Circuito di Monza (Getty Images)
Il Politecnico userà la pista come laboratorio per studi su materiali, strutture e asfalti.
Da Tempio della velocità a…Università della velocità. E dell’innovazione. L’Autodromo nazionale di Monza e il Politecnico di Milano hanno siglato una convenzione quadro della durata di cinque anni per sviluppare attività congiunte nei campi della ricerca scientifica, della formazione e dell’innovazione tecnologica applicata al mondo della mobilità e delle infrastrutture sportive. L’accordo mira a trasformare il circuito in un laboratorio a cielo aperto per la sperimentazione di nuove soluzioni tecnologiche, coinvolgendo studenti, ricercatori e docenti del Politecnico in progetti di ricerca applicata e attività formative.
La collaborazione, che vede come referente per il Politecnico il professor Emilio Faroldi, riguarderà in particolare lo studio di materiali e infrastrutture per circuiti e impianti sportivi, il loro impatto architettonico e paesaggistico-ambientale, lo sviluppo di asfalti ad alte prestazioni e sistemi di sicurezza, la sperimentazione di tecnologie automotive e la realizzazione di modelli di simulazione avanzata per la progettazione e la gestione delle infrastrutture. Le attività comprenderanno anche studi sulla gestione dei flussi di pubblico e sulla sicurezza dei grandi eventi, oltre a progetti dedicati alla sostenibilità ambientale e alla valorizzazione delle strutture storiche del circuito. «L’Autodromo di Monza rappresenta un’infrastruttura complessa e di grande valore, sia memoriale sia funzionale, in grado di rappresentare il contesto ideale per sviluppare attività di ricerca e sperimentazione applicata. Questa collaborazione permetterà al nostro Ateneo di lavorare su materiali, sicurezza e gestione delle infrastrutture sportive, portando la nostra azione di progettazione e di ricerca a confrontarsi con condizioni reali caratterizzate da un’elevata complessità, ribadendo la forte identità del luogo», commenta Emilio Faroldi, prorettore vicario del Politecnico.
L’intesa, sostengono i firmatari, rafforza la collaborazione tra università e mondo industriale, favorendo il trasferimento tecnologico e la sperimentazione in un contesto reale di rilevanza internazionale come l’Autodromo di Monza, uno dei circuiti motoristici più iconici al mondo e sede del Gran Premio d’Italia di Formula 1. «Fin dalle sue origini (è stato inaugurato nel 1922, ndr), quello Monza è stato molto più di un circuito: una palestra e un laboratorio di innovazione. Qui sono nate soluzioni poi diffuse su larga scala, dall’uso dei caschi integrali ai guardrail, alle tecnologie di telepedaggio. La collaborazione con il Politecnico di Milano rafforza questa vocazione, proiettandoci verso nuove sfide nella ricerca e nella sperimentazione applicata. Vogliamo continuare a essere un punto di riferimento per lo sviluppo tecnologico, mettendo in relazione formazione, innovazione e applicazione concreta. Questa convenzione valorizza la nostra storia e consolida il ruolo pionieristico dell’Autodromo nel campo delle infrastrutture e della gestione dei grandi eventi», dichiara il presidente della pista, Giuseppe Redaelli.
Una pista che guarda al futuro ma ben ancorata al presente visto che mercoledì la Ferrari si è presentata sulla pista brianzola per un «filming day» a porte chiuse. Si tratta di una delle due sessioni speciali, concesse dalla Federazione internazionale dell’automobile (Fia), in cui i team utilizzano le proprie monoposto per girare video promozionali destinati a sponsor e media. Queste giornate vengono sfruttate dai team come test privati per raccogliere dati aerodinamici o testare aggiornamenti, con un limite di 200 chilometri a disposizione dei due piloti presenti, Charles Leclerc e Lewis Hamilton. «A Miami porteremo un pacchetto e mezzo di aggiornamenti», aveva annunciato il team principal della Ferrari, Frederic Vasseur, nel corso dell’appuntamento del Mondiale di Suzuka. Secondo quanto riportato dal Corriere, la Ferrari a Monza avrebbe provato diverse novità in vista della tappa il Florida del prossimo 3 maggio: ali, fondo e altri particolari aerodinamici.
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Con la Pan America 1250 Limited la casa americana propone un prodotto praticamente «chiavi in mano»: c’è tutto quello che si potrebbe desiderare. Forse anche troppo. Il prezzo non la rende una moto per tutti. Ma è comoda e macina chilometri.
È stata presentata come una adventure touring completa «chiavi in mano»: include di serie valigie laterali e top case in alluminio (sviluppati con Sw-Motech: set di tre borse per una capacità totale di 120 litri, suddivisi tra la ampia valigia sinistra, 45 litri, quella destra, 37 litri e il bauletto da 38 litri), manopole riscaldate, paramani, paracoppa in alluminio, protezione del radiatore e fari fendinebbia aggiuntivi. Lei è la Harley Davidson Pan America 1250 Limited, che la casa americana ha affidato alla Verità una decina di giorni per una prova su strada.
Ricchissima, come detto, la dotazione di accessori già di serie sul modello: cambio rapido Screamin Eagle con leva pieghevole e regolabile (anche sul freno posteriore), cerchi anodizzati a raggi con pneumatici tubeless, protezione tubolare posteriore per lo scarico e motore interamente rifinito in nero. Insomma, c’è davvero di tutto: pare un suv. Cuore pulsante è il motore Revolution Max 1250, un bicilindrico raffreddato a liquido capace di erogare una coppia poderosa (da 149 cavalli a 8.750 giri e 124 Nm a 6.750 giri, 9 modalità di guida selezionabili incluse quelle dedicate all’off-road, display con infotainment). Garantisce una potenza fluida su tutto l’arco di giri. Il sistema di sospensioni semi-attive, unitamente all’innovativo Adaptive ride height (Arh), permette alla moto di abbassarsi automaticamente durante le soste, garantendo stabilità e sicurezza a piloti di ogni statura.
Quello che va
Le dimensioni e il peso non sono un problema: anche al primo salto in sella, la Pan America Limited trasferisce subito un senso di sicurezza e immediatezza. Ci si sente a casa, la posizione di guida è molto naturale sulla sella ampia, accogliente e molto ben fatta. Ciò che sorprende più di tutto è l’agilità: per una moto lunga 2,3 metri e pesante 299 kg, districarsi nel traffico cittadino di una città caotica come Milano risulta molto naturale. Il meglio lo dà, ovviamente, sulle grande arterie di scorrimento come tangenziali e autostrade: qui si possono macinare anche centinaia di chilometri senza patirne le conseguenze. Ma pure nel traffico cittadino manovre improvvise o cambi di direzione non comportano alcun problema per il guidatore, anche se «appesantito» da un eventuale passeggero.
Il cupolino regolabile in altezza svolge egregiamente il suo lavoro di protezione, le sospensioni semi-attive sono morbide, azzerano ogni buca o inciampo sulla carreggiata. Il Revolution Max 1250 è un motore affidabile che spinge in maniera lineare, non brusca. Paga un po’ nei tragitti più lenti, ma senza diventare un peso per la guida, facilitata anche dal manubrio largo che aiuta (e non poco) nelle manovre del traffico. Nel traffico o in autostrada è impossibile non notarla: in tanti si volteranno per vedere da dove arriva quel rumore così pastoso emesso dal motore. Le forcelle a steli rovesciati da 47 mm con controllo dello smorzamento semi-attivo regolabile elettronicamente.
Dietro ha un monoammortizzatore montato su leveraggio con controllo del precarico elettronico automatico e smorzamento in estensione e compressione semi-attivo. All’anteriore, la pinza dei freni è a 4 pistoncini, monoblocco, con attacco radiale; al posteriore, pinza mono flottante. Completano la dotazione di serie i sistemi dedicati alla sicurezza: Abs, traction control cornering, controllo del freno motore, Vehicle hold control e monitoraggio pressione pneumatici. Lo schermo Tft da 6,8 pollici è leggibile anche sotto il sole e immediato.
Cosa non va
Il prezzo per tutto questo «chiavi in mano» è in linea con i concorrenti: 27.500 euro. Settemila euro in più del modello base, la St. Il costo di acquisto, comunque in linea con le dirette competitor di cilindrata e fascia, non la rende proprio «per tutti». L’elettronica, come detto, la fa da padrona. Forse un po’ troppo, vista la quantità di pulsanti che si trovano accanto alle manopole e di menu e sottomenu a schermo. Alcune traduzioni dall’inglese visibili sullo display non sono proprio il massimo, in questo c’è ancora da raffinare il lavoro un bel po’. Altra pecca: il motore scalda tantissimo, soprattutto la gamba destra è a rischio bruciatura. Bisogna adattarsi velocemente trovando la migliore posizione.
Conclusione
Scordatevi le Harley tradizionali: la Pan America è altro. È una moto accessibile a tutti dal punto di vista della guida, non certo economicamente. Fa divertire senza essere estrema. Il suo mondo ideale sono i lunghi viaggi.
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Giuseppe Valditara (Ansa)
Pioggia di 144 emendamenti per bloccare il ddl del ministro Giuseppe Valditara prima che arrivi in Senato.
Come al solito, quando si sta per fare un passo che mette al centro la responsabilità della famiglia nell’educazione dei propri figli, il mondo radicale e della sinistra votata alla cultura woke - le cui cifre sono sempre le stesse: combattere contro la vita, la famiglia e la libertà educativa - si sta scatenando.
Oggi, la posta in gioco è il cosiddetto ddl Valditara: un disegno di legge, già approvato alla Camera, che ora deve transitare in Senato e che prevede di istituire il «consenso informato» obbligatorio da parte dei genitori, quando nella scuola dei propri figli si programmano percorsi educativi che trattano temi delicati e sensibili, come l’educazione all’affettività e alla sessualità. Non è nulla di rivoluzionario e neppure di innovativo ed è il più democratico e «costituzionale» dei provvedimenti: l’articolo 30 della Costituzione sancisce il diritto-dovere dei genitori di istruire ed educare i propri figli e il ddl Valditara è lo strumento pratico attraverso il quale i genitori possono (devono) esercitare la responsabilità loro assegnata.
Forse qualcuno si chiederà se fosse proprio necessario istruire un simile strumento. La risposta, alla luce dei fatti che stanno accadendo in numerose scuole del nostro Paese, non può che essere «sì», è un provvedimento necessario. Negli ultimi anni, con il pretesto del contrasto a bullismo, violenza sulle donne, discriminazioni di ogni genere, si sono introdotti nelle scuole di ogni ordine e grado percorsi educativi di ideologia gender, di ipersessualizzazione precoce, di indifferentismo di genere, che stanno indottrinando e lavando il cervello dei nostri figli/nipoti, sempre più disorientati e confusi. Solo negli ultimi dieci anni, sono arrivate più di 300 segnalazioni di programmi del tipo «progetto con educazione sessuale e identità di genere».
Solo qualche esempio per rendere ragione di quanto sia necessario lo strumento del consenso informato: gennaio 2026, Bologna, nelle scuole dell’infanzia viene diffuso un libretto dal titolo La nudità che male fa, con immagini esplicite di corpi nudi, maschili e femminili, infantili e adulti, in una cornice educativa che normalizza l’esposizione della nudità, nel contesto della cosiddetta decostruzione degli stereotipi, esattamente all’opposto dei principi di innocenza, riservatezza, pudore, castità che dovrebbero essere alla base di una corretta educazione sessuale della prima infanzia. Oppure, Bergamo, scuole superiori, con il progetto «Immaginare Orlando - Essere (se stess*) o non essere», educazione all’affettività e contrasto alla omolesbobitransfobia, che già dal titolo si commenta da solo. Oppure, ancora, Piacenza, scuole secondarie, progetto «Una scuola accogliente per tutta» (attenzione, quel «tutta» non è un refuso!): sesso biologico, identità di genere, ruolo ed espressione di genere, orientamento sessuale e romantico, utilizzo di grafemi come la «schwa» nel titolo stesso «tutta».
Fermiamoci qui, perché l’elenco - purtroppo - è molto lungo. Ma non basta. Negli ultimi giorni, in previsione della discussione in Senato, sono stati presentati 144 emendamenti, con il dichiarato scopo di bloccare il disegno di legge. Qualche esempio. Emendamento 1.6 si propone l’insegnamento scolastico di identità di genere, orientamento sessuale, linguaggio «inclusivo»; Emendamento 2.0.1 introdurre la «carriera alias» per i minori; Emendamento 1,89 - svela la volontà ideologica di estromettere la famiglia perché prevede l’annullamento del consenso informato attraverso una «delibera» del Collegio docenti! Della serie: l’educazione sessuale e all’affettività dei figli la fa la scuola, tacciano i genitori!
Cade così ogni maschera. Non si vuole il «consenso informato» perché si vuole indottrinare bambini, adolescenti e giovani secondo l’ideologia del momento che si propone di annullare quella differenza complementare maschile/femminile che la legge naturale ci ha consegnato. Eppure, vale la pena di ripeterlo, il consenso informato è quanto di più libero, democratico e rispettoso delle opinioni altrui si possa mettere in campo: ogni genitore può liberamente decidere la partecipazione del proprio figlio se condivide il progetto, così come altrettanto liberamente può decidere di escluderlo. Non c’è proprio nulla di più libero e democratico di così! È ora di finirla con la «dittatura del pensiero unico», iniziando dalla scuola.
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2026-05-08
Dimmi La Verità | Federica Onori (Azione): «Una cittadina italiana è intrappolata in Egitto»
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 maggio 2026. La deputata di Azione Federica Onori racconta la tragica storia di una cittadina italiana intrappolata in Egitto.












