimenti di denaro, letti come condotte funzionali a un programma unitario.
Sul piano probatorio, il collegio valorizza la coerenza interna degli elementi raccolti. Le intercettazioni non vengono lette come frammenti isolati o come semplici espressioni retoriche, ma come indicatori di consapevolezza, continuità e condivisione di obiettivi. Il linguaggio utilizzato, i riferimenti alla necessità dei fondi, gli incontri con i vertici di Hamas, il ruolo attribuito ai donatori esteri e la centralità del sostegno economico nella strategia del gruppo jihadista assumono, nella lettura del tribunale, un significato inequivoco, incompatibile con la tesi di una mera attività solidaristica o informativa. Secondo il tribunale del Riesame, le associazioni riconducibili a Mohammed Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. I giudici evidenziano come la raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, fosse caratterizzata da continuità, organizzazione e reiterazione, elementi incompatibili con un’attività episodica o emergenziale. Per i giudici del Riesame le associazioni riconducibili ad Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. La raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, era caratterizzata da continuità e organizzazione, elementi incompatibili con un’attività episodica. Le risorse venivano ritenute idonee a rafforzare l’organizzazione nel suo complesso. L’ordinanza sottolinea la piena consapevolezza dell’indagato circa la destinazione finale dei fondi e chiarisce che la veste umanitaria non esclude la rilevanza penale della condotta.
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